Archivio per la categoria ‘Agricoltura’

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Effetti delle misure agro-ambientali sulla fisionomia dell’ambiente agricolo della provincia di Lodi

1, Ottobre, 2008

Già che mi è toccato riassumere il lavoro, eccovi di seguito una sintesi molto molto seriosa della tesi (e la tesi stessa infondo in formato .pdf) del sottoscritto. Magari a qualcuno potrebbe anche interessare… non spingete lì dietro mi raccomando! Infondo, per chi non vuole cimentarsi con troppi termini tecnici, spiego la morale della favola in una lingua accessibile ai più.

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Agricoltura e turismo in Brianza: un dossier

30, Agosto, 2008

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Per diversi motivi il tema di questi giorni pare essere diventato l’agricoltura locale. Un tema che per ragioni di ricerca e interesse è tra i miei prediletti: io nell’agricoltura ci vedo una forma di salvezza del territorio, quando l’agricoltura sappia imporsi come reale sistema di valorizzazione.

A questo proposito, credo sia un ottimo lavoro quello svolto dalla mia brava e gradevole collega Sara Pinotti, che per merateonline sta realizzando un dossier sul settore primario lecchese e i suoi attori (qui). “Un viaggio - scrive Sara - dentro il sopravvissuto mondo agricolo, alla riscoperta di produzioni particolari, di coltivazioni rare, di rinate cascine non ancora a rischio speculativo. Non ci saranno percorsi, né sentieri né itinerari (per quelli già esistono fior di mappe) ma soltanto la presentazione di ciò che visiteremo di persona: agriturismi, aziende agricole e di allevamento in consonanza con uno degli obbiettivi dell’assessorato all’agricoltura provinciale: far sì che i cittadini della provincia di Lecco scoprano, conoscano e traggano beneficio da molte e diverse realtà immerse nella natura e difese con amore, impegno e fatica”.

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Biofuel: per un piccolo passo avanti, molti passi indietro

9, Luglio, 2008

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Avevamo denunciato per tempo la pericolosità di una politica a favore dei biocombustibili, ora pare se ne sia accorta anche la comunità europea: la commissione ambiente del parlamento di Bruxelles ha infatti chiesto di abbassare l’obiettivo di produzione di biocarburanti inizialmente destinata al settore dei trasporti. Si passa dal 10% per il 2020 al 4% nel 2015. Al netto della cristalleria di interessi in cui muove la super protetta e lobbistica agricoltura europea, questo ripensamento assume i contorni di un traguardo significativo. Si tratta di un cambiamento politico importante (necessario, se consideriamo l’attuale crisi alimentare globale), che, nonostante la natura non vincolante per il parlamento, viene visto come un tentativo di rimediare alla Direttiva-Biofuels del 2003; tentativo reso tanto più necessario dalla pubblicazione di recenti rilievi scientifici che dimostrano l’impatto negativo della produzione di biocarburanti sui prezzi dei prodotti agricoli, sulle foreste e sulle risorse idriche.

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Biocarburanti e crisi alimentare mondiale

2, Maggio, 2008

Da più parti in questi ultimi tempi si levano annunci riguardo un’incombente crisi alimentare di livello globale: l’argomento occupa le pagine dei quotidiani e ne è nata una petizione internazionale che sta creando una certa discussione (date un’occhiata qui).

La situazione però viene di rado spiegata nei suoi risvolti, non si dice, per il vero, che l’attuale crisi non discende da un’epocale penuria di cibo, ma dalla sua accessibilità e distribuzione. E’ un dato di fatto che siamo 80 milioni in più ogni anno (interessante ricordare, a proposito, che il filosofo e scienziato Arne Naess in “Ecosofia” parlava di 100 milioni di umani contemporaneamente viventi, per una vitalità planetaria autosostenentesi), ma non è questo il problema; non ci troviamo nemmeno davanti a carestie causate da patogeni, infestanti o agenti esterni che hanno danneggiato le coltivazioni. Il nocciolo della questione è che il cibo è, ora più di ieri, per molti inaccessibile. Prezzi in rialzo stanno mettendo in difficoltà milioni di persone e sono la causa delle rivolte in atto dal Bangladesh al Sud Africa. Le Agenzie per gli aiuti umanitari rendono noto che oggi 100 milioni di persone in più corrono il rischio di morire di fame. Volendo portare alcuni esempi, in Sierra Leone il prezzo di un sacchetto di riso è raddoppiato, ed il 90% dei cittadini non se lo può più permettere. In Italia il prezzo dei cereali, che era in netto calo alla fine degli anni ’90, sta subendo rincari continui; i produttori di mais si stanno rimboccando le maniche, per loro si annuncia una (breve) stagione di vacche grasse.

Ogni proprietà su cui si coltiva mais l’anno scorso si è rivalutata mediamente a livello globale del 15%. Merito dell’aumento del prezzo del mais da etanolo. Dall’Australia agli Stati Uniti passando per Argentina (+27%) ed Uruguay non ci sono eccezioni. Nei prossimi anni gli analisti finanziari si attendono rivalutazioni ancora del 15% per anno. Jim Farrel - uno che ne dovrebbe sapere qualcosa, dato che è CEO della Farmers National di Omaha, una società che gestisce 1,2 milioni di acri di terra distribuita fra 3700 fattorie - ha recentemente dichiarato: “non sono gli investitori a spingere verso l’alto i prezzi della terra, ma l’aumento dei prezzi del mais dovuto alla domanda di biocarburanti”. Come se non bastasse, l’aumento dei prezzi è anche stimolato dal fatto che ogni anno la terra coltivabile diminuisce perché il terreno si deteriora o viene coperto da nuove edificazioni. Fra il 1981 e il 2001, le fattorie statunitensi hanno perso 9,6 milioni di acri (il 2,8%). La vicenda ha risvolti più complessi, il prezzo delle fattorie sale perché sale la domanda di agrocarburanti, salita a sua volta poiché i governi cercano soluzioni per il riscaldamento globale (negli Usa, in 10 anni, sono stati spesi 51,3 miliardi di dollari per incentivare la produzione di agrocarburanti). Il riscaldamento globale darà presto un ulteriore contributo al caro-prezzi, rendendo più difficile la vita degli agricoltori.

