Archivio per agosto, 2010

30, agosto, 2010

Nel mare ci sono i coccodrilli


Durante il viaggio da mare a mare, ho letto un libro, uno di quelli con la elle maiuscola. L’ho incontrato per caso, lungo il percorso, in una libreria croata e l’ho letto nel tempo che si impiega per navigare da una sponda all’altra l’Adriatico. S’intitola ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’, narra di un ragazzino afghano e dei suoi tentativi, sempre più disperati e inverosimili (detto senza ironia alcuna),  di trovare un paese migliore, una condizione di vita, non più dignitosa, semplicemente ‘umana’.
Lui, Enaiatollah – afghano, oggi quasi ventunenne -, racconta gli anni trascorsi tra lavoro nero, clandestinità, imbarchi, sbarchi, espulsioni e schiavitù a Fabio Geda, che mette tutto per iscritto con misura e conservando bella spontaneità. E’ scritto bene, bene davvero: come vorrei potessero essere scritti più libri oggi.
Pagine leggere e profonde, in un solo tuffo. Senza retorica, senza retropensieri. Una storia che si racconta e non rivela altro che se stessa.
Un libro che, se volessi forzare la mano, direi, poi, ci obbliga ad essere felici.

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Franchi, su Lankelot, mi trova d’accordo e dice così:
“Non è sempre vero che dalla narrativa si può imparare qualcosa. Vero è che quando accade si ha la sensazione che leggere serva, concretamente, a qualcosa: che non sia un’attività rilassante o una sorta di più o meno evoluto intrattenimento, come oggi il profluvio di insulse pubblicazioni di genere vorrebbe farci credere, ma un’attività intellettuale di primo livello. Quando accade si ha la sensazione di riuscire a orientarsi meglio nella realtà; di aprire gli occhi su quanto sta avvenendo nel mondo, e nel nostro paese; quando accade, come in questo caso, si sente il desiderio di accogliere con diversa partecipazione (vorrei scrivere: “fraternità”) le persone in fuga dalle loro terre originarie. “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari” è un romanzo che insegna quanto drammatica, dolorosa e coraggiosa sia stata la vita di certi immigrati clandestini, qui in Italia”.

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Peraltro, per chi volesse approfondire e saperne di più, Enaiatollah e Fabio saranno presenti a Parolario il prossimo giovedì sera. Qui, l’intero programma della manifestazione.

