La Bulgaria in seconda classe – il maschio italico e i suoi interessi bulgari

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Mentre la techno-pop-balcanica profonde dalla radio nella via, eccoci, in una vuota domenica d’agosto a Belogravdcik (o una cosa simile) al primo internet point lungo il percorso. Buio, fumoso e con la tastiera sgangherata: come al solito insomma, da queste parti.
Cosa dire? Tante cose ci sarebbero da registrare, ma mi scuserete se parto parlando dell’Italia, una ulteriore premessa al nostro tour bulgaro e’ necessaria. Leggendo, ne son sicuro, sarete d’accordo con me.
Partendo in aereo da Orio, ieri, ci siamo subito accorti di un paio di cose. La prima: il volo e’ strapieno di italiani. Strano! Che la Bulgaria cosi su due piedi non mi pare offra granche’ al medio turista italiano. La seconda: non solo e’ pieno di italiani, no, e’ meglio essere specifici: e’ pieno di italiani, maschi, tra i trenta e i quaranta, tendenzialmente lampadati, tatuati, medagliati d’oro, tamarri insomma e direi, a naso, poco interessati alla geografia e al viaggio di scoperta. Ma che ci vanno a fare questi in Bulgaria? Togliamoci subito ogni dubbio, ho sbagliato dicendo che la Bulgaria non offre niente di interessante al turista italiano medio, ho sbagliato di brutto: ci vanno in cerca di occasioni fugaci, ci vanno per tour sessuali organizzati nei minimi dettagli, ci vanno, in una parola (cara agli amici reggiani), per la gnocca! Bene, c’e’ un pubblico talmente omogeneo che ci sentiamo a disagio, io e Silvia, due amici, un maschio e una femmina, che viaggiano insieme verso la Bulgaria. Li dentro, secondo me, a naso, la leggono male. Che ci vanno a fare questi due in coppia? scambisti? chissa’…
I pochi dubbi rimasti circa l’abbondante migrazione di maschio italico svaporano mentre voliamo verso Sofia. Mentre io parlo con Kressy, maestra elementare di Sofia, che ha imparato l’italiano leggendo i nostri libri (chapeau!) e che tiene a dirmi che i bulgari sono persone gentili, ecco mentre io parlo con lei e con Dmitar, operaio a Vimercate di ritorno per le ferie a Sofia, Silvia, un paio di file dietro, ascolta con puntiglio da giornalista i dialoghi di due maschi latini seduti accanto a lei. I dubbi cadono ad uno ad uno: “guarda questa, una favola, ora vado a trovarla” commentani brillanti, insomma, mentre scorrono sull’i-phone una sorta di catalogo di immagini. Oppure: “ma io non capisco quelli che si ostinano con le italiane, che c’hanno sempre delle pretese. Te vieni qua e queste viaggiano come cavalle“. Come cavalle, voglio dire. E l’altro, esperto: “guarda, c’hai ragione, anche con sto mito delle brasiliane, no, io preferisco queste qua, o le ucraine, che le brasiliane mangiano e scopano alla grande, ma poi son false e te la mettono nel..” E va be’, dai, ci siam capiti.
Arrivati a Sofia decidiamo di non dar retta ai tassisti che ci si offrono e di usare mezzi pubblici e scarpe per cercare la nostra sistemazione nottura. Saliamo sull’autobus indirizzati da un gentile signore che ci da un paio di dritte con un inglese scolastico e ci aiuta anche nell’acquisto dei biglietti dell’autobus: costa due lev, il biglietto, e noi abbiamo solo un pezzo da venti, l’autista dice che non ha il resto, che non puo’ farci i biglietti, il gentile uomo che assiste alla scena sale sull’autobus e ci spezza il venti: saliamo, obliteriamo e ci sediamo. Passano cento metri, salgon due controllori, quello che si avvicina a noi sembra un hamburger ripieno di maionese. Si avvicina tutto sudato e bofonchia qualcosa, noi non capiamo, sembra voglia dirci che abbiam sbagliato i biglietti, o che gli dobbiam qualcosa anche per gli zaini. Una ragazza da dietro, molto gentile, si intromette e ci fa da traduttrice, confermando l’impressione: dovevamo pagare dei biglietti anche per gli zaini e ora questo ci vuol fare venti lev a testa di multa o senno’ verbale, scendiamo con lui e ci porta in questura. Tipico attegiamento mafiosello per suggere qualche quattrino dal (presunto, nel nostro caso…) ricco occidentale in viaggio. Noi diciamo che siamo appena saliti, che non lo sapevamo e che siamo disponibili a comprare un altro biglietto al volo. Dai ciccione, si ragionevole. Proviamo con la simpatia, la compassione, la ragionevolezza. Lui, niente, insiste. Stara’ gia’pregustando nella sua mente ottusa dai lipidi l’hot dog che si mangera’ stasera, al termine della giornata lavorativa, con i nostri spiccioli. Di nuovo minaccia le guardie, la questura. Venti lev a testa, dieci euro, va be’ ci manca di partire con la fedina penale sporca(…), paghiamo e raggiungiamo il centro.
Il sabato sera di Sofia ci attende, caldo, elettronico, con le sue superstrade in centro alla citta’ e le sue minigonne vertiginose. Che noi in verita’, poi, finiremo da un kebbabaro in una strada periferica e semi deserta. Dal kebbabaro con sullo sfondo le cupole della grande cattedrale ortodossa e i palazzi della burocrazia comunista. Una strada qualsiasi di un mondo eccezionale che e’ stato confine di tre imperi e tre religioni ed e’ miracolosamente sopravvisuto diventando, in qualche modo, se stesso.

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