Oggi vorrei dedicare il mio modesto spazio al delicato tema dell’anoressia, proponendo infine la visione di un filmato che merita riflessione.
Innanzitutto, è bene definire i termini: “anoressia” deriva dal greco e significa “assenza di appetito”, è un sintomo che accompagna diverse tipologie di disturbi dell’alimentazione e, più in generale, psicologici. Se intesa come malattia originata da cause di natura psichica viene definita “anoressia nervosa”, differenziandosi così da quella dovuta a caratteri fisici e endocrinologici. L’argomento, per varie ragioni, mi sta a cuore e vorrei dedicargli più di uno spazio nel prossimo futuro. Oggi, soffermandomi in particolare sull’anoressia, o comunque sui disturbi dell’alimentazione, come conseguenze del nostro modello sociale.
Penso che in pochi si riterrebbero contrari a definire l’anoressia come una tra le patologie che meglio caratterizzano questi tempi post-moderni. Scoperta e descritta dal medico britannico Richard Morton già a metà del ‘600, come molti altri aspetti della vita, l’anoressia ha ricevuto una forte accelerazione grazie agli effetti della crescente globalizzazione dei flussi economici e sociali: i dati dell’ultimo decennio fanno registrare incrementi sensibili anno dopo anno. Solo in Italia si conta, ad oggi, che il 15% dei giovani tra 15 e 25 anni soffra di disturbi alimentari.
Qualcuno si chiederà cosa c’entra la globalizzazione con la diffusione di una malattia psico-comportamentale… c’entra più di quanto si possa pensare.
La malattia contemporanea, è spesso una malattia provocata da una decisa manipolazione dell’individuo: le malattie moderne sono simili a “guasti della percezione”. Le cause dell’anoressia sono molto più di una dieta finita male, sono proprie della psicologia dei soggetti colpiti: il desiderio di perfezione e autocontrollo, il rifiuto della realtà, della dimensione materiale, la mistificazione di concetti quali purezza, trasparenza e leggerezza. Allo stesso tempo le dinamiche psichiche dei singoli sono fortemente interrelate con l’humus sociale che le genera, le attizza e le alimenta. La realtà greve, materiale, sempre più cinica, agisce in modo deciso su questo tipo di patologia avvilendo la persona. Ecco dove entra in gioco la globalizzazione: l’anoressia è una patologia individuale ma radicata all’interno di un dato contesto sociale: la sfrenata riproposizione di modelli irraggiungibili, ottiche competitive applicate con utilitarismo puritano, istinti sessuali continuamente stimolati e ricompressi in quantità esorbitante dagli schermi e dalle onde del grande fratello. E’ intollerabile vedere assimilati questi problemi a quelli di ragazzine “viziate e complessate”, è intollerabile che venga data loro responsabilità di una condizione che invece è generata da un contesto che non riesce più a valorizzare niente, a parte la carne e il vestito che la copre. Non c’è una formazione artistica, umanistica, tecnica, sportiva, ludica, capace di sviluppare le facoltà personali al di là di un modello che diventa sempre più totalitario, sempre più unico, che instilla nella base stessa della società il desiderio potentissimo dell’omologazione. Chi non ci sta, o non può starci, viene consegnato a un percorso di autodistruzione lenta e tormentosa. Qui sta un dato importante e spesso confuso: l’anoressia non è voglia di omologazione, è un passo successivo, è il rifiuto delle regole del gioco, è l’abbandono del modello. Se inizialmente la patologia nasce da un desiderio di conformarsi, essa prende seguentemente i tratti di una fuga dal modello stesso.
La globalizzazione esportando, intensificando e accelerando il modello sociale urbano-occidentale provoca una manipolazione sempre più forte delle soggettività e propaganda come positivi quei crismi che portano le ragazzine (e non solo) alla passione per il niente. L’anoressia è la passione per il niente.
Questi potrebbero sembrare i soliti sproloqui di chi, come il sottoscritto, non ama molto l’ideologia sociale in cui è immerso. E invece no: numerosi studi, come quelli del Dott. David M. Garner – uno dei più accreditati studiosi di disturbi del comportamento –, rivelano come tali malattie si concentrino in particolar modo in quei contesti fittamente urbanizzati, come le metropoli. Senza andar troppo lontani, è possibile osservare la situazione italiana e le chiare differenze che passano tra il freddo, efficiente e competitivo nord (0,4% di anoressici veri e propri sul totale della popolazione) e il solare e inefficiente sud (0,2% di malati gravi sul totale della popolazione): il doppio!
E’ una riflessione parziale, che ha sicuramente bisogno di approfondimento, ma che allo stesso tempo non può essere trascurata.
(Tutti i dati citati sono tratti dal sito del Ministero della Salute e da Wikipedia).
Di seguito riporto il video che presenta una sorta di resoconto di una realtà ancor più assurda e difficile da comprendere, quella dei siti “Pro-Ana”, i luoghi della rete in cui ragazze anoressiche si scambiano trucchi e consigli su come meglio provvedere alla propria silenziosa distruzione.
Tags: Anoressia, Anoressia e Bulimia, Disagio sociale, il modello tardo capitalista e le implicazioni biografi, Pro-Ana, Società e Anoressia, Società e Psiche
6, Febbraio, 2009 a 7:22 pm
io credo che la socetà faccia molto poco per evitare questo problema,gli stilisti continuano ad usare modelle molto magre,o perlomeno non più di una 40,quando ci sono taglie 44 di persone alte e molto belle…………. questa è una malattia che non perdona,anche chi guarisce rimarrà segnata per sempre. se ne parla pochissimo e se ce qualche programma in tv che parla dell’anoressia sempre in orari strani. io credo che immagini e filmati come questi vadano visti per far capire alle ragazzine come mia figlia che si può morire.
7, Febbraio, 2009 a 1:27 am
Si può morire, sì. Ma, va detto, ci si può ristabilire e con tempi lunghi si può metabolizzare in modo positivo anche un’esperienza agghiacciante. A metà del guado non si vede uscita, eppure c’è e più vicina di quanto si pensi. I frammenti decisivi rivelano, in un istante, l’intero disegno. Da lì, lentamente, la strada discende.