Archivio per la categoria ‘Cinema Tips’

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Jules et Jim di Truffaut

15, Maggio, 2008

Jules & Jim terzo film di Truffaut. Dopo “I quattrocento colpi” mi è capitato casualmente di imbattermi in questa pellicola del 1962. Vale la pena di vedere questo lungometraggio di una contemporaneità impressionante. Moderno, direi, di una seconda modernità. La storia di una donna e di due uomini, la storia di una scelta che non si compie o forse di una decisione presa a priori: quella di non scegliere tra più sentimenti. L’epilogo, tragico, sta forse a dimostrare che non esiste “alcuna credibile possibilità di combinazione amorosa al di fuori della coppia” - chiave di lettura fornitaci da Truffaut alla presentazione del film -, forse molto altro ancora.

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Giardini in autunno_Otar Losseliani

5, Gennaio, 2008

Vincent, ministro dell’agricoltura in qualche regione non meglio identificata dell’Africa, a seguito di una grave crisi viene usato come capro espiatorio e spinto a dimettersi. Senza più potere, senza più amanti, senza conservare nulla della vita di prima, intraprende un viaggio a ritroso nei luoghi della sua giovinezza, alla ricerca di una vita forse – questo film è tutto un forse - più semplice e autentica.

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Il buio nella mente

22, Ottobre, 2007

(già su DeBaser.it)

Giunto all’ennesimo film di Chabrol ho accertato due fatti: ho capito perché molta critica lo considera uno tra i più autorevoli registi francesi del nostro tempo e ho avuto conferma di un’impressione: c’è spesso qualcosa di indicibile, nelle donne del cinema di Chabrol, uno scarto, una marginalità rispetto alla scena, la presenza di un’estraneità radicale rispetto alla normalità della vita. La capacità di una direzione sobria e il tratteggio di un mondo femminile che riesce a vivere la follia nell’ovvietà sono i due elementi cardine di questo lungometraggio intenso, che il regista trae dal romanzo A Judgement in Stone (La morte non sa leggere, 1977) di Ruth Rendell.

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Sicko di Michael Moore

14, Settembre, 2007

 

Al posto della solita recensione, avrete avuto modo di leggerne un po’ ovunque negli ultimi giorni, riporto un’interessante contro-opinione di Gordiano Lupi, scrittore italiano che ha fatto di Cuba la sua terra di adozione e delle sue suggestioni una decina di romanzi.

 

 

