La Bulgaria in seconda classe – Hitsa Maljovitsa

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Lasciando la mondana Plovdiv e la pianura circostante, ritroviamo la Bulgaria tradizionale.
Alle luci dell’alba prendiamo un pullman per raggiungere Maljovitsa, una stazione sciistica in quota da cui si sparpagliano molti dei sentieri che si arrampicano sul massiccio del Rila. Il treno, per ovvie ragioni altimetriche, in questa tappa, non ci assiste.
La pianura del mattino lascia gli svincoli urbani e i palazzi per far spazio a una vasta zona agricola dove centinaia di braccianti – soprattutto anziane donne con foulard scuri a proteggere il capo – sono intente alla raccolta di patate. Lungo la strada piu’ carretti che auto e sullo sfondo, sempre piu’ vicine, come dorsi di balene nere, si profilano le alture del Rila.
Piu’ si va avanti e si sale, piu’ si ritrova una Bulgaria d’altri tempi: visi cotti dal sole, maglioni di lana grossa e sporchi di paglia, sacchetti di cipolle che salgono e scendono dal pullman, un’era’ media della popolazione sempre piu’ elevata. Una mentalita’ diversa, occhi che non sanno molto del mondo fuori dai recinti della contrada. Lo capisco bene quando nei pressi di Maritsa, un piccolo villaggio, salgono due vecchietti e guardano Silvia, addormentata sul sedile in canotta e pantaloncini, con uno sguardo che mischia sdegno e morbosita’. In quello sguardo, quasi per caso, colgo uno di quegli attimi che traccia precisi confini, dice molto, da coordinate buone per intuire la geografia di un luogo e della sua comunita’. Lo sguardo che si posa sulle spalle nude diviso tra giudizio e peccato, richiamo alla regola e infrazione.
Anche il paesaggio fuori cambia: compaiono le mitiche strade bulgare piene di buche, la collina coltivata lascia spazio a pinete e vette alpine, dietro le staccionate compare il bestiame al pascolo.
E’ in questa media montagna che ritrovo la Bulgaria tradizionale, quella piu’ vicina al nostro immaginario di occidentali, quella delle anziane che vendono patate e pannocchie bollite al bordo delle strade, quella dei colorati abiti tradizionali, dei rosari stretti tra rugose dita. A guardarla in faccia, questa gente, sembra provenire da un mondo rurale i cui tempi e modi non sono stati modificati nemmeno dagli anni del comunismo sovietico. Un mondo chiuso in se’, lontano dal mercato, intatto al regime, attaccato a gerarchie e consuetudini agrarie.
Salendo ancora piu’ su, non si verifica la stessa situazione. Piu’ in alto, villaggi come Borovets o Rila, hanno trovato fortuna grazie al turismo invernale e ai loro impianti da sci. Sono sorti qui grandi alberghi, strutture sportive e di svago. Niente a che vedere con le Alpi, ma di certo queste grandi strutture, oggi un po’ demode’, e l’afflusso di sciatori e alpinisti hanno cambiato i connotati ad anima e paesaggio di queste localita’.
Il pullman ci lascia a Samokov verso le nove del mattino, una delle ultime cittadine alle pendici del Rila. Ci aspettiamo di trovare qualche furgone che da li ci porti a Maljovitsa, punto di partenza del nostro sentiero, ma cosi’ non e’. Saremo bloccati in paese sino alle 16.30, ora dell’unica corsa giornaliera per quelle quote. Valutiamo anche altre soluzioni, altri pullman, fare chilometri a piedi, ma niente, sembra impossibile. Non ci voleva, pensiamo, ma avvezzi al transito e all’attesa non ci perdiamo d’animo e facciamo due passi per il povero quanto colorato mercato rionale.
Gironzolando in paese ci sfila affianco un taxi: perche’ non provare a chiedere. In Italia, conoscendo le tariffe medie da strozzinaggio e’ una soluzione che non valuterei, quella di percorrere trenta chilometri in taxi, ma con i prezzi bulgari ce la caviamo con una corsa – su una bella Lada degli anni Sessanta – a soli 14 euro.