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Sono finiti i tempi delle super-vacche

8, Novembre, 2007

di Luca Canova

Con l’esaurimento delle provvidenze assicurate da Agenda 2000 tutto il comparto agricolo dell’Europa occidentale si appresta a uscire lentamente dal regime di economia assistita che ne ha condizionato le dinamiche negli ultimi 20 anni. Gli obiettivi degli anni ’50 che miravano a garantire l’autosufficienza alimentare europea sono stati ampiamente raggiunti al termine degli anni ’60 per poi proseguire, sull’onda degli anni ’70 fino a trasformare il comparto agricolo in un sistema iper-produttivo che ha generato diseconomie ed eccedenze negli anni ’80 e ’90. Dal 1992, con la riforma MacSharry, l’UE ha cercato nuovi indirizzi produttivi che riducendo le produzioni nel comparto cerealicolo (ma non solo) garantissero un miglior contributo al sostegno dei prezzi sul mercato. Fra questi, direttamente o indirettamente derivati dalla riforma, le cosiddette misure agro-ambientali che includevano anche finanziamenti per riduzione di composti chimici, per la riforestazione, per la creazione di ambienti naturali e la salvaguardia di razze rurali a rischio di scomparsa.
Questi indirizzi strategici della UE venivano poi ratificati dalla dichiarazione di Cork che, per la prima volta, attribuiva con chiarezza al comparto agricolo europeo funzioni non più strettamente legate a quelle di produzioni di beni primari, bensì funzioni quasi “sociali” di difesa del territorio e promozione dell’ambiente agricolo e naturale. A giudicare dai primi “report” pubblicati l’enorme ammontare speso dall’UE nei progetti agro-ambientali non ha avuto gli effetti attesi e desiderati dagli ecologi europei, ma hanno comunque rappresentato un primo passo nella giusta direzione (Ormerod et al. 2003, Kleijn et al. 2003 Journal of Applied ecology). Fa i principali difetti di questa strategia il fatto che le misure agro-ambientali siano state applicate diffusamente dove l’agricoltura presentava già tratti estensivi e alta biodiversità (mentre ci si attendeva il contrario) e il fatto che ben raramente gli ecologi siano stati inseriti nella progettazione di ampia e media scala.
Ma, qualche sia stata la loro efficacia l’adozione di queste misure ha certamente segnato un momento di svolta nella politica agricola comunitaria. Svolta che diviene ancor più percepibile con l’avvio delle nuove misure agro-ambientali, che saranno quantitativamente inferiori rispetto al passato e qualitativamente improntate su una decisa linea filo-ambientale. Il mondo sviluppato è ormai davanti ad una barriera anche per quel che concerne la politica agricola. E’ un fatto, difficilmente negabile, che alla nostra opulenza e al nostro spreco si contrappongono ormai le aspirazioni di milioni di uomini che traggono anche dallo sviluppo della loro agricoltura le speranze di un futuro migliore. Se è vero, come pare, che ciascuna vacca giapponese ha ricevuto 7 dollari all’anno di aiuti dal suo governo, mentre i bambini africani ricevevano 0,80 centesimi, allora c’è qualcosa che non funziona, qualcosa di inaccettabile che mette a rischio la nostra convivenza futura con popoli che hanno 3, 4, 10 volte il nostro tasso di incremento demografico. Se è vero, come sembra, che vaste aree del Sud America sono a rischio di carestia per la difficoltà di esportare a prezzi convenienti le loro produzioni agricole verso nord, non ci dobbiamo poi stupire se le popolazioni andine votano “caudillos” e “cocaleros” o venerano Chavez.
E fermiamoci qui, perché ci siamo capiti.
La difficoltà sta nel trovare un rimedio ad una situazione che ormai è chiaramente consunta. A sentire i conservatori, si dovrebbe far finta di niente ed andare avanti nel buttare le scarse risorse europee nel crogiuolo nel mercato agricolo protetto. Se dovessimo invece ascoltare gli estremisti del liberismo europeo dovremmo chiudere il rubinetto dei finanziamenti garantiti al comparto agricolo e trasferirli tutti sul comparto della ricerca e dell’innovazione. Dubito che auspichino queste misure per pietà nei confronti del bambino africano denutrito, ma resta una proposta in campo. Proposta che non convince per i seguenti motivi:

Lo si voglia o no, più di tre quarti del continente europeo è costituito da ambiente agricolo, che forma quindi il più vasto ambiente semi-naturale del continente.

Questa enorme superficie è gestita direttamente o indirettamente da privati ed è quindi soggetta alle leggi di mercato

Vaste parti di questa superficie, in particolare in Olanda, Italia del nord, Germania settentrionale, etc, rischiano, se sminuite nel loro valore economico, di diventare preda dell’inurbamento e dell’infrastrutturazione non pianificata.

Un ambiente agricolo non controllato dal gestore diviene inevitabilmente oggetto di appetiti diversi: dalle discariche (abusive e non), alle cave, a tutto il resto.

