
Soggettiva I: Agostino vs Sapelli
20, Settembre, 2007
di Alfo
Vorrei aprire con questo primo strampalato, quanto ricco, intervento, una nuova saga di interrogazioni, una categoria semi-seria che chiamerò, mai così opportunamente, “Soggettive”, ovvero sguardi un attimino più personali verso i dilemmi che legano l’uomo al suo habitat, l’individuo al suo luogo. Ripercorrendo luoghi e pensieri incominciare un viaggio incerto – non so quale forma potrà assumere - alla scoperta personale di cosa tiene insieme luoghi, paesaggi e stagioni di una vita. Una pagina quindi mossa dall’interesse personale, dato che il rapporto tra la costruzione dell’identità e lo scenario di vita è un argomento che ha catturato la mia attenzione già da molto prima che incontrassi la Geografia, almeno quella accademica. Chi ha avuto la possibilità di frequentare una scuola simile a quella mia e di Jacopo, ha potuto sperimentare sul campo, nella classe, nella vita di un convitto, una geografia delle persone, concreta, glocale e sincretica, realmente umana. Nella nostra scuola abbiamo avuto modo di conoscere luoghi e culture tramite diverse “soggettive” - per l’appunto - tramite diverse persone, di mettere in comune sistemi di riferimento locali distanti e fonderli creando un linguaggio delle impressioni comuni. A tredici anni un compagno che arriva dalla provincia accanto alla tua può sembrare “straniero”, figuriamoci quando, come nel nostro caso, una classe era composta da persone provenienti da diverse regionalità e persino nazionalità.
Pagina semiseria, dunque, perchè tenterà di ridare a certi argomenti di geografia accademica un’anima, un respiro, e inevitabilmente passerà anche da momenti patetici o, quanto meno, poco interessanti per la maggioranza. Mi piacerebbe, in questi interventi aperti a tutti, per una volta, guardare ai luoghi come al rapporto tra una madre e un figlio, al territorio, alla sua natura e conformazione come ad uno spazio capace di cambiare l’uomo. Se la Geografia accademica ha già scoperto questo rapporto da tempo, non pare aver dato altrettante valide risposte su come le diverse soggettività interpretino in modo a volte molto distante le medesime condizioni esterne.
Mi domando da anni, da quando da piccolo guardavo il faggio e il tramonto svolgersi alle sue spalle, che rapporto sussista tra luogo di vita e la vita che in quello stesso luogo scorre. Imparare a conoscere un luogo è un processo che richiede lentezza, un processo che diventa ogni giorno più difficoltoso per via della velocità del cambiamento e per la sovrapposizione di maglie semantiche sempre più complesse, meno decifrabili. Il luogo per essere partecipato al suo fondo ha bisogno di vita, respiro e azione al suo interno, altrimenti si finisce alla stregua dei pendolari, imbrigliati nel solito schema spaziale, di corsa da un non luogo a un altro, impossibilitati a conoscere lo spirito di un luogo. O di un autismo informatico che priva i luoghi della differenza tra reale e virtuale. Quale sensazione proverà un ragazzino di terza media oggi al contatto con l’”Altro”? Quanto sono cambiate le differenze tra due località pur vicine? Ma un luogo ha uno spirito? Queste sono domande senza risposta, ma a cui – per noi mezzi-geografi è un imperativo morale - si può tentare di dar risposta, una risposta soggettiva che è l’unica che conta per noi, ed è l’unica che integrata ad altre può dare origine ad un’opinione plurale e, se non veritiera, quantomeno più ricca.
Questi quesiti sono tanti, troppi, si affollano, son senza risposte e lo fanno, a par di scrive, perchè abbiamo smesso di pensare ai luoghi, di ripensare i luoghi, di pensarci per luoghi, e decidiamo la vita come se fosse priva di luoghi; la globalizzazione, la fine dello spazio, lo scioglimento dei luoghi in reti sociali, informatiche, lavorative, esperienziali diverse e a cui connettersi con la stessa facilità con cui ci si sconnette, facilita terribilmente(?) tutto questo. Un tale atteggiamento è stra-grave, e vorrei che non accadesse qui, tra chi, come noi, dovrebbe serbare nel cuore ancora una briciola di sensibilità spaziale.
Paul Virilio, un filosofo francese molto molto cazzuto, sostiene che l’aspetto peggiore del post-moderno e delle sue stregonerie digitali, sia la cancellazione dei luoghi come significanti, la fine della Geografia quindi, che è lettura e interpretazione dei luoghi. Ma se un luogo “è” nella misura in cui noi lo percepiamo, nel caso dei luoghi potrebbe esistere un significante svincolato dal significato o, peggio, privo di significato?
Infine, mi rimprovero spesso di essere un filino troppo animista, ma lo faccio con indulgenza, penso sia una prerogativa inevitabile di chi è geograficamente sensibile, o semplicemente sensibile; e nonostante il rimprovero, penso che quello che io chiamo “spirito dei luoghi” sia quel che lo spazio ancora non ci ha detto e che, per questo, lo rende affascinante. Un luogo è affascinante in virtù di quello che non ci dice? O un luogo ci è caro in virtù di quello che ha saputo confidarci? Troppe domande, troppi punti interrogativi a cui in questo spazio vorremmo che si dia una parziale risposta.
Sant’Agostino era solito ribadire che l’uomo non deve cercare altrove, ha tutto dentro di sé. Sapelli ribatteva dicendo che questa è la più grande cazzata che abbia mai sentito pronunciare. Non so se in questa discussione bi-polare qualcuno abbia ragione; di prim’acchito, per simpatia, lo so, diremmo tutti Sant’Agostino, obliando il faccione del cinico Professor Sapelli, ma - c’è spesso un ma - potremmo ribaltare romanticamente la baracca e osservare le cose non proprio così come appaiono. Secondo Sant’Agostino, quando rincaso a mezzanotte in bicicletta nel silenzio di una via secondaria, e sento l’arietta fine penetrare la mia vestaglia, e guardo la grande luna bianca e tonda immobile e silente sopra la mia fronte, mi emoziono per quel che porto in me, per il significato internalizzato di certi segni, forme, sensazioni. Rigirando la frittata, Sapelli, attribuendo molto significato alla realtà, ai suoi oggetti, ai fenomeni che la compongono, attribuisce un proprio fascino alla luna, al suono leggero della bici che valica l’aria blu della notte, all’arietta che solletica il viso, di per loro! Attribuisce le mie sensazioni a proprietà intrinseche al reale esterno. Il materialismo Sapelliano può quindi nascondere un romantico senso di animismo? Io da tempo mi interrogo. Le uniche risposte che ho trovato sinora sono le risposte soggettive, le incertezze di uno che ha costruito la propria identità per luoghi, che quando si ripensa, si pensa per immagini di luoghi, per profumi, colori, ricordi legati ai luoghi, e che quando ha lasciato un luogo lo ha fatto abbandonando una parte di sé… insomma, di uno che può essere molte cose, ma non un soggetto obiettivo.