Don Giorgio – sugli “scartati”

Nelle prime due letture di questa domenica c’è un verbo che, a pensarci bene, ci mette in crisi, e mette in crisi tutta la struttura della società, Chiesa compresa. Ed è il verbo “scartare”. Gli Atti degli Apostoli, il primo libro del Nuovo Testamento che nell’elenco troviamo dopo i quattro Vangeli, fanno un po’ la storia delle prime comunità cristiane, con le difficoltà incontrate, gli ostacoli e le persecuzioni da parte degli ebrei e dei pagani. È un libro prezioso perché fa capire anche le prime crisi all’interno della stessa comunità cristiana. Non è che lo Spirito santo, disceso il giorno di Pentecoste, avesse risolto tutti i problemi spianando la strada al cammino del cristianesimo. È ancora oggi diffusa la persuasione che lo Spirito santo faccia tutto lui, e che basta invocarlo perché il mondo si apra alla Parola di Dio.

Che cosa era successo? I problemi da affrontare erano diversi: i primi cristiani non è che preferissero chiudersi in ambienti di preghiera o di ritrovo per discutere sulla parola di Dio. Oltre la preghiera, sentirono subito il dovere di assistere i più bisognosi. Allora i poveri erano numerosi. I più abbandonati erano gli stranieri, gli orfani, i pellegrini e le vedove. Se voi leggete l’Antico Testamento torna frequente il dovere di assistere queste categorie di persone. Gli ellenisti – i giudei di lingua greca provenienti dalla diaspora (=“dispersione”; vivevano fuori dalla Palestina; un fenomeno che era iniziato con l’esilio babilonese) – si erano lamentati perché le loro vedove venivano trascurate “nella distribuzione quotidiana”, cioè non venivano assistite dal punto di vista economico, che consisteva in natura o in denaro; gli aiuti erano distribuiti in occasione dei pasti in comune, momento in cui i benestanti portavano i cibi per i più bisognosi.

Il secondo brano di oggi parla di una pietra che i costruttori hanno scartato. Possiamo anche immaginare la scena: un muratore, mentre costruisce una casa, tra i sassi che ha a disposizione prende ora l’uno ora l’altro, e può anche fare una scelta sbagliata, magari scartare la pietra migliore. Ed ecco l’accusa di Pietro: il popolo ebraico ha scartato Cristo, la vera pietra angolare, la pietra che tiene in piedi tutto l’edificio. Ed ora questa pietra scartata è diventata il fondamento di un nuovo edificio: il cristianesimo.

Torniamo sul verbo “scartare”. Non dimentichiamo che il Vangelo fin dagli inizi fu un annuncio agli scartati. Furono proprio gli scartati che trovarono straordinaria questa notizia, che subito fu chiamata “la buona notizia”. Ai tempi degli apostoli, non solo le vedove, le donne in genere erano scartate. «Esse non contavano sia nella Gerusalemme degli ebrei che nell’Atene dei greci, che nella Roma dei romani. Gli schiavi non contavano, i lavoratori manuali non contavano. La cosiddetta città antica era una grande costruzione in cui i tre quarti degli abitanti erano scartati» (E. Balducci).

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Perché succede questo? Proprio perché chi costruisce questo mondo usa criteri che sono all’opposto di quelli che usa Dio. I benpensanti, i potenti, i ricchi vogliono costruire una società su misura di un loro disegno, che – guarda caso – è quello economico. Si sfrutta per guadagnare. Ed ecco gli scartati: coloro che non possono essere sfruttati a dovere, coloro che non rendono in efficienza economica, e coloro che hanno un progetto diverso, un progetto che pone l’Uomo e l’Universo al centro di tutto. E succede che si vive di paura, di terrore, proprio perché il mondo è retto sulla forza, sul predominio, sullo sfruttamento. E la gente non reagisce; se si ribella, viene eliminata.

Ecco la domanda: è possibile costruire un mondo diverso, una società diversa, una città diversa? Una domanda che torna e poi scompare. Torna quando non ce la facciamo più, e scompare quando riusciamo a rinchiuderci in un orticello, tutto nostro.
Commenta P. Balducci: «Noi non vogliamo fare dei monasteri, noi vogliamo fare la città, che è un’altra cosa. Gesù non ha predicato una religione per monaci ma ha predicato le promesse di Dio per gli uomini tutti. Ecco la nostra ostinazione. Noi vogliamo una città liberata dai criteri dei costruttori di questo mondo. In questa città dovranno finire tutte le discriminazioni. Sono gli scartati che devono prenderla in mano, perché i costruttori, o i cittadini diventati omogenei ai costruttori perché hanno accettato la loro ideologia, non sono in grado di darci una città diversa. Per quanto si diano da fare, la città è sempre quella. È la città delle discriminazioni interne. Scoperchiate la città di oggi e vedrete quali spaventose discriminazioni ci siano sotto l’egualitarismo formale… Nella nostra città dove tutti hanno dei diritti, in realtà si attua una discriminazione rigida e spietata dove chi non ha le qualità previste è un anonimo di cui nessuno si occupa più… Noi dobbiamo volere una città che i costruttori non si immaginano nemmeno, dove non ci sia differenza fra maschio e femmina, dove non ci siano più ricchi e poveri, dove i meccanismi del capitale che operano discriminazioni siano spezzati, dove a tutti siano date le stesse possibilità e dove i frutti della terra siano a disposizione di tutti gli uomini… La ricerca di Dio non ha senso perché lo vedremo guardando la faccia dell’uomo: questo ci ha insegnato il Signore. Diffidate da quelli che dicono che i diritti di Dio sono i più importanti di tutto. Dio non ha diritti, e se li ha, li nasconde tutti nei diritti dell’uomo i cui diritti non sono rispettati. Dio ci aspetta nell’uomo i cui diritti sono calpestati. Questo ci ha detto il Signore… Noi vogliamo far tremare il mondo, vogliamo essere destabilizzatori del mondo proprio per questa passione per l’uomo» (P. Ernesto Balducci).

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