Insomma, sembra a tutti chiaro che un improvviso abbandono del sostegno all’economia agricola metterebbe a rischio, prima ancora che il comparto, l’ambiente e il territorio. E questo ancor più velocemente dove le pressioni delle aree metropolitane premono, come nel lodigiano. E’ probabile che il tempo delle super-vacche, che super-producono (a super-costi) un super-latte, sia finito, dato che mancano super-uomini. Il tempo delle produzioni indifferenziate e massive anche.
In prospettiva sopravviverà, anche con piccole unità aziendali, chi riuscirà a mettere sul mercato il prodotto unico (più che quello tipico), la cultura, l’ambiente, la didattica, il turismo, l’energia, la pesca e quant’altro.
In questo panorama, ecco perché assume importanza strategica la questione della tutela del territorio e del paesaggio e perché le associazioni agricole affiancano l’ambientalismo nelle manifestazioni, nelle commissioni e nei convegni. Perché un paesaggio gradevole e intoccato costituisce la cornice di riferimento entro la quale una nuova economia agricola, sia pur parzialmente assistita, può affermarsi, cosa che non può accadere entro ambienti frammentati e inclusi in una matrice urbanizzata e infrastrutturata.

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Alimentazione, Agroindustria e Globalizzazione

1, Ottobre, 2007

Eccoci davanti ad un altro intervento di Alessandro, contributo che nuovamente mira al sodo tentando di farci riflettere sui piccoli gesti di ogni giorno, quei gesti che a prima vista, ad un’analisi un po’ svogliata, sembrano distanti, e invece sono così vicini a problematiche globali che riguardano tutti, piccole azioni che vanno a incidere nella loro pluralità in modo pesante sull’ambiente che - dovremmo sforzarci di ricordare - ci ospita. L’analisi di Alessandro è fine e include anche gli aspetti della agricoltura industriale meno mediatici, quegli aspetti a cui viene data minor visibilità nonostante la controversa natura che li contraddistingue. Certo l’inquinamento agricolo, l’erosione dei suoli e la perdita di biodiversità genetica sono vere e proprie priorità, ma allo stesso tempo pare importante avviare una critica anche di altri aspetti più subdoli, appositamente lasciati all’ombra dell’interesse delle grandi multinazionali. La manipolazione del gusto, l’omologazione della papilla gustativa, l’abolizione delle tavole, sembrano scenari alla Asimov, lo sembrano come lo sembravano cinquant’anni or sono le sue visioni digitali, certi deliri dell’immaginazione tristemente verificatisi. Nell’epoca in cui un pomodoro si è dotato di pelle di rana per resistere all’umidità e ai marciumi del suo epitelio, non mi pare ci sia molta ragione per essere ottimisti. Il progresso è sacrosanto quando la sua natura sia veramente quella di un avanzamento. Un avanzamento senza senso, non è progresso, è solo scorta, mucchio, massa, rifiuti avanzati.

Non tutti sanno che l’atto del mangiare ha incidenze grandiose su come gira il mondo. L’industria agro-alimentare, condizionata e condizionatrice dei nostri consumi, è allacciata finemente con le problematiche di povertà e fame, ma non solo; la produzione agricola di tipo industriale, dominante nella nostra epoca, è generatrice di sempre più ampie deforestazioni, consumi idrici per la maggiore quota mondiale degli usi ed utilizzo di combustibili fossili in proporzioni impensabili (per muovere i macchinari, per produrre i diserbanti e fertilizzanti, per confezionare e trasportare in giro per il mondo il cibo). Tutto questo genera chiaramente esternalità negative per quanto riguarda l’effetto serra, l’esaurimento dei combustibili fossili, l’equità di accesso alle risorse alimentari nel mondo, il progressivo esaurimento di suoli fertili e delle risorse idriche, perdita di biodiversità anche di tipo alimentare, inquinamento diffuso, e scarsa qualità degli alimenti sia dal punto di vista del gusto che da quello della loro genuinità. Esistono molti modi per contrastare questo stato delle cose, primo fra tutti informarsi e crearsi una coscienza critica utile ad appoggiare con senso le nostre scelte individuali; in secondo luogo scegliere tra le tante vie per mangiare responsabile: entrare a far parte di un GAS – Gruppo d’Acquisto Solidale – o costituirne uno nella propria zona, per aumentare il potere d’acquisto verso produzioni di tipo biologico, locale e di stagione; scegliere sempre frutta e verdura di stagione che a differenza delle altre consuma meno energia per essere trasportata e risulta più fresca e saporita; affezionarsi al cibo locale, così facendo si viene ad incidere ancora meno su quei costi sociali ed ambientali derivanti dal trasporto, azzerando le quote di cibo buttato perché deperito od ammaccato dal lungo viaggio, e migliorando notevolmente il grado di maturazione e di freschezza degli alimenti; optare poi per alimenti biologici contribuisce a diminuire il consumo di combustibili fossili (utilizzati in larga misura per produrre diserbanti,pesticidi e fertilizzanti) e di emissioni in atmosfera di CO2, nonché a produrre alimenti più sani senza inquinare ne impoverire la terra e le acque – in ogni caso è sempre meglio prediligere piccoli coltivatori –; diminuire il consumo di carne, oltre ad apportare benefici alla salute, ostacola l’espansione dei grandi pascoli ottenuti dal disboscamento, favorisce una più alta produzione totale di cibo (una mucca per crescere necessita di tanta acqua e superficie di pascolo pari a quella utilizzabile per alimentare 8 persone con una dieta vegetariana) e limita le emissioni di metano in atmosfera prodotto dal sempre più alto numero di allevamenti presenti al mondo; un’altra cosa che si può fare, sin da subito, per sottrarsi il più possibile dal sistema agro-industriale, è quella di coltivarsi da sé tutto ciò che sia possibile in relazione agli spazi usufruibili: che siano balconi, davanzali o terrazzi, dedicare tali spazi alla produzione, anche minima, di una parte della propria alimentazione significa contrastare positivamente ogni problematica sopra evidenziata, ottenendo dall’altro lato un prodotto utile, comunque utilizzabile e a costo, economico-sociale ed ambientale, praticamente nullo. Far crescere qualche ortaggio sul proprio balcone è anche un esperienza che colora e arricchisce di gusto la vita quotidiana, permettendoci di vivere con più autodeterminazione e coscienza l’atto primario della vita. Come afferma Marinella Correggia, nel suo “Il balcone dell’indipendenza”, <<L’Italia graziata dal clima è piena di balconi. Eppure quasi tutti sono desolamente inutilizzati, con poche piante rachitiche. [..] Fare di un risicato balcone un luogo dove esercitare un po’ d’indipendenza, ecologia ed empatia è un piacere che coinvolge i cinque sensi riducendo lo stress [..]. Ed è al tempo stesso un dovere che ci interroga tutti, in epoca di crisi climatiche e fine del petroli; far da sé molto di più, comprare meno, accorciare la distanza fra chi produce e chi consuma [..] è quasi un imperativo, per il futuro di un mondo che dovrà ridurre drasticamente i consumi di combustibili e materie prime e al tempo stesso farla finita con lo scandalo della miseria che inchioda miliardi di persone>>.
Al lavoro dunque, per coltivare un mondo migliore..

