Irish pics # 4

Colazione freak?

A Derry (o Londonderry, come si diceva l’altro giorno) abbiamo scelto un ostello un po’ freak. Le domande che conseguono nell’interlocutore medio sono: cos’è un ostello freak e perché sceglierlo.
Bene, sul cosa sia freak rispondo come Louis Armstrong a chi gli domandava cosa fosse il jazz: ‘se non lo hai ancora capito, fratello, non lo saprai mai‘. Un po’ western come risposta, ma va così.
Sul perché sceglierlo, eh, mica facile spiegare: i motivi sono diversi e in qualche caso persino reconditi.
Il primo fatto e’ che l’Irlanda e’ cara, costa tanto. Anche per chi viaggia come noi, in modo, diciamo sobrio, diciamo francescano, adeguandosi a quel che trova. Ecco, per chi viaggia così, per i miei standard da frequentatore oltre cortina, difficile dire che si spende poco da queste parti. L’alto costo prefigura sempre scelte molto basic, Sparta e non Atene insomma.
Il secondo fatto e’ che i trentenni fan di tutto per sentirsi giovani, piu’ giovani, per dimostrarsi che sono ancora quelli che erano, che so, a 19 anni. Non so bene perche’, ma fateci caso, voi piu’ piccoli o piu’ grandi che siate: va così. E io, ahimé, son in viaggio con tre trentenni di quella pasta lì: che hanno bisogno di sentirsi giovani. Chissà che torti ha commesso la vita nei loro confronti.
Se sei in viaggio con tre così allora succede che giri senza prenotare, arrivi tardi, cerchi a caso, trovi una camera di fortuna in un ostello con dentro 1000 chili di roba – ammennicoli, chincaglieria, soprammobili, strumenti musicali e da cucina – provenienti dal sud est asiatico e che si trova nel posto meno comodo della cittadina meno comoda. Trovi, ti accampi alla bell’e meglio e provi a dormire: sei in viaggio da giorni, hai camminato chilometri, e provi a dormire. Solo che al piano di sotto suonano il sitar, e va be’, solo che ragazzine corrono su e giu’ ubriache dalle scale, e va be’, solo che bussano alla porta e chiedono di entrare tutti i derelitti della citta’, e va be’, solo che i tuoi vicini di letto si fumano anche i cuscini, e va be’. Ma a un certo punto: l’apice. Nel cuore della notte entra nel dormitorio un uomo di mezza età, gli occhi iniettati di sangue,  giacca e cravatta indosso. Entra, accende la luce, tac, uno scatto, nel cuore della notte, apri gli occhi per vedere che succede. Lui si guarda intorno con aria stralunata: sono le tre di notte, avanza in mezzo allo stanzone camminando passi lenti, e ansimando, sudato come se avesse corso tutte le tre rampe di scale. Avanza e si guarda intorno, li guarda tutti quelli che dormono e tu ti fai delle domande anche normali, in una situazione che normale proprio proprio non è: la prima domanda è scocciata: che cazzo ti accendi la luce alle tre di notte pirla? hai fatto tardi? hai bevuto? fatti tuoi, rispetta il sonno pellegrino! La seconda consegue: ma un vecchio in giacca e cravatta perché diavolo deve arrivare facendo tre rampe di scale di corsa nel cuore della notte in un ostello irlandese? La terza è doverosa: avrò mica esagerato a cena con quel burro d’aglio(…)? la quarta indifesa: saremo mica in pericolo? sarà mica un pazzo mitomane che ha deciso di ammazzare i poveri (effettivamente) avventori di un ostello nell’Ulster? un attentatore sotto le mentite spoglie di un vecchio bancario? Mah, chissà. Infondo son le tre di mattina e sei troppo assonnato, impigrito, per darti delle risposte. Però lo scruti nei suoi gesti lenti e folli, curando di non farti scorgere sveglio. Ancora una domanda lampeggia in testa: ci sono delle ragazze qua dentro con noi, saranno in pericolo? dovrò intervenire? Poi il tizio si ferma piantato in mezzo allo stanzone e inizia a spogliarsi, ancora sudando e ansimando. Le domande e l’apprensione crescono. Rimane in mutande, canotta e calzini: un bijoux d’uomo penso e al contempo mi rimprovero che non è il momento di fare dell’ironia. Poi si gira ed esce dalla porta, sempre lasciando la luce accesa: oddio starà per preparare l’attentato in mutande!? Per un po’ non se ne sa più nulla, ti verrebbe anche voglia di scendere a spegner le luci, ma si sa mai di urtare la sensibilità dello psyko-killer. Mentre pensi al da farsi (o non farsi), il tizio rientra in mutande tirandosi dietro un trolley. L’aria meno indemoniata, i respiri meno affannati, gli occhi meno iniettati di sangue e comunque strani. Ti chiedi ancora quale sostanza lo possegga. Si sciacqua, spegne la luce e, goffamente, molto goffamente, tenta di salire al piano alto di un letto a castello: l’unico rimasto libero. Ora sembra possa cadere nell’arrampicata. Sale con fatica mettendo i piedi sul materasso di sotto, poi rimane per un periodo indeterminato di tempo in bilico con le braccia tese sulla barra di protezione del piano superiore: oddio cade, oddio cade, cadrà nel cuore della notte, un tonfo che sveglierà tutti e saremo tutti morti. Poi, fiù, con sforzo riesce a capitombolare dietro la scaletta posta a barriera e a sistemarsi. Il peggio è passato. Il peggio sembrava passato: dopo cinque minuti attacca a russare come un mantice bofonchio. Provo a mettermi un cuscino in testa, provo con l’mp3, provo e non chiudo occhio tutta la notte.
Però, però, in verità in verità vi dico, mi divertono un sacco queste storie, e chissà che torti mi avrà fatto la vita…

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