Il discorso politico è metapartitico.
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Muovendo ai loro confini e talvolta attraversandoli avverto questa sensazione: i partiti sono all’attuale stato enti superati. La avverto ogni giorno di più.
Abbiamo già raggiunto il punto di non ritorno: siamo di fronte a strutture vuote, autoreferenziali, che vagano frapponendo solo più tempo tra sé e il baratro.
Viene da chiedersi se ci sarà un modo per dare ad un sistema così formato una nuova prospettiva: probabilmente occorrerebbe che le stesse unità (i partiti) che lo compongono si rimodellino decisamente.
Un cambiamento talmente netto da sembrare inattuabile.
Troppi interessati dovrebbero, nei fatti, mettersi in discussione, abbandonando le piccole sedie del proprio piccolo potere. Interessati piccoli, appunto, non in grado di ridiscutere le proprie posizioni e il proprio valore per fare largo ai contenuti.
Quella che vedo è una lotta tra strutture e contenuti. Quella che serve una rivoluzione dei contenuti, che sbaragli le forme.
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Sì, appunto.
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Provenendo dal mondo delle associazioni non posso che notare le differenze nel modo di procedere e lo svuotamento nell’attività “fisiologica” dei partiti. A livello locale, almeno, i partiti non rappresentano molto più delle persone che li compongono.
Mi convinco sempre di più (in verità me lo auguro, che è ben diverso..) che da qui in avanti le procedure classiche saranno gioco-forza destinate a mutare: ci si aggregherà sempre di più attorno alle idee e sempre meno sotto a simboli che sanno di lontano. Lo ripeto spesso, ormai, come si fa con le preghiere inascoltate.
Al di là dei miei desideri e delle loro possibilità di realizzazione, è carpendo questo passaggio che si chiarifica la stortura del sistema: ancora oggi, davanti ai miei, ai nostri, occhi, i partiti avviano la campagna elettorale dalla preparazione del simbolo e delle quote da dividersi (che devono adeguatamente rappresentare le parti in causa e le tradizioni). Solo alla fine arrivano ai programmi: sempre gli stessi, raffazzonati all’ultimo minuto (perché il tempo stringe), mai vero frutto di un dialogo disteso, capace di far respirare le idee.
Il 90% del tempo politico e del suo discorso sono pervasi da dibattiti legati alle strutture e alle forme partitiche: uomini di partito che parlano di partiti e rapporti tra i partiti, e politologi e giornalisti che parlano anche loro di partiti e diatribe tra partiti. Fateci caso, i contenuti sono l’ultima preoccupazione e spesso un pretesto.
Insomma, i simboli ben prima della sostanza.
Non mi meraviglio più di tanto quando i sondaggi rivelano una cittadinanza nauseata dalla politica dei partiti che riempie di se il cuore del discorso politico, un discorso che, invece, in un paese normale, dovrebbe partire dai valori, passare per idee e progetti, e approdare a soluzioni che facciano l’interesse dei più.
Ahinoi, quest’ultimo iter valori – idee – proposte – progetti – attuazione è invece talmente improbabile che, quando si verifica, genera la genuina sensazione di essere davanti a una vera innovazione, roba da urlo. Un Pgt a crescita zero, un leader sotto i cinquant’anni, un piano di rifiuti che tenda al riciclo totale degli elementi dovrebbero essere frutto della normale amministrazione in un paese di buona civiltà, invece no, in Italia sono un miracolo.
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