Irish pics # 5

Come le onde del mare, come le onde del mare
balla la gente quando suono il mio violino.

-
Mio cugino è prete a Kilvarnet,
mio fratello è prete a Mocharabuiee.
Ma io ho fatto più di mio fratello e mio cugino:
leggono nei libri di preghiere,
io leggo nei miei libri di canzoni
che ho comperato alla fiera di Sligo.

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Quando alla fine dei tempi
noi ci presenteremo a Pietro,
andremo da lui seduto in maestà,
allora lui sorriderà ai nostri tre vecchi spiriti,
ma chiamerà me per primo oltre il cancello.

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Perchè sempre allegri sono i buoni,
salvo che per cattiva sorte,
e la gente allegra ama il violino,
la gente allegra ama ballare.

-
Quando mi vedono arrivare,
corrono da me tutti gridando:
“Ecco il violinista di Dooney!”
Vengono a ballare come le onde del mare.

-

E’ il testo de Il violinista di Dooney, una canzone di Angelo Branduardi nonché una delle citazioni che ha portato i passi dal nord, dall’Ulster, fino a qui, fino a Sligo, per cercare quella fiera d’un tempo dove il violinista comprò i suoi libri di canzoni.
Sligo è una bella cittadina al centro dell’omonima contea, la più varia paesisticamente tra quelle attraversate fino a qui. Dopo giorni di colline, pecore, colline, mucche, colline, pecore, colline, mucche, l’entroterra diviene montuoso, di montagne che sembrano grandi onde verdi che corrono verso la città. Un muraglione ondulato e dal tetto piatto raschia le nuvole, il monte Benbulben, e fa da sfondo western alla cittadina. Sligo, come molte altre città irlandesi, e più in generale atlantiche, è attraversata da un fiume, sorse a suo tempo su quella che fu via di comunicazione, commercio e fonte d’acqua per l’artigianato e poi l’industria. Il Garavogue, il fiume che divide la cittadina, è nero di torba (o di Guinnes, talvolta vien da pensare), che dopo lo spazio urbano trova presto la via dell’Atlantico. Da Sligo in un’ora potete essere sulla riva di qualche lago del Donegal, a percorrere un bel sentiero in aperta campagna, sulla vetta di un monte, su una baia davanti all’oceano. Ecco le ragioni – pur non essendo meta di flussi turistici (o proprio in virtù di questo) – per sistemarsi a Sligo.

Dal finestrino

Noi ci siamo accomodati in questi giorni ai Gateway Apartments, sorta di residenza studentesca che durante l’estate (o forse anche tutto l’anno) offre stanze e appartamenti a prezzi pellegrini. Una struttura un po’ decentrata, ma che consiglio: soluzione ottima tra vivibilità e prezzi contenuti. In dieci minuti, oltrepassando il quartiere studentesco e l’area ospedaliera, si arriva nel centro città. Noi ci arriviamo nel pieno dello Sligo summer festival: artisti della scena locale, declinati dal pop alla tradizione, richiamano pubblico da tutta la contea. Un casino pazzesco. Dopo un’immersione nel centro preso d’assalto, dopo aver visto più lattine e bottiglie di birra vuote che anime in strada, dopo aver apprezzato come sanno fare e disfare festa gli irlandesi, be’, abbiamo optato per un pub un po’ defilato dove un uomo, chitarra e voce, scalda un’atmosfera decisamente più raccolta. Si parla, si ascolta, si sta soprattutto al bancone, nei pubs irlandesi. E si suona, quasi sempre. C’è tanta musica dal vivo e tanta tradizione d’ascolto, si vede al volo. La musica qui pare una colonna vertebrale, un pilastro su cui si fondano vita, comunità, amore e morte. E ci sono tutti, al pub, ad ascoltarla, questa musica. Dalla signora anziana al banchiere in giacca e cravatta, dagli studenti agli agricoltori. C’è una dimensione sociale vera nei pub, non so come dire, ‘genuina’ è forse la parola giusta. Un’armonia che a noi avventori esteri sembra da film, sembra un po’ finta, tipo che siam capitati nella serata giusta, quella con l’atmosfera un po’ magica e c’è andata bene, ma domani… ma domani, che ti sei spostato in un’altra città, in un altro villaggio, a dieci, cinquanta, cento, chilometri, ti accorgi che anche lì, uguale, non cambia niente: tre tizi intorno al tavolo che suonano, improvvisano, la vecchietta che si avvicina e canta qualcosa della tradizione, e poi tutti insieme un classicone isolano, e poi Knockin’ on heaven’s door di Bob Dylan, e via così, come se fosse normale, come se succedesse per tutti, tutte le sere, in ogni parte del mondo. Come se suonasse sempre il violinista di Dooney, con gente intorno che ama esser lieta e battere il piede a tempo. Ecco, questa cosa qui gliela invidio a questi uomini pallidi con i capelli rossi.

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