La lentezza – Milan Kundera

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Oggi, vorrei invitarvi alla lettura de “La Lentezza” di Milan Kundera.

Trascrivo il primo paragrafo, pensando sia sufficiente a incuriosirvi e a dare misura dell’opera.
Innanzitutto di chi stiamo parlando.. Kundera Milan nasce a Praga nel 1929 da una famiglia di musicisti, non a caso l’elemento musicale farà sempre parte degli scritti dell’autore.

Si laurea nel 1958 alla Facoltà di Arti Cinematografiche AMU, dove in seguito terrà corsi di letteratura.

Nel 1948, ancora studente, si iscrive al Partito comunista, ne viene espulso nel 1950 per divergenze d’opinione; ma nel 1956 si iscrive di nuovo. Partecipa al movimento della Primavera di Praga, e per questo viene licenziato e gli viene tolta la cittadinanza cecoslovacca. Altro elemento, quello storico, che campeggerà a lungo nei suoi romanzi.

Rifugiatosi in Francia, dove vive tuttora con la moglie Vera Hrabankova, insegna all’Università di Rennes.

Sebbene dopo l’espulsione dal suo Paese le sue opere vi siano state proibite, Kundera continuerà a scrivere in ceco fino al 1995, anno di pubblicazione de “La Lentezza” (pubblicato all’estero con il titolo “Elogio della Lentezza”), primo romanzo concepito integralmente in lingua francese.

Come opera-prima in lingua straniera “La Lentezza” è prova di grande maestria, un vertice di quel particolare sincretismo tra narrativa e saggistica tipico dei romanzi di Kundera.

Lo scrittore ceco, interrogato sulla reale funzione del romanzo, è riuscito a dire: un romanzo che non scopra un segmento di esistenza finora sconosciuto è immorale.. il romanzo deve insegnare al lettore a considerare il mondo come una domanda.. Ed è proprio tenendo presente questa affermazione che bisogna accostarsi alla lettura de “La Lentezza”.

Per una sintesi del romanzo mi attengo alla quarta di copertina: “In una notte di mezza estate si intersecano, come in una féerie, due storie di seduzione, separate da più di duecento anni e oscillanti vertiginosamente tra l’inebriante e l’esilarante”.

Chi volesse dare un occhio al libro, può chiedere.

