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Istantanea

25, Aprile, 2009

Il primo sintomo del fatto che stiamo uccidendo i nostri sogni è la mancanza di tempo. Il secondo sintomo della morte dei nostri sogni sono le nostre certezze. Poichè non vogliamo considerare l’esistenza come una grande avventura da vivere, cominciamo a giudicarci saggi, giusti e corretti in quel poco che chiediamo ad essa. Il terzo sintomo della morte dei nostri sogni è la pace. La vita comincia a essere un pomeriggio domenicale: non ci chiede grandi cose, né esige più di quanto noi vogliamo dare. Ci sorprendiamo quando qualcuno della nostra età dice che vuole ancora questo o quello dalla vita.

Il Cammino di Santiago di Paulo Coelho

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Piccola lettura natalizia

24, Dicembre, 2008

Montevecchia, sentiero, 24.12.2008

Montevecchia, sentiero, 24.12.2008

Accolgo e ripropongo come riflessione natalizia quella auguralmente proposta da Domenico, semplice eppure così poco compresa:

La terra non l’abbiamo ereditata dai nostri padri ma l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli. La terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, bensì è l’uomo che appartiene alla terra.

(dalla lettera del capo indiano Seattle al “Grande Bianco” di Washington, il presidente degli Stati Uniti che voleva acquistare i territori indiani. 1854)

ps. questo “Grande Bianco” si ricicla, sembra subire delle reincarnazioni storiche e a ritmi sempre più frenetici, no?

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Vian – Lo strappacuore

17, Dicembre, 2008

Riporto una suggestione dal bel libro di Boris VianLo strappacuore”, tutto da leggere e riflettere. In qualche modo è anche questa una lettura natalizia.

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strappacuore

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«…sul ruscello rosso, una barca immobile. I remi pendevano da una parte e dell’altra. Dietro la prua, che gli si presentava di tre quarti, intravide una forma oscura, animata da movimenti imprecisi, e si avvicinò per capire meglio.

Quando arrivò all’altezza della barca, vide l’uomo che si aggrappava sforzandosi di risalire. L’acqua del ruscello rosso scorreva sui suoi vestiti senza bagnarli, come se fosse fatta di perle vive. La sua testa apparve sopra la falchetta. La barca si agitava, girava quando lui cercava di salire.

Giacomorto lo chiamò:

Ha qualche problema?

L’uomo si raddrizzò e riuscì a mettersi seduto. Lasciò andare ciò che aveva appena riportato tenendolo tra le mascelle.

Come dice? Domandò

Si curvò sui remi e avvicinò la barca alla riva. Con poche vogate accostò.

Serve aiuto? Domandò di nuovo Giacomorto.

L’uomo lo guardò. Era vestito con un sacco e stracci informi.

Lei è straniero? Disse.

Sì, rispose Giacomorto.

Se no, non mi parlerebbe così, noto l’uomo, quasi parlando fra sé e sé.

Ha rischiato di annegarsi, disse Giacomorto.

Non in quest’acqua, disse l’uomo. E’ variabile; certe volte non tiene a galla neanche il legno; altre volte, anche certe pietre restano in superficie; ma i corpi ci galleggiano sempre, non affondano.

E allora che le è successo? Domandò Giacomorto. E’ caduto dalla barca?

Stavo facendo il mio lavoro, disse l’uomo. Buttano cose morte in quest’acqua perché io le ripeschi. Coi denti. Son pagato per questo.

Ma potrebbe andar bene una rete. Disse Giacomorto.

Sentiva come una strana inquietudine, aveva l’impressione di parlare con qualcuno proveniente da un altro pianeta. Una sensazione molto comune, ma sì, ma sì.

E’ necessario che io le ripeschi con i denti, disse l’uomo. Le cose morte o le cose marce. Le buttano apposta. Spesso le lasciano marcire per poterle gettare. E io devo recuperarle coi denti. In modo che scoppino fra i miei denti. In modo che m’insozzino la faccia.

E la pagano per questo? Domandò Giacomorto.

Mi forniscono la barca, disse l’uomo, e mi pagano in vergogna e in oro.

Alla parola “vergogna” Giacomorto fece il gesto di arretrare, e se ne rammaricò.

Ho una casa, disse l’uomo, che aveva notato il movimento di Giacomorto e sorrideva. Mi danno da mangiare. Mi danno dell’oro. Molto oro. Ma non ho il diritto di spenderlo. Nessuno mi vuole vendere niente. Ho una casa e molto oro, ma devo digerire la vergogna di tutto il paese. Mi pagano perché abbia dei rimorsi al posto loro. Per tutto quello che fanno di male e di empio. Per tutti i loro vizi. Per i loro crimini. Per la fiera dei vecchi. Per le bestie torturate. Per gli apprendisti. E per le loro porcherie.

Si fermò un momento.

Ma tutto questo non la può interessare, riprese. Lei non ha intenzione di restare qui?

Ci fu un lungo silenzio.

Sì, disse alla fine Giacomorto. Resterò qui.

Allora, diventerà come gli altri, disse l’uomo. Anche lei vivrà con la coscienza libera, e si libererà del peso della sua vergogna, scaricandolo su di me. E mi darà dell’oro. Ma non mi venderà niente in cambio del mio oro.

Lei come si chiama? domandò Giacomorto.

La Glorìa, disse l’uomo. Mi chiamano La Glorìa. E’ il nome della barca. Io il mio non ce l’ho più.

Verrò di nuovo a trovarla… disse Giacomorto.

Lei sarà come tutti gli altri, disse l’uomo. Non mi parlerà più. Mi pagherà. E mi getterà le sue carogne. E la sua vergogna.

Ma lei perché lo fa? domandò Giacomorto.

L’uomo alzò le spalle.

Prima di me, c’era un altro.

Ma come ha preso il suo posto, insistette Giacomorto.

Il primo che si vergogna più di me prende il posto, disse l’uomo. Finora in paese hanno sempre fatto così. Sono molto credenti. Si tengono stretti la loro coscienza. Neanche un rimorso. Ma chi dà segni di debolezza, chi si ribella…

Lo imbarcano sulla Glorìa… concluse Giacomorto. E lei si è ribellato.

Oh!… Adesso non capita più tanto spesso. Potrei anche essere l’ultimo. Mia madre non era di qui.

Si mise in posizione e si curvò sui remi.

Devo lavorare, disse. Arrivederci.

Arrivederci, disse Giacomorto».

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