 

 

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Un pollo buono da svenire!

21, Luglio, 2007

Gola secca, stanchezza, mal di testa, vomito e svenimenti non colpiscono i polli (che avrebbero ogni ragione per sentirsi a disagio in un ambiente che li trasforma in crocchette) ma le operaie che lavorano nei vari reparti della premiata ditta Amadori. Soprattutto in quello del “taglio tacchini”, all’improvviso, paf! un’operaia cade a terra come una pera e non ci si riesce a spiegare il mistero. Anche dopo il lavoro, le lavoratrici riferiscono di soffrire di sonnolenza e disturbi di altro genere.
L’Area 51 ha traslocato a San Vittore di Cesena?.
L’Amadori, una delle più note industrie avicole italiane, una delle più importanti aziende europee del settore, da più parti definita come la “punta di diamante dell’avicoltura italiana” da qualche mese a questa parte (per la precisione marzo 2007..) si è resa protagonista di questo giallo grottesco, uno di quelli, se ce ne fosse bisogno, che lasciano ancor più attoniti i già inermi consumatori.
Se aveva ragione Agatha Christie e tre indizi fanno una prova: 300 ricoveri in pronto soccorso per gli sciagurati dipendenti Amadori costituiscono almeno una fonte di dubbio: i polli 10 + sono buoni da svenire?
Tre scioperi hanno animato la primavera e l’estate, un rallentamento della produzione, il malcontento rilevato dai giornali locali, ma l’ufficio stampa della grande ditta ha rintuzzato ogni accusa negando l’evidente e attribuendo alla manovalanza una specie di sindrome fobica, una strana forma di paranoia sindacale.
Ci sono due spiegazioni finora trovate, a parte la diagnosi di “psicosi collettiva” fatta da brillanti medici locali, per questo X-file tutto romagnolo, la prima è la carenza di ossigeno all’interno dei reparti di lavorazione. L’ossigeno calerebbe per un complicato fenomeno che ha a che fare con le modalità di soppressione degli animali. Per macellare i tacchini maschi al ritmo di 1400 l’ora, questi bestioni anche di 20 chili vengono appesi e fatti passare in un tunnel nel quale viene immesso un composto ad alto contenuto di anidride carbonica. Una volta inscimunite, le povere bestie vengono terminate mediante una lama elettrica.
Non succede solo da McDonald’s, a quanto pare.
Gli esperti che hanno elaborato “l’ipotesi del tacchino brio blu”, frizzante ma con gusto, sostengono che l’anidride carbonica verrebbe assorbita dai tacchini e rilasciata nell’aria che respirano le operaie che in seguito li manipolano. Mah…
La seconda ipotesi è la presenza di sostanze allergeniche sviluppate lungo la filiera produttiva, sia per quanto riguarda le carni, sia per quanto riguarda gli ambienti.
Si è conclusa la tragicomica vicenda?
No. Per sicurezza, da qualche giorno i tacchini non vengono più gasati ma vanno direttamente alla sedia elettrica e si attendono i risultati delle analisi eseguite dagli scienziati della Clinica del Lavoro di Pavia, una sorta di RIS della bistecca, che dovrebbero arrivare a giorni.
Al di là di questioni morali e ancor più di quelle sindacali, il solo fatto che i polli vengano prodotti all’interno di “stabilimenti” alla stregua di friggitrici, automobili e condizionatori, dovrebbe farci pensare, e farci pensare ulteriormente la “qualità Amadori”: certificata, e intitolata 10 +, nonostante polli allevati in gabbie che cingono e costringono le povere bestie sedute su se stesse per trenta giorni, nonostante polli nutriti di soli mangimi, senza erbe ne luce – del sole, beninteso - di luce al neon ne vedono fin troppa, fino a costringerli a mangiare per tutto il giorno, convinti che sia sempre l’ora dei Pavesini!
Questo stile di allevamento iper-stressante, è inutile dirlo, richiede coadiuvanti come antibiotici e ormoni e solo così si può spiegare come polli di 30 giorni siano GIA’ pronti per la macellazione… ma l’avete mai visto un pollo normale di 30 giorni?? E’ un pulcinotto!!!!
Questo week-end, non per coincidenza, ma a dimostrare la regolare gravità del problema, esce nelle sale Fast Food Nation dossier americano di sconfortante, se non addirittura inquietante, attualità sulla “globalizzazione alimentare” e gli effetti che sta provocando in tutto il mondo, Italia compresa. Tratto dal best-seller/indagine di Eric Schlosser questo film documentario sembra non aver subito intermediazioni e censure. Probabilemente da vedere.
Sul tema, cibo e globalizzazione, mi pare illuminante un aforisma di Paolo Rossi: “Ho visto gente di Parigi visitare il Louvre e poi andare a mangiare da Mac Donald. Ho visto gente di Londra visitare il British Museum e poi andare a mangiare da Mac Donald. Ho visto gente di Milano visitare Mac Donald e poi non sapere dove andare a mangiare.”