Meno male che non sono andato a vedere l’ultimo film di Michael Moore. Ho letto tante recensioni entusiaste e magari la pellicola dirà pure cose giuste, tipo la sanità statunitense fa proprio pena, se non hai denaro non ti muovi, nessuno ti cura e il povero cittadino vale meno di niente. Certo, tutto vero. Non sono andato a vedere il film perché ho letto che Moore prende la sanità cubana come metro di paragone per far capire ciò che non funziona nel suo Paese. Peggiore operazione di demagogia non la poteva fare, solo per strizzare l’occhio alla sinistra più becera e populista. La sanità cubana funziona alla perfezione, ma è proprio come quella statunitense: se hai soldi (e sei straniero) ti curano, ti disintossicano dalla droga, ti fanno anche operazioni estetiche in una stupenda clinica dell’Avana che si chiama Cira García. Se non hai una lira (e sei cubano), ti guardano appena, se hai bisogno di cure ti internano in un ospedale per poveracci, sudicio, senza ventilatori con quaranta gradi all’ombra e privo di attrezzature. Ti tengono dentro un po’ di giorni, poi ti rimandano a casa con una bella ricetta e il consiglio di trovare pesos convertibili (dollari o euro, per chi non conosce la lingua monetaria cubana) per comprare le medicine, ché nelle farmacie cubane non si trovano. Dico questo perché mi trovo a stretto contatto con la meravigliosa sanità cubana, non sono come il signor Moore che va a Cuba in gita di piacere e dopo parla bene di Castro. Vi racconto una storia personale. Forse parlare di casi concreti aiuta più che fare demagogia, magari qualcuno comprende e separa il grano dalla crusca.
Oggi telefona una cugina di mia moglie che vive in Italia, dice che ha parlato con la famiglia a Cuba, aggiunge che la madre di mia moglie ha avuto un principio di peritonite e l’hanno ricoverata d’urgenza in un ospedale per poveri dalle parti di Guanabacoa. Ha rischiato grosso, ma dopo un paio di giorni, visto che non correva pericolo di vita, l’hanno dimessa con una prescrizione medica. Mia suocera deve prendere un medicinale importante per la salute, ma si dà il caso che questo farmaco nelle farmacie per cubani non si trova. Pare che lo vendano solo nelle farmacie internazionali e che vada pagato in divisa, alla modica cifra di 20 pesos convertibili (circa 20 euro). Per noi italiani sembra una cifra irrisoria, ma si dà il caso che mia suocera riscuote una pensione pari a 40 pesos cubani mensili (circa 2 euro). Non si può permettere di comprare una medicina tanto costosa. Per fortuna che è una privilegiata, ha una figlia in Italia che può inviare denaro e magari in un secondo tempo pure le medicine. Mia suocera ha un’altra figlia che vive a Cuba, ma pure lei riscuote uno stipendio statale che si aggira intorno ai 5 euro mensili. Non può spenderne 20 per una medicina e l’unica soluzione praticabile sarebbe quella di prostituirsi con uno straniero per salvare la vita alla madre. Ho provato la stessa sofferenza quando è morto di cancro il nonno di mia moglie e anche allora il meraviglioso sistema sanitario cubano non aveva antidolorifici da somministrare. Sono stato io a sopperire a queste mancanze e a inviare scorte di medicinali ogni volta che potevo. Vorrei che certi comunisti d’accatto provassero certe esperienze prima di continuare a sostenere Fidel Castro. Vorrei anche che il Presidente della Camera dei Deputati si vergognasse per aver fatto gli auguri a un dittatore in occasione del suo compleanno. Bertinotti si definisce comunista, ma non sa niente della povertà e della sofferenza dei cubani che lottano per sopravvivere, altrimenti non scriverebbe a un dittatore che affama il suo popolo.
Il sistema sanitario cubano non è migliore di quello statunitense, perchè funziona solo per gli stranieri e non si preoccupa di realizzare una rete di cura, prevenzione e sicurezza sociale per tutto il popolo. Le cose vanno bene solo per chi possiede dollari, pesos convertibili, divisa internazionale, altrimenti sei soltanto carne da macello.

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CentoChiodi

1, Settembre, 2007

 

di Alfo (già su DeBaser.it)


“Cento chiodi” è uno shock della bellezza, sublime nella sua rappresentazione etica ed estetica. E’ un’opera interpretabile come segno in risposta della celebre profezia Dostoevskjiana – la bellezza ci salverà! – che pare proprio avverarsi in rappresentazioni come questa, che sanno unire intelletto e sentimento. Non si può che rimanere sconvolti davanti al nitore e alla purezza di questo lungometraggio, si potrà obiettarne la forma (peraltro governata da una fotografia magistralmente diretta), ma non si potrà discuterne i contenuti. Olmi, al suo ultimo lavoro di finzione, come da lui stesso annunziato, sembra voler sintetizzare tutto il messaggio della sua vita professionale, spesa dalla parte dei più deboli, dei diversi, degli emarginati, sembra voler chiarire i suoi principi al mondo e lo fa’ con un urlo di incontrastabile passione.

E’ questo il grande motivo che mi porta a scriverne oggi, a farlo presente a quante più persone possibili, chissà che sia capace di instillare un barlume di saggezza nella testa malata dei nostri corpi post-moderni. Questo film è uno spunto di riflessione potente, ha la potenza della semplicità, dovremmo pensare bene al significato latente di questo film: un vero pugno nello stomaco a questa società sbagliata.

La parabola è semplice e adotta lo stesso tono lineare eppure profondamente turbante dei Vangeli. Un filosofo delle religioni – uno “spiazzante” Raz Degan – inchioda 100 antichi libri contenuti in una preziosa biblioteca di facoltà. Questa storia “scandalosa” si apre con una scena che toglie il fiato, una scena che rimarrà impressa nella memoria: disturbante, critica.

