Auschwitz, dopo un po’

Prima o poi doveva succedere che ne parlassi davvero. Anche se non ho mai voglia di parlarne che non mi sembra mai il caso, che non mi sembra rispettoso, che non vorrei cadere in retorica. Ma stamattina mi sono trovato davanti, dopo qualche settimana d’assenza (tra il viaggio in Polonia e le vacanze di Pasqua), una mia terza e loro me lo hanno chiesto espressamente, di parlarne. Magari inizialmente lo hanno fatto, come spesso accade, per rosicchiare un po’ di tempo alla lezione e spenderlo in chiacchiere. Magari sì, ma poi si son trovati davanti al mio racconto netto, rapido, rintanato per tempo e poi  venuto fuori di filato, nudo e crudo. Si son trovati ad ascoltare tutti zitti e assorti quasi come quando noi ci trovammo  sotto quel cielo là senza colore. Roba lasciata ad altre latitudini.
Sì, insomma, stamattina loro mi hanno chiesto di parlare dei giorni di visita ai due campi di concentramento, di Auschwitz e Birkenau, e per la prima volta io ne ho parlato con una delle mie classi.
Ad un primo momento non mi venivano davvero le parole e – chiedete ai miei studenti – è una roba che non capita mai. Mai. Ho detto loro che non volevo finire a far discorsi retorici o sempre gli stessi. Ma loro mi han ribadito che forse, stavolta, era il caso, e io mi son fidato. E alla fine posso dire di aver fatto bene, a fidarmi, o così m’è sembrato.

Per prima cosa ho detto loro che quello che mi ha sconcertato è la precisione e la lucidità con cui quel sistema di annientamento delle identità e delle vite funzionava. Gli ho fatto qualche esempio: il fatto che prima di mandarli nelle docce a gas, per dirne una, raccomandassero ai malcapitati di ricordare il proprio numero di appendino per poi recuperare senza confusione gli effetti personali all’uscita. Questo trucchetto serviva per rendere del tutto credibile la farsa della doccia, per far presupporre un dopo, per evitare che si ingenerasse il panico. Di lì passavano centinaia di persone alla volta e il panico andava scongiurato. La gente entrava nelle docce tenendo a mente il numerino. Un’astuzia tedesca per lo sterminio fordista, senza intoppi.
Poi ho raccontato delle testimonianze di quei deportati che si occupavano di entrare nelle docce e districare la montagna aggrovigliata di corpi dopo la gasazione. Il gas toglieva il respiro e per alcuni minuti le persone richiuse all’interno dei locali docce, terrorizzate, iniziavano a salire le une sulle altre, a divincolarsi in cerca di ossigeno, respiro possibile. Dopo la morte collettiva e violenta, altri deportati erano addetti a portare fuori i corpi, trovavano così nodi umani da districare, facce con espressioni allucinate e allucinanti, occhi fuori dalle orbite per gli sbalzi di pressione dati dal gas, sul pavimento rilascio di liquidi organici di ogni tipo. Loro si dovevano occupare anche di togliere eventuali denti d’oro dalle bocche dei cadaveri e accantonarli,  poi spedire i corpi ai forni crematori. Ai forni crematori stavano altri deportati. Alcuni di questi sopravvissuti ci spiegavano che dovevano mettere i corpi su una barella di ferro e farla scivolare rapidamente dentro il forno di modo che il corpo si staccasse e cadesse nelle fiamme. Se l’operazione non avveniva con la dovuta velocità la pelle e la carne colavano sulla barella, si appiccicavano, e bisognava usare i forconi per staccare i corpi e farli cadere nel forno.

Mi sono fermato un attimo, ma non si muoveva mosca, avrei sperato in un’interruzione, ma niente di niente, occhi puntati addosso. Allora ho proseguito sottolineando un altro aspetto che mi aveva nuovamente (come non ne sapessi niente prima) impressionato: la crudeltà irridente.