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25, agosto, 2010

24 agosto – E’ ritorno

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24 agosto, Ostuni. Sì, Ostuni, Puglia, Italia. Ce l’abbiamo fatta, è andata, in qualche modo.
Gli ultimi giorni, che ci hanno portato da Kotor a Dubrovnik – dal Montenegro alla Croazia -, hanno lasciato negl’occhi belle immagini di una terra per molti tratti ancora selvatica, intatta. Montagne che si tuffano nel mare, canyon, altopiani desolati, scogliere, acque cristalline. Brutture, anche: urbanizzazione crescente, banalizzazione turistica dei centri storici, popolazione che vuole turismo, affari, che costruisce, amplia, si omologa, ma resta chiusa e poco ospitale, almeno nella gran parte degli episodi e delle persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino.
Programmare e affrontare il ritorno, be’, è stato meno semplice del previsto. Innanzitutto, abbiamo dovuto trovare un buon modo per arrivare a Dubrovnik. Dico, Dubrovnik, non molto, una quarantina di chilometri. Ecco, ci è parso di capire che la guerra tra montenegrini e croati continua,  solo si è spostata su un altro campo di battaglia, quello turistico.
Arrivati a Herceg Novi, ultima cittadina di qualche dimensione prima del confine tra Montenegro e Croazia, speravamo in qualche mezzo di trasporto in più: solo due pullman, il primo alle 6 del mattino – praticamente inservibile da chiunque si sposti da altri luoghi coi mezzi pubblici -, il secondo a un’orario scomodino, tipo le tre del pomeriggio. (Ora – questa parte tra parentesi è una specifica, se non v’interessa saltate direttamente al prossimo capoverso -: Herceg si trova a quaranta chilometri da Dubrovnik, in mezzo non c’è altro, e a quaranta chilometri da Bar, altra cittadina montenegrina più o meno simile a Dubrovnik (e certamente meno rilevante dal punto di vista turistico). Ecco, per Bar – dal Montenegro al Montenegro, per intenderci -, ci sono più di una ventina di autobus giornalieri; per Dubrovnik – dal Montenegro alla Croazia – gli autobus sono i due già citati).
Un poco crucciati, alla fine, decidiamo di attendere la corsa pomeridiana. Dopo qualche ora passata ad aspettare, arriva l’autobus. Scansati i sempre più invadenti tassisti, superate tutte le gentili, ma invadenti, matrone che propongono alloggi in centro, riusciamo a guadagnare un posto sul, per giunta costoso, autobus. E’ assiepato come non mai. Il bus parte, l’autista slavo è sospetto, quando non alticcio, e nasconde sul pullman un filone di cipolle, succo di frutta e qualche stecca di sigarette. Non capiamo: ci sforziamo, ma al momento, lì per lì, non ci arriviamo. Giunti in poco tempo alla dogana, troviamo una gran coda ferma ad aspettare, ma il nostro – l’autista, intendo – prende una corsia preferenziale e arriva dritto alla frontiera da un accesso laterale. Spegne, scende e porta con sè il bottino di cipolle e spicci, mentre a noi, con toni militareschi, ritirano passaporti. Iniziamo a capire, ormai dovremmo esserci abituati: qui, per non aver problemi, si comprano i doganieri con cipolle e sigarette. Tra me e me penso: se succede ad ogni passaggio, ogni mese l’autista deve spendere un quarto del suo stipendio in verdure e annessi. I passaporti intanto vengono portati in un cabinotto poco distante dall’autobus. Vengono portati senza nessun motivo, peraltro: il doganiere numero due, quello a cui vengono consegnati per l’effettivo controllo, li tiene in mano, li fa correre una volta tra le dita e li ridà al doganiere uno, che li rende al pullman, sempre con modi poco eleganti.

Operazione inutile, tangente in prodotti locali e qualche spicciolo, antipatia e si riparte.
Arriviamo a Dubrovnik che ormai è sera. Qui vorremmo trascorrere gli ultimi giorni del nostro viaggio, sempre qui vorremmo toccare quell’Adriatico che avrebbe dovuto rappresentare un traguardo, l’annuncio del ritorno a casa. Il problema è che è sabato, il penultimo del mese di agosto, e a Dubrovnik si sente quasi solo parlare italiano. Risultato: non ci sono posti sui traghetti nei giorni a venire, niente di niente, neanche un passaggio ponte; da Durbovnik come dagli altri porti più a nord e più a sud. O almeno internet, dice così, negandoci il ritorno a casa. Lì per lì, siamo costretti a credergli.

