Yogurt, Europa e Neo-liberismo

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Da qualche tempo rimbalza su internet una storiella di yogurt e speculazioni, una storia di fondi UE distorti e utilizzati nel peggiore dei modi: per riempire le tasche già colme di un imprenditore dell’agro-alimentare, attraverso i soldi dei contribuenti di tutta Europa! L’imprenditore in questione è il Müller degli yogurt, quello che nei suoi spot pubblicitari ci invita a fare l’amore con il sapore

Pur riferendoci a fatti un po’ datati (marzo 2007), ci pare giusto continuare a dare visibilità ad una denuncia che (come molte altre) non ne avrà mai troppa. Ci pare opportuno perché, questo della Müller, sembra un caso capace di raccontarci qualcosa sul nostro tempo, un caso eloquente, che spiega bene la nostra situazione attuale.

Sentiamo parlare spesso di globalizzazione, di primato dell’economia sulla politica, di potere neo-liberista, ma tutto rimane avvolto in una lontana, fumosa teoria, frutto della mente di qualche impolverato accademico. Questa è l’impressione che ci accompagna fino al giorno in cui un nostro caro o un nostro parente, non finisce col sedere a terra, senza un lavoro e senza una giusta causa. Magari, come in questo caso, senza un’occupazione, per sfizio e velleità di un padrone indefinito e indifferente.

Ma veniamo alla storia del Sig. Müller, riporto di seguito il testo che mi è stato spedito dal fido Zuja:

(la vicenda è comprovata dalle pagine di fonti autorevoli come Repubblica, EcPlanet, etc)

Il Sig. Müller è uomo della bassa Baviera, un imprenditore di successo, il suo yogurt lo avrete già visto alla pubblicità o sui banchi dell’ipermercato. L’affare è semplice: le vacche fanno il latte e il Sig. Müller si adopera per trasformarlo in yogurt e impacchettarlo ben bene. Lo yogurt, poi, sopra minacciosi camion, viene spedito ai nostri supermercati a molti km di distanza, dove noi, poi, potremo comprarlo.

Siccome il Sig. Müller è un imprenditore, ha deciso di non accontentarsi del solito tran-tran e di intraprendere una nuova avventura: ha deciso di aprire una nuova fabbrica. Più precisamente, la costruisce in Sassonia, nell’Est della Germania. In fondo, a nessuno serve una nuova fabbrica casearia perché da quelle parti ce ne sono già troppe e si producono già troppi latticini. Il Sig. Müller, sicuro del suo intuito di navigato uomo d’affari, decide di costruirla lo stesso. Guarda a caso, la Sassonia è una delle regioni “depresse” della Germania, poco lavoro, basso tenore di vita: lo stato da soldi a chi costruisce nuove fabbriche. Di posti di lavoro, infatti, a differenza del latte, non ce ne sono mai abbastanza. Quindi il Sig. Müller ha compilato una domanda, l’ha portata alla posta e l’ha spedita verso istituzioni nazionali e comunitarie. Qualche giorno dopo, la regione Sassonia e l’Unione Europea, da Bruxelles, gli hanno inviato un assegno di 70 milioni di Euro, sette zeri, quindi tantissimi soldi, molto più di quanto entri nel vostro salvadanaio. Il Sig. Müller, dunque, ha costruito la sua nuova fabbrica ed ha assunto 158 persone. Verrebbe da dire “sig. Müller filantropo!”

Quando la fabbrica del Sig. Müller poi ha prodotto tanti latticini, lui si è accorto che non riusciva a venderli tutti, poiché ci sono già troppe fabbriche casearie e, conseguentemente, troppi latticini: ma sia il Sig. Müller che i signori della regione Sassonia e dell’Unione Europea già lo sapevano e, nonostante ciò, i soldi sono arrivati lo stesso: non i loro soldi, i nostri soldi!

Allora, cosa ha fatto il Sig. Müller ?

Nel nord della Germania, il Sig. Müller, ha un’altra fabbrica che stava lì da 85 anni. Siccome ora c’era la bella fabbrica nuova in Sassonia, lui non aveva più bisogno di quella vecchia nel nord, così, l’ha chiusa e 175 persone hanno perso il lavoro. Se siete stati attenti avrete già notato che Müller ha eliminato 17 posti di lavoro in più di quanti ne avesse creato. Per fare questo, gli sono stati destinati 70 milioni di Euro.

Se dividete per 17 i 70 milioni saprete, in men che non si dica, che il Sig. Müller per ogni posto di lavoro eliminato ha preso più di 4 milioni di Euro.

