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Intervista a Giorgio di ritorno dalla Bolivia

24, Gennaio, 2008

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Alla fine ce l’abbiamo fatta. Dopo settimane per radunarci, allestire la location e pubblicare, finalmente è oggi su merateonline l’intervista a Giorgio. Qui riporto la versione integrale, che per ragioni di lunghezza non poteva apparire sul giornale. In ogni caso questo articolo rimarrà ricordo di una piacevole serata passata nella cantina di Collò e occasione per riflettere.

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Con la fine del nuovo anno sono tornati dalle missioni, sparse in vari paesi del Sud America, i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso (OMG). Tra questi, anche Giorgio Pozzoni, ragazzo di Brivio, leva 1983, ha prestato servizio presso un paesino della Bolivia a quattro ore di carro dalla prima cittadina dotata di strade e servizi minimi (Cochabamba), abbarbicato sulle montagne a 4000 metri di altezza, nella quarta regione più povera del mondo. In quel contesto i ragazzi dell’OMG hanno allestito una base per aiutare la popolazione locale a vivere più decentemente, o semplicemente a sopravvivere. In queste brevi righe Giorgio ci racconta la realtà presente sul luogo e la fatica provata nel lavoro e nella permanenza lontano da casa, fatiche ripagate solo da un inesprimibile senso di comunità.

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Giorgio, come funziona l’Operazione Mato Grosso?

L’OMG, diffusa in tutta Italia, assume la forma di molti gruppi di lavoro volontari che prestando il proprio tempo svolgono attività come la raccolta di ferro, carta e stracci, il taglio e il riordino dei boschi, i traslochi, che hanno lo scopo di racimolare fondi desinati alle missioni dell’OMG presenti in alcune delle zone più tormentate dell’America Latina. Ci sono alcuni nostri uomini che vivono stabilmente nei paesi delle missioni e si occupano di organizzare i ragazzi che arrivano a dar man forte e di gestire il cibo, le risorse e i materiali provenienti dall’Italia. Mentre per la maggior parte, come nel mio caso, i nostri ragazzi operano in Italia, a cadenza quasi settimanale, e se vogliono possono essere ospitati nelle missioni per una durata variabile.

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Com’è stato il primo impatto all’arrivo in Bolivia? Che situazione hai trovato?

La situazione presente è drammatica, si parla di una delle regioni più povere della Terra: lasciata Cochabamba, l’ultima cittadina dotata di servizi minimi, si sale lungo strade sterrate, man mano incontrando villaggi sempre più poveri, isolati in mezzo ad un deserto di pietre. Le case, nonostante l’elevata altitudine, hanno tetti di paglia e fango, che non riparano certo dall’umido e dalle pioggie. La gente vive coperta praticamente di stracci, nonostante le temperature polari che si presentano soprattutto nella stagione fredda, girano scalzi o con sandali ricavati da copertoni di auto e camion. L’unica attività concessa da un territorio brullo e arido è la coltivazione delle patate. Per sei mesi ho mangiato patate in varie forme, qualche sopa, zuppa locale, 3 volte mi è capitato di mangiare carne. I pochi animali presenti servono per la lavorazione della terra, non certo per la macellazione. Data l’assenza di vegetazione, manca anche il legname, il fuoco per la cucina si accende riutilizzando lo sterco animale essiccato, con disinvoltura gli abitanti preparano il fuoco con lo sterco e sbucciano le patate, senza troppe fisime. Un altro problema diffuso è legato all’assunzione di coca, masticata incessantemente per non sentire il freddo e la fatica. Anche i bambini la masticano in continuazione, anche mischiandola a altre sostanze come ad esempio la calce. Il mix ha pesanti effetti.

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Qual’era la tua giornata tipo?

Personalmente mi sono occupato della ricostruzione di tetti e abitazioni e della costruzione di una chiesa. Ci si svegliava molto presto al mattino, appena faceva luce. Ci si recava sul “posto di lavoro” e si lavorava fino a mezzogiorno. Si pranzava spesso ospitati dalla popolazione locale, quindi in maniera molto frugale, per riprendere poi il lavoro fino a sera. Poco prima del calar del sole si rientrava alla “capanna” che occupavo insieme ad un ragazzo boliviano, c’era il tempo di mangiare prima di rimanere completamente al buio. Alle 6 della sera si andava a dormire. Diverso è il discorso per alcune domeniche in cui ci si radunava presso la sede centrale di Cochabamba con i bambini e parte degli adulti per un momento di condivisione e di festa.

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Com’è vista la vostra opera dalla popolazione locale?

La popolazione locale è divisa: la maggior parte delle persone ha capito che grazie al nostro impegno può vivere meglio, avere una casa con un tetto che ripari effettivamente, un pasto caldo, un po’ di istruzione. Inoltre a Cochabamba l’OMG ha fondato una scuola che forma all’attività di falegnameria, un modo intelligente di dare una possibilità a questi ragazzi.
Inutile negare però che in alcuni sopravvive un risentimento figlio delle barbarie coloniali del passato. Da costoro ci si sente spesso appellare come “Gringo”, con fare dispregiativo. Certo non possiamo biasimarli. Se sono ridotti a vivere in mezzo a una valle di pietre, è probabile che gli europei abbiano le loro responsabilità.

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Cosa ti è mancato di più?

Domanda difficile e imbarazzante: sicuramente gli affetti, le persone che mi stanno attorno nella vita qui. Soprattutto appena arrivato, a giugno, durante la stagione invernale boliviana, quando mi ritrovavo a dormire la sera in una casa freddissima, non è stato facile. Ma mi sono abituato in fretta e alla fine mi è dispiaciuto lasciare il campo. Mi sono tenuto in contatto con amici e famigliari attraverso lettere che però ci mettevano 2 mesi ad andare e 3 a tornare. In definitiva non ho sofferto grandi mancanze.

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Torneresti?

Partirei anche domani. E’ un posto che ti rimane nel cuore. Non nel breve termine, ma fra qualche anno mi piacerebbe partire e rimanere più a lungo, magari anche definitivamente.

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Un commento

  1. Il Problema della privatizzazione dell’acqua è uno scottante problema d’attualità intorno a cui c’è poca attenzione. Lo si vede anche a livello locale.
    Per quanto ci riguarda, in Lombardia è da poco stata approvata la richiesta di referendum, che dà una minuta quanto importante possibilità di esprimersi in merito. Più informazioni qui.

    Interessante, in analogia a questo post, l’articolo riportato da Don Giorgio De Capitani che trovate qui.


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