Dopo qualche pensiero negativo, non ci perdiamo d’animo, siam viaggiatori un poco più allenati, ormai, e crediamo, dobbiamo credere, ci sia sempre un vento buono ad accompagnarci: decidiamo, quindi, di dirigerci direttamente alla biglietteria del porto. Lì, scorgiamo un piccolo capannello di persone in stato di evidente agitazione: vengono venduti gli ultimi biglietti, quelli last-minute: ritiri, rinunce, incidenti, e riassegnazioni sul posto, poche ore prima dell’imbarco. La confusione ci coglie e si amplifica nella stanchezza, che ormai come patina offusca il giorno. Che fare? Rimanere fino a non si sa bene quando? imbarcarsi al volo, in anticipo rispetto alle previsioni? Alla fine, dopo un bel po’ di contorsioni cerebrali, spinti dalla tensione intorno – frenesia da ultimi posti, venghino signori venghino -, decidiamo per la seconda, decidiamo di acquistare un biglietto per quella sera stessa.
Biglietto fatto, abbiamo tre ore per andare a visitare il centro di Dubrovnik. Ormai c’è allenamento e anche un pizzico di follia, ci destreggiamo rapidi con lingua e soldi croati (e quindi, nuovamente, di nuovo, nuovi) ci compriamo due corse di autobus per il centro e con i nostri zainoni improvvisiamo una serata tra le belle mura della città, colorate, ora, dal tramonto. La città, sì, è decisamente suggestiva, come lo è l’intorno, il paesaggio, il contesto: costa frastagliata e selvaggia. Meno suggestiva, persino mortificante, la cornice: il centro è praticamente trasformato in una sorta di ipermercato all’aperto. Un centro finto: senza vita, senza negozi (veri), senza abitanti: solo boutique e ristoranti internazionali. Ci compriamo un paio di libri – in previsione della notte insonne -, mangiamo qualcosa seduti sui gradini di un monumento, lasciamo il centro senza troppo dispiacere. Troppa, troppa gente, per noi, per le nostre abitudini, per tutta la nostra stanchezza.
Arrivati all’imbarco, iniziamo a prospettare una traversata Dubrovnik – Bari allucinante: ritorniamo con la mente alla tensione e alla frenesia raccolte davanti al bigliettaio, vediamo miriadi di italiani assiepati e decisamente chiassosi – i più chiassosi, a dirla tutta – con i loro trolley davanti all’imbarco. Pensiamo, ragionevolmente – date le scene viste e la data poco propizia -, che con noi tornerà in Italia tutta la Puglia, o qualcosa di simile.
In verità, in verità questo non succede, o solo succede, ma, ai nostri occhi pellegrini e al nostro cuore un poco più rumeno, tutto alla fine appare normale, quasi tranquillo. C’è l’allenamento alla scomodità, al pasto frugale, a trovarsi il proprio angolo anche nella folla e nel rumore, nello sporco, nel leggero disagio. Ci sono negli occhi le immagini dei villaggi, le condizioni di vita, gli odori, le allucinazioni delle campagne rumene e ormai così lontane. Non so, tanti fattori ci hanno fornito altra visione, l’umiltà di accontentarci e di vivere bene la traversata, con poco (in mezzo a sciami di turisti impegnati al lamento). Atteggiamenti che in cuor nostro, dopo ogni viaggio, speriamo di conservare, ma che ogni volta si disimparano in fretta, si dimenticano, vanno ripresi, allenati, in qualche modo spolverati.
Saliti sul traghetto, stesi con abilità i nostri materassini, arrangiato il riparo, come da molti giorni a questa parte, abbiamo un’ultima cosa da fare: inviare un sms. Un sms verso la Puglia per chiedere ospitalità a Jacopo (se volessimo usare un’immagine dell’adolescenza: il migliore amico, il migliore amico dello scrivente, almeno) e così spezzare il ritorno. La risposta non tarda ad arrivare: non saremo costretti a fare di filato da Dubrovnik alla Brianza. Tiriamo un sospiro di sollievo, o qualcosa che gli assomiglia.
Ed eccoci qui, il sole basso taglia la casa e la campagna, gli ulivi, I muretti a secco. Nell’aria le note di Mentre Dormi (Gazzè Max, anno 2010), finalmente suona musica scelta. E poi silenzio, profumo di terra – di terra dove finisce la terra e inizia il mare – posto ideale per guardare indietro, al viaggio, e riposare il ritorno, renderlo più morbido.

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20, agosto, 2010

20 agosto – breve nota dalla baia di Kotor

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20 agosto. Ormai siamo salati di mare, profumati di macchia, in una terra, il Montenegro, che  sembra Liguria di Levante, ma lunga e profonda. La montagna sa’ di mare e il mare specchia rocce che hanno i piedi tra i pesci e si allungano in cielo.

