Archivio per la categoria ‘Interviste’

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Madre Terra, Insubria, Econazione: i Domà Nunch si raccontano

24, Giugno, 2008

Ecco l’imprevedibile intervista ai Domà Nunch, realizzata per il secondo numero di “Vorrei” dedicato alla Lega Nord, in cui mi sono fatto raccontare quale cornice di valori muova la loro azione. Ne viene un’intervista curiosa, in cui mi sono preso del girotondino, pseudo-intellettuale di sinistra. Deve essere proprio così, dopo l’esclusione della sinistra storica dal governo, tento di dar voce a chi non ne ha più: pura filantropia.

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Egoismo e scarsa cultura

21, Giugno, 2008

Oggi pubblichiamo una seconda intervista realizzata per l’ultimo numero de La rivista che Vorrei, dedicato al trionfo elettorale della Lega Nord. L’intervistato è questa volta Don Giorgio De Capitani che più e più volte ha preso posizione contro la Lega, contro quel partito che sfrutta gli istinti più bassi dell’uomo per espandere il proprio potere. Più di ogni altra cosa, a preoccuparmi è la dimensione di quest’ultimo trionfo elettorale, che segna una rinnovata vigoria del partito padano anche tra giovani e giovanissimi. A loro volta, le fasce più giovani aderiscono ad un modello proposto dalle tv commerciali e accettato supinamente dalle famiglie, che vedono nella caccia all’altro e nella soddisfazione dei desideri microlocali un’opera di tutela dei propri privilegi e possibilità. In verità, la Lega Nord sta espandendo un carattere sociale avvilente che promuove il degrado e, specie da noi, compete con il più suadente berlusconismo.

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La Lega e il Cattolicesimo. Il rapporto fra l’etica leghista e la chiesa di Cristo. Di questo abbiamo voluto parlare proprio con un uomo di Chiesa, il sacerdote don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate. Nato a Santa Maria di Rovagnate nel 1938, ordinato sacerdote nel 1963 nella diocesi di Milano, Don Giorgio, ha esercitato il suo ministero pastorale a Introbio, a Cambiago, a Sesto S. Giovanni, è stato parroco a Balbiano e Culturano. Ha scritto anche numerosi libri. Dal suo pulpito e dal suo sito internet si è più volte espresso nei confronti del successo leghista assumendo anche posizioni molto decise. E in questa intervista non si è certo tirato indietro, attaccando ferocemente le ipocrisie, le volgarità e l’ignoranza fra le quali la Lega, anche e soprattutto in Brianza, trova terreno fertile.

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Troppi soldi e cemento, serve un cambio di mentalità

20, Giugno, 2008

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Proprio in concomitanza con la presentazione de “La rivista che Vorrei“, tenutasi questa sera alla Feltrinelli di Monza con un bel riscontro di pubblico - buon numero di spettatori, soprattutto sotto i trenta - e l’interessante presenza di Luca DeBiase, ripropongo a partire da oggi alcune interviste realizzate per la stessa. Si parte con questa intervista a Giampietro Corbetta che fu gradito ospite a casa mia nel mese di maggio.. cercammo di misurare il polso di questa nostra Brianza.

Qui è già disponibile il secondo numero dedicato alla Lega Nord. Frequentate, leggete, possibilmente, commentate ..è cio’ che da più senso a questo lavoro.

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Intervista ad Alessio Ciacci sul progetto “Rifiuti Zero”

8, Giugno, 2008

Acqua, Rifiuti ed Energia rappresentano tre questioni fondamentali per il futuro del nostro pianeta. Emergenze ambientali ed emergenze sociali aumentano laddove le politiche di governo del territorio non sono indirizzate a costruire una vera sostenibilità ambientale ed una maggiore giustizia sociale. Senza una partecipazione vera ed un aumento della coscienza collettiva sul valore dei beni comuni rischiamo di perdere il controllo di fattori determinanti il nostro benessere. L’amministrazione di Capannori (LU), nel piccolo di un’esperienza comunale, sta cercando di affrontare con determinazione e coraggio queste sfide costruendo alternative che affrontino la sostenibilità anche attraverso una vera partecipazione. Capannori è il primo Comune in Italia ad aver aderito alla “Strategia rifiuti zero”. Per questi motivi, che necessariamente devono interessare la politica locale, abbiamo provato a contattare l’assessore all’ambiente del comune di Capannori, Alessio Ciacci, per sottoporgli alcune domande e comprendere meglio come è stato possibile impostare e implementare un progetto così ambizioso. L’assessore si è dimostrato estremamente disponibile e mosso da reali passione ed impegno. Ne è venuta un’intervista esaustiva che merita di essere attentamente analizzata come base per una riflessione da avviare anche nelle nostre zone, in cui non sembra manchino le condizioni (piuttosto la volontà) per intraprendere scelte simili.

