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“Hem.. mi ricordo – ribatté Vladimir Sergeič senza scomporsi -. Però, devo confessarvi che è passato tanto tempo da allora, che tutto ciò mi appare come una specie di sogno…”.
“Come un sogno – ripeté Veret’ev, e le sue guance smunte arrossirono -, come un sogno… no, non è stato un sogno, almeno per me. Era il tempo della giovinezza, dell’allegria e della gioia, il tempo delle infinite speranze e delle forze invincibili, e se è stato un sogno, è stato un sogno meraviglioso. Eccoci qui adesso, siamo invecchiati, siamo esauriti, logorati, un po’ ci diamo le arie e facciamo tante smorfie, un po’ ci giriamo i pollici e, quando capita, affoghiamo i dispiaceri nel vino; questo sì che è un sogno, e un sogno orrendo. La vita è passata, e passata inutilmente, in modo assurdo, mediocre, ecco quel che è amaro! E’ questo che bisognerebbe scrollarsi di dosso come un sogno, è da questo che bisognerebbe potersi risvegliare… Beh, addio”.
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Con le parole dell’ormai non più giovane, romantico, Veret’ev, e con il suo ammonimento, si avvia al termine questo breve romanzo di Turgenev. Acque tranquille è un tragico romanzo di vita e amore, tipicamente russo, nei suoni, nella ambientazioni, nella storia che racconta; di più, è un omaggio che Turgenev rivolge all’intera tradizione letteraria del suo paese.
E io amo i romanzi russi.
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La frase del libro:
“E allora, carissimo – echeggiò d’un tratto, dietro le spalle di Vladimir Sergeič, la voce di Ipatov -, state soltanto a guardare e non ballate? Su, ammettete che anche se viviamo, diciamo così, in acque tranquille, non stiamo mica male neanche noi, non vi pare?”.
“Sì, proprio, al diavolo le acque tranquille”, pensò Vladimir Sergeič e, borbottando qualcosa in risposta a Ipatov, si allontanò in un altro angolo del salone”.
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