Uno sfogo contro l’università..

11, Dicembre, 2007

A qualche giorno dall’ultimo esame credo sia possibile fare un piccolo resoconto della stagione universitaria, allargando le considerazioni a questi 5 anni.
Mi son chiesto spesso: che 5 anni sono stati questi? A parte considerazioni a cui mi sono concesso in casi particolari, ho sempre risposto evidenziando i limiti dell’esperienza accademica e apprezzando i pregi dell’esperienza umana.
Con l’università sono stato critico fin dal termine del primo anno di corso, cioè da quando mi è stato chiaro che le belle speranze riposte in quella istituzione e in quel periodo della vita che mi si apriva davanti erano illusioni, un abbaglio figlio del fascino di una cultura che non esiste, o esiste solo attraverso la rappresentazione formale, e vuota, di se stessa.

Ho scelto lettere e filosofia dopo cinque anni di agraria, scelta coraggiosa (o incosciente) ma dettata sicuramente dal disamore per il tecnicismo. Ho scelto credendo di consegnarmi a una ciurma di pensatori reali, che contassero per quel che avevano detto, scritto, agito e non per il blasone e il ruolo ricoperto (difetti di gioventù). L’università, la nostra, quella milanese, è più o meno una delle tante declinazioni della burocrazia, la struttura che soffoca le idee e svilisce le persone: molti buoni impiegati, ben pagati, assunti e confermati tramite le “conoscenze” e gli amici degli amici, asserviti alla logica omogeneizzante di un potere, che trova una delle sue migliori rappresentazioni nel sopruso giornaliero che passa sopra la testa degli studenti. Studenti che sono numeretti, matricole senza troppa dignità – guardate che non esagero.. – che pagano per stare seduti come porci nella polvere, su scale e pavimenti, per essere trattati come il vuoto cerebrale, che subiscono, ormai indifferenti, le malefatte, le distrazioni, le incompetenze di professori/fantoccio.
Ma le strutture, si sa – costruite dagli uomini – sono caratterizzate sempre da limiti e rigidità, non voglio quindi soffermarmi di più su questo aspetto.
Mi pare invece fondamentale evidenziare la carenza di passione/idee che sta dentro gli atenei universitari (università= “luoghi di culto del pensiero”). Se è tollerabile una certa asciuttezza di pensiero in facoltà tecniche e specialistiche è inammissibile l’assenza di un reale pensiero critico in una facoltà umanistica, che deve mettere al centro il pensiero e i valori dell’uomo. Le lettere, la poesia, la storia, erano dette scienze umanistiche proprio perché nobilitanti l’essere-uomo.
E ora ci ritroviamo con corsi che sono vetrine e non portano a niente e con una debolezza critica (la critica non da intendersi come vuoto disfattismo, ma ricerca di alternative e nuove opzioni..) tale da fecondare e autoriprodurre incessantemente quel pensiero unico che è la gabbia d’oro e cristallo in cui ci siamo isolati (università= “luogo di culto del potere”).
Probabilmente in molti non mi capiranno e probabilmente suonerà qualunquista dire che si vorrebbe un’università fatta di insegnanti e intellettuali e non di galoppini del potere costituito… forse sì, è qualunquismo… ma solo chi ha frequentato quei luoghi, calcato quelle predelle, interloquito con quella gente (che il più delle volte non ha considerazione e rispetto dell’altro), solo costui può avere voce in capitolo e giudicare. Non serve riformare l’università se non se ne cambia il contenuto, i suoi contenuti.

Vorrei infine esemplificare con un rapido e recente esempio.
Il mio ultimo esame era sostanzialmente un esame di storia del colonialismo. Per questo esame ho dovuto studiare 500 pagine di nomi e date, più altri due insulsi libretti pieni di inutili dibattiti storiografici: discussioni tra accademici impolverati il cui scopo nella vita è dibattere sull’esatto inizio della seconda guerra mondiale. Qualche giorno prima, qualche giorno dopo. Questo episodio ha valore, questo ne ha meno. Quella nazione era più influente, quell’altra non lo era. E cosi via…
A che pro mi domando? Perché sprecare la vita nel fumo del proprio cervello? E’ un’università, questa, fatta di carrieristi a cui non frega niente della propria missione, del proprio ruolo, a loro importa creare oziose ricerche, inutili manoscritti per assicurarsi il lauto stipendio e per scambiarsi pacche sulle spalle e vicendevoli complimenti tra colleghi di dipartimento. E’ un università morta quella che autoriproduce il modello esistente, che spunta gli strumenti della critica in fumosi giri di parole e artefazioni.
E poi il nozionismo… Perché chiedere il nome di quel generale o di quella battaglia del piccolo paese sperduto?
Io – veramente – non trovo risposte a queste domande, se non quelle dell’arroganza, dell’inconsistenza delle persone, della loro meschinità e grettezza, condensata ed espressa nel desiderio di rivalsa sull’altro.
Ed ecco, dopo 500 pagine fatte di stragi, furti, carneficine, deportazioni, a carico della brama di espansione europea, mi si dice che il colonialismo non può essere considerato un male, che infondo ha ucciso, ma ha incivilito, che ha rubato, dando in cambio, che ha stuprato le donne, ma le ha emancipate. Come posso accettare che mi si dicano queste cose? E che mi si vengano a raccontare i pregi del colonialismo?

Davanti a tanta imbecillità mi viene in mente solo la frase di quella scrittrice e attivista indiana, Arundhati Roy, che – interrogata sul dibattito storiografico riguardante la storia coloniale – seppe solo dire: “parlare dei pro e dei contro del colonialismo, per mio conto, è come parlare dei pregi e dei difetti dello stupro”.
Sono io a ribadire ogni volta che l’università non deve abbassare il suo livello e adeguarlo ad una società che tramonta, ma in certi casi mi vien da pensare che i fattori di causa ed effetto siano in relazione inversa…

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Una Risposta a “Uno sfogo contro l’università..”

  1. Silvina Dice:

    Sante parole caro compagno di banco. Consoliamoci con le belle amicizie che sono nate in questi anni di esasperanti vicende universitarie.


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