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Una sintesi e una riflessione sugli organismi geneticamente modificati

2, Luglio, 2007

Il problema

Sono cosciente dell’indefinitezza e della viscosità dell’argomento che vado a trattare e proprio per questo vorrei provare a fare chiarezza, almeno per quanto mi è consentito e nei limiti dell’opinabilità, sul tema (vitale) degli organismi geneticamente modificati (OGM).
Negli ultimi confusi tempi post-moderni, nelle società altamente evolute di questa surmodernità pluristrato, si sta aprendo un ampio dibattito attorno a molti e delicati temi della Bioetica; in istanti mai così virtualizzati, ecco, riproporsi a noi la vita con tutta la sua urgenza materiale, in tutta la sua pienezza, eccola a ricordarci che abbiamo ancora radici nella terra, che abitiamo ancora un mondo naturale e a questo - dopo l’ebbrezza dell’industrialismo - dobbiamo dare delle risposte. Tra i molteplici e cocenti temi bio-etici, un ruolo di spicco è sicuramente riservato all’utilizzo di piante geneticamente modificate in agricoltura. In queste righe cercheremo di sciogliere i nodi più intricati di una discussione nata attorno alla manipolazione del DNA (ad operazioni che vanno ad incidere direttamente sulle basi della vita naturale ed umana), che ha destato rapidamente l’attenzione di Scienza, Politica e Società, aprendo questioni legate alla morale, ma non solo a quella. Voci discordanti intonano motivi in contrasto tra loro, una cacofonia preoccupante in cui, secondo alcuni, l’alimentazione basata su OGM avrebbe ripercussioni, anche gravi, sulla salute umana, secondo altri, gli effetti nocivi rappresentano solo uno spauracchio demagogico; certi sostengono che l’Europa, e in particolare l’Italia, sia immune dalla presenza di OGM e altri sostengono che la situazione europea sia già sufficientemente grave e contaminata. La confusione viene confermata osservando i principali articoli usciti negli ultimi 6 mesi, dai quali si ricava un quadro eterogeneo ma di sicuro allarme, proprio in virtù della contraddittorietà che lo caratterizza. Sul quotidiano nazionale “La Stampa”, ad esempio, un articolo uscito agli inizi di Novembre 2006, rivelava che da test condotti su alimenti venduti in diverse nazioni europee, risulta che 1 prodotto (contenente cereali) su 5 presenta tracce di OGM.
L’ultimo registro europeo su “OGM e contaminazione genetica” stilato da Greenpeace, nel 2006, rileva, invece, 142 eventi di contaminazione di dimensioni rilevanti ad opera di Mais transgenico. Ancora, secondo i risultati di un recentissimo progetto finanziato dal Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, e coordinato dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN), gli OGM producono effetti metabolici diversi rispetto a quelli dei prodotti alimentari tradizionali, ma non si è ancora in grado di stabilirne eventuali ripercussioni nocive nel lungo periodo. Secondo il Journal of Agricultural and Food Chemistry del 16 novembre 2005, invece, gli OGM sarebbero diretti responsabili di ipersensibilità cutanea e flogosi polmonare. Davanti a tutti questi dati, fa un certo senso la leggerezza con cui, a cadenza mensile, l’UE liberalizza l’ingresso di prodotti alimentari OGM nel territorio comunitario. Attualmente la superficie mondiale coltivata a OGM si attesta attorno a 90 milioni di ettari (la superficie agricola mondiale è di circa 700 milioni di ettari) e il tasso di incremento annuo di queste superfici è pari all’11%.


