Piano piano il verde anche a Milano

8, Novembre, 2009


Renzo Piano con capacità propria delle archistar, passeggiando per Milano, riesce a far parlare di sé e risveglia ipotesi, malumori, perplessità, creando una serie di movimenti intestini all’amministrazione, alla stampa, alla curia, alla cittadinanza. Non gli occorre molto, gli basta dire che Milano è una città che ha bisogno di verde (ma va?), anche in centro.
La vicenda, in grossa sintesi, è questa qui: il maestro Abbado qualche tempo fa espresse l’esigenza di trovare, al suo ritorno (professionale) a Milano, una città più verde. Di seguito, Renzo Piano, amico del primo, si mette in mezzo e si mette a disposizione dell’Amministrazione meneghina per trovare qualche green solution per il centro.
Così, in un pomeriggio qualunque di novembre, passeggia per piazza Duomo e poi verso il Castello Sforzesco indicando qui e là dove inserirebbe magnolie, tigli e cose così. Tanto (poco) basta per allarmare gli amministratori che, mettendo le mani avanti, si dicono subito perplessi, così il cardinale che, altrettanto sbigottito, gli fa eco poco dopo. Un po’ indispettito anche il gotha dell’architettura italica, che definisce le boutade di Piano “una cretinata“.
Non entrerei nel merito delle quattro idee abbozzate da Piano – anche perché, infondo, proprio di questo si è trattato: idee in libertà – ma analizzarei l’allarmismo suscitato dall’archistar  come sintomo del rapporto storicamente irrisolto tra la città e i suoi spazi verdi.
Il Comune di Milano negli ultimi decenni ha tentato di riproporre il tema del verde in città attraverso diversi progetti di rilancio, senza però ottenere risultati tangibili sulla qualità della vita e, soprattutto, sulla quantità di dotazione.

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L'area Garibaldi - Repubblica

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Il capoluogo lombardo rimane, ad oggi, città senza verde e – aggiungo un po’ provocatoriamente – senza luoghi di sosta e socializzazione all’aperto degni di questo nome.
La realizzazione del progetto dei raggi verdi, cioè di zone verdi che si incuneino nella rete urbana fino a lambire il centro, viene slittata di mese in mese. Il progetto dei boschetti di benvenuto, poi, si commenta a partire dal titolo.
Fino a che questa città penserà di poter sciogliere questo nodo sistemando e valorizzando le quattro aree alberate rimaste resteremo sempre al palo. Si tratterebbe, invece, di inserire il verde all’interno della partita delle grandi scelte urbanistiche e rimodellare la città insostenibile mediante la riappropriazione di ampi spazi a verde “sociale” (sì, ciao).
Giusto per fare un esempio, la zona Garibaldi-Repubblica che vede in questi giorni sorgere il nuovo quartier generale di Regione Lombardia e cose come la Città della Moda, avrebbe dovuto essere in larga parte concessa a parco urbano (che c’è, sia chiaro, ma che non incide quanto dovrebbe soprattutto in relazione al carico edificato): solo attraverso scelte di questo tipo si potrebbe pensare di migliorare il problema di una dotazione verde procapite sottodimensionata. Solo così. Le restanti proposte, pur degne e necessarie, son più spesso fumo (in questo caso, foglie) negli occhi.

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