Arrivati, davanti a un blu che sa di lontano, abbiamo oggi percorso a piedi i chilometri della baia di Kotor. Ci siamo resi conto di aver vinto una piccola scommessa con noi stessi: tuffarci in mare, senza fare un bagno di folla.

Per fuggire Belgrado – per altri versi bellissima – e con lei il turismo internazionale e ‘tagliato grosso’, ci siam  nascosti in un mare interno, che sembra lago, ma non lo e’. Acqua d’ansa, salmastra e limpida, ma riparata. Riparata dai venti, dai pirati e  (soprattutto) dal grande coas che, a pochi chilometri, e’ sulla costa. Povera splendida costa, povera per il futuro che pare attenderla, terra bagnata di mare che cede il passo alla fame delle occasioni, quelle da cogliere per un domani diverso; con forse, e dico forse, il  consenso di chi oggi ha poco. Urbanizzazione selvatica, ragazzi, questo e’ quello che accade appena il costone di roccia si fa sabbia e spiaggia.

Ora il tramonto chiama alla sabbia e noi non ci possiamo certo rifiutare. Insomma, la Serbia ve la raccontiamo un’altra volta e non per penuria di suggestione, tutt’altro. A presto.

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17, agosto, 2010

17 agosto – Al contrario

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17 agosto. Notte afosa, bettola davanti alla stazione – sapete, ho a che fare con il colonello che lima le spese. Dentro alla stanza, che odora di fumo e di piedi, il ventilatore ronza e veglia il nostro cattivo sonno. Esco in corridoio attorno alle tre, sudato, per recarmi al bagno, condiviso. Si aprono porte intorno e il rumore a quell’ora suona quanto meno sospetto. Intorno da due porte due signore rom mi scrutano e io non meno interrogativo fisso loro. Ritorno alla stanza e rientrano altri ragazzi, alticci, si direbbe. I rumori che arrivano da fuori la finestra, spalancata sul buio e sull’afa, inquietano, disturbano, formicolano il sonno; il caldo non ci permette di chiuderla. E pensare che poche ore prima, ormai a nostro agio, con le luci calanti del giorno, attraversavamo sovrappassi e asfalto di periferia per ritornare dal centro verso la stazione. Le certezze covano sempre illusioni, o quanto meno hanno il dovere di sospettarle.

Insomma, timori nostri e brutti sogni  a parte, per farla breve, la notte doveva dirci qualcosa sul giorno che si apriva.

Alle 5 abbiamo atteso un treno – dicono internazionale, a noi poi e sembrato sempre lo stesso – per Belgrado.  Unora, per il ritardo – il consueto, verrebbe da dire -  poi ci siamo avventurati. Varcata, non senza lungaggini, la frontiera, con un paio dore di ritardo, siamo arrivati. Belgrado distesa di cemento, ma anche fiumi e macchia verde. Caos, ma anche spazi. Il ritorno dello scenario metropolitano ha acceso, reso piu chiari, i passi fatti prima, il clima romeno: i modi distesi, quasi sommessi, di una terra povera, forse piuvera; la sua chiusura, ma anche la sua onesta. Ha reso un poco piu comprensibile a noi la strada, quello a cui ci ha abituati, quello che ci ha lasciato.

Ora siamo qui, in mezzo a tutti i figli della bella, patinata Europa, chiassosi,  che  ispirano falsita e indossano vestitini e occhiali da sole. A tratti inutilmente contenti, tutti a seguire le stesse rotte, impegnati (cosici pare) a turbare la nostra quiete, campestre: ormai abituata ad avere come compagni di viaggio lontano  e la rana, villaggi e camposanti. Non sanno niente di Romania, loro, o almeno a noi sembra.

E poi, alla fine, scusate, e lo sfogo di chi torna e torna nel caos – o nel completo silenzio, tanto e uguale – senza che gli venga riconosciuto lo sforzo. Lo sfogo di chi ha impiegato giorni e tempo a rovesciare schemi, ad abituarsi al cibo, agli odori, ad altra  mentalita, alle abitudini e ora le deve rimettere in cambio di niente. Pregiudizi al contrario, per dire.

