La Bulgaria in seconda classe – da Belogravdcik a Veliko Tarnovo

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Decidiamo di alzarci all’alba, secondo le nostre ricerche, per arrivare in giornata a Veliko Tarnovo, ci vogliono almeno 8 ore di treno e vanno affrontati come minimo tre cambi. Il paese che avevamo lasciato vuoto e silente la domenica sera, il lunedi mattina, poco dopo le sei, vede un discreto movimento: cavalli che nitriscono, spazzini che spazzano, autocarri che passano in salita lungo l’asfaltata e fanno tremare i muri delle case. Ci alziamo e non sappiamo se ci sia furgone, taxi, un samaritano o un carretto che ci possa dare un passaggio in stazione. Ci alziamo perche’ Silvia e’ convinta che, si’, ci sara’ almeno un taxi. Annuisco assonnato e poco convinto allo spirito nomade del gruppo. Chiudiamo zaini e sacche e scendiamo al piazzale degli autobus. Ha ragione lei, mannaggia: mezzo addormentato nel piazzale, svaccato nella scatoletta gialla, con la portiera aperta, c’e’ un tassista che aspetta. E sembra proprio aspetti noi. Dopo aver fatto un giro in paese a raccattare vari pacchi da portare in stazione per conto di altri locali, il nostro uomo decide che e’ ora: partiamo alla volta di Oreshets!
Alla stazione il bigliettaio, dentro il suo sgabuzzino ex-URSS, nonostante noi si sia li davanti in due, ci fa un biglietto per una sola persona: non so bene come, ma lo capiamo confrontando le differenze dai biglietti dei giorni precedenti. Maledetta burocrazia sovietica. Dobbiamo quindi rifare la fila mentre il treno fa gia’ capolino all’orizzonte della desolazione.
Ce la facciamo, giusto il tempo per ritirare il resto e cercare un cenno di conferma dal capotreno, prima di carambolare sul rapido che da Vidin va verso la capitale.
Del viaggio che ci attende non sappiamo nulla, meno che i nomi delle stazioni a cui dovremo cambiare, ammesso di riconoscerle tempestivamente dal cirillico. Come sempre siamo fiduciosi e comunque sia il treno e’ ormai lanciato in mezzo alla pianura.
Il primo dei quattro treni di giornata e’, in teoria, l’equivalente di un nostro vecchio pendolino, solo che fa tutte le fermate, al mattino presto contiene un’aria combinazione variabile tra dormitorio e latrina e ha molto piu’ spazio tra i sedili di quanto non ce ne fosse sui nostri, di treni. Nonostante l’odore nefasto, il convoglio, popolato dalla classe medio-alta non vede finestrino aperto. Intanto, andiamo, ripercorriendo un pezzo della strada di ieri, a ritroso.
Dopo un’ora e mezza arriviamo a Vratsa, prima stazione di cambio della giornata. Vratsa originariamente era poco piu’ di un gruppo di case cresciute intorno alla ferrovia, il regime decise negli anni cinquanta di impiantarci fabbriche e una ventina di file di palazzoni a ringhiera. Mentre i capannoni costeggiano tetramente abbandonati il tracciato ferroviario, i palazzoni pur fatiscenti continuano a essere formicai umani, sono torri che si ergono nel nulla di una campagna che sembra steppa, quelle che si dicono cattedrali nel deserto. Ci siam chiesti di che viva questa gente oggi, dove lavori e che lavori faccia, ma rimangono misteri.
Si riparte da Vatsra per Mezdra un’ora dopo su un treno ‘ordinario’, cosi’ viene definito, che e’ l’equivalente di un nostro regionale. Una gabbia di ferro rugginoso coi sedili di pelle marrone, molto usato da chi non puo’ permettersi altro: salgono con noi scatoloni di verdura, bagagli di cartone, anziane con gli zoccoli. Il viaggio e’ breve e reso accettabile dall’aria fresca del mattino.
A Mezdra, cittadina discretamente sviluppata grazie al turismo interno, scendiamo per un’altra ora abbondante di attesa e scopriamo un’ampia offerta di percorsi segnalati per il trekking e la mountain bike nei dintorni, sui monti di Stara Planina. Me le annoto sul mio personalissimo cartellino floreale (per il viaggio uso un blocco appunti dell’Erbolario, gentilmente prestato da Silvia) per prossime incursioni in terra bulgara.
Ripartiamo da Mezdra con poco ritardo – deve essere il nostro giorno fortunato – ancora un ordinario che ci condurra’ a Gorna, dove poi cambiereno per Veliko. Il viaggio e’ pesante: l’aria a mezzogiorno inizia a diventare calda come quella di un asciugacapelli, il lamierone del treno, che avanza piano sotto il sole a picco, in mezzo a pianure di sterpaglia dorata, si incendia. Non mancano precedenze, coincidenze e altre amenita’ ad allungare il tempo della sauna.
Dopo un paio d’ore arriviamo – che ve lo dico a fare – sfatti a Veliko Tarnovo, vecchia capitale bulgara ai tempi degli zar, ricca in storia e segni del passato, in bella posizione tra monti bassi e rocciosi. Scesi dal treno, come spesso accade da queste parti, noi con i nostri zainoni, veniamo presi d’assalto dai locali che affittano camere. Offrono ospitalita’ e avanzano soluzioni varie. Ci affidiamo molto volentieri, vista la stanchezza, a uno di loro. Valentyn, cosi’ si chiama il nostro uomo, che ha lavorato quindici anni in Italia e parla egregiamente la nostra lingua, ci accompagna in citta’ e ci offre una stanza nel quartiere storico, vista fiume. Splendida. Quanto vorra’? Vuole 40 lev: dieci euro a testa, incredibile. Parlo un po’ con lui e mi racconta della sua attivita’, dice che a Veliko si campa bene, che c’e’ turismo tutto l’anno, russi, americani, giapponesi, coreani, rumeni e in agosto francesi e italiani. Mi fa pensare molto il modo in cui fa l’elenco, citando solo alla fine e mal volentieri gli europei d’occidente. Veniamo poco da queste parti, noi, che non riteniamo la loro terra interessante e riteniamo loro poco affidabili, non c’e’ di che meravigliarsi se loro fanno lo stesso con noi, nominandoci con un certo distacco e dopo molti altri.
Per deformazione professionale, penso tra me che e’ questo il tema politico su cui l’Unione europea sta fallendo, il punto in cui tutto il gioco si sta incartando. Brutto segno, se e’ vero che proprio quaggiu’ si legge – se mai ne avremo uno – il futuro comunitario, qui, che si presenta oggi qu che domani interessera’ anche noi: la sintesi tra Islam e pensiero occidentale, i tentacoli russi e le bandiere dell’UE. Qui a Veliko, capitale degli zar, citta’ asburgica del non lontano Danubio, avamposto fortificato degli ottomani e oggi meta del turismo globalizzato, qui, oltre che a intuirsi, il futuro si intravede.

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