Avvilire la natura significa avvilire l’uomo, a tal proposito, mi piace sempre citare una frase di Konrad Lorenz, contenuta nel mitico “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”: “Ciò che in questo barbaro processo di avvilimento l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato. La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro perché va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile”. Ammiro Lorenz per molti motivi: la chiarezza, la capacità di trasmettere in modo intuitivo anche i concetti più difficili dell’ecologia, la passione, ma soprattutto perchè ad un certo punto della sua carriera ha capito che uno scienziato non poteva limitarsi alla ricerca, che urgeva darsi una mossa e comunicare all’uomo in modo immediato quanto esso stava combinando.
Personalmente è una vita che cerco il nesso – se vogliamo anche un po’ romantico – che lega l’uomo ai suoi paesaggi, al territorio. L’influsso dei luoghi sulla vita e sulla formazione delle personalità è un aspetto che continuo a reputare interessante e tutt’altro che esaurito. L’attaccamento ad un luogo, il pensarsi per luoghi, il sentirsi parte del tutto in determinate condizioni sono argomenti oggi analizzati da quegli studi di eco-psicologia che, ormai dieci anni fa, hanno preso il via in Inghilterra.
Questo rapporto ancestrale, però, al di là dei freddi studi da ambulatorio, sembra svelarsi meglio tra le pagine di romanzi: i grandi scrittori, ognuno a proprio modo, hanno dato una propria personale visione dei luoghi e del rapporto tra personaggi e scenari, pensate a Tolstoj, Saramago, Hesse, Cohelo, Kawabata, e potrei continuare a lungo.
Al giorno d’oggi però, abbruttiti dalla società schizzata e malata di cose, nella civiltà che reifica anche il sentimento, per credere alla favola romantica dell’influsso esistente tra habitat e abitante, abbiamo bisogno di dati, informazioni scientifiche, argomenti ragionevoli, certi!, che ci facciano dire, alla luce di un tornaconto positivo: la natura ci conviene (al di là di valori come bellezza, idealità, armonia, gratuità, salute, ec)
Per questo oggi – e spiace dover arrivare a questo – riadattando vecchi appunti raccolti durante le preziose ore del Professor Lassini vorrei provare a fare una sintesi degli studi tesi a dimostrare scientificamente l’importanza di un ambiente sufficientemente verde come paesaggio delle nostre vite.
Molte volte mi sono chiesto: è possibile dare dimostrazione pratica del positivo influsso del verde, della natura, delle piante sul nostro stare al mondo? Possiamo dire attraverso rilievi empirici che “un po’ verde” è meglio di “per nulla verde”? Che Parigi è meglio di Milano? I dati che vi andrò ad elencare affermano di sì.
Da qualche anno a questa parte si sta cercando di fornire dei rilievi quantitativi sull’effettivo contributo della vegetazione nel modificare alcuni fattori ambientali quali il clima, la qualità dell’aria, il ciclo dell’acqua, la biodiversità della fauna e, non ultimo, sugli effetti esercitati dalle aree verdi sullo stato di salute psico-fisica dell’uomo (McPherson 1995, McPherson et Al., 1995; Mc Pherson, 2001; Ferrini, 2003). Noi analizzeremo in particolare i seguenti aspetti:
La qualità dell’aria
La qualità dell’aria che respiriamo si può considerare influenzata o condizionata dalla presenza del verde urbano in due modi sostanziali: l’organicazione dell’anidride carbonica prodotta dalla respirazione degli esseri viventi, associata alla produzione di ossigeno durante la fotosintesi clorofilliana, e la cattura del particolato sospeso (vera e preoccupante forma di inquinamento e causa di molte comuni malattie o insufficienze respiratorie).
Il miglioramento della temperatura e il risparmio energetico
La modifica del microclima intorno alla pianta, non si traduce solamente in un abbassamento della temperatura in estate ed all’effetto frangivento delle siepi d’inverno: disponendo alberi, arbusti, rampicanti ed altre strutture in maniera appropriata intorno alle case è possibile ridurre i consumi energetici necessari a mantenere un ambiente confortevole sia in inverno, sia in estate, diminuendo la richiesta di energia che mai come in questi ultimi anni è stata così elevata. In uno studio condotto negli Stati Uniti, per esempio, è stato verificato che in città con più di 100.000 abitanti l’energia richiesta durante i picchi di calore aumenta del 2% ogni 0,6°C in più di temperatura.
