E’ da tempo che chiedo a Jacopo di scrivere qualcosa per noi. Oggi ce l’abbiamo fatta: è con grande onore che lascio alla sua penna il compito di guidarvi nell’intricato groviglio del Jazz. Io posso solo introdurvi all’argomento riportando la celebre battuta di Louis Armostrong: “Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai…”
Non mi ero mai accostato alla musica jazz, e ne tanto meno mi era capitato di assistere ad un concerto jazz. Le poche cose che sapevo di questo genere musicale erano legate a chiacchierate con amici, che mi hanno sempre detto che il jazz forse non è nemmeno un genere musicale, ma un flusso basato sull’improvvisazione, un rincorrersi tra gli strumenti.
C’è da dire che probabilmente avevano ragione.
Ieri sera sono andato al teatro sociale di Como per accompagnare Giulia, il nostro ruolo li era prendere informazioni sul teatro, osservarlo e inserire il tutto in una ricerca universitaria.
La cornice era quindi l’oggetto del desiderio.
Ovviamente sapevo quale fosse il concerto che dovevamo seguire e cosi, appena ho saputo la data dell’esibizione, ho cercato il sito internet di questa Maria Joao; inutile nascondere la mia sorpresa e soprattutto la mia delusione nel sentire alcuni suoi brani, mi sembrava di sentire il gabibbo cantare la sigla di striscia la notizia (questo perché lei è portoghese e le assonanze con le parlata genovese sono notevoli).
Senza tanto interesse e concentrato sulla cornice mi sono seduto in platea, ho atteso l’abbassamento delle luci iniziando a fissare il pianoforte nero illuminato da un potente faro, il Jazz è questo? Si forse si, pensavo, fumo e pianoforti neri accompagnati da voci nere e una tromba. Poi d’un tratto eccoli entrare in scena: lei vestita come fosse al carnevale di Rio con una gonna coloratissima a balze che pareva di carta pesta e lui dimesso occhialuto come il più classico dei concertisti…
“Like a pirate” cosi ha iniziato e cosi ha continuato, le sue canzoni non avevano lunghi testi vari e ricolmi di strofe interrotte dal ritornello, le sue canzoni erano una ripetizione all’infinito di poche parole facendo volare la voce dalle profondità cavernose di popoli ancestrali sino alle sonorità vivissime e dolci come il miele tipiche delle voci bianche. Il pianista apostrofava i suoi tasti neri e bianchi ora dolcemente e ora con violenza, lei lo seguiva o forse era lui a seguire lei, in un turbinio di suoni in un rincorrersi di sensazioni sperimentali uniche, per me mai vissute.
Allora il Jazz è questo?
Un riff che viene protratto per tutta la durata del brano, una mano, la sinistra, che continua a ripetere quei suoni e l’altra mano, la destra, che da quei suoni scappa, evade di continuo, trascina la musica fuori dallo spartito dalle convenzioni matematiche rigide e schematiche. È difficile abbandonarsi a tutto questo, è completamente un altro modo di vivere, sembra di essere in un universo parallelo dove non solo la lingua è differente ma anche ogni codice ogni elemento non è al solito posto.
Poi la voce di Maria inizia a volare su di un altro livello, inizia a riprodurre suoni gutturali compiendo giochi che sono tipici della conoscenza delle proprie corde vocali, canta come fosse un cavernicolo emettendo versi grevi e paurosi: sconcerto, confusione! Ma cosa sta accadendo? Dove siamo finiti? Difficile farsi trasportare.
Muove la pancia, fa ballare il diaframma Maria, agita le braccia come se fosse un direttore di orchestra che si auto dirige, balla per il palcoscenico ora sulle punte ora sui talloni.
Che suoni che follia questo Jazz, un pianoforte usato come una voce una voce usata come mille strumenti musicali.
Jacopo Zurlo
Tags: Jacopo Zurlo, Jazz, Maria Joao, Maria Joao e Mario Laginha al teatro sociale di Como, Mario Laginha
13, Aprile, 2008 a 2:43 pm
sei un grande!!!!!!!!!!!
baci la tua sorellona