Arrivati a Maljovitsa ci rendiamo conto che quella che la guida definisce come “importante localita’ sciistica” si configura come una strada che finisce in un parcheggio polveroso contornato da un hotel e due bar. Non abbiamo fatto la spesa e siamo senza provviste, abbiamo davanti due giorni di cammino pesante e alcuna notizia certa sui rifugi che troveremo lungo la nostra via. Sappiamo della loro esistenza, non sappiamo se offrano cene, colazioni, molti o pochi posti letto, se si prefigurino per noi digiuni ascetici o notti al gelo. Silvia gode a questi scenari di viaggio ostinatamente scomodi e incerti, io no, ma ho imparato ad affidarmi al grande spirito dei viaggiatori e a disinteressarmi laicamente al procedere degli eventi. Qualsiasi cosa capiti, statisticamente, devo arrendermi all’idea che la soluzione e’ sempre piu’ vicina di quanto noi non si tenda a pensare. E’ una roba desunta in viaggio che dovrei, e dovremmo, imparare a ricordare piu’ spesso anche per tante situazioni in cui finiamo quotidianamente.
Chiediamo indicazioni per il sentiero e il primo rifugio, sperando che poi su in alto, in un modo o nell’altro, si riesca a cenare e raccattare qualche cosa per il giorno successivo. Dopo un’ora di cammino ci sistemiamo al rifugio Maljovitsa. Ci accoglie una burbera e trasandata ragazzina, una tipa che sembra piu’ una squatter torinese che una ragazza di montagna. Il posto e’ strano. La musica irritante. Non si capisce bene come giri e chi lo gestisca, e’ in un contesto infinitamente bello, ma ha camere tra le piu’ schifose, scalcinate e sporche che io abbia mai visto. I materassi sono squartati, l’attaccapanni e’ la resistenza di un forno, non ci son docce, la serratura cade se la porta viene chiusa senza accortezza, ma ci sono il wi-fi e la tv satellitare. Non ho risposte o spiegazioni per questi strani abbinamenti, loro son scontrosi e non possiam nemmeno provare un’intervista al riguardo.
Passiamo il tardo pomeriggio e la sera nella sala mensa, fuori la temperatura scende a picco fino a sfiorare lo zero. Dentro, nella luce fioca e senza che nessuno si curi di noi, guardiamo prima l’arrivo di tappa della Vuelta e poi qualche partita dell’open di tennis degli Stati Uniti. Si legge qualcosa ed e’ ora di cena. Ci son poche cose, ma ci accomodiamo bene con una minestra e un’insalata di verze. La minestra e l’insalata servite con meno cortesia nella mia memoria di ospite in casa d’altri, ma questo lo si poteva intuire sin dall’arrivo. Ora, al posto della squatter, c’e’ un ragazzino diafano con i tratti da secchione sfigato. Nonostante cambi l’aspetto somatico, pure questo non parla inglese e pare molto irritato dalla nostra presenza. Lombroso non aveva ragione.
Durante la serata la sala si riempie, arrivano amici dei gestori, che magicamente diventano simpatici e si siedono a bere con i nuovi ospiti, poi arriva uno squadrone della morte in mimetica, sette o otto invasati energumeni bulgari con un fastidioso aspetto da picchiatori fascisti, infine una coppia che sogghigna e sparla in disparte di tutti gli altri.
L’opera e’ completa. Silvia, che vive la montagna e le sue regole non scritte – ad esempio, la cordialita’ e l’ospitalita’, la correttezza – in modo molto profondo, e’ spazientita, infastidita, e se ne torna in camera. Molti altri seguono l’esempio. Diversi stanno anche male, c’e’ concitazione e coda al bagno, probabilmente per aver osato troppo con la cucina del posto.
Rimane un figuro magro e accigliato intento a scrivere cose e sistemare appunti su un tavolino in disparte, uno che con quel posto li’, in quel momento, sembra non c’entrare nulla, ma che ha sempre una gran voglia di raccontare qualche storia, l’unica cosa che – ve lo dico io – lo salva ogni volta.

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