E’ noto che gli ambienti urbani sono significativamente più caldi delle aree rurali, con differenze che vanno da un minimo di 1,1°/4,4°C in città dal clima temperato, fino ai 10°C di Città del Messico (DOE, 1996). Le cause di queste isole urbane di calore sono ben note: in ambiente rurale, gran parte dell’energia solare che colpisce la vegetazione è usata dalle piante per i processi metabolici. Il processo chimico-fisico che più influenza il microclima intorno alla pianta, però, è dato dalla traspirazione, mediante la quale viene sottratto calore all’aria. Da uno studio di Nowak (1999) si evince che sotto piccoli gruppi di alberi o alberi singoli con copertura erbosa, la temperatura pomeridiana dell’aria a 1,5 metri sopra il livello del terreno è da 0,7° a 1,3°C più bassa che in altre zone. Un albero adulto con una grande chioma può, infatti, evaporare fino a 25 litri di acqua al giorno, producendo, nei climi caldo-aridi, l’equivalente di cinque condizionatori che funzionino per 20 ore di seguito (Semrau, 1992).
L’effetto più macroscopico però, nell’abbassamento di temperatura da parte degli alberi, è determinato dall’ombreggiamento nei confronti degli edifici. Grazie ad una corretta progettazione di giardini intorno alle case, o dei viali alberati in città, è possibile ridurre anche notevolmente la richiesta di energia per il condizionamento estivo, arrivando a ridurre i costi fino al 25% associandovi l’azione frangivento invernale.
Gli alberi, specialmente se con alte ed ampie chiome, dovrebbero essere piantati sul lato sud della casa, per provvedere al massimo ombreggiamento: in questo caso, l’efficienza del condizionamento interno viene aumentata fino al 20%. Gli alberi o gli arbusti con chiome più basse, invece, sono più appropriati sul lato ovest, dove l’ombra è necessaria solo al pomeriggio, o per ombreggiare ogni zona asfaltata: ciò riduce il calore irraggiato dal basso, e raffredda l’aria prima che raggiunga i muri della casa o le finestre.
La mitigazione dell’effetto serra
Livelli crescenti di anidride carbonica (CO2) ed altri gas come il metano (CH4), e l’ozono (O3) contribuiscono ad aumentare l’effetto serra, maggior imputato dell’aumento della temperatura globale dell’atmosfera (Nowak and Crane, 2002): il riscaldamento, infatti, è dovuto all’energia cinetica impressa dalla radiazione solare alle molecole di gas che, vibrando e muovendosi più velocemente, irradiano calore ed impediscono ai raggi solari, una volta rimbalzati sulla terra, di disperdersi nello spazio.
In effetti, la temperatura media della superficie terrestre è aumentata tra gli 0,3 ed i 0,6°C dalla fine del 1800, mentre studi recenti ipotizzano che aumenterà tra 1 e 3,5°C entro il 2100 (Hamburg et al., 1997). L’anidride carbonica è il dominante tra i gas deputati all’effetto serra, e l’aumento dello stesso è dovuto in particolar modo alla combustione dei combustibili fossili (circa l’80%) ed alla deforestazione. Si calcola che il carbonio atmosferico aumenterà approssimativamente di 2600 milioni di tonnellate annualmente (Sedjo, 1989).
Com’è noto, gli alberi fungono da intercettatori di CO2 fissando il carbonio durante la fotosintesi e immagazzinandone l’eccesso sotto forma di biomassa.
I boschi periurbani, i parchi cittadini e i giardini, fungendo da accumulatori di CO2, giocano un ruolo fondamentale nel combattere i livelli crescenti di anidride carbonica atmosferica: a titolo indicativo, si può ritenere che un albero di dimensioni medie riesca ad assorbire, durante il suo ciclo vitale, circa 2,5 tonnellate di anidride carbonica (Giordano, 1989). Un ettaro di bosco assorbe, in un anno, la CO2 prodotta da una autovettura che percorra circa 80.000 km, e produce l’ossigeno necessario per 40 persone ogni giorno (A.A.V.V., 1996).