Intanto, il Müller non se n’è stato certo lì seduto a piangere le vite lavorative sacrificate e ha pensato a come stare meglio, ha pensato che l’Austria è più bella e più chic della volgare Baviera ed ha deciso di cambiare residenza. Sapete, il Sig. Müller da tempo avrebbe voluto risparmiare sulle tasse di successione!

La prossima volta, davanti al banco del supermercato – ci consiglia la storiella – lasciate semplicemente nello scaffale le cose del Sig. Müller e comprate altre marche. Sono ugualmente buone, spesso costano meno e magari sono prodotte da un imprenditore che nel termine “responsabilità sociale” vede ancora un senso.

Infine – ci dice ancora il nostro narratore – dimenticavo di dire a tutti coloro che ancora non lo sanno: Müller appoggia la NPD partito nazionaldemocratico della Germania, (cioè neonazista), in quanto a capo di questo gruppo ci sono suoi cari amici. Un altro motivo per lasciare le sue cose negli scaffali!

A questa storia che si può aggiungere? Non molto per la verità.

Questo fatto di cronaca è un tipico esempio – e nemmeno il più grave – di come agiscono i meccanismi della globalizzazione economica, un chiaro esempio di distrazione di fondi da usi pubblici, potenzialmente positivi, a interessi privati e particolari, nascosti sotto le false sembianze di “buon progresso”. Il cambiamento di residenza voluto dal Sig. Müller è molto indicativo in tal senso. Scrive Ulrich Beck, sociologo tedesco tra i più importanti: “le multinazionali dell’economia globalizzata potrebbero essere definite come “contribuenti virtuali”: esse pagano le tasse nella nazione che offre la tassazione più favorevole, versano i contributi laddove l’imposizione fiscale è meno accentuata, delocalizzano dove la forza lavoro è più conveniente e ricevono sussidi proprio da quegli stati ricchi a cui, ormai, sono legate solo dal nome”. La presenza di flussi economici al di fuori di qualsiasi regolazione istituzionale è il risvolto più subdolo dei fenomeni di globalizzazione e significa che è l’economia a normare la società, i suoi tempi, i suoi valori: “Il sottrarre alla sovranità statale le proprie prerogative ortodosse – avverte il sociologo polacco Zygmunt Bauman - è per i partecipanti del capitale globale la più sicura e ambita garanzia del proprio incontrastato dominio globale, l’odierna frammentazione politica ha reso impossibile, se non impensabile, una qualsiasi azione politica, o quantomeno democraticamente controllata, equiparabile alla dimensione globale delle forze economiche”. Se fino a due decenni fa lo stato-nazione europeo poteva contare sul prelievo fiscale come principio della propria autorità e principale mezzo di direzione politica, oggi, manager e finanzieri delle grandi corporation possono fare il bello e il cattivo tempo, senza remore e preoccupazioni, passando sopra la pelle dei lavoratori, sopra le richieste della politica nazionale, sopra i diritti sindacali e, non di rado, sopra quelli umani.

Si potrebbe, poi, osservare come, dall’analisi dei dati degli ultimi 10 anni, non sia inverosimile prospettare un crollo della società del lavoro e l’avvento di una società senza lavoro o, almeno, senza il lavoro per come lo abbiamo inteso fino ad oggi. Le multinazionali, slegate da ogni vincolo, sembrano volersi sbarazzare del lavoro e se un tempo l’imprenditore, legato per natura al territorio, non poteva che dare ascolto alla propria controparte, oggi, agli occhi di compagnie che hanno sedi in ogni parte del mondo, nessuno sembra più insostituibile. La parzializzazione, la precarizzazione, la diminuzione quantitativa dei posti di lavoro sono uno squillante campanello d’allarme, eppure nessuno, sia a livello nazionale, sia a livello europeo, sembra aver preso seriamente in considerazione le questioni poste dalla caduta del patto sociale: quel patto storico su cui si sono fino ad ora fondate le democrazie di tutta Europa e che vedeva indissolubilmente legati capitalismo, lavoro e democrazia. Si temporeggia, si battaglia fieramente per la seggiola del potere e ci si dimentica di una forbice sociale che amplia il suo angolo inesorabilmente. Siamo sempre parte di patrie fondate sul lavoro, anche laddove il lavoro – per come lo avevamo inteso – non c’è e non ci sarà più.

Dopo molta teoria, un riflessione vicina all’esperienza quotidiana: lo yogurt fatevelo da soli!

Il narratore della storiella sopra riportata ci ha invitati ad abbandonare lo yogurt del Sig. Müller sui banchi del supermercato, io vi invito a fare di più: rileggete il manifesto della decrescita e rifletteteci. Lo yogurt prodotto in casa è facile, è buono, è economico e sostenibile.

In questo momento storico dai valori un po’ sfasati, riequilibrare il rapporto uomo-natura significa anche passare attraverso la rinuncia.

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