Canzoni a Manovella

26, Novembre, 2007

Le recensioni sono i cheese burger della scrittura. Siamo partiti per gioco e per divertimento da lì. Internet per un periodo era soprattutto lunghe chiacchierate su Debaser, con gente più o meno esperta, ma in ogni caso appassionata. Ogni tanto mi vien ancora voglia di tornare. Cancellerei volentieri tutte le recensioni alle mie spalle, ma sicuramente salverei l’esperienza di Debaser: esperienza fatta in una comunità che era e rimane l’unica comunità musicale “sana”, di gente che vuole condividere ascolto, pareri e tecnica, per piacere, senza snobismo. Chiusa la premessa un po’ autoreferenziale, provo nuovamente a passare un’impressione.

Di Canzoni a Manovella è da anni che tento di portare a termine una recensione, senza mai essere arrivato in fondo. Questo succede ogni qualvolta si tenta di fermare con le parole una sostanza fluida ed evanescente. Cercare di racchiudere un disco splendido (musica e poesia, quindi) con una descrizione è mission impossible.
Per Canzoni a Manovella mai troverei parole sufficienti a darne la misura; al consiglio di ascoltarlo potrei solamente aggiungere la mia gratitudine nei confronti del suo autore, per avermi saputo restituire al regno dell’infanzia, al mondo delle visioni e delle atmosfere che se n’erano andate col passare degli anni.
Ricordo quand’ero piccolo e ogni soprammobile della casa aveva un storia, un nome; qualsiasi statuina, quadro, suppellettile, aveva un segreto che sapevamo solo io e loro. Tutto aveva un posto ordinato e preciso nella mia fantasia, la casa era uno scrigno di storie infinite e tutte intrecciate, era un atlante in cui ogni cosa era a portata ma proveniva da un mondo lontano.
Ora, tristemente, costato il mio sguardo distratto e mi accorgo di non sapere nemmeno quali soprammobili vivano con me nella mia casa, di non sapere nulla di loro, del loro mondo, delle loro posizioni nella mia testa. Non è che non vorrei – vorrei eccome – ritrovare quella stessa intensità col circostante, è che non posso, non lo so più fare. Molte volte crescendo mi sono detto “non lo sai più fare”. Impariamo negli anni molte cose di cui andiamo fieri, ne perdiamo altre di cui siamo totalmente ignari. Mi accorgo che passato il metro e cinquanta incomincia una dura lotta per conservare l’incanto, per continuare a guardar le cose con la stessa grazia, con la fervida fantasia, attraverso l’immaginazione.

Questo Canzoni a Manovella di Vinicio Capossela (evocativo sin dal titolo) mi ha aiutato in questa battaglia, mi son sentito di nuovo sorpreso a immaginare luoghi e situazioni, personaggi e mari lontani, tra le lenzuola. Proprio come quando mi raccontavano una fiaba, con queste canzoni, so che per un’ora rimarrò in un altro mondo, con la bocca aperta e gli occhi fissi al soffitto.
Non esagero quando dico (e lo dico spesso) che queste canzoni a manovella son tra le cose più belle che io abbia potuto ascoltare in questi anni. In esse ritorna un universo sonoro che mi appartiene, la meccanica di vecchi giocattoli e dei carillon, con loro valzer, marcette, orchestrine, forzuti, equilibristi, pagliacci, giocolieri, mostri marini e un’infinità di strani strumenti. Indefinibile, ogni brano, ogni volta una poesia, parole e musica che volano leggere, armoniche, comiche, come fossero una sola cosa, un solo flusso. Questo disco è un’istante illuminato, il momento in cui l’artista compie il suo incantesimo, la sua rivelazione: trasferire le note dall’atmosfera alla carta, portare con sé il navigante, in tutte le regioni e i secoli di un’Europa che si affaccia mai così bella e ricca d’arte. Un istante che per il buon Vinicio potrebbe anche non ripetersi più.

Di seguito una breve intervista rilasciata da Vinicio Capossela all’uscita di Canzoni a Manovella.

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