Soggettiva II: tempo immediato/rapporto mediatizzato

23, Settembre, 2007

 

Anche se l’Osterhammel nella sua “Storia della Globalizzazione” sostiene che il mondo attuale è del tutto figlio di quello di qualche decennio fa e che ciò che c’è adesso davanti ai nostri occhi è frutto di processi in atto ormai da molti anni, siamo in un momento della storia in cui non si possono trascurare gli elementi decisamente nuovi, un momento in cui, a noi mezzi-geografi – se per una volta volessimo – toccherebbe lanciarci in analisi del tutto nuove. La geografia dei nostri sedimentati professori è stata tremendamente relativizzata, sepolta, tutte le precedenti tesi sullo spazio, rese formidabilmente poco originali: si apre negli ultimi anni un novello periodo della ricerca geografica, quello legato al nuovo carattere ubiquitario e orizzontale dello spazio globale.
Più dei vecchi scienziati e geografi, hanno avuto ragione le fantasiose visioni di Isaac Asimov &Co, che per questo, in un futuro nemmeno troppo distante, andranno riprendendosi lo scettro della profezia e guadagnandosi giorno per giorno quell’autorevolezza che gli era stata sinora sdegnosamente negata. La donna bionica, uno dei telefilm più trash degli anni ’80, faceva sorridere i nostri ignari genitori; adesso, alla luce delle mirabolanti rinoplastiche, degli organismi clonati, di quelli transgenici, del ritorno dell’atomico, dell’orgasmo virtuale, solo adesso, nulla sembra più realistico, più vicino, più inquietante. Quello degli scrittori di fantascienza, come diceva un tizio, è forse stato un esorcismo letterario; un esorcismo mal riuscito direi.

In questi giorni mi sto confrontando col pensiero del molto cazzuto filosofo francese Paul Virilio, costui, nella sua critica alla tecnologia – che è diverso dal dire “rinuncia alla tecnologia” – sostiene che tramite i velocissimi sistemi di telecomunicazione contemporanei la velocità sia divenuta assoluta. Se il treno, il tram, l’aereo avevano tutti velocità relative, internet ha una velocità assoluta, immediata: il “Live”, il tempo stereo-reale, è divenuto dimensione dominante delle nostre vite, si è accaparrato il ruolo di principale intrattenitore, soppiantando qualsiasi altro marchingegno presente nelle nostre case. Tempo e spazio però sono da sempre stati legati – qualcuno ha sostenuto che il tempo potesse essere guardato come la quarta dimensione dello spazio – inevitabilmente il fatto che il tempo locale venga abolito in nome di un tempo ubiquitario/immediato – un tempo orizzontale – comporta l’inevitabile morte dello spazio locale.

Certo questo “framework” proposto dal Virilio, questo scenario teorico, porta molto lontani, forse oltre le umane capacità di previsione. Ma l’avvento di Internet, e di fenomeni come SecondLife & Co., sono solamente ai loro albori e la creazione di uno spazio virtuale imponente e influente quanto lo spazio reale, se non di più, è una prospettiva da ritenere quanto meno possibile.

Lo spazio virtuale, in quanto impalpabile, si formerà infatti lungo i processi di costruzione sociale dei nuovi individui, parteciperà in modo sempre più pregnante alla costruzione delle identità individuali e, conseguentemente, collettive. Come ho già scritto in “Ragioni di un blog“, noi siamo una generazione di mezzo, l’ultima generazione solida, o semi-solida, prima dell’avvento delle generazioni liquide, prima della liquefazione della struttura sociale in fluidi assembramenti di reti. Siamo gli ultimi ad aver contratto il virus delle nuove tecnologie, di internet e della telefonia mobile, in un’età matura, o quanto meno cosciente, delle nostre vite. Al contrario, le nuove generazioni formeranno una coscienza del mondo bipartita, avendo internalizzato le nuove tecnologie nell’età dell’incoscienza come fossero protesi della mente e del corpo, e, pur adattandosi a distinguere tra concreto e virtuale, riterranno parimenti importanti le due realtà, se non addirittura attribuiranno maggior rilievo alla seconda. Molta della critica psicologica attuale alla tecnologia (Andreoli, Carotenuto, ad es.) ritiene che il pericolo maggiore proveniente dai nuovi archibugi digitali risulti dal fatto che un viziato ragazzino surmoderno non distingua più tra ciò che è davanti ai suoi occhi nel concreto e ciò che è stato frutto di un ologramma computerico, che non sappia più separare le due fasi della sua nuova vita, con gli intuibili problemi di identità e relazione che questo comporterebbe. Virilio va oltre, e ritiene che il maggior problema sia da individuare nell’”intermediazione”, nella mediatizzazione dei rapporti, della percezione e della cognizione. La vera diavoleria dell’era digitale è la soppressione dei rapporti diretti con persone e oggetti la cui conoscenza viene ora affidata all’intermediazione dello schermo o alle ali fluide della rete. La rete permette un molto più comodo contatto con l’altro e con gli oggetti, lo schermo, si sà, è anche scudo, soddisfa una naturale caratteristica del senso di protezione umano: preferire l’incontro con il nuovo tramite una mediazione.