Ogni spiritualità” recita a inizio pellicola Raz Degan, citando Jaspers, “si converte in profitto e la felicità di vivere è falsa come l’arte che la esprime”. Il film non ce lo racconta, ma noi sappiamo che il tempo in cui l’anonimo professore, protagonista del film, vive la sua solitaria crisi intellettuale, è il presente di una profonda crisi sociale segnata dalla diffusa sfiducia dell’uomo verso le istituzioni civili e religiose, con una chiesa che dà l’impressione di essere arroccata sulla difensiva. E’ questo il presente da cui il protagonista fugge, rinnegando il sistema di regole e conoscenze su cui è fondato. Se Montalbàn faceva bruciare al suo Carvalho la propria biblioteca («Un giorno mi ringrazierai per aver letto un libro in meno», dirà alla sua giovane amica), Olmi i libri preferisce inchiodarli, così come loro, i libri, simbolo dell’ordine costituito, duemila anni fa hanno inchiodato la sovversione di Gesù. I libri non hanno salvato il mondo, come non lo hanno salvato le religioni [..] c’è più verità in una carezza che nelle pagine di questi libri” dice Degan ad una studentessa indiana poco prima di andarsene.

La fuga del professore lo porta a trovare il suo locus amoenus lungo le rive del Po. “Come in tutte le fughe bucoliche, ciò che importa non è il realismo di questa dimensione, ma il candore e la purezza della poesia che l’autore riesce a racchiudervi.” suggerisce Paolo Caroli dalle righe dell’Adige.

Il fiume diventa così il fiume del Siddharta di Hermann Hesse, quello di Jonh Ford nel film “In nome di Dio”, soggetto si poetico, ma capace, nel suo trascendimento, di insegnare qualcosa, la verità della Natura, che è Verità assoluta.

Olmi utilizza un linguaggio suggestivo e di notevole forza espressiva, che si realizza attraverso le riprese di paesaggi, di persone, di lievi movenze, nella cura dei suoni, come raramente avviene in opere dominate da un messaggio contenutistico. Qui il messaggio c’è, ed è fin troppo chiaro, ma si esprime nei suoi momenti migliori in modo riflesso, indiretto, affidato soprattutto all’ambiente e alle sue voci. Quelle facce contadine, quelle frasi semplici, quei balli sulle aie, quell’ “ultima cena” che ha una potenza figurativa tale, da non necessitare nemmeno della parola, dei dialoghi (talvolta intarsiature superflue nell’economia dell’opera.).

Degan troverà, sul fiume, in questo gruppo di persone semplici, i suoi moderni “apostoli”, li aiuterà ad affrontare le situazioni più difficili, i soprusi delle società, le ruspe inviate dalle istituzioni!, finirà per essere riconosciuto e imprigionato, condannato da quelle stesse istituzioni che stava combattendo, come un malfattore, come un ingiusto. La storia come la conosciamo tutti, insomma.

Vale la pena dilungarsi sui contenuti di questo film, sulle idee che lo animano e spero animino anche i suoi spettatori. La trama, lo ripeto, è semplice, non priva di difetti, ma è la ricchezza dei significati, accompagnata dallo splendore dei significanti, il cuore pulsante di questo film.

Un lungometraggio che ha il coraggio, in un momento di forti attriti per la gerarchia ecclesiastica, di riportare il cristianesimo – “che non è una religione, anzi è liberazione dai legami, da ogni legame” citando Don Giorgio De Capitani - alla sua dimensione più sincera. Il Cristo di Olmi, è il Cristo radicale, quello degli ultimi, dei reietti, il Cristo dei primi cristiani, un Cristo che si abbatte contro le istituzioni quando queste soffocano l’uomo in una palude di vessazioni e cinismo, che rifiuta e combatte il Potere con il coraggio di un gesto rivoluzionario. Il Cristo radicale è quello non imbrigliato nella chiesa-struttura, quello oltre le gerarchie, quello che arde nel cuore dei profeti, secondo Olmi, l’unica fiamma che può bruciare questa società decaduta e dar luce a un nuovo futuro.

E’ un Cristo che ritrova un alito di vita, la propria dimensione umana, un Cristo, sembra voler dire Olmi ai gerarchi, in grado di radunare ancora l’attenzione e i cuori attorno a sé. Un Cristo fuori dal rito, che è morte, dentro la carne, che è vita, che riafferma l’uomo come anima fondamentale del disegno di Dio, come entità dalle quasi infinite possibilità

La critica si è divisa davanti a questo film, come capita sempre davanti alle idee forti. Di par nostro, si è dinanzi ad un’opera splendida che prima di finire in pasto a sterili critiche dovrebbe essere compresa al suo fondo, guardando questo nostro difficile momento storico in cui i valori vacillano, semplicemente ringraziata: ringraziato un regista di spessore e la piccola grande profezia che ribadisce. Non importa se il dito sia magro, tozzo, piccolo o inespressivo, mai come in questo caso, è necessario guardare alla luna, andare oltre. Quanti falsi cristiani si saranno indignati davanti all’ultimo dialogo in scena, quando Degan dice al vecchio cardinale, suo primo maestro: “Sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza dell’uomo ..” Chissà quanti uomini di salotto saranno rimasti indignati nel vedere crocifissi e vilipesi tutti quei libri che “non valgono un caffè con un amico”. Eppure questa loro indignazione è lo scudo di difesa di chi non vuol vedere la realtà, di chi non è disposto a immergersi completamente nel messaggio di questa parabola odierna.

