Perchè adottare una concezione organica?

30, Aprile, 2007

 

Una questione etica..

 

Non è abituale pensare al binomio etica-agricoltura; considerando le vicende degli ultimi anni, però, si deve riflettere e rivedere il rapporto che lega l’uomo alla natura e gli uomini tra loro. Il vino al metanolo, il pollame contaminato dalla diossina, l’inquinamento delle acque di falda, l’Encefalopatia Spongiforme Bovina sono tutti anelli di una stessa catena: lo sfruttamento della natura e il predominio dell’interesse economico sulla morale personale. Questi fatti hanno posto in primo piano la questione della sicurezza alimentare e della buona pratica agricola come problema etico (Rocchetta, 2001). E’ in gioco, infatti, la salubrità dei cibi, dell’ambiente e della sanità come bene comune, e quindi la vita stessa e la sua qualità.

Il principale ruolo dell’agricoltura è produrre derrate alimentari; tuttavia essa non deve essere ridotta ad una questione di solo ordine tecnico, né considerata unicamente in termini economici, di profitto e guadagno. E’ anzitutto, una questione etica, di doveri da parte dei produttori e di diritti da parte dei cittadini, di trasparenza produttiva e di tracciabilità dei prodotti, in modo tale che venga non solo salvaguardata, ma promossa la salute di tutti, e che, ciascuno, sia in grado di scegliere liberamente e in modo responsabile.

Accanto alle emergenze alimentari ricordate, si può aggiungere l’invasione incombente di piante e animali con patrimoni genetici modificati; una vera e propria rivoluzione di fronte alla quale sono maggiori i dubbi (economici, giuridici, sanitari, ambientali) che le certezze. Ancora una volta ci troviamo dinnanzi ad una questione tecnica che diviene questione sociale e problema etico: una rivoluzione che incide sulle fonti stesse della vita, anche umana, e tende a modificare il rapporto tra uomo e natura, l’integrità degli ecosistemi e le interrelazioni tra questi, sconvolgendo le modalità della pratica agricola, sempre più separate dalle leggi e dai ritmi della natura.

Il caso più eloquente – in cui l’agricoltura diviene questione etica – resta quello della BSE (il già citato morbo della “mucca pazza”). L’origine del morbo è stata attribuita alle razioni alimentari, contenenti farine ottenute da carni ed ossa – ricavate anche da resti di capi ammalati – che da anni vengono somministrate alle vacche (Coldiretti, 2001).

Stando a queste informazioni, non si è più dinanzi a situazioni imprevedibili o, a calamità naturali, ma di fronte ad una scelta effettuata, per scopi di guadagno, violando imprudentemente l’ordine naturale delle cose.

Giovanni Paolo II nell’omelia agli agricoltori in piazza S.Pietro il 12 Novembre 2000, in occasione del Giubileo, ha affermato: “Operate in modo da resistere alle tentazioni di una produttività e di un guadagno che vadano a discapito del rispetto della natura. Da Dio la terra è stata affidata all’uomo “perché la coltivasse e la custodisse”(Gen 2,15). Dimenticato questo principio la Natura prima o poi si ribellerà”. Queste parole spiegano la risposta della natura alla violenza, subita con il tentativo di rendere carnivori degli animali esclusivamente erbivori.

Ecco un primo aspetto fondamentale: solo se si ha il gusto, la bellezza dell’armonia della creazione e della persona umana, si è in grado di operare per preservare il mondo. L’etica del creato è inseparabile dall’etica della persona, ed entrambe sono inseparabili da un’estetica che sappia ritrovare lo stupore dell’esserci, la meraviglia di ciò che ci circonda” (Rocchetta, 2001, p. 2).

C’è una non sincronia nella nostra società, nella quale a livelli sempre maggiori di ricchezza corrispondono impoverimento culturale e morale (Sapelli, 2004).

A tal proposito, Konrad Lorenz, premio nobel per la medicina nel 1973, nel celeberrimo libro “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”, annoverava tra essi la rovina ecologica in corrispondenza dell’abbruttimento, estetico e morale, dell’uomo: “Devastando in maniera vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora – probabilmente – sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima[…] La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che dilaga ovunque così rapidamente , costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro perché va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile”.

Non ho scomodato casualmente il parere di un autorevole economista qual è Giulio Sapelli; ritengo, infatti, che la mancanza di morale in agricoltura sia solo un riflesso della mancanza di un’etica condivisa nell’azione economica, e ancor più di un’amoralità diffusa nell’intera società. Se la pratica agricola è assimilabile a quella economica e la pratica economica alla società, i problemi “etici” sin qui illustrati dipendono in gran parte da una scala dei valori sociali stravolta, dove l’interesse ed il successo economico vengono prima dell’integrità e della responsabilità personale. In questo contesto sociale dove il concetto di efficienza è assimilato a quello di massimizzazione, dice ancora Sapelli: “Dobbiamo rifondare il mercato, affinché l’agire economico del medesimo sia accompagnato dall’agire della gratuità, del donare” e, tornando alle parole di Giovanni Paolo II durante l’omelia rivolta agli agricoltori: “Non è male desiderare una vita migliore, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume essere il migliore, quando questo è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare un godimento fine a sé stesso”.

Il Papa terminò, l’omelia, indicando le linee guida per un nuovo modo di intendere l’economia e l’agire umano in essa, sottolineando come: “ Fare economia, è fare bene le cose: non, anzitutto, produrre molto, ma produrre bene, con correttezza, onestà e trasparenza, ponendo al primo posto il bene delle persone, la loro salute ed il valore della loro vita”. Queste parole di Giovanni Paolo II sembrano proprio suggerire l’adozione di metodi di coltivazione rispettosi; forte di questo capitale valoriale l’agricoltura biologica, potrà divenire strumento per ridare all’economia l’imprescindibile dimensione etica e sociale, ed alla pratica in campo, un agire consapevole.

 

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