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Ci è venuta voglia di passare la serata e la notte in un castello. In Francia, molti sono stati trasformati in alberghi: un fazzoletto di verde sperduto in una distesa di squallore senza verde; un quadratino di viali, alberi, uccelli al centro di una immensa rete di strade. Sono al volante e osservo, nello specchietto retrovisore, una macchina dietro di me. La freccia di sinistra lampeggia e tutta la macchina emette onde di impazienza. Il guidatore aspetta il momento giusto per superarmi; spia questo momento come un rapace che fa la posta a un passero.
Mi moglie Vera mi dice: “Sulle strade francesi ogni cinquanta minuti muore un uomo. Guardali tutti questi pazzi che corrono accanto a noi. Sono gli stessi che sanno essere così straordinariamente prudenti quando sotto i loro occhi viene scippata una vecchietta. Com’è possibile che quando guidano non abbiano paura?”.
Che cosa rispondere? Questo, forse: che l’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa ad un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro.; si è sottratto alla continuità del tempo; è fuori del tempo; in altre parole, è in uno stato di estasi; in tale stato non sa niente della sua età, niente di sua moglie, niente dei suoi figli, niente dei suoi guai, e di conseguenza non ha paura, poiché l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere.La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo. A differenza del motociclista, l’uomo che corre a piedi è sempre presente al proprio corpo, costretto com’è a pensare continuamente alle vesciche, all’affanno; quando corre avverte il proprio peso e la propria età, ed è più che mai consapevole di se stesso e del tempo della sua vita. Ma quando l’uomo delega il potere di produrre velocità a una macchina, allora tutto cambia: il suo corpo è fuori gioco, e la velocità a cui si abbandona è incorporea, immateriale – velocità pura in sé e per sé, velocità-estasi.
Strano connubio: la fredda impersonalità della tecnica e il fuoco dell’estasi. Mi torna in mente l’americana che una trentina di anni fa, con piglio insieme severo ed entusiastico, da vera militante dell’erotismo, mi diede una lezione (gelidamente teorica) sulla liberazione sessuale; la parola chiave che ricorreva più frequentemente nel suo discorso era “orgasmo”; tenni il conto: la pronunciò quarantatre volte. Il culto dell’orgasmo: l’utilitarismo puritano applicato alla vita sessuale; l’efficienza contrapposta all’ozio; la riduzione del coito a un ostacolo che va superato il più velocemente possibile per giungere a un’esplosione estatica, unico vero fine dell’amore e dell’universo.
Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri tra i campi, insieme ai prati e alle radure, insieme alla natura? Un proverbio ceco definisce il loro placido ozio con una metafora: essi contemplano le finestre del buon Dio. Chi contempla le finestre del buon Dio non si annoia; è felice. Nel nostro mondo, l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.
Guardo nello specchietto retrovisore: sempre la stessa macchina che non riesce a superarmi a causa del traffico in senso inverso. Accanto al guidatore è seduta una donna; perché l’uomo non le racconta qualcosa di divertente? Perché non le appoggia la mano sul ginocchio? Macchè: l’uomo maledice l’automobilista davanti a lui perché va troppo piano, e neppure la donna pensa a toccarlo con la mano, mentalmente sta guidando anche lei, e anche lei mi maledice.
E a me viene in mente un altro viaggio da Parigi verso un castello di campagna, il viaggio, avvenuto più di duecento anni fa, di Madame de T. e del giovane cavaliere che l’accompagnava. E’ la prima volta che sono così vicini l’uno all’altra, e l’ineffabile atmosfera di sensualità che li circonda nasce appunto dalla lentezza del ritmo: grazie ai sobbalzi i loro corpi si toccano, dapprima inconsapevolmente, poi consapevolmente, e ha inizio la vicenda.

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8 pensieri su “La lentezza – Milan Kundera

  1. Bellissimo, adoro Kundera, e dato che questo mi manca sarà il suo prossimo che leggerò sicuramente, grazie.
    Anche qui, come nei Testamenti Traditi, affiora il concetto di estasi, descritto in maniera semplice ma profonda e perfetta.
    Rimasi veramente a bocca aperta quando scoprii che una delle più belle ed intense emozioni che possiamo provare, sia stata descritta in modi così semplici e tanto azzeccati.

  2. Grazie a te Arkham.
    La Lentezza secondo me è addirittura l’opera perfetta di Kundera. Non c’è periodo, parola, o sfumatura fuori posto e l’unione tra saggio e narrativa è pressoche totale.
    Questo più di ogni suo altro rappresenta l’eliminazione della banalità.
    Vorrei riportare – cosa che non ho fatto prima – una delle frasi cardine dell’opera:
    “C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio… Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”.
    Proposizione che illumina l’ombra presente.

  3. io lo sato leggendo adesso, e appart il primo capitolo e la splendida citazione che leggo qui in alto, devo dire che gran parte della partenarrativa, non la trovo di semplice intuizione, anzi suppongo che necessiti di una rilettura piu’ approfondita.
    comunque la sua leggerezza nello scrivere è tanta da trasformare il libro nell’elogio dei precedenti

  4. La lentezza di Kundera, è una analogia eccezionale che risalta, l’importanza della serenità mentale, della profondità spirituale, del combattiment contro l’infantile impulsività, a cui tutti, di più o di meno siamo soggetti.

  5. Milan Kundera non è trai miei Autori preferiti. Apprezzo l’originalità del suo stile con quella commistione geniale e tempestiva di narrativa e saggistica. Sicuramente, dopo la lettura dei suoi libri, si aprono spazi sconfinati alle riflessioni. A volte, però, mi riesce difficile seguire i suoi continui passaggi da una storia all’altra e non sempre comprendo nell’immediato i suoi messaggi. Nel volume “La lentezza” condivido il suo ragionamento sull’importanza di godere il piacere della lentezza in contrapposizione alla velocità del vivere quotidiano.

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