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15, agosto, 2010

15 agosto – Ferragosto alla citta’ della rivoluzione

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Ferragosto. ‘Sacchi sulle spalle e fuoco nelle strade’. Aria calda (35 gradi) e tassi di umidita’ alle stelle consigliano una sosta per una limonata o per stare qualche minuto seduti all’ombra e fanno riecheggiare nell’aria quel vecchio brano di Gianna Nannini (Avventuriera, ndr) perfettamente in tinta con il paesaggio sonoro locale, sempre ‘leggermente’ nostalgia-portami-via.

Dimenticata in fretta, troppo in fretta, l’aria montana della Bucovina – la piu’ settentrionale tra le regioni romene – con le colline piene d’abeti, i fiumi e le  localita’ termali, i silenziosi monasteri affrescati (incredibili, affrescati da cima a fondo), rieccoci oggi nel pieno  scenario metropolitano di Timisoara, sud ovest del paese, confine con la Serbia (nostra prossima tappa).

Quarto centro urbano per  numero di abitanti del paese,  porta verso occidente, citta’ dei fiori e dell’innovazione,  primo comune in Europa a mettere lampioni elettrici nelle strade (anno 1884), culla della rivoluzione che nel 1989 pose fine alla tirannia di Ceaușescu e vide la notte del 25 dicembre dello stesso anno la sua fucilazione: o almeno questo e’ quello che la citta’ racconta, sulle borchures. Le strade e i chioschi parlano di una citta’ di frontiera dove sono presenti rumeni, certo, ma anche molti serbi, ungheresi, rom. Una citta’ piu’ aperta – certamente piu’ della capitale – dove si parla piu’ (sempre poco, sia chiaro) inglese, si ascolta e si suona piu’ musica, si va di piu’ al cinema, si vive in modo piu’ vicino a certa altra Europa, che  pare sempre e comunque distante.

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Il centro di Timisoara

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Per planare da Vatra Dornei (Bucovina) a qui (date le ultime esperienze ferroviarie, direi, con grande perseveranza) abbiamo utilizzato un treno notturo. Ancora una volta siamo incappati in piu’ di qualche sorpresa.

E’ andata cosi’: dopo aver smontato la tenda al buio, facendo base nella cucina del campeggio per trascorrere le ultime ore prima della partenza, ci siam portati verso la stazione attorno alla mezza. Al primo annuncio in rumeno – che iniziamo lontanamente a comprendere – intuiamo un ritardo. Rimaniamo sul binario, tra cani randagi, spazzini che non spazzano e personaggi quantomeno ambigui, accompagnati dall’aria che verso l’una di notte inizia a farsi intuire montana e scende sotto i 10. Nella desolazione della stazione immaginiamo, per un’ora e non senza uno strano  (scaramantico?) divertimento, l’arrivo di un treno vuoto, buio e pieno di pericoli.