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Intervista a Serge Latouche

1, Aprile, 2008

Negli ultimi venticinque anni Serge Latouche ha contribuito, come e più di altri intellettuali, alla chiarificazione e alla maturazione dei concetti intorno a cui si sono costruiti i movimenti new global. Nato a Vannes, in Bretagna, nel 1940, economista di formazione e antropologo per esperienza Latouche negli anni settanta trascorse molto tempo in Africa occidentale, dove maturò una svolta del proprio pensiero, che dalle posizioni marxiste tradizionali lo portò a una critica radicale delle ideologie del “progresso” e dello “sviluppo”, anche nella loro versione di sinistra. Questa maturazione lo condusse, nel 1981, a fondare con Alain Caillé il MAUSS (Movimento AntiUtilitarista nelle Scienze Sociali), e l’omonima rivista di cui Bollati Boringhieri pubblica, dall’anno scorso, l’edizione italiana.
Appoggiandosi anche al pensiero di Marcel Mauss e di Ivan Illich, Latouche ha condotto negli anni una polemica contro il pensiero utilitarista e universalista, per liberare la società occidentale dalla dimensione economicista che la imprigiona e dall’ipertrofia della tecnoscienza, insomma, come lui stesso è solito dire: per “decolonizzare l’immaginario”. Latouche propugna un ritorno a quella dimensione di reciprocità, convivialità, solidarietà (e di attenzione agli aspetti ecologici) che sola può consentire di sfuggire alla catastrofe verso cui ci porta lo “sviluppo,” e per questo è diventato uno degli intellettuali più popolari nei movimenti new global.
In Italia, Bollati Boringhieri ha pubblicato molte delle sue opere più importanti. Oltre a “Giustizia senza limiti” e “La sfida dell’etica in un’economia mondializzata”, da poco ristampata, segnaliamo: “L’occidentalizzazione del mondo”, “Il pianeta dei naufraghi. Saggio sul dopo sviluppo”, “La Megamacchina”, “La sfida di Minerva”, “Razionalità occidentale e ragione mediterranea”, “L’altra Africa”, “Tra dono e mercato”, “Il ritorno dell’etnocentrismo”. Presso altri editori sono stati pubblicati: “La fine del sogno occidentale”, “Saggio sull’americanizzazione del mondo” (Eleuthera), “L’invenzione dell’economia” (Arianna Editrice), “Miseria della mondializzazione” (Strategia della lumaca), “Decolonizzare l’immaginario” (Editrice Missionaria Italiana).
A settembre Latouche, che è spesso in Italia, ha parlato al festival della letteratura di Mantova. Qui lo ritroviamo in una intervista realizzata da socialpress. Un po’ vecchiotta ma con diversi spunti possibilmente utili.

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Intervista a Giorgio di ritorno dalla Bolivia

24, Gennaio, 2008

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Alla fine ce l’abbiamo fatta. Dopo settimane per radunarci, allestire la location e pubblicare, finalmente è oggi su merateonline l’intervista a Giorgio. Qui riporto la versione integrale, che per ragioni di lunghezza non poteva apparire sul giornale. In ogni caso questo articolo rimarrà ricordo di una piacevole serata passata nella cantina di Collò e occasione per riflettere.

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Con la fine del nuovo anno sono tornati dalle missioni, sparse in vari paesi del Sud America, i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso (OMG). Tra questi, anche Giorgio Pozzoni, ragazzo di Brivio, leva 1983, ha prestato servizio presso un paesino della Bolivia a quattro ore di carro dalla prima cittadina dotata di strade e servizi minimi (Cochabamba), abbarbicato sulle montagne a 4000 metri di altezza, nella quarta regione più povera del mondo. In quel contesto i ragazzi dell’OMG hanno allestito una base per aiutare la popolazione locale a vivere più decentemente, o semplicemente a sopravvivere. In queste brevi righe Giorgio ci racconta la realtà presente sul luogo e la fatica provata nel lavoro e nella permanenza lontano da casa, fatiche ripagate solo da un inesprimibile senso di comunità.

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Intervista a Cornelius Castoriadis

22, Settembre, 2007

 

Riporto un’intervista al filosofo Cornelius Castoriadis. Fu definito, con una formula piuttosto semplicistica, “comunista scomodo”; insieme a Fromm fu uno degli psicanalisti che portò le maggiori critiche nei riguardi della scuola freudiana. Buono spunto per iniziare a conoscerlo.

 

1.Professor Castoriadis, Lei è filosofo - in particolare si è occupato di filosofia della politica - ma pratica anche la psicoanalisi. La prima domanda che le pongo è questa: la sua pratica di analista ha anche un’influenza sulla sua concezione filosofica? Potrebbe dirci, in particolare, come ha maturato questa vocazione analitica nel corso dell’evoluzione del suo pensiero?

C’è un rapporto molto stretto tra la mia concezione della psicoanalisi e la mia concezione della politica. Ambedue, infatti, mirano all’autonomia dell’essere umano, anche se, ovviamente, attraverso vie diverse. La politica mