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Non so in quanti di voi conoscano la vicenda CIP6. Con questa sigla viene identificato il primo teorico passo, compiuto nel 1992 dal governo italiano, verso l’incentivazione delle fonti di energia rinnovabili. Il provvedimento rese possibile l’erogazione di fondi verso alcune imprese energetiche private che, almeno in teoria, avrebbero dovuto utilizzare i capitali per la costruzione di impianti per la produzione di energia da fonti ecologiche. Quattrini ricavati mediante la voce A3 contenuta nella nostra bolletta: un giochino che ha permesso allo stato di raccogliere più di 13 miliardi di € tra il 1992 e il 2011!
Il punto critico di tutta la faccenda era la dicitura: ‘incentivi alle fonti rinnovabili e alle fonti ‘assimilate’’. Ecco il punto controverso: che s’intende per fonti assimilate?
Ad una più approfondita analisi scopriamo che si tratta di voci come cogenerazione, inceneritori, gassificatori, scarti derivanti da lavorazione delle fonti fossili. Ora, cosa c’entrano queste soluzioni con la produzione di energia da fonti rinnovabili?
C’entrano niente, ma sta di fatto che il 70% degli incentivi erogati attraverso questo meccanismo sono finiti proprio a sovvenzionare impianti di incenerimento e simili.
Sembrava che la parola fine a questa vergogna fosse scritta nella finanziaria 2008. Si trattò però di una fugace illusione: in seguito all’“emergenza rifiuti” napoletana, il dl 172/2008 concesse, infatti, un nuovo anno di proroga per quanto concerne gli inceneritori (anche quelli non interessati dall’emergenza e autorizzati prima della fine del 2008). Si costruirono così diversi impianti di incenerimento finanziati con soldi pubblici che dovevano essere destinati ad altro, per opere che, oggettivamente, nulla c’entravano con l’emergenza dei rifiuti in Campania.
Oggi – ed ecco il motivo per il quale vi ho raccontato questa storia – l’associazione Diritto al Futuro lancia una vertenza per il rimborso del prelievo destinato al CIP6. Sul sito dell’associazione trovate tutte le informazioni del caso.
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