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Gestione dell’acqua: primi spunti di riflessione

9, Marzo, 2008

Da qualche tempo grazie anche alla collaborazione e alla disponibilità di molti di voi, sto approfondendo il problema “acqua”, sia a livello generale che in ambito locale. Sono sempre in difficoltà quando mi trovo a scrivere di cose che non conosco e sulle quali non si può essere vaghi e imprecisi (insomma, non sono un buon giornalista!), così ho iniziato a chiedere, ascoltare, leggere interventi di sedicenti e virtuosi conoscitori della materia. Il quadro che ne esce, e che si compone di un pezzo ogni giorno, è complesso e non maneggiabile, date le numerose variabili che io probabilmente ignoro e che forse i più non conoscono. Devo, però, riportare alcuni semplici spunti sui quali ritengo sia il caso di riflettere. Partiamo col dare un inquadramento semplice e generale al problema: la legge nazionale e poi la legge regionale (ancor più incisiva e, probabilmente, incostituzionale)  istituiscono la necessità, nel giro di poco tempo, di mettere a bando i servizi di fornitura d’acqua all’utente. Nel lecchese tale servizio è svolto da 4 società separate che operano in aree diverse. Ora queste società si fonderanno in una unica holding di gestione di acqua e gas, da cui poi verrà separata la fornitura idrica che finirà in una società patrimoniale controllata dai comuni. E’ giusto un accenno che poi riprenderemo in modo esauriente, non ve la faccio più lunga. La corrente sotterranea la cogliamo tutti, in Italia e nel mondo, è quella alla concentrazione capitalistica del bene acqua nelle mani dei pochi “signori della terra”. Non serve andare molto lontani, la regione Toscana oggi ha un servizio idrico gestito da una multinazionale francese che detiene più della metà del mercato idrico mondiale, con il risultato di un prezzo al metro cubo triplicato e un servizio peggiore del precedente. E’ inoltre palese il rischio in cui si incorre mettendo un bene universale, ovvero un bene che non può e non deve essere di proprietà, nelle mani di pochi privati, il cui scopo primario non credo sia quello di realizzare azioni a sfondo umanitario.

Al di là della tensione sotterranea globale, che lungi dall’interessare la sola acqua - il vento della speculazione/distruzione/concentrazione tardo capitalistica spira ovunque e su ogni cosa; cieco chi non vede! - ci sono certe leggerezze a livello locale che non ho potuto fare a meno di notare e che non posso fare a meno di farvi presente.

Qualche sera fa mi trovavo alla conferenza dei sindaci, una roba che già dal nome si presenta ufficiale e altisonante. Si discuteva della famosa fusione delle quattro società che attualmente gestiscono l’acqua, la discussione avveniva alla presenza dei sindaci del circondario, dell’assessore provinciale Molgora (che si sta occupando della cosa), e mia (la concorrenza probabilmente beve solo chinotto). Ad un certo punto della serata alcuni tra i primicittadini presenti iniziano a fare domande imbarazzanti al povero Molgora, che si trova costretto, per l’ennesima volta, a spiegare quanto i sindaci avrebbero già dovuto sapere. Molgora ha infatti reillustrato in quella sede definizioni e azioni parti di un progetto di fusione presentato e approvato da tutti i consigli comunali qualche mese fa!! Una tale sufficienza è terribile e sta a significare che i voti espressi dai consigli comunali sono stati voti alla cieca o, a pensar bene, basati sulla fiducia nei confronti dell’ATO provinciale. I politici - lo sappiamo e ce ne siamo accorti - prendono spesso decisioni che non gli competono, ma questo è particolarmente grave, quando di mezzo c’è un bene prezioso, la cui cattiva gestione potrebbe causare veri disastri.

Ultima considerazione mi viene da un colloquio avuto pochi giorni fa con il direttore generale del CIAB Carrettini. Il CIAB nato negli anni ’60, è un consorzio di fornitura d’acqua all’ingrosso che ora opera in 64 comuni tra Lecco e Como, con una rete di distribuzione pari a 510 km. Tale consorzio (una delle 4 società che prenderanno parte alla fusione) in definitiva si occupa di portare attraverso grandi duttrici l’acqua in molte zone della Brianza, del lecchese e del comasco, fino ai reticoli comunali che son poi quelli che servono i rubinetti di casa nostra. Facendo domande di qui e di là, ad un certo punto il direttore mi avverte che più del 50% dell’acqua portata dal CIAB ai reticoli comunali viene perduta e non arriva ai rubinetti, proprio per colpa delle strutture di distribuzione comunali. La cattiva congeniazione e manutenzione di tali reticoli, costruiti nel dopo guerra inseguendo la corsa di un urbanizzazione sparpagliata e senza criteri, ha prodotto infatti reti idriche contorte e carenti, capaci di disperdere più della metà dell’acqua immessa. Impressionante, non c’è che dire. Questo dato però non può che innescare riflessioni sulle continue dichiarazioni da parte di sindaci e assessori riguardo la crisi idrica estiva e rendere assai poco credibili quegli amministratori che con tanta passione promuovono l’uso parsimonioso dell’acqua (che rimane, in ogni caso, doveroso).

Sempre durante la recente conferenza dei sindaci ho poi sentito parlare di “assoluta necessità di riprendere gli investimenti dopo la fusione, al fine di raddoppiare la duttrice idrica Civate – Dolzago”, come unico modo per portare l’acqua in Brianza e risolvere concretamente il problema della scarsità estiva. Domanda ingenua di chi non capisce: ma non sarebbe il caso di spendere le finanze pubbliche in primo luogo per una completa revisione dei reticoli idrici comunali? Che senso ha raddoppiare la portata di acqua in arrivo, se allo stato attuale ne viene persa la metà? Infine, pongo una terza e provocatoria questione: quando i comuni la smetteranno di usare gli oneri di urbanizzazione per costruire monumenti, pagare messi, mettere panchine e fontane, ricominciando ad  utilizzarli per lo scopo a cui sono stati creati? Quest’ultimo aspetto, che ormai diamo per scontato, è veramente imbarazzante e ci dice molto dei tempi confusi che stiamo affrontando.

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