In questi giorni mi trovo a studiacchiare un po’ qui e un po’ là di agricoltura e ambiente, e a stendere qualche appunto, riflessione o bozza, in funzione di una futura tesi di laurea, una benedetta e futura tesi di laurea. Già che devo fermare i pensieri su fogli, siano essi informatici o di carta, son ben felice di condividerli e metterli a disposizione. Questo spazio si potrebbe chiamare “appunti per una tesi di laurea”. Penso che nei prossimi mesi capiterà spesso di leggere da queste nostre pagine appunti e note di questo tipo. Oggi partiamo da una riflessione generale che tenta di tracciare una sintesi riguardo le mancanze della politica globale, anche verso i temi dell’ambiente. Come sottolineava Beck nel suo “Che cos’è la globalizzazione?” il vero problema per la formazione di una politica globale non è tanto la sua attuale, e pressochè totale, assenza, ma il fatto che questa non venga ancora avvertita come una mancanza.
Negli anni ’70, un gruppo di biologi scoprì nella carne di alcuni pinguini al Polo Sud un’alta concentrazione di sostanze tossiche d’origine industriale che, dai prodotti e dalle ciminiere delle industrie chimiche, erano penetrati, in qualche modo, nell’ultimo lembo di una natura apparentemente incontaminata. Con il vertice tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, questa esperienza storica di crisi ecologiche globali si è concretizzata e puntualizzata politicamente nella formula e nella richiesta di uno sviluppo sostenibile (sustainable development). In ogni parte del mondo questo principio, nella prassi politica quotidiana, viene interpretato da gruppi diversi in maniera differente, e la conferenza successiva a New York nell’estate 1997 ha mostrato quanto scarse siano le conseguenze pratiche prodotte da vertici di questo tipo. “Malgrado ciò, ora è disponibile un criterio (contraddittorio dal punto di vista dei contenuti e dunque meritevole di una ridiscussione politica), rispetto al quale il fare e non fare di tutti gli attori sociali, ovunque nel mondo, in quasi tutti i campi sociali, può essere misurato e criticato” (Beck, 2001, pp. 35-36). La nuova globalità, insomma, favorisce la diffusione di categorie valide in vaste plaghe del pianeta, il modo di consumare, le scelte politiche e produttive, il modo di muoversi, l’introduzione della biotecnologia in campo agricolo, le scelte legate alle fonti energetiche, appartengono alla vasta gamma di argomenti che, con l’interconnessione crescente dei luoghi e delle popolazioni, trovano uno spazio di discussione, pubblica e politica, nuovo. Esiste, quindi, una globalizzazione ecologica, in cui la tematica ambientale diviene fronte comune e si avverte come una questione di responsabilità orizzontali, che andrà affrontata con un intervento sovranazionale concordato e unitario. Tale percezione risulta tanto più forte nel momento in cui “i pericoli ecologici globali creano il bisogno di difendere e aiutare un clima morale che si consolida in misura proporzionale alla grandezza del rischio e dei pericoli percepiti” (Beck, 2001, pp. 94).
Di converso, la globalizzazione soprattutto dal punto di vista economico e deregolamentativo impone nuove criticità rispetto alla delicata questione ambientale e alla sua trattazione e gestione politica. Nella forma attuale i processi globalizzanti impongono, infatti, un drastico ridimensionamento dell’autorità statale, l’imporsi di flussi (culturali, sociali, economici, informazionali) a livello sopranazionale erodono alla base il principio territoriale dell’autorità statale, che risulta sempre più inadeguata a dare risposte alle nuove questioni e ai nuovi scenari che si vanno profilando. Lo stato-nazione che per tutto il novecento era unità di riferimento per l’analisi sociale e culturale, nonché per il suo ruolo politico e economico, si deve confrontare ora con molti attori trasnazionali che occupano spazi non regolati e non legittimati, perchè al di fuori di qualsiasi dimensione istituzionale. “Il sottrarre alla sovranità statale le proprie prerogative ortodosse – avverte il sociologo polacco Zygmunt Bauman - è per i partecipanti del capitale globale la più sicura e ambita garanzia del proprio incontrastato dominio globale, l’odierna frammentazione politica ha reso impossibile, se non impensabile, una qualsiasi azione politica, o quantomeno democraticamente controllata, equiparabile alla dimensione globale delle forze economiche” (Bauman, 2003, p. 76).
Se fino a due decenni fa lo stato-nazione europeo poteva contare sul prelievo fiscale – che sanciva ancora il primato della politica sull’economia – come principio della propria autorità e principale mezzo di direzione politica, oggi, come lo stato stesso, la base territoriale del sistema di imposizione fiscale si trova ad affrontare i movimenti globali delle grandi compagnie multinazionali. Quelle grandi compagnie economiche che – e non a caso Ulrich Beck le definisce “contribuenti virtuali” – “utilizzano una sede produttiva laddove la manodopera è più conveniente, hanno sede amministrativa laddove v’è una pressione fiscale più attenuata e ricevono sussidi proprio dalle nazioni più ricche” (Beck, 2001). Davanti a tali processi il vecchio modello statale vede limitata la propria capacità di agire e screditati i mezzi con cui condurre l’azione, per via di un’economia sempre più deterritorializzata (Bauman, 2003). La relativizzazione delle vecchie categorie spaziali, unitamente alle ridotte capacità di azione dello Stato, privato della leva fiscale e di un controllo politico delle attività economiche e produttive, determinano l’incapacità di rispondere adeguatamente alle sempre maggiori questioni che gli effetti della deregolamentazione – che spesso accompagnano quelli di globalizzazione – provocano a livello locale e sovra locale.
Si apre quindi un dialogo tra la sfera globale e quella locale, che ridimensiona notevolmente le capacità e i poteri delle singole entità nazionali. A questa situazione una prima risposta sembra provenire dall’Unione Europea che interpreta, almeno a livello comunitario, i panni di istituzione sovranazionale in grado, certo non definitivamente, di rispondere con maggiore adeguatezza ai nuovi problemi dell’ambiente. La politica ambientale europea è il principale strumento con cui gli stati comunitari tentano di risolvere o attenuare i principali rischi ambientali legati in primo luogo all’inquinamento e agli effetti relativi (Beck, 2001). Lo stato non viene quindi messo in discussione nel suo ruolo di referente, ma vede radicalmente mutata la propria posizione, divenendo livello istituzionale d’intermediazione tra la sfera della agire globale e le scelte/azioni intraprese a livello locale.
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