Sono finiti i tempi delle super-vacche

8, Novembre, 2007

di Luca Canova

Con l’esaurimento delle provvidenze assicurate da Agenda 2000 tutto il comparto agricolo dell’Europa occidentale si appresta a uscire lentamente dal regime di economia assistita che ne ha condizionato le dinamiche negli ultimi 20 anni. Gli obiettivi degli anni ’50 che miravano a garantire l’autosufficienza alimentare europea sono stati ampiamente raggiunti al termine degli anni ’60 per poi proseguire, sull’onda degli anni ’70 fino a trasformare il comparto agricolo in un sistema iper-produttivo che ha generato diseconomie ed eccedenze negli anni ’80 e ’90. Dal 1992, con la riforma MacSharry, l’UE ha cercato nuovi indirizzi produttivi che riducendo le produzioni nel comparto cerealicolo (ma non solo) garantissero un miglior contributo al sostegno dei prezzi sul mercato. Fra questi, direttamente o indirettamente derivati dalla riforma, le cosiddette misure agro-ambientali che includevano anche finanziamenti per riduzione di composti chimici, per la riforestazione, per la creazione di ambienti naturali e la salvaguardia di razze rurali a rischio di scomparsa.
Questi indirizzi strategici della UE venivano poi ratificati dalla dichiarazione di Cork che, per la prima volta, attribuiva con chiarezza al comparto agricolo europeo funzioni non più strettamente legate a quelle di produzioni di beni primari, bensì funzioni quasi “sociali” di difesa del territorio e promozione dell’ambiente agricolo e naturale. A giudicare dai primi “report” pubblicati l’enorme ammontare speso dall’UE nei progetti agro-ambientali non ha avuto gli effetti attesi e desiderati dagli ecologi europei, ma hanno comunque rappresentato un primo passo nella giusta direzione (Ormerod et al. 2003, Kleijn et al. 2003 Journal of Applied ecology). Fa i principali difetti di questa strategia il fatto che le misure agro-ambientali siano state applicate diffusamente dove l’agricoltura presentava già tratti estensivi e alta biodiversità (mentre ci si attendeva il contrario) e il fatto che ben raramente gli ecologi siano stati inseriti nella progettazione di ampia e media scala.
Ma, qualche sia stata la loro efficacia l’adozione di queste misure ha certamente segnato un momento di svolta nella politica agricola comunitaria. Svolta che diviene ancor più percepibile con l’avvio delle nuove misure agro-ambientali, che saranno quantitativamente inferiori rispetto al passato e qualitativamente improntate su una decisa linea filo-ambientale. Il mondo sviluppato è ormai davanti ad una barriera anche per quel che concerne la politica agricola. E’ un fatto, difficilmente negabile, che alla nostra opulenza e al nostro spreco si contrappongono ormai le aspirazioni di milioni di uomini che traggono anche dallo sviluppo della loro agricoltura le speranze di un futuro migliore. Se è vero, come pare, che ciascuna vacca giapponese ha ricevuto 7 dollari all’anno di aiuti dal suo governo, mentre i bambini africani ricevevano 0,80 centesimi, allora c’è qualcosa che non funziona, qualcosa di inaccettabile che mette a rischio la nostra convivenza futura con popoli che hanno 3, 4, 10 volte il nostro tasso di incremento demografico. Se è vero, come sembra, che vaste aree del Sud America sono a rischio di carestia per la difficoltà di esportare a prezzi convenienti le loro produzioni agricole verso nord, non ci dobbiamo poi stupire se le popolazioni andine votano “caudillos” e “cocaleros” o venerano Chavez.
E fermiamoci qui, perché ci siamo capiti.
La difficoltà sta nel trovare un rimedio ad una situazione che ormai è chiaramente consunta. A sentire i conservatori, si dovrebbe far finta di niente ed andare avanti nel buttare le scarse risorse europee nel crogiuolo nel mercato agricolo protetto. Se dovessimo invece ascoltare gli estremisti del liberismo europeo dovremmo chiudere il rubinetto dei finanziamenti garantiti al comparto agricolo e trasferirli tutti sul comparto della ricerca e dell’innovazione. Dubito che auspichino queste misure per pietà nei confronti del bambino africano denutrito, ma resta una proposta in campo. Proposta che non convince per i seguenti motivi:

Lo si voglia o no, più di tre quarti del continente europeo è costituito da ambiente agricolo, che forma quindi il più vasto ambiente semi-naturale del continente.

Questa enorme superficie è gestita direttamente o indirettamente da privati ed è quindi soggetta alle leggi di mercato

Vaste parti di questa superficie, in particolare in Olanda, Italia del nord, Germania settentrionale, etc, rischiano, se sminuite nel loro valore economico, di diventare preda dell’inurbamento e dell’infrastrutturazione non pianificata.

Un ambiente agricolo non controllato dal gestore diviene inevitabilmente oggetto di appetiti diversi: dalle discariche (abusive e non), alle cave, a tutto il resto.

Insomma, sembra a tutti chiaro che un improvviso abbandono del sostegno all’economia agricola metterebbe a rischio, prima ancora che il comparto, l’ambiente e il territorio. E questo ancor più velocemente dove le pressioni delle aree metropolitane premono, come nel lodigiano. E’ probabile che il tempo delle super-vacche, che super-producono (a super-costi) un super-latte, sia finito, dato che mancano super-uomini. Il tempo delle produzioni indifferenziate e massive anche.
In prospettiva sopravviverà, anche con piccole unità aziendali, chi riuscirà a mettere sul mercato il prodotto unico (più che quello tipico), la cultura, l’ambiente, la didattica, il turismo, l’energia, la pesca e quant’altro.
In questo panorama, ecco perché assume importanza strategica la questione della tutela del territorio e del paesaggio e perché le associazioni agricole affiancano l’ambientalismo nelle manifestazioni, nelle commissioni e nei convegni. Perché un paesaggio gradevole e intoccato costituisce la cornice di riferimento entro la quale una nuova economia agricola, sia pur parzialmente assistita, può affermarsi, cosa che non può accadere entro ambienti frammentati e inclusi in una matrice urbanizzata e infrastrutturata.

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