Marius & Janette

3, Maggio, 2007

Luminoso e solare, Marius e Jeannette ( Marius et Jeannette, Francia 1997) è girato e recitato, pensato e scritto nella chiara trasparenza mediterranea. Robert Guediguian potrebbe far sua l’affermazione d’un grandissimo filosofo e narratore, francese e algerino insieme: “Au centre de mon oeuvre, il y a un soleil invincible”. Così, nel ‘51, rispondeva Albert Camus a chi, sciocco e in malafede, gli rimproverava di non coltivare ottimismi programmatici e tranquillizzanti. Resta da aggiungere che, ovunque ci sia luce, ci sono anche, inevitabili, le ombre. Il sole, appunto, è al centro di Marius e Jeannette. Come fa anche con il mare di Marsiglia – di cui, sullo sfondo di poche inquadrature, intravediamo l’azzurro lontano -, la regia evita di mostrarcelo. Tuttavia, lo intuisce, lo si “sente” nei colori della vita, nel caldo degli sguardi, nel chiarore dell’aria, nella leggerezza della sceneggiatura e della regia. Tutto questo – i colori e il caldo, il chiarore e la leggerezza – non può o almeno non dovrebbe esser frainteso. Il film di Guediguian non è un’indulgente, idillica parabola per anime belle. Non è, ancora, la “superiorità morale” d’un gruppo di sconfitti ridotta a spettacolo futile e confortante. Così può sembrare solo a occhi che non abbiano sensibilità e gusto per le sfumature, e che amino semplificare il mondo immaginandoselo o trionfante nella luce piena o, al contrario, perso nel buio. Marius e Jeannette si sviluppa quasi per intero dentro uno spazio molto definito, strettamente cinematografico. Uno spazio, cioè, che non s’identifica naturalisticamente con l’Estaque, il quartiere operaio di Marsiglia in cui la storia è ambientata, e che anzi appare astratto, slegato da qualunque contesto generale. Per la maggior parte dei suoi 102 minuti, il film passa dal vuoto desolato d’un cementificio alla pienezza umana d’un piccolo cortile comune (la cui scenografia è costruita sul set), e poi da questa torna a quello e così via. Qui e là, nei due spazi naturalisticamente distanti ma cinematograficamente contigui, Guediguian mette in scena la vita di Marius e di Jeannette, e anche di Justin, Dedé, Monique, Caroline… Il suo realismo è tutt’altro che immediato, tutt’altro che ingenuo.

Anzi, è “realismo” solo nel senso che il tempo della sua narrazione sembra riprodurre il tempo della vita quotidiana. Eppure, basta pensare al cortile in cui i protagonisti s’incontrano e parlano, litigano e sognano, ridono e amano, basta pensare ai muri che, alti, lo serrano a ogni lato come quinte teatrali, per capire quanto irrealistico, quanto finto, gioiosamente finto sia Marius e Jeannette.

All’interno di questa funzione, protetto dall’artificio di una messa in scena affettuosa, Guediguian trova lo spazio scenico che gli consente d’immaginare una favola a lieto fine: l’amore fra Marius e Jeannette, la loro riconquistata felicità insieme con quella del loro piccolo gruppo d’amici. E poi riesce anche a filosofeggiare senza dar nell’occhio. Ecco allora che Justin, forte della sua cultura – è stato maestro elementare, conosce e ama Antoni Gaudì, pratica l’ironia e anche l’autoironia -, può permettersi discorsi che sfiorano l’assoluto e che, però, non hanno alcun sentore d’ideologia. Seduto all’aperto, parla a due ragazzini di fede e di scetticismo, di odio e di amore, e in primo luogo di curiosità per tutto quel che è umano. Sotto un sole avvolgente, e avendo il Mediterraneo alle spalle, a noi pare che abbia i modi d’un qualche antico saggio. E però tutto questo – la storia d’amore a lieto fine, la dolcezza coraggiosa dei sentimenti, il “chiarore filosofico” – ha anche un altro lato. Guediguian mette in scena, appunto, donne e uomini che non esistono più. O almeno: donne e uomini che per così dire si estinguono, un po’ perché spazzati via dal cinismo e dalla volgarità d’una società e d’una cultura troppo ricche e allo stesso tempo troppo misere, e un po’ perché travolti da sogni e utopie trasformati in incubo e terrore. Guediguian sembra aver girato un film “al presente storico”, come per rendere testimonianza al futuro di sentimenti, di sensibilità, di ricchezze umane che appartengono sempre più al passato. Questo spiega la dolcezza delle immagini, dei dialoghi, delle situazioni. Per quanto si cerchi di cogliere in sceneggiatura elementi che la collochino univocamente in un anno o anche solo in un decennio, l’impressione è che la storia accada in un tempo che resta indeterminato. E infatti memorie ancor vive e fresche della guerra e dei campi di concentramento s’incontrano con più vicine, cocenti disillusioni politiche. Qualunque cosa ne pensino i semplificatori che vedono il mondo in bianco e nero, Marius e Jeannette è colmo di sfumature e di ombre. E non poteva essere altrimenti, avendo al suo centro il sole e la luce del Mediterraneo.

Tags: ,

Una Risposta a “Marius & Janette”

  1. gianfranco civolani Dice:

    veramente dolce, come pochi altri film.Bello.


Lascia un commento