Il libro non è offeso e svilito nella sua natura - tanto è vero che durante tutto il film sono molteplici le citazioni dirette dai Vangeli – è offeso come strumento al servizio del potere, come pagina morta, come simulacro buono per ogni padrone, per aver trasformato il Cristo incarnato nel cristo-idolo degli altari, dei vessilli, delle ideologie, in un Cristo lontano dalla gente e dalla sua prima profezia radicale.

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Marius & Janette

3, Maggio, 2007

Luminoso e solare, Marius e Jeannette ( Marius et Jeannette, Francia 1997) è girato e recitato, pensato e scritto nella chiara trasparenza mediterranea. Robert Guediguian potrebbe far sua l’affermazione d’un grandissimo filosofo e narratore, francese e algerino insieme: “Au centre de mon oeuvre, il y a un soleil invincible”. Così, nel ‘51, rispondeva Albert Camus a chi, sciocco e in malafede, gli rimproverava di non coltivare ottimismi programmatici e tranquillizzanti. Resta da aggiungere che, ovunque ci sia luce, ci sono anche, inevitabili, le ombre. Il sole, appunto, è al centro di Marius e Jeannette.

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Un cuore in Inverno

21, Marzo, 2007

di Roberto Escobar

Riporto questa bella recensione di Roberto Escobar tratta da “Il Sole 24 Ore” perchè oltre ad essere perfettamente attinente e rispettosa dei significati e del valore del film, propone la visione di un lungometraggio di grande qualità, capace di regalare 90 minuti d’intensità emotiva e partecipazione alla trama. Una trama sobria, sviluppata in modo lineare, elegante, uno sguardo profondo sull’uomo moderno e i suoi sentimenti - sarebbe più appropriato dire: sull’incapacità dei sentimenti. Un film che è l’ultima grande perla del regista francese Claude Sautet prima del definitivo ritiro dalle scene (Sautet era ormai più che settantenne). Proprio tale aspetto rende ancor più particolari i meriti di questo maestro della narrazione per immagini e ci dimostra, una volta di più, come il romanzo e il film “psicologici” non siano morti ma, anzi, i soli capaci di raggiungere e abbracciare l’interezza della dimensione umana.