Il treno compare lento in fondo alla gola buia del bosco, poco dopo la una, ed ecco la prima sorpresa: appena saliti i tre gradini della scaletta, ci arrestiamo davanti a una calca di uomini, donne, vecchi, bambini, colori e movimenti, caldo e odori. Scorgiamo scompartimenti in cui stanno stipate intere famiglie, generazioni, e un tappeto di anime dormienti si stende sul percorso tra noi e il nostro, di scompaprtimento. Bene, dico tra me e me, e sento salire una certa pressione: dietro la gente spinge per andare chissa’ poi dove e io, io per andare avanti col mio ospite di 14 chilogrammi sulle spalle, dovrei schiacciare bambini e vecchi abbaraccati lungo il corridoio. Un distinto signore rumeno in camicia rossa  si trova davanti a me appoggiato al finestrino, cogliendo il mio ‘leggero’ impaccio mi dice qualcosa che intuisco cosi’: ‘ragazzo, hai il biglietto? E allora fregatene e vai a sederti, qui ci sono abituati’. Mi volto, guardo per un’ultima  volta la folla di spingenti (dietro) e quella di dormienti (davanti), ringrazio con un cenno militare il mio suggeritore, prendo lo zaino sopra la testa e inizio un improbabile balletto tra gli sdraiati, con esiti rovinosi. Arriviamo sudati e un po’ confusi allo scomparto dopo alcuni minuti di lotta contro le complesse leggi dell’equilibrio, ci sistemiamo nel loculo tra una donna incinta che tiene in braccio un primogenito  e al guinzaglio un  marito scontroso, due ragazzine tamarre e due individui che ascoltano musica techno in cuffia ad un volume che, chiusa la porta dello scompartimento dietro le spalle, pare in filodiffusione. Dato che dormire neanche se ne parla, per il sudore che cola, il caldo, l’odore e il rumore, ci interroghiamo su come sia possibile avere tutta quella gente in corridoio se i biglietti sugli accelerat (i nostri intercity) sono a prenotazione obbligatoria. Giungiamo presto al risultato: nessuno dei signori in corridoio ha il biglietto. Torna la storia della mancetta al controllore o chissa’.

Sta di fatto che, legalita’ a parte, si vedono cose oltre il vetro che mai prima: la nonna rom tutta colorata sfila tele e stoffe da sotto la gonna, le butta per terra in corridoio e per ogni strato infila una nipote o un nipotino. Risultato finale: una specie di divano animato da cui spuntano teste di ragazzini da ogni dove, e si picchiano, rotolano, giocano, strillano. Splendido. Ogni volta che sopraggiunge un passante o il controllore – si’, ciao – la torta pluristrato e colorata si scompone, si allinea sul lato e si reimpasta dopo lo scavalcamento in sempre nuove disposizioni cromatiche.

Alle 8 del mattino arriviamo a Deva – non sto a raccontarvi, senza aver dormito – citta’ che ci fa da scalo per raggiungere Hunedoara, nucleo urbano di stampo vetero-comunista, quelle con i murales del regime sui palazzoni popolari, i ruderi delle acciaierie e tutto il resto. La Lonely planet la definisce come una delle citta’ piu’ brutte della nazione. Noi la troviamo incantevole – per il suo genere, ovviamente – e ci facciamo anche una bella passeggiata per la circonvallazione che, in pieno agosto, offre l’ombra di grandi platani e poco traffico. Molto poco traffico: sull’altro lato del corso giocano a calcio in mezzo alla strada.

Mentre scrivo Silvia mi obbliga  a rendervi edotti (ma non e’ l’unica cosa che mi obbliga a fare, si pensi solo che stabilisce austeri budget di spesa giornalieri che nemmeno prima delle perestroika: si deve essere calata troppo nella parte) circa la nostra visita al castello di Corvino, uno dei  piu’ bei castelli gotici della Romania, scenario eventualmente  degno di ospitare un venturo rimaneggiamento  cinematografico di Dracula – di cui nessuno sente il bisogno e figuratevi noi dopo due settimane di Transilvania.

Intanto agosto imperversa e rende l’aria caldissima, dall’Italia arrivano notizie di pioggia e crisi di governo. Scriveva magistralmente Milan Kundera nel suo ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’: <e’ solo il caso a parlarci> e noi, vedi un po’, siamo nella citta’ dove gia’ cadde un tiranno tronfio e megalomane. Noi, da buoni italici, speriamo nelle ricorrenze, insomma.

Nel mentre, ci prepariamo a lasciare la Romania per Belgrado e la Serbia, proprio ora che ci eravamo ambientati, che avevamo fatto cadere alcuni dei troppi, quanto involontari, pregiudizi e che ci siamo immersi con i nervi meno tesi nel clima sociale, certo lontano, di questa gente. Noi con i nostri libri, le nostre foto, le nostre mappe, sempre meno importanti.

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