La storia

L’annosa vicenda delle piante modificate geneticamente mosse i suoi primi passi circa trent’anni fa, quando alcune delle più importanti multinazionali del pianeta s’incamminarono sulla strada della cosiddetta Ingegneria Genetica, nel tentativo di creare piante resistenti e più produttive. Queste piante “super-dotate” furono frettolosamente indicate come soluzione a tutti i problemi del mondo agricolo e, come suggerito dai più audaci, ai problemi della fame nel mondo. Già dai primordi, però, attorno alle varietà OGM, si svilupparono preoccupazioni di diversa natura: come la possibilità che le piante transgeniche divenissero infestanti e resistenti agli erbicidi, che potessero promuovere allergie o patologie gravi per il consumatore e contaminare le colture tradizionali attraverso lo scambio di polline. Coperte da imponenti interessi economici, queste presunte preoccupazioni furono via via stemperate, nel tentativo di protrarre nel tempo il lucroso commercio delle sementi brevettate. Solo a metà degli anni ’90, le associazioni di consumatori, più organizzate e informate che in passato, esigerono maggiori informazioni riguardo alle nuove tecnologie agricole, spingendo alcuni illustri scienziati a far chiarezza sul reale potenziale invasivo delle piante transgeniche. Nell’incertezza tipica di questa nostra epoca, divisa tra l’interesse delle multinazionali americane e i tumulti di una re-inventata cultura alimentare, nel 1998, la Commissione Europea, interpellò alcuni studiosi per far luce sulle ombre aleggianti nel panorama degli OGM. Gli stessi studiosi, con grande leggerezza, si pronunciarono in modo negativo, sostenendo che qualsiasi preoccupazione non aveva alcun fondamento, né motivo di esistere. In forza di questo giudizio, l’UE decise di procedere alla coltivazione in pieno campo delle piante OGM. Per fortuna (qualcun altro dirà purtroppo) solamente qualche mese più tardi, si verificarono i primi effetti di contaminazione delle piante tradizionali da piante OGM. In conseguenza di questa spiacevole – ma assolutamente prevedibile - scoperta, nel 1999, venne emanata una moratoria per vietare la coltivazione di piante transgeniche in pieno campo. Negli anni seguenti, tale moratoria, fu più volte messa in discussione, senza che alcun reale cambiamento giustificasse nuove ipotesi. Mentre tra le alte sfere d’Europa accadde tutto questo, il 75% degli europei decise di non servirsi alle proprie tavole di alimenti di origine transgenica (sondaggio Eurispes), sebbene le multinazionali, e gli studiosi al loro servizio, difendessero ancora strenuamente l’idea che, i prodotti OGM, dovessero essere considerati equivalenti a quelli dell’agricoltura tradizionale. L’UE decise comunque di richiedere che gli alimenti transgenici, insieme a quelli con un tasso di geni modificati superiore all’1%, venissero contrassegnati da un’etichetta (UE, 1999). Alcuni pareri (nel fertile campo degli OGM) sottolinearono, che alimenti come gli oli, privi di DNA, sarebbero sfuggiti alla possibilità di un controllo analitico, tanto che l’etichetta sarebbe stata una palese assurdità. Gli stessi interessati pareri, si dimenticarono di considerare che tale difficoltà poteva essere facilmente superata grazie alla tracciabilità, già operativa per alcuni prodotti alimentari. In altre parole, se fosse stato necessario indicare tutti i passaggi di filiera, si sarebbe potuti risalire, in ogni momento, alle origini dei prodotti, chiarendo se le colture di base fossero o non fossero transgeniche. Quindi, la tracciabilità avrebbe convalidato l’etichettatura e fatto da garante nel caso in cui il controllo sul prodotto finale non fosse stato possibile.


L’attualità

Siamo ormai ai giorni nostri, e qualcuno si potrà legittimamente chiedere: i prodotti transgenici devono essere tracciati ed etichettati, perché continuare a proibirne la coltivazione in pieno campo e la comparsa sui mercati? Dal momento che i consumatori hanno la possibilità di scegliere, per quale motivo proibirli? Il quesito può sembrare logico soltanto dimenticandosi del problema iniziale, che aveva consigliato l’istituzione della moratoria: la contaminazione.
Dopo aver sancito il principio di non-equivalenza tra prodotti transgenici e convenzionali, in forza della tracciabilità e dell’etichettatura, l’UE formula ora il principio di coesistenza tra agricoltura OGM e agricoltura tradizionale e biologica. Purtroppo, “l’intero mondo scientifico lo conferma: non c’è modo di assicurare alle colture biologiche l’isolamento dai geni GM soprattutto se le piante transgeniche vengono coltivate su grandi estensioni” (Warwick e Meziani, 2003).
In base a questo principio l’UE afferma oggi che le due agricolture devono coesistere, ma è compito di ogni paese decidere come. A questa stregua, gli OGM, introdotti in pieno campo, potrebbero eliminare l’agricoltura biologica, però, la UE, perfettamente consapevole di questa circostanza, demanda ipocritamente la responsabilità dell’eventuale estinzione ai governi dei paesi membri. Insomma, assegna agli altri un compito per lei troppo oneroso.
L’ipotesi che s’è andata più diffondendo tra i paesi dell’Unione Europea, è quella di dar vita ad estesi compartimenti territoriali coltivati a OGM, isolati da quelli ad agricoltura biologica e tradizionale. A ben guardare, si tratta di un’ipotesi impraticabile, se si considera che gli insetti possono andare a raccogliere il polline fino a più di dieci chilometri di distanza, ragion per cui lo spazio di rispetto tra i suddetti compartimenti dovrebbe essere davvero considerevole e comunque non sufficiente a garantire una sicura protezione. Se per il mais eventuali strategie d’isolamento potrebbero avere qualche speranza di successo, dato che la specie è di origine americana e non trova in Italia piante spontanee impollinabili, per la colza, che può ibridarsi con numerose specie selvatiche, non sarà mai possibile creare un isolamento tanto efficiente. (In un mondo tanto bizzarro, in barba ai fioretti e alle belle parole legate alla conservazione della biodiversità, la Monsanto o la Sygenta e i loro interessati studiosi - ne sono certo - giungeranno all’unica soluzione ottimale: la distruzione di tutte le piante selvatiche che fungono, come ponte biologico, alla diffusione dei geni modificati.)
Concluso che il principio di coesistenza è fittizio, la sospensione della moratoria decreta la fine dell’agricoltura tradizionale e va in senso opposto a quanto affermato dall’UE in vari documenti programmatici: un’agricoltura che concilia l’ecologia e l’economia, la conservazione della biodiversità e la produzione di derrate, optando per la qualità, tutelando i prodotti tipici e la sicurezza alimentare dei consumatori. Mentre l’agricoltura biologica è in grado di garantire tali obiettivi, non sono chiari i vantaggi di scelte operate a favore degli OGM. Le multinazionali delle biotecnologie non hanno mantenuto nessuna delle promesse effettuate (V. Shiva, 2003): le varietà di colza tradizionali, per esempio, producono quanto la colza transgenica (in alcuni casi di più), l’uso della chimica, che con gli OGM avrebbe dovuto diminuire, sta invece crescendo, poiché le piante sono divenute resistenti agli erbicidi, e il mais Bt si è rivelato più volte incapace di controllare le infestazioni della piralide che, peraltro richiede raramente interventi fitosanitari; la povertà e la fame non stanno diminuendo, ma semplicemente concentrandosi alla periferia del mondo. (Menegon, Pivotti, Xiccato, 1999).
La situazione sino ad oggi è rimasta sospesa in una impasse che vede dichiarazioni di buoni intenti (sia il commissario europeo per l’agricoltura (Mariann Boel), sia i ministri italiani dell’agricoltura non perdono occasione pubblica per sottolineare il loro sostegno all’agricoltura di qualità) smentite da provvedimenti volti all’introduzione di materiale geneticamente modificato in suolo europeo. E’ di pochi mesi fa la decisione di Bruxelles che permette di importare la granella di colza GT73 della Monsanto, a scopo alimentare. Questa situazione genera confusione nelle amministrazioni nazionali che non riescono a dare risposte coerenti ad una improbabile convivenza tra colture GM e colture tradizionali. L’ultimo illuminante caso, in tal senso, risale alla metà del settembre scorso, quando in Francia sono stati scoperti, grazie ad un inchiesta del quotidiano Le Figarò) - 1000 ettari di mais GM Mon 810. Il paradosso è che in Francia, nel 1999, fu istituito un comitato di bio-vigilanza, con il compito di controllare e di stabilire la tracciabilità dei prodotti. Questo comitato, alla stessa metà di settembre, non solo, era all’oscuro dei mille ettari coltivati a mais GM, ma non si preoccupò nemmeno di aprire un’inchiesta per rilevare la reale situazione in campo.

