La Bulgaria in seconda classe – Hitsa Vazov

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Il rifugio Vazov e’ aperto, in ogni senso. Trovare un luogo aperto ed ospitale, dopo dieci ore di salite e fatiche, e’ qualcosa che rende felici, di una di quelle felicita’ basilari, semplici, tipo pane e cioccolato o, in primavera, andare a piedi nudi nei prati.
Mancan le docce e l’elettricita’, i materassi sono sfondati, la cucina e’ pericolosamente sporca, ma ci sono sorrisi in abbondanza, ci sono colori sui muri, una valle davanti, erba e sole, un ruscello, al pascolo pecore e cavalli e poi vacche. Una bella insolita sorpresa, ma soprattutto persone vive, dialoganti, accomodanti. Un gruppo di giovani, ritirati in uno scelto e un po’ velleitario isolamento, una gestione corale da ostello, una specie di comune aperta e gradevole, hippies con le chitarre a tracolla e odore di incenso dappertutto. Facce che si troverebbero piu’ facilmente al parco Sempione, che non in una malga.

E qui, davanti al fatto che in un rifugio devastato come il precedente ci si possa trovare meglio, sensibilmente meglio, sentire a proprio agio a parita’ di condizioni materiali, nasce una considerazione sul tema dell’uomo e degli spazi che vive ed abita, una considerazione accessoria e opinabile, che al massimo puo’ chiarire il punto di vista da cui racconto e ho raccontato tutti questi chilometri. E’ del tutto legittimo che non vi interessi e in questo caso vi invito a passare direttamente al paragrafo successivo. In altro caso, fermate un attimo il nastro ed ecco una piccola considerazione.

E’ una delle prime lezioni che faccio a settembre, quella sulle persone e i luoghi. Geografia etimologicamente significa ‘descrizione della Terra’, un’attivita’ che dal mio punto di vista – e, fortunatamente, prima che mio di tanti altri – se vuole essere completa non puo’ limitarsi a una analisi quantitativa dei dati; che so, le temperature rilevate mediamente in quel paese o i flussi economici generati dalla tal attivita’. Non puo’ limitarsi a questo perche’ descrivere la Terra significa parlare dei luoghi e delle persone che li plasmano, li creano materialmente e culturalmente, conferiscono loro senso e ne ricevono, quindi delle relazioni che si instaurano tra spazi e persone e tra i gruppi umani tra loro. Partendo da questo presupposto, se vogliamo indagare l’umano spazio, le sue forme sociali, le sue scelte, i suoi motivi, non possiamo esimerci da attivita’ di analisi qualitativa, che vada oltre le quantita’ e la sola logica razionale. Sappiamo, capita di constatarlo ogni giorno, che la vita scorre anche su altri e piu’ reconditi binari, percorre altri itinerari, piu’ riparati dei numeri e dei sillogismi e, per capire il senso ultimo del gioco, non meno importanti. Parto sempre da questo punto all’inizio dell’anno scolastico perche’ ritengo che per avere una visuale ampia sulla materia – senza ridurla ai nomi di mari e monti – bisogna capire prima di cosa e’, ed era, fatto l’impasto del nostro abitare e muoverci nello spazio, un tempo come ora. Persone e luoghi, son gli ingredienti che, dal mio punto di vista, compongono il piatto: se ci pensate creiamo senso nella nostra vita sempre girando attorno a questi due baricentri, che si mischiano, si legano, mai si possono nitidamente scindere. Ci ricordiamo di quel bacio la’, perche’ lo avevamo dato in quel posto preciso, nell’attimo giusto, con quella luce particolare; quel luogo era diventato qualcosa di piu’ di una cornice: che lo avessimo scelto o si fosse presentato casualmente alla porta ha creato uno spazio nostro, particolare, s’e’ legato nella memoria, ha fatto ricordo ed ora e’ un mattoncino di noi, della nostra pelle, dello sguardo che portiamo in tutti gli altri posti del mondo, della nostra identita’. Succede, cosi’, anche il contrario: che luoghi poco significativi di per se’ si leghino a momenti, persone, storie (anch’esse, sempre, intreccio di luoghi e momenti e persone) e trovino un senso come parte di noi. Io ho un amico che abita a Peschiera Borromeo, ad esempio. Un luogo oggettivamente bruttino, senza grandi attrattive o ambizioni, vero, ma dato che ci abita questo amico, le sue strade sciatte, i suoi parcheggi, i suoi sentieri periferici, nel tempo son stati teatro di discussioni, pensieri, chiacchierate, passi, momento condivisi; be’, a quel luogo li’, oggi, crederci o no, sono affezionato, me lo porto nella scatola dei luoghi insieme a quelli piu’ cari, insieme a quelli piu’ belli. Prima di concludere, vi invito a riflettere circa il nostro modo di sceglierci un posto in cui abitare, in cui fissare dimora per un certo numero di anni. Sfido chiunque a sostenere che sia una attivita’ di scelta legata solo a fattori materiali, oggettivi. Io ci vedo la rete fitta e scomposta dei rapporti familiari e sociali, una certa atmosfera, questioni di gusto, esigenze intime.
Non riduciamo lo studio dell’uomo e delle sue relazioni con i luoghi alle quantita’ e ai paradigmi, la geografia e’ materia che tanto deve scoprirsi e, a mio modo di vedere, questo cammino e’ legato soprattutto e ancora all’avanzamento e alla sintesi delle discipline umanistiche intese nel loro senso ampio di studio dell’Uomo. Fine della considerazione.