Un cuore in inverno. La locandina

«Sono preoccupato per il loro futuro», dice Stéphane a Camille. I due seguono e quasi spiano il litigio di una coppia seduta di fianco a loro in un bar. Stéphane è sarcastico, cattivo. Questo è l’amore, intende: un farsi male, un aggredirsi, un darsi indifesi alla crudeltà dell’altro. Della dimensione del cuore, dunque, vede solo il lato oscuro, doloroso. E Camille? A lei basta una piccola frase per vincere il nichilismo di Stéphane: «Guarda, lui piange». Intanto, la macchina da presa di Claude Sautet cattura una carezza della donna, un gesto lieve sul viso del compagno in lacrime. Stéphane sembra credere che l’amore sia null’altro che una questione di letteratura. I libri ne sono colmi e lì, nei libri, l’amore può anche funzionare, dice. In essi si frequenta la stessa dimensione che appartiene alla musica, il sogno. Come sempre nel suo cinema, anche in Un cuore in inverno Sautet è attento ai particolari dei personaggi: la loro totalità nasce appunto dall’accumulo dei particolari. Stéphane è prima di tutto un paio di mani intente a restaurare un violino. Così inizia il film: lo strumento emerge dalla luce indistinta dello schermo. Poi, pian piano, si precisano i contorni, i tratti, le qualità di questo personaggio “senza qualità”. Il gelo del suo cuore è una scoperta scomoda, per noi che siamo subito indotti a identificarci in lui (nel film ci introduce la sua voce narrante che poi si perde e si fonde nei fatti e nelle immagini). Sautet ci costringe così a osservarlo ben dentro, sulle tracce delle ragioni di un gelo che ci stupisce. Come noi in sala, anche Camille tenta di guardare nel cuore di Stéphane. E questo che spiega il suo innamorarsi. Stéphane abita una zona franca, una terra di nessuno Da l’impressione di non essere mai nella situazione ma di starne un passo più in là, come un osservatore moderatamente interessato e prudente. La sua vita parallela alla vita non può mancare di affascinare chi abbia la sensibilità di Camille.
Stéphane ha il fascino del proprio narcisismo radicale. Sta tutto rinserrato in sé, dentro solide mura. In mezzo agli altri, è una presenza disorientante, come un vuoto o come una domanda che non voglia risposta (bravissimo Daniel Auteuil). Non domanda nulla, in realtà: ha già la sua risposta. E questo gli dà un’apparenza di autonomia, come se davvero stesse in un luogo privilegiato e come se davvero, di là, potesse essere straniero alla vita, spettatore neutrale della sua tragicommedia. La sensibilità di Camille, dunque, ne è attratta, benché Stéphane resti alla sua solita distanza, anzi proprio a causa di questa distanza. Tuttavia Camille non è abbastanza sensibile, e finisce per fraintenderlo. Lo fraintende, sempre, anche Maxime, che pure gli vive accanto da anni. Per lui, il fascino freddo di Stéphane è il segno della sua genialità d’artigiano: una qualità naturale, non invece un deliberato vuoto di qualità, un loro rifiuto. Non è questo, certo, l’errore di Camille. Lei sa guardare più nel profondo, e dunque intuisce in Stéphane qualcosa che si nasconde dietro le sue mura. Ma poi, quando lui le rinforza e le fa più alte, quelle mura, Camille si convince, a torto, che dietro non ci sia niente, se non un piatto, volgare, sconfinato egoismo. Ben più acuto è l’occhio di Sautet. La sua macchina da presa, infatti, scruta e svela i momenti in cui Stéphane si lascia andare e si apre. In quei momenti a noi pare indifeso: lo è quando spia non visto la vita di Lpuis, suo maestro; lo è quando Louis muore; lo è quando ascolta e guarda Camille che suona; lo è quando, alla fine del film, le rivela di amarla («Ho creduto a lungo che fosse l’unica persona che amassi», le dice di Louis: lei non comprende, o finge di non comprendere). Qui stanno le ragioni del gelo: Stéphane è indifeso, vulnerabile, dunque si “immura”. Come spesso accade, la sua fragilità interiore si muta in durezza esteriore. Sentendosi esiliato dalla vita, capovolge la situazione e così la elude. Ormai non ha più nulla da temere: facendosi straniero alla vita, non potrà esserne esiliato; convincendosi che l’amore sia un farsi male, non sentirà il male che gli viene dal non averlo; rifugiandosi nel sogno (nella musica), la realtà non lo ferirà. Quando Camille sta per varcare quelle mura mettendo in pericolo l’elusione difensiva di Stéphane, lui attua l’ultima difesa, che è crudele perché deve essere efficace. Troppo crudele per lei, che la fraintende. Non abbastanza efficace per lui, che scopre d’essersi chiuso in una prigione assurda e che, uscendone, si trova in una solitudine vera, senza più difese. Ora, a Stéphane si rivela anche il lato chiaro del cuore: lo ha visto nell’amore di Louis e della moglie, Io ha visto negli occhi di Camille. Ora però può solo soffrirne la mancanza.

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Fuga dalla Scuola Media

1, Marzo, 2007

L’adolescenza, come disse una volta una nostra collega, è il periodo delle nostre vite in cui siamo tutti più brutti e goffi. Molti, a partire dall’orrendo titolo italiano, potrebbero credere che “Fuga dalla Scuola Media”, parli delle bischerate di un gruppo di ragazzini post-moderni, viziati e pasticcioni. Vi sbagliate di grosso.

“Fuga dalla Scuola Media”, penultimo film di Todd Solondz, è una angosciante commedia suburbana che ha come protagonista un’undicenne, Dawn Wiener (una ottima Heather Matarazzo), seconda figlia di una famiglia ebrea che frequenta una scuola qualsiasi in una qualsiasi cittadina del New Jersey. Dawn e’ bruttina, porta occhiali spessi, vestiti orrendi e rimane perennemente a bocca semi-aperta, ferma in una espressione ebete e inespressiva. Per questo suo modo di essere diviene presto bersaglio dei suoi compagni di scuola e viene umiliata giorno dopo giorno nei modi più assurdi.

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