La vegetazione come filtro per gli inquinanti
E’ stato calcolato che, per il solo effetto della respirazione, almeno mille metri cubi di aria vengono viziati da ogni abitante durante 24 ore, e se l’aria non subisse, grazie all’azione fotosintetica dei vegetali, un continuo ricambio, si formerebbe una colonna inquinata fino a otre 30 metri di quota (Giordano, 1989). Questo tipo di inquinamento, generato dalla respirazione degli esseri viventi, non è, però, che una parte infinitesima, addirittura trascurabile, della componente contaminata e potenzialmente dannosa dell’aria che respiriamo.
L’unità di misura utilizzata per quantificare la concentrazione di inquinamento da particolato sospeso è, solitamente, il PM10, abbreviazione di particulate matter avente un diametro inferiore ai 10 µm e misurabile in µg*m-3 di aria. Questo tipo di particelle rappresentano la maggior parte della massa totale del particolato sospeso in atmosfera. Per convenzione, la PM10 si intende formata da composti organici e naturali, mentre la PM2,5 (diametri inferiori ai 2,5 µm), frazione fine, contiene in maggior parte particelle di formazione antropogenica, come fuliggine, nitrati e solfati. E’ genericamente riconosciuto che sia proprio questa piccola percentuale di particelle fini a causare malattie polmonari ed infiammazioni dell’apparato respiratorio (Beckett et al., 1998), e la gravità di questo problema è accentuata dal fatto che in ambiente urbano fino al 90% delle emissioni di questo tipo provengono dal traffico stradale, in particolar modo dai veicoli Diesel.
Le foglie degli alberi, specialmente quelle con determinate caratteristiche, hanno la capacità di catturare le particelle inquinanti che si depositano sulla superficie fogliare; tali particelle, poi, seguiranno due destini alternativi: in alcuni casi, verranno assorbite dalle cellule fogliari ed entreranno, a vario titolo, nel metabolismo dell’albero; in altri casi e più semplicemente, vi si accumuleranno fino a quando le precipitazioni non le convoglieranno a terra.
Alcuni lavori volti a determinare quale sia l’entità, qualità e quantità, del particolato accumulato sulle foglie, e quali siano le caratteristiche di queste ultime che più favoriscono l’adesione delle particelle ed il loro accumulo sono presenti in letteratura ed i dati ottenuti meritano alcune riflessioni. Beckett et al., (2000), per esempio, hanno studiato questa dinamica in quattro siti a Londra e dintorni, diversi per copertura vegetale, fonte di inquinamento, e distanza dal fattore inquinante. L’efficienza nella cattura e ritenzione delle particelle si è dimostrata, anzitutto, sito-specifica; all’interno del medesimo sito, poi, grande variabilità si è rilevata tra le specie. In un parco di 10 ha situato nelle immediate vicinanze di una via a grande percorrenza, a Brighton, un olmo (Ulmus procera) di 21 m di altezza ha fissato, in una sola stagione vegetativa, 1071 g di particolato sospeso, corrispondenti a 475 mg m-2 di area fogliare. Nello stesso luogo, un tiglio di 12 m ha fissato 192 mg m-2 di particelle, mentre una pianta di caratteristiche molto simili, valutata in un altro sito (piccolo parco di 2 ha in città), ha ridotto di 488 mg m-2 di inquinanti.
Un ragionamento particolare deve essere fatto per le conifere: la grande maggioranza mantiene le foglie aghiformi anche in inverno, quindi continua ad accumulare particolato sospeso durante tutto l’anno. Questo conduce a due effetti: mentre la quantità totale di particelle accumulate è generalmente maggiore nelle piante a foglia larga, le conifere risultano più efficienti nel migliorare la qualità dell’aria, perché continuano a “lavorare” anche in inverno, nel periodo, cioè, in cui l’aria è maggiormente inquinata e ricca in PM2,5. In secondo luogo, e direttamente derivato da quanto appena detto, la presenza costante di tossine sulle foglie delle sempreverdi porta a prolungati e più severi danni fisiologici (Beckett et al., 1998).
Chi paga in tutto questo?