Riassumendo: tempo immediato, rapporto mediatico o, meglio, mediatizzato.

La soppressione della conoscenza diretta – (guardando le statistiche delle ore di chat mondiali c’è da rabbrividire: prendendo ad es. Msn Messenger, dati 2006, 4 ore in media al giorno per utente, il programma guadagna un utente al secondo, vengono inviati più di 4 miliardi di messaggi ogni giorno) – comporta anche il non-sviluppo di alcune fondamentali capacità di rapporto con la realtà che sono temibili e rischiano di ridurre una ipotetica futura generazione allo stato di amebe dell’oceano informatico.

Per non dare tutti i torti all’Osterhammel, l’intermediazione era effettivamente un processo già in corso, ma come il treno e l’aereo, per la velocità, si trattava di processi d’intermediazione relativa; ora, se non siamo ancora di fronte ad una intermediazione assoluta – che equivarrebbe alla scomparsa della specie -, possiamo dirci perlomeno di fronte ad un’intermediazione massale. Processi di intermediazione relativa furono ad esempio la soppressione della tradizione orale in favore di quella libresca. La memoria, prima tramandata per secoli tramite l’uso diretto della voce, ad un certo punto è stata affidata ai libri che, però, per ovvie ragioni materiali, non hanno mai assunto le proporzioni e l’utilizzo dilagante della memoria digitale. La memoria informatizzata sembra oggi poter inglobare anche quella libresca, e la creazione di sempre maggiori database ricchi di informazioni rischia di formare un perverso effetto-delega della memoria. La memoria pensante, sulla scorta di questa tendenza, potrebbe atrofizzarsi in seguito allo sviluppo di sempre più imponenti raccolte di informazioni, un po’ come avvenne per la diminuzione che interessò le capacità del calcolo a mente in seguito alla diffusione del calcolatore. Per una disamina esaustiva andrebbe inoltre sottolineato che il sapere è l’informazione incarnata, viva, che si poggia su una cultura che permette di interpretare le informazioni e inserirle correttamente in un contesto; qualcuno già ritiene lecito supporre che la delega al computer delle capacità mnemoniche conduca direttamente anche ad un affidamento delle capacità relative.

Si potrebbe continuare rievocando esempi elettro-meccanici: l’introduzione dello stimolatore cardiaco, ad esempio, ha affidato il battito del cuore ad un impulso elettrico che lo rende costante ad un ritmo esogenamente preordinato. Potrebbe allo stesso modo succedere che, fra qualche tempo, uno scienziato in vena di scoop e in cerca di quattrini, ci costruisca una bella memoria artificiale da piazzare dritta in mezzo al cervello, un braccio meccanico per sostituire quello perduto in un incidente stradale, e così via; fino a quando la donna bionica, riemergendo dal profondo delle nostre coscienze infantili, in un brutto sogno, copulerà con l’uomo bionico da sei milioni di dollari, che esprimendo il suo seme bionico genererà una copiosissima prole bionica, prevedibilmente bionicamente indistruttibile.

Lo spazio con cui ci dovremo confrontare in futuro è lo spazio virtuale che relativizza lo spazio reale, sdoppia le identità, le coscienze dei luoghi e del sé. Di converso, la critica alla tecnologia non potrà che esser svolta dall’interno, conoscendo la tecnologia, utilizzando i suoi stessi strumenti. Internet non è solo uno strumento infernale, è anche uno strumento paradisiaco, idillico, potrebbe essere addirittura il luogo dell’idealità, dove ognuno si manifesta e dipinge secondo le proprie preferenze, esattamente secondo come si vorrebbe. L’idealità può essere realizzata nel mondo virtuale con tutta la sua dirompente violenza e il suo dispotismo, l’idealità è l’eliminazione dell’imperfezione, che può voler dire due cose, la fine delle differenze o la fine dell’uomo, che infondo sono la stessa cosa.

Tags: , , ,

Lascia un commento