La Bulgaria in seconda classe – Sinemorets

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Ora della colazione, la radio passa Marina Marina Marina e la hall azzurra dell’hotel Sinemorets risplende attraversata dalla brezza mattutina. Si tratta di un albergo a conduzione famigliare che prende il nome dalla localita’ che lo ospita, una delle ultime bulgare sulla costa del Mar Nero. La dogana turca dista un quarto d’ora d’auto dal paese. Per colazione qui si servono due fette di pane con feta, erbe aromatiche e un bicchiere di te’ o caffe’. Non altro.
Appoggiato al divanetto, sorseggio la mia tazza di caffe’ turco mentre aspetto Silvia. Scrivo due righe e, col capo chino, intento a mettere in fila le parole, constato che la pelle sa di mare, ma la maglietta di treni e abitacoli di furgoni troppo stipati. Necessito di una lavanderia a gettoni, sapone di marsiglia o almeno un catino. (Ci tenevo a rendervi partecipi di questa urgenza.)
Il giorno precedente ci ha visti attraversare mezza Bulgaria sotto un cielo a quaranta gradi e non senza imprevisti: voglio dire, i risultati di certe imprese, poi, nella vita, ce li portiamo addosso, si sa.
Rapide highlights del giorno prima: sabato di agosto, i bulgari da ogni angolo remoto della nazione, dalle periferie, dai piu’ poveri villaggi di campagna, cestino da pic nic e ombrellone sotto braccio, prendono la via del mare. Sabato d’agosto, l’agosto piu’ caldo degli ultimi dieci, noi salutiamo Ivan a Shipka, gli lasciamo qualche titolo di canzone italiana da mettere in repertorio – roba buona: Degregori, Battisti, DeAndre’ – e ci dirigiamo in stazione per saltare sul “rapido” che da Sofia va a Burgas (la Rimini bulgara). Il treno e’ ricolmo, la temperatura infernale: si evapora tutti insieme, ben stretti. Ad ogni stazione, ne fa tante, ne fa troppe, salgono orde di aspiranti bagnanti, muniti di materiale sufficiente ad accamparsi – in condizioni estreme – per una settimana. Dapprima siamo seduti, inchiodati a un finestrino assolato che non lascia spazio a niente che non sia la sopportazione. I nostri vicini con bimbi invadenti e cestini debordanti fanno il resto. Provo a guardare intorno per trastullo: anziani anemici sul punto di colasso, uomini bulgari grassissimi che colano sudore in ogni dove e proseguono a bere cola e mangiare panini salsiccia e burro d’aglio. Tolgono il respiro, a guardarli, a pensarci. Vedo due ragazze infondo al vagone, gia’ meglio: la loro bellezza rinfresca. Non faccio in tempo a pensarlo che ci ritroviamo in piedi, i nostri posti erano prenotati, i nostri posti espropriati, ah perche’ ci voleva prenotazione su questo treno?, si ci voleva, e noi che ne sapevamo, mi spiace ma e’ cosi’, prego, grazie, ancora scuse, si figuri.
Ci spostiamo nell’anticamera del vagone, cerchiamo di respirare qualcosa dalle fessure delle porte. Si muore, senza un finestrino. Manca il respiro sul serio: sei in piedi da tempo, siedi o svieni. Poi arriva un vecchietto e apre in corsa una porta del treno. E’ matto. Un po’ stupiti e un po’ sollevati, pensiamo cosi’: che e’matto. Le porte dei treni bulgari son di quelle vecchie che, girata la leva e spinte con forza, si aprono, senza ulteriori cautele, anche col treno sparato a cento all’ora.
Dalla porta spalancata su rotaie che corrono entra un’aria rovente che sa di paglia, via ferrata, binari, pietrisco dei binari, catramina, urina, traversine. Entra e, per quanto sozza, viene salutata con sollievo: vento secco e infuocato che asciuga tutto, che porta via la cappa di umori e malumori. Fuori delira velocissimo, sotto il sole, un paesaggio di paglia e fieno, un lampo continuo, giallo e monocorde.
Va cosi’ per ore, chilometri, fino a incontrare gli snodi e gli svincoli dei gasdotti del Mar Nero che si intrecciano e formano reticoli e geometrie, labirinti della geopolotica internazionale, poco prima di Burgas e le sue vele. Tubi e interessi, grossi tubi e grossi interessi che si intrecciano, si intersecano, prima di Burgas: la battaglia della dipendenza e indipendenza energetica mondiale vista da uno dei suoi tanti hub. Qui si incontrano uomini del petrolio statunitense, signori del gas russo, rappresentanti legali di Eni, i tedeschi di E.on, arabi sauditi, per dividersi la torta del Mar Nero.
Scesi a Burgas cerchiamo un furgone che porti a sud. Solo quelli ci sono. Laggiu’ non arriva ferrovia e le strade son quel che sono: sono strette, sono malconcie. Si riparte stipati sul camioncino e sono ancora sudore, afrore, calore, asfalto che corre per ore.
Arrivati a Sinemorets e’ sera e siamo umide ombre lunghe di noi stessi, appoggiamo gli zaini e con la luce rossastra del primo tramonto ci tuffiamo in un mare cosi blu che solo a guardarlo, dopo tutta quella arsura di viaggio, si sente una scossa fredda che scuote la schiena.
Acqua, sabbia e luce si mischiano morbide negli occhi, la pelle si lava, rinfresca. Poi stesi su spugne scolorite, occhi al cielo, si lascian correre i discorsi, parole in liberta’ fino all’ora in cui torna la fame a far visita, dopo tutto quel calore di sete. Primo fresco del viaggio e la luna che, appena, incomincia a brillare, sullo sfondo di un cielo ora verde ora blu e boschi di quercie.
Mi guardo attorno mentre i vacanzieri bulgari fanno colazione, e’ un posto molto bello Sinemorets, ancora snobbato dal turismo estero, ancora vergine. Ci sono solo due grandi alberghi dall’altro lato del paese, e sono quelli che accolgono un turismo internazionale che poi passa il tempo nei suoi residence, nei resort, che in paese si vede poco e solo di sera. Questa ala del villaggio, dove siamo sistemati noi, e’ piu’ alla mano, piu’ sgarrupata, meno organizzata e accoglie il turismo interno, quel poco che c’e’, e qualche ardito estraneo indipendente.
Quest’oggi vogliamo seguire un sentiero bello e impegnativo (soprattutto perche’ senza un filo d’ombra) che attraversa scogliere e spiagge bianche deserte della riserva naturale di Silistar. Non ne abbiamo il tempo, ma percorrendo tutta la costa, oltre la riserva, si puo’ arrivare a Rezovo, ultimo villaggio bulgaro prima del confine e fare un bagno in acque turche.

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