L’inquinamento atmosferico rappresenta uno dei principali fattori di stress per la vegetazione in ambiente urbano e interferisce sulle normali attività metaboliche della pianta. Spesso le concentrazioni degli inquinanti non sono sufficientemente alte da risultare letali o direttamente visibili: le interferenze con il perfetto funzionamento del metabolismo sono minime, ma persistenti, e si traducono in manifestazioni asintomatiche diffuse, quali crescita ridotta o stentata, riduzione della fioritura o della fruttificazione, riduzione della stagione vegetativa, senescenza anticipata. La somma di questi fattori causa un malessere diffuso e generalizzato, lo stress da fattori abiotici, appunto, che spesso si traduce in una maggiore vulnerabilità agli attacchi da fattori biotici quali insetti o funghi (Flückiger e Braun, 1999).
Conclusioni
In definitiva, l’importanza del verde nelle aree urbane e periurbane è fondamentale e dimostrabile. Solo una pianificazione/progettazione attenta, che recepisca tali aspetti, può cambiare le carte in tavola.
Attualmente l’Italia sembra non aver imparato nulla dagli errori passati: gli obbrobri degli anni ’60 ci accompagnano o, caso mai, vengono sostituiti da nuovi grattacieli orizzontali, mentre gli spazi verdi non guadagnano un metro. Noi – noi abitanti di quell’area che i geografi definiscono rururbana, periurbana, semi-rurale, ovvero quell’area dove sopravvive uno scampolo di natura – noi non ci accorgiamo di nulla e di questa nostra disattenzione godono lieti i costruttori, i palazzinari e le immobiliari che speculano sul nostro caro paese e – mentre noi dormiamo – ricoprono ogni buco libero con case, capannoni e nuovi splendidi centri commerciali. Niente è stato fatto per una nuova concezione della pianificazione, si pensi a Milano e alla sua escalation di altissimi grattacieli (zona Garibaldi/Repubblica, ad es.). Tuttora lasciamo senza briglie l’espansione edilizia ottusa, basata su un arcaico ed esasperato senso della proprietà privata e ispirata dalla peggiore logica di speculazione. Abbiamo creato e stiamo creando quartieri e tessuti urbani che sono la smentita di ogni norma elementare del vivere civile, privi dei servizi essenziali; il verde è una variabile che ancora oggi non viene inserita nei nostri piani urbanistici, se non come elemento decorativo. I parchi pubblici delle città italiane risalgono tutti a prima della guerra, dopo la guerra non abbiamo saputo creare per le nostre città nemmeno uno spazio verde degno di questo nome.
Le città italiane vantano oggi un primato alla rovescia: quello di essere le città più povere di verde pubblico al mondo. Nessuna, da Roma a Milano, da Torino a Napoli, supera i 3-4 metri quadrati di verde per abitante!! (per non citare i casi limite: Napoli 0,5 mq, Palermo 30 centimetri quadrati di verde procapite!). La media nazionale dei capoluoghi di Provincia scende ad un livello infimo 1 mq per abitante. Certo così, voi direte, potrebbe sembrare anche normale, in media i dati si somigliano tutti. Occorre quindi che vi dica ad esempio che a Parigi si hanno 8 mq di verde/ab., a Zurigo 10, a Copenaghen 12, a Monaco di Baviera 30, ad Amsterdam e Colonia 20, a Leningrado 26, in quel di Stoccolma 100! Quanto alle city americane basterà pensare che New York, considerata una delle megalopoli meno abitabili del paineta, offre ai suoi cittadini 16 mq di verde procapite, ovvero una dotazione di verde per i suoi 8 milioni di abitanti che è sei volte superiore alla somma delle aree verdi presenti nei più di 90 capoluoghi di provincia italiani (i quali ospitano più di 20 milioni di persone).
Riguardatevi.
Bibliografia proposta per questo argomento dal Prof. Lassini nel corso si Organizzazione degli spazi rurali:
A.A.V.V., 1998. Benefici derivanti dagli alberi. Opuscolo ISA.
A.A.V.V., 2004. Progetto RISVEM (RIcerca sui Sistemi di VErde Multifunzionale in ambito toscano). In pubblicazione.
USDA Forest Service, retr. 2004. The urban forest effects (UFORE) model.
http://www.fs.fed.us/ne/syracuse/Tools/UFORE.htm
Beckett K.P. et al., 1998. Urban woodlands: their role in reducing the effects of particulate pollution. Environmental pollution, 99: 347-360.