Una riflessione

Il primo problema, per importanza, è la contaminazione che potrebbe aver luogo tra le colture GM e quelle tradizionali qualora venissero coltivate in appezzamenti limitrofi. Se questo problema non troverà adeguata regolazione provocherà l’estinzione dai mercati dei prodotti biologici e tradizionali, contravvenendo persino le regole della diversificazione e del marketing. Con cinica ironia, vanno sottolineati i numerosi paradossi legali nei quali alcuni agricoltori biologici, dopo aver subito contaminazioni da geni OGM, non solo non hanno ottenuto alcun risarcimento per essere stati espulsi dai loro circuiti commerciali, ma hanno dovuto pagare, fior di quattrini alle multinazionali per aver coltivato, inconsapevolmente, piante coperte da brevetto (Warwick e Meziani, 2003). Altri interrogativi andrebbero posti al tavolo delle trattative: E’ ragionevole pensare ad incrementare la produttività dell’agricoltura mediante modificazioni genetiche, quando già molti paesi coltivano in regime di sovrapproduzione? Quando uno dei problemi etici più scottanti riguarda lo smaltimento dei surplus, spesso destinati agli inceneritori? Ha senso pensare dell’aumento delle superfici e delle rese agricole, quando i dati degli ultimi anni attribuiscono all’agricoltura industriale un ruolo leader nell’inquinamento del pianeta e la paternità di fenomeni come l’eutrofizzazione, l’avvelenamento delle falde acquifere, la perdita di biodiversità, l’erosione dei suoli, l’intossicazione di frutta e verdura da nitrati? Concludendo, bisognerebbe chiedersi se dalle colture transgeniche si ottengano veri vantaggi economici. Dai dati a disposizione risulta che l’agricoltura biologica, legata alla tipicità dei prodotti e alla conservazione del territorio, sia in crescita nel mondo, e che la sua redditività, almeno in Europa, sia fuori discussione. Ancor più, in un paese come l’Italia, riconosciuto e immaginato nel mondo per la tipicità dei suoi prodotti e del suo paesaggio, ha veramente senso, barattare un ambiente sano e una agricoltura di qualità, con produzioni più abbondanti (e nemmeno sempre) ma meno rispettose?
Questa è una prima riflessione che bisognerebbe sviluppare attraverso una nuova economia della gestione agricola e ambientale, una riflessione che dovrà, in un futuro più maturo e consapevole, portare ad un secondo e più profondo ripensamento: una revisione del rapporto Uomo-Natura, non più basato sulla subordinazione della Natura all’Uomo, né
a valutazioni di carattere economico e gestionale, ma sul rispetto e la compartecipazione; una relazione in cui l’uomo, come già nelle idee di Aldo Leopold, ritrovi nella natura la sua casa, un armonico giardino in cui vivere e sviluppare le proprie facoltà, un luogo di cui far parte e essere parte .
Ma per questo, forse, è ancora troppo presto.

Campi di grano…

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Perchè adottare una concezione organica?

30, Aprile, 2007

 

Una questione etica..

