-
La rivista che vorrei continua a fare salti in avanti e indietro sulla linea temporale. Con questo terzo numero ripercorriamo quello che a Monza e dintorni è successo nel decennio cominciato con il Sessantotto. Abbiamo intervistato chi ha vissuto in prima linea i movimenti di quel periodo e chi li ha vissuti un po’ in disparte, chi a scuola e chi in fabbrica, chi sulla riva destra e chi su quella sinistra del Lambro. Abbiamo capito che fu un’epoca molto più lontana dei 30-40 anni che ci separano, perché per tutti gli intervistati furono stagioni di partecipazione e di protagonismo; di estenuanti assemblee, di incontri, confronti e scontri, verbali e anche fisici, purtroppo. Eppure di grande vitalità. Oggi che al massimo ci si incontra 3 secondi al semaforo e si fa in tempo a guardarsi in cagnesco, oppure su Facebook dove si è tutti amici; oggi che le opinioni si esprimono scegliendo uno dei canali fotocopiati della tivù; oggi che stancamente, sempre più stancamente, andiamo a votare per quello che ci diciamo essere il meno peggio, ma che sempre peggio è. Oggi siamo molto più lontani da quegli anni di quanto i calendari ci raccontano.
-
Eppure c’è qualcosa che invece ce li riavvicina. Chi non si pappa le verità precotte lo capì subito nell’estate del 2001, ma è in questi mesi che le requisitorie e le sentenze dei tribunali ce lo stanno confermando. Con quello che sappiamo finalmente tutti su Bolzaneto, sulla scuola Diaz, sui cortei del G8 di Genova. Possiamo dire, perchè sappiamo, che fu ancora una volta la violenza a tagliare le gambe ad un movimento popolare grande e sentito, alla speranza di un mondo più giusto, migliore. Allora, negli anni Settanta, fu la violenza dell’eroina, degli estremismi e delle stragi che ricacciò una generazione nel salotto di casa; nel 2001 fu la violenza di misteriosi e tutt’oggi sconosciuti personaggi apparsi dal nulla e nel nulla scomparsi (i blackblock, che fine hanno fatto?). Ma soprattutto la violenza e l’inadeguatezza, diciamo così, degli stati e delle loro forze dell’ordine che innalzarono muri di cemento molto armato, torri d’avorio e grattacieli d’arroganza.
E fra gli stati, quello italiano non seppe fare di meglio che darsi alla macelleria, come uno dei suoi stessi uomini ha poi dichiarato.
-

-
-
All’inizio del millennio in corso cresceva la voglia di riprendere in mano il destino delle proprie vite, di provare a ridare dignità allo sviluppo e al futuro, togliendolo dalle grinfie della logica del PIL o muerte, delle multinazionali del profitto tout court, per rimetterlo su un binario di equità e umanità. Gli stati (e quello italiano in particolare) non seppero cogliere quello che di buono e sacrosanto c’era in quel movimento e lo attaccò frontalmente, riducendolo a putrida questione di “ordine pubblico”. Anche quella fu lotta di classe: la classe politica che nell’ultimo anno abbiamo imparato a chiamare casta.
È sempre difficile accettare di non rappresentare niente di più che se stessi. Per chi rappresenta di mestiere è doppiamente difficile. E in tutto ciò, come Ezio Rovida dice in chiusura della sua intervista, la sinistra italiana non ha mai capito niente. Troppo presa nel creare fazioni o nel rimirarsi nello specchio.
-
Buona lettura e scrivici, commenta, partecipa.
-
-
La rivista che vorrei
www.vorrei.org
info@vorrei.org
-