Beckett K.P. et al., 2000. The capture of particulate pollution by trees at five contrasting urban sites. Arboricultural journal, 24: 209-230.
Ferrini F., 2003. Horticultural therapy and its effect on people health. Advances in Horticultural Science, 1.
Flückiger W., Braun S., 1999. Stress factors of urban trees and their relevance for vigour and predisposition for parasite attacks. Acta Horticulturae, 496: 325-334.
Giordano E., 1989. Verde pubblico e inquinamento. L’Italia agricola, 2: 73-78.
Konijnedijk, C.C., 1999. Urban Forestry: Comparative Analysis of Policies and Concepts in Europe. European Forestry Institute, Joensuu, Finland.
Matta A., Nicolotti G., 1996. Le piante e l’inquinamento dell’aria in città. Inquinamento, 3: 58-62
McPherson, E.G. 1995. Net benefits of healthy and productive urban forests. In: Bradley, G.A., (ed). Urban forest landscapes: integrating multidisciplinary perspectives. Seattle: University of Washington Press: 180-1
McPherson, E.G. 2001. New advances in quantifying the environmental benefits of trees. In: Kollin, C. (ed). Investing in natural capital: proceedings of the 2001 national urban forest conference; 2001 September 5-8; Washington, D.C. Washington, D.C.: American Forests: 20-2
McPherson, E.G., D. Nowak, G. Heisler, S. Grimmond, C. Souch, R. Grant and R. Rowntree. 1995. Results of the Chicago urban forest climate project. In: Kollin, C. (ed). Proceedings of the 7th national urban forest conference; 1995 September 12-16; New York. Washington, D.C.: American Forests
Nowak D.J., retr. 1999. The effects of urban trees on air quality.
www.fs.fed.us(ne/syracuse/gif/trees.pdf
Nowak D.J., Crane D.E., 2002. Carbon storage and sequestration by urban trees in the USA. Environmental pollution, 116: 381-389.
Sedjo R.A., 1989. Forests to offset the greenhouse effect. Journal of forestry, 87(7): 12-16.
Semrau A., 1992. Introducing cool comunities. American forests, July/August: 49-52.
U.S. Department of Energy (DOE), 1993. Tomorrow’s energy today for cities and countries: cooling our cities. http://edis.ifas.ufl.edu/BODY_EH274
U.S. Department of Energy (DOE), 1995. Landscaping for energy efficiency.
http://www.eere.energy.gov/erec/factsheets/landscape.html
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20, Gennaio, 2008 a 8:32 pm
Aggiungo una, come solito, tagliente considerazione del grande Ceronetti, uno dei pochi intellettuali italici ad aver compreso il dramma ecologico…
“Un inferno urbano contemporaneo è fatto di molte cose. Tra le più evidenti, c’è l’eccesso di circolazione di macchine, auto e moto. Contro smog e paralisi si almanaccano palliativi di ogni genere, ma soltanto abbattendo la produzione automobilistica si potrebbe ridare alle città un po’ di respiro post-diluviale. Immediatamente sulle piazze liberate dai grovigli di auto, si adunerebbero a migliaia, e a migliaia di migliaia, i tamburi di latta della protesta di quelli a cui fosse stato restituito il respiro: non vogliono la cura, ma la malattia in tutta la sua spietatezza…Così i chimici che producono veleni per l’agricoltura: vietarli, anche per amore dei loro stessi figli, ne scatenerebbe la collera. Ma sarà la collera dei chimici, o dei veleni in loro? Chi dice che non abbiano un’anima, i veleni che produciamo? …La sola voce concorde, universale, in alto e in basso, grida che nessuna industria si fermi o chiuda, qualsiasi cosa produca, sia pure inutilissima o micidialissima, sia pure destinata a restare invenduta: la sola voce concorde invoca che si aprano cantieri su cantieri e che si investano finanze in nuovi progetti industriali: a costo di qualsiasi inquinamento e imbruttimento, a costo anche di fare accorrere, per l’immediata ritorsione morale che colpisce chi accolga progetti simili, le furie di una intensificata violenza. E se deve, sul mare delle voci tutte uguali, planare una promessa rassicurante, è sempre la stessa: ci sarà la “ripresa”, ne avrete il triplo di questa roba…”
Ceronetti Guido, La Stampa, 9 marzo 1993