 

Non è abituale pensare al binomio etica-agricoltura; considerando le vicende degli ultimi anni, però, si deve riflettere e rivedere il rapporto che lega l’uomo alla natura e gli uomini tra loro. Il vino al metanolo, il pollame contaminato dalla diossina, l’inquinamento delle acque di falda, l’Encefalopatia Spongiforme Bovina sono tutti anelli di una stessa catena: lo sfruttamento della natura e il predominio dell’interesse economico sulla morale personale. Questi fatti hanno posto in primo piano la questione della sicurezza alimentare e della buona pratica agricola come problema etico (Rocchetta, 2001). E’ in gioco, infatti, la salubrità dei cibi, dell’ambiente e della sanità come bene comune, e quindi la vita stessa e la sua qualità.

Il principale ruolo dell’agricoltura è produrre derrate alimentari; tuttavia essa non deve essere ridotta ad una questione di solo ordine tecnico, né considerata unicamente in termini economici, di profitto e guadagno. E’ anzitutto, una questione etica, di doveri da parte dei produttori e di diritti da parte dei cittadini, di trasparenza produttiva e di tracciabilità dei prodotti, in modo tale che venga non solo salvaguardata, ma promossa la salute di tutti, e che, ciascuno, sia in grado di scegliere liberamente e in modo responsabile.

Accanto alle emergenze alimentari ricordate, si può aggiungere l’invasione incombente di piante e animali con patrimoni genetici modificati; una vera e propria rivoluzione di fronte alla quale sono maggiori i dubbi (economici, giuridici, sanitari, ambientali) che le certezze. Ancora una volta ci troviamo dinnanzi ad una questione tecnica che diviene questione sociale e problema etico: una rivoluzione che incide sulle fonti stesse della vita, anche umana, e tende a modificare il rapporto tra uomo e natura, l’integrità degli ecosistemi e le interrelazioni tra questi, sconvolgendo le modalità della pratica agricola, sempre più separate dalle leggi e dai ritmi della natura.

Il caso più eloquente - in cui l’agricoltura diviene questione etica - resta quello della BSE (il già citato morbo della “mucca pazza”). L’origine del morbo è stata attribuita alle razioni alimentari, contenenti farine ottenute da carni ed ossa - ricavate anche da resti di capi ammalati - che da anni vengono somministrate alle vacche (Coldiretti, 2001).

Stando a queste informazioni, non si è più dinanzi a situazioni imprevedibili o, a calamità naturali, ma di fronte ad una scelta effettuata, per scopi di guadagno, violando imprudentemente l’ordine naturale delle cose.

Giovanni Paolo II nell’omelia agli agricoltori in piazza S.Pietro il 12 Novembre 2000, in occasione del Giubileo, ha affermato: “Operate in modo da resistere alle tentazioni di una produttività e di un guadagno che vadano a discapito del rispetto della natura. Da Dio la terra è stata affidata all’uomo “perché la coltivasse e la custodisse”(Gen 2,15). Dimenticato questo principio la Natura prima o poi si ribellerà”. Queste parole spiegano la risposta della natura alla violenza, subita con il tentativo di rendere carnivori degli animali esclusivamente erbivori.

Ecco un primo aspetto fondamentale: solo se si ha il gusto, la bellezza dell’armonia della creazione e della persona umana, si è in grado di operare per preservare il mondo. L’etica del creato è inseparabile dall’etica della persona, ed entrambe sono inseparabili da un’estetica che sappia ritrovare lo stupore dell’esserci, la meraviglia di ciò che ci circonda” (Rocchetta, 2001, p. 2).

C’è una non sincronia nella nostra società, nella quale a livelli sempre maggiori di ricchezza corrispondono impoverimento culturale e morale (Sapelli, 2004).

A tal proposito, Konrad Lorenz, premio nobel per la medicina nel 1973, nel celeberrimo libro “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”, annoverava tra essi la rovina ecologica in corrispondenza dell’abbruttimento, estetico e morale, dell’uomo: “Devastando in maniera vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora – probabilmente – sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima[…] La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che dilaga ovunque così rapidamente , costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro perché va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile”.

Non ho scomodato casualmente il parere di un autorevole economista qual è Giulio Sapelli; ritengo, infatti, che la mancanza di morale in agricoltura sia solo un riflesso della mancanza di un’etica condivisa nell’azione economica, e ancor più di un’amoralità diffusa nell’intera società. Se la pratica agricola è assimilabile a quella economica e la pratica economica alla società, i problemi “etici” sin qui illustrati dipendono in gran parte da una scala dei valori sociali stravolta, dove l’interesse ed il successo economico vengono prima dell’integrità e della responsabilità personale. In questo contesto sociale dove il concetto di efficienza è assimilato a quello di massimizzazione, dice ancora Sapelli: “Dobbiamo rifondare il mercato, affinché l’agire economico del medesimo sia accompagnato dall’agire della gratuità, del donare” e, tornando alle parole di Giovanni Paolo II durante l’omelia rivolta agli agricoltori: “Non è male desiderare una vita migliore, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume essere il migliore, quando questo è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare un godimento fine a sé stesso”.

Il Papa terminò, l’omelia, indicando le linee guida per un nuovo modo di intendere l’economia e l’agire umano in essa, sottolineando come: “ Fare economia, è fare bene le cose: non, anzitutto, produrre molto, ma produrre bene, con correttezza, onestà e trasparenza, ponendo al primo posto il bene delle persone, la loro salute ed il valore della loro vita”. Queste parole di Giovanni Paolo II sembrano proprio suggerire l’adozione di metodi di coltivazione rispettosi; forte di questo capitale valoriale l’agricoltura biologica, potrà divenire strumento per ridare all’economia l’imprescindibile dimensione etica e sociale, ed alla pratica in campo, un agire consapevole.