Oltre a questa catena di montaggio dell’orrore, un altro aspetto che mi ha agghiacciato è la crudeltà irridente dei nazisti, ho detto. I deportati che sapevano suonare qualche strumento musicale venivano radunati all’ora del rientro dal lavoro fuori dai dormitori. Li facevano suonare davanti a questi umiliati, a morti camminanti e senza identità. Suonavano cose tipo marcette da circo, irriverenti davanti all’annullamento, al dolore, al freddo, alle sofferenze inaudite, l’ultimo scherzo macabro davanti a gente che ormai aveva un numero tatuato a fuoco sulla pelle al posto del nome. Se qualcuno si accasciava durante il rientro al dormitorio veniva preso e fucilato o impiccato. Magari qualche volta anche altri, a caso, venivano presi e uccisi. Così, con regole casuali. Un deportato italiano raccontava di una sera in cui i tedeschi decisero di ucciderne di quella fila uno ogni cinque. E va be’ andatevene affanculo, m’è venuto da pensare.


l'immagine è di Letizia Beretta, studentessa di 5A-
Ho raccontato loro anche dei bagni. Di un capannone lungo cinquanta metri, una specie di grande stalla fredda, con una vasca coperta da un lastrone di cemento e sulla lastra un centinaio di buchi. Quelli erano i bagni, uno affianco all’altro, e gli escrementi venivano raccolti lì nella vasca e solo a fine giornata levati. Molti deportati hanno raccontato in anni successivi alla fine di quell’allucinazione che chi aveva in compito lo svuotamento della vasca dagli escrementi deteneva uno dei migliori ruoli all’interno del campo: a tetto e in un ambiente un minimo più riparato dal freddo, freddo che senza cibo diventava insostenibile per chi lavorava all’esterno.

Per ultimo ho voluto dire anche cosa temo possa generare un’esperienza come la nostra, che ti fa passare tre giorni in un posto a parlare di quel posto.

In quei tre giorni mi son sentito di dire a chi c’era insieme a me di non farsi l’idea che quello di Auschwitz e dell’olocausto nazista fosse un errore della Storia, uno sbaglio in cui l’umanità è cascata in Germania tra le guerre e punto. No, le efferatezze, le domande su come un sistema del genere possa stare in piedi senza che nessuno vi si ribelli, lo metta a soqquadro, la criminale violenza, l’annullamento delle identità, sono fatti che appartengono al genere umano in tutta la sua storia. Oggi le stesse cose succedono in Siria e in altre realtà appartenenti al mondo della globalisierung, ieri, prima del nazismo, succedevano in giro per il mondo ovunque andassero gli europei: i colonialisti occidentali hanno protratto per secoli pratiche aberranti e lontane da qualsiasi civiltà. I coloni britannici alla fine del Settecento, al tempo della tratta degli schiavi, la domenica, dopo la Messa, in qualche sperduta località del sud degli Stati Uniti, prendevano una ventina di schiavi neri dai campi, quelli che ormai non erano più produttivi, li facevano salire su una pedana e li impiccavano in piazza, scommettendo su chi sarebbe rimasto vivo più a lungo. Guardandoli contorcersi, perdere bava, esalare lentamente, incitandoli a resistere quando fossero stati i prescelti dagli scommettitori. Incredibile, e succedeva ben prima del nazismo. E succede oggi altrove.
E l’ultima, ultimissima, se tutto questo discorso si esaurisce in una descrizione morbosa dell’orrore non andiamo mica lontani, ho detto a quelli di terza. No, non serve a niente, se finisce lì, che ci spaventiamo e basta. E’ un po’ un difetto di quando parliamo di queste cose qui: fermarsi a raccontare l’orrore. Mi piacciono le parole di Etty Hillesum, di speranza, e un film come La vita è bella. Mi piace che serva a far capire com’è forte la vita nonostante tutto, quest’esperienza. A dire che le cose importanti son poche e bisogna averle sempre bene davanti. E con questo credo di aver raggiunto i limiti della retorica carissimi. Perciò mi fermo.

Poi, mi son fermato, effettivamente. Ho aperto il registro e l’ho compilato, per una volta, in un silenzio totale.

About these ads

2 thoughts on “Auschwitz, dopo un po’

  1. Grazie davvero Alfio. Grazie davvero. Lo sto leggendo stanotte in questa notte che non è uguale che è la notte dove la speranza, l’impegno, la lezione anche di “Restiamo umani” di Vittorio Arrigoni ha compiuto un anno sulle gambe, nel cuore, nelle intelligenze e nella voce di altri. Oggi, leggendoti, ho sentito quel Restiamo Umani, nelle tue gambe, nel tuo cuore, nella tua lucida intelligenza, nella tua voce davanti alla tua terza e ora davantia me. Grazie davvero

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...