La serata in rifugio non poteva che mantenere – nonostante la nostra stanchezza imponente in noi come i monti scalati di giorno – non poteva che mantenere gli stessi colori e vivacita’. Cosi due zuppe di patate diventano veicolo per una chiacchierata senza lingue possibili tra un tavolo affollato di anziani bulgari e noi due. Finiamo la serata, tra un bicchiere di rakia e una fetta di salame bulgaro, con loro che ci implorano di imbracciare la chitarra e cantare almeno un pezzo de L’italiano di Toto Cotugno; da queste parti una vera star, come gia’ rilevato un paio di anni fa’. Fuori una luna piena piena riluce metallica sull’erba e i rivoli del ruscello che taglia mormorando la valle. Silenzio.
All’alba la mano del sole si spiega veloce sui prati: passa un panno chiaro che toglie ombre e umidita’. Ci aspetta una tappa di sola discesa; rovinosa, irritante discesa. Da 2500 ai 1100 metri del Monastero di Rila, nostro approdo di giornata, in linea retta, senza un tornante, senza una tregua. Partiamo piano, ma poi i piedi, le gambe, la schiena, si stancano, l’attenzione scende e diventa piu’ simile a un rotolare, a un franare scomposto, il nostro passo.
Le vallate balcaniche son tutte cosi’, l’assenza di ghiacciai, oggi come nel passato, ha delegato all’acqua dei fiumi il compito di incidere la crosta, di erodere la pietra, di scavare la terra e si sono formate valli a vi’, strette e ripide. Noi ne paghiamo le conseguenze.
Arrivati al bosco, mancano duecento metri di dislivello e il sentiero si addolcisce. Noi riusciamo comunque a smarrire e ritrovare la strada, facendoci largo tra dirupi e vegetazione. Errore colpa di stanchezza, piu’ che d’altro. Quando ormai ci pare di aver condotto, ancora una volta, la nave in porto, ecco un crepitio, legna che si spacca, un rumore che rompe il silenzioso fruscio del bosco. Io, che sto trenta metri avanti a Silvia, arresto il passo e scruto tra la vegetazione.
(Ricordo sempre in queste occasioni le parole di Matteo Barattieri che nelle sue escursioni guidate sottolinea sempre che gli animali non si vedono: vanno sentiti, bisogna ascoltare, usare l’udito.)
Prima penso di scorgere un quadrupede a una ventina di metri da me, ma ha forme strane che nel fitto del fogliame ancora non colgo. Poi vedo bene il profilo del capo: io quelle orecchie li le conosco: un orso. Sibilo a Silvia di avvicinarsi piano che c’e’ un orso. Lei, giustamente, abituata alle mie trovate da poco, mi manda a cagare. Poi si avvicina, constatiamo insieme: si tratta di un orso piccolo, giovane. Lo diciamo e ci sale in corpo un moto di preoccupazione. A venti metri da un orso piccolo c’e’ il rischio di una madre aggressiva. Ricordiamo allora le istruzioni lette sui cartelli rumeni e iniziamo a battere qualche colpo con le mani. In Romania c’erano boschi zeppi di cartelli che invitavano a prestare grande attenzione agli orsi: non ne vedemmo uno. Qui nessun cartello e nessuna aspettativa: tran, salta fuori l’orsetto. Col rumore che produciamo, l’orso si allontana, noi aspettiamo qualche minuto e riprendiamo la marcia.
Il monastero sbuca enorme – si tratta del piu’ grande e significativo monastero della Bulgaria – da una quinta di bosco. Come sempre l’impatto con la massa turistica che lo invade e’ forte e toglie atmosfera a una architettura affascinante.
Noi ci appartiamo in un angolo del parcheggio, ci cambiamo, ci infiliamo sandali al posto delle scarpe da trekking, cerchiamo di darci una ripulita grossolana dopo tre giorni senza doccia. Sollievo. Ci diamo un cinque sincero, come chi sa di aver fatto una di quelle cose che rimangono, rimarranno. Poi, con la stessa sincerita’, ci concediamo una birra onesta all’ombra di un bar.

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