La Bulgaria in seconda classe – Belogravdcik (o qualcosa del genere)

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Entra nella via in contromano con la renault anni ’80 e ci carica. Di corsa col suo taxi smunto verso la stazione dei treni, cogliamo d’anticipo il risveglio domenicale di Sofia. Corriamo per gli stradoni vuoti sotto il cielo violaceo del mattino, il sabato sera e’ svaporato d’un tratto, s’e’ spento coi lampioni.
A Sofia e’ ancora facile: tabellone in cirillico con corrispetivi in alfabeto latino. Due per Oreshets, grazie, e ci danno in mano un tagliando indecifrabile, ma il tempo stringe e ci possiamo solo fidare: binario 12, in fuga verso nord, Belogravdcik, se gli astri e i ferrovieri ci assistono.
Dieci chilometri a nord della metropoli, sbucati dalll’ultima periferia, ci infiliamo gia’ in un canyon selvoso. Muraglioni boscosi ci rubano come incantesimo alla pianura e non ci dicono dove arriveremo, dove sbucheremo. Dopo una mezzora li in mezzo riemergiamo dalla selva per non piu’ di centocinquanta metri, si vedono lenti passare un’ansa di fiume, un gruppo di case di cemento, non finite, un interporto ferroviario con dei container mezzi abbandonati. Poi subito si rientra in un altro canyon e per un’ora va avanti cosi’. Quando terminano le gole disabitate, si allargano valli montuose disabitate: il massiccio di Stara Planina con le sue belle montagne coda dei Balcani.
Dopo circa tre ore di viaggio, dei passeggeri partiti dalla capitale siam rimasti solo io e Silvia. Salendo verso nord si coglie perfettamente il passaggio dal centro alle zone piu’ remote della nazione. La gente che sale nei primi paesi fuori dalle montagne, dove la Bulgaria torna steppa incolta, campi di mais e girasoli, sotto un vastissimo cielo blu, e’ gente povera, donne che salgono con le cassette e coi grembiuli, bambini che giocano sempre all’aperto e da un po’ non vedono doccia. Fuori tutto e’ giallo come il sole, sotto il cielo azzurro, solo la linea nera della ferrovia segna il confine in un territorio dove non c’e’ piu’ asfalto e strade e case si son fatte bianche. Ci chiediamo dove finiremo stasera, se continua cosi’.
Scendiamo ad Oreshets, la stazione piu’ vicina al nostro ideale punto d’arrivo, dopo quattro ore abbondanti di treno: abbiamo studiato cosi’ a lungo quel biglietto che riconosciamo al volo il toponimo cirillico della nostra stazione d’arrivo. Ad Oreshets la situazione non e’ molto diversa da quella dei villaggi precedenti, ma si tratta comunque di una stazione di snodo ferroviario tra due linee e base per raggiungere la piu’ popolosa Belogravdcik, che dista una decina di chilometri: alcune case in piu’, un paio di bar e un po’ d’asfalto. La nostra idea una volta arrivati era quella di andare a piedi, ma la barista a cui chiediamo informazioni appena fuori dalla stazione, pur non parlando alcuna lingua conosciuta, ci da’ una limonata, ci guarda come fossimo due suicidi e ci chiama un taxi senza ascoltare scuse. Tanto, dice, costa solo cinque lev, due euro.
In meno di cinque minuti dal profondo della campagna sbuca una lada degli anni 70 mezza sgangherata, sappiamo presto che sara’ il nostro taxi. Diciamo all’omone nella macchinina ‘Belogravdcik!’ e si va. Nonostante il nostro uomo non ci veda granche’, e tenti di scrivere un sms con gli occhiali calati sul naso invadendo a zig zag l’altra corsia, dimentichiamo presto il rimpianto per la mancata escursione a piedi: sono le due, ci sono 35 gradi, non un albero, carcasse di auto e animali ai bordi dello stradone che va in salita e riflette miraggi. Scollinato il passo si apre tra due ali di bosco la visuale sull’abitato. Il nostro sudato taxi-driver ci abbandona in un piazzale polveroso dove pascolano cavalli allo stato brado e ci indica che il centro e’ di la’. Non soddisfatti dell’indicazione ci fermiamo a consultare una piantina comunale affissa a una bacheca. Tempo due minuti arriva un omino che ci offre una bella camera doppia con vista a quindici euro, accettiamo, ormai ci sembra che sian tutti gentili e che ci si possa fidare dei bulgari. Poi e’ domenica e chissa’ che c’e’ aperto e abbiamo ancora tante cose da fare. Scopriamo in poco tempo di aver fatto bene a fidarci delle parole, per lo piu’ incomprese, ma sussurrate con gentilezza, dell’uomo: finiamo in una stanzetta viola poco distante dal centro.
Nella parte alta del paese, che si trova sdraiato tra due versanti boscosi di montagna, si erge una fortezza ben conservata e costruita tra strane e bellissime formazioni rocciose. Sembrano enormi teste di giganti piantate sul dorso della montagna. Da li’ in alto pare di dominare l’intera Bulgaria. Lentamente la luce rossastra del tramonto rapisce tutte le cose e con Silvia ci diciamo che e’ un incanto, che se continua a sorprendere cosi’, questa terra, abbiamo fatto bingo.
Calata la sera scendiamo anche noi il sentiero per tornare all’abitato: lungo la via centrale la luce di qualche locale aperto rischiara il paese senza lampioni. Ci fermiamo in un posto che ha qualche tavolino fuori, sotto le stelle, e ordiniamo, quattro chiacchiere, due shopska.

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