Irish pics # 6

Negli ultimi giorni di viaggio due circoletti rossi da annotare sul mio personalissimo cartellino (così avrebbe detto ai tempi belli Rino Tommasi). Il primo lo spendo per il Connemara National Park. Il Connemara è una regione selvatica – fiumi, laghi, boschi, a perdita d’occhio – una lunga lingua di terra intatta a nord di Galway. Per chilometri non si vede segno d’uomo. Molti si spingono sin lì a percorrere la mitica ‘Sky road’, un anello tra mare e cielo che parte e torna a un gruppo di case e ostelli, chiamato Clifden, attraverso una panoramica strada costiera. Se dovessi dare una dritta, vi direi di evitare la Sky road, con le sue auto e i suoi turisti, e fermarvi prima, nel parco nazionale del Connemara, per qualche passeggio nella più profonda wilderness. E’ lì, forse più d’altrove, che si trova la suggestione di quest’isola.

Il secondo circoletto rosso lo spendo per Doolin. Un paesino sparso lungo la costa atlantica a sud di Galway, da molti usato come punto d’appoggio per visitare le Cliffs of Moher, imponenti scogliere che, proprio da Doolin, in un’ora e mezza, si possono raggiungere a piedi. Doolin è anche il punto di partenza della Burren Way, un lungo sentiero che attraversa appunto il Burren: centinaia di chilometri di natura desolata. A Doolin ci siamo albergati al Doolin Hostel & Coffee Shop (la colazione migliore di tutta l’Irlanda, fidatevi..), se arrivate in paese con l’autobus all’unica fermata ve lo trovate sul naso. Si tratta di una struttura spaziosa e gestita con passione e grande spirito da ostello genuino e vicina a un pub dove si mangia bene e si ascolta ottima musica a prezzi modici (comunque irlandesi).

Noi, l’ultima sera, a Doolin

Il nostro ultimo giorno si è concluso qui e qui queste nostre immagini, questi pochi accenni si fermano. Nonostante la pioggia atlantica imperverssasse e spirasse un vento tosto non potevano andarcene in volo senza salutare il mare. Così, in mattinata, abbiamo preso armi e bagagli e sotto l’acquazzone siam andati alla spiaggia. Un naufragio volontario, praticamente. Pioggia in faccia e acqua che corre sulla schiena, rane nelle scarpe. Ritornati in ostello, dopo svariati minuti dal nostro ingresso sotto tetto, ancora sembravamo fontane antropomorfe. Entrati nel locale caldaia ognuno ha preso a spogliarsi e ad appendere come si poteva i vestiti nella speranza di un insperato asciugare. Insieme a noi anche una coppia di ragazze canadesi che avevano fatto, o si erano cercate, la nostra stessa fine.  E allora tran, basta un attimo, un lampo, uno sguardo in lavanderia, tra mutande e mollette, e per un istante ti si ferma tutto dentro e rimani come sospeso. I suoi occhi, i tuoi occhi, elettricità che attraversa l’aria, tra una lavatrice e un boiler. Tran, siam volubili e tutto cade. In quegli istanti svaporano il tempo e il contesto: non importa che tu sia accompagnato o solo, di recente sfidanzato o a lungo ammogliato, giovane, coscienzioso o decrepito, scapestrato o cordiale. Tran, alla piccola magia non si rinuncia, occhi che si cercano e non c’è più niente intorno. Intanto fuori accenni un sorriso, un po’ complice e un po’ imbarazzato, allunghi un appendino alla mano di lei, dici qualcosa col tuo inglese arrangiato e la scruti come da lontano, lontanissimo. Allunghi un appendino – tutto dura il tempo di un battito, di ciglia o cuore che sia – e sei lì che c’hai la faccia da tinca, che pensi come un’adolescente a futuri possibili, al fatto che anche da lì, da uno sguardo rubato, per un frangente può cominciare tutto daccapo: uscire da quella porta insieme, immaginarsi che storia, un’altra storia. Siam tutta la vita a solidificare le basi, ad assicurare le barriere, a testare i binari su cui corrono le nostre esistenze e tran, basta un momento, se è quello giusto, e scompigliamo tutto, sparigliamo le carte, facciamo saltare il banco: siamo pronti, già con le valigie in mano, ad andarcene da un’altra parte, a scapparcene in un altro posto, a fuggircene da quelle cose che abbiamo detto nostre fino al minuto prima, a dimenticarci. E’ un istante che si allarga fino a scoppiare, come una bolla di sapone, è un istante e poi… “Alf! arriva il pullman, eddai, muoviti!“… come svegliato in piena notte, ti ritrovi, stropicci gli occhi, raccatti alla svelta calzini e magliette, le ficchi nello zaino, saluti con un cenno leggero e ancora uno sguardo che ruba, e ti chiudi la porta alle spalle, chiudi la porta a quello sguardo canadese, all’istante magico e ai tuoi futuri possibili. Per il ritardo, il pullman e quelle cose lì, puff, la bolla di sapone che scoppia. Chiudi la porta alle tue spalle e ci chiudi dietro l’Irlanda e quegli occhi là, il suo riassunto.
Un viaggio è fatto anche di momenti un po’ così, non minimizzate mai la geografia della vita.

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