Agricoltura e turismo in Brianza: un dossier

30, Agosto, 2008

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Per diversi motivi il tema di questi giorni pare essere diventato l’agricoltura locale. Un tema che per ragioni di ricerca e interesse è tra i miei prediletti: io nell’agricoltura ci vedo una forma di salvezza del territorio, quando l’agricoltura sappia imporsi come reale sistema di valorizzazione.

A questo proposito, credo sia un ottimo lavoro quello svolto dalla mia brava e gradevole collega Sara Pinotti, che per merateonline sta realizzando un dossier sul settore primario lecchese e i suoi attori (qui). “Un viaggio – scrive Sara – dentro il sopravvissuto mondo agricolo, alla riscoperta di produzioni particolari, di coltivazioni rare, di rinate cascine non ancora a rischio speculativo. Non ci saranno percorsi, né sentieri né itinerari (per quelli già esistono fior di mappe) ma soltanto la presentazione di ciò che visiteremo di persona: agriturismi, aziende agricole e di allevamento in consonanza con uno degli obbiettivi dell’assessorato all’agricoltura provinciale: far sì che i cittadini della provincia di Lecco scoprano, conoscano e traggano beneficio da molte e diverse realtà immerse nella natura e difese con amore, impegno e fatica”.

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Corte Giulini - Velate (MI)

Corte Giulini - Velate (MI)

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L’agricoltura, quella locale specialmente, quella brianzola, agricoltura da campo di battaglia, stretta tra i primi rilievi e le pressioni urbanistiche metropolitane, è una questione di vocazione, lo penso da un po’. Chi intraprende oggi quella strada, riconosce in quella scelta dei valori che vanno ben oltre il piacere di farne un lavoro, una decisione che abbraccia l’emisfero esistenziale; si tratta di “scelte di vita”, come si dice, e non puramente di un lavoro: otto ore, e poi tanto me ne torno a casa.

L’agricoltura è un tema importante, cruciale, che necessita con urgenza di recuperare il suo vero status, la sua reputazione, l’interesse delle persone comuni nei suoi confronti. Oggi i problemi dell’agricoltura sembrano riguardare nessuno, fuorché gli allevatori e gli imprenditori dell’agricoltura intensiva. Le proteste riferite alle quote latte, che pure da anni ci accompagnano, non vengono considerate che capricci, né comprese. L’allarme riguardo alle api (qui), viene considerato a sua volta come una innocua boutade estiva, così, per riempire qualche giornale. Voci lontane, che vengono da un mondo che non ci riguarda.

La situazione non è migliore in campo istituzionale, per diversi motivi.

In primo luogo, la retorica dell’importanza dell’agricoltura, è, appunto, pura retorica: è inutile sbandierare interesse per l’agricoltura quando da mezzo secolo a oggi si è fatto di tutto per limitare, disintegrare, gli spazi dove avviene l’agricoltura. Succede ancora oggi.

In secondo luogo, intercorre un rapporto malato tra finanziamenti e attività agricole.

Breve storia – cambiamo colore cosicché chi non è interessato può saltare alle conclusioni: dal dopoguerra ad oggi, l’agricoltura di tutta Europa è stata subordinata alle direttive della PAC (politica agricola comunitaria). Dal trattato di Roma (1957, credo) fino agli anni ’80, la PAC finanziava gli agricoltori per produrre il più possibile e li indennizzava nel momento in cui non riuscissero a vendere quanto prodotto. Capite bene che con volumi di produzioni crescenti, perché drogate dagli incentivi, l’invenduto è andato via via aumentando. Tradotto in parole povere: aumentavano i soldi elargiti come incentivi alla produzione, perché si produceva sempre di più, ma producendo sempre più, si ingigantiva anche la mole dell’invenduto (da mandare al macero!) e con essa gli indennizzi da versare agli agricoltori. Questo sistema (perverso), creò una forma mentis nell’agricoltore europeo e un modus operandi viziato, che, ahinoi, accompagnano tutt’ora la nostra agricoltura. L’agricoltore europeo da anni deriva buona parte dei suoi introiti dal sovvenzionamento, tanto che, proprio negli anni ’80, si giunse a spendere più della metà del bilancio comunitario in sole sovvenzioni all’agricoltura. Tanto che, oggi, probabilmente, senza questo sistema di incentivi, moltissime aziende agricole perirebbero, non riuscendo più a stare sul mercato. Questo fu possibile e perpetrabile grazie all’influenza della potente lobby degli agricoltori europei.

Dagli anni ’90, l’irlandese commissario all’agricoltura Ray MacSharry, e qualcun altro, tentarono di arginare il problema degli incentivi, riducendoli gradatamente e indirizzandoli a scopi che non fossero la produzione.

L’obiettivo negli anni è stato mezzo fallito: si continua a spendere metà del bilancio comunitario per l’agricoltura e, nonostante gli incentivi rivolti alla tutela del territorio e alla qualità dei prodotti, le aziende non sono diventate più sostenibili.

Capite che stiamo parlando di un problema politico: da un lato le istituzioni inseguono (a senso alternato) l’idea di rendere l’agricoltore un custode del territorio, dall’altro lato gli agricoltori vivono ancora nell’ottica di dover essere pagati per quanto producono. Al di là delle due fazioni, divise a loro volta al loro interno, le domande da farsi sono: oggi l’obiettivo principale dell’agricoltura è la produzione o l’assunzione di tutti quei ruoli e funzionalità di difesa e valorizzazione del territorio? E, nel secondo caso, quanti e quali incentivi dovrebbero essere rivolti all’agricoltura affinché svolga queste funzioni?

L’agricoltura europea è la più protezionista del pianeta, il WTO incalza con costanza gli organi dell’Ue al fine di eliminare la maggior parte di queste barriere, ma i vertici comunitari sanno bene che, senza incentivi, la nostra agricoltura e i suoi uomini sono sul lastrico. Che fare?

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Vigneto in autunno - Montevecchia (LC)

Vigneto in autunno - Montevecchia (LC)

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Infine, dopo lunga peregrinazione, chiudiamo il discorso locale: non fatevi abbagliare dalle molte realtà che crescono dalle nostre parti, molto spesso sono aziende fantasma, create per legittimare coperti al ristorante e qualche posto letto. Niente di male, anzi!, ma non scambiate acqua per vino, non crediate che sia l’agricoltura da queste parti a godere di buona salute; sono piccole imprese turistiche che si stanno affacciando, ripeto ancora una volta, sul vasto mare delle potenzialità inespresse di questa terra: le sue doti turistiche.

Il lavoro di Sara è un bel lavoro di valorizzazione turistica, ma non deve indurre a trascurare le difficoltà che i pochi imprenditori agricoli rimasti stanno affrontando. Per dire: molte sovvenzioni con il nuovo piano di sviluppo rurale (2007-2013) finiranno a quelle pseudo-aziende che fanno agricoltura biologica su un quarto di ettaro, e la fanno solo per giustificare l’esistenza di un ristorante. Queste aziende possono pagarsi una certificazione grazie all’attività ristorativa, sottraendo fondi ad altre aziende che si dedicano esclusivamente a produzioni agricole e che si vedono costrette a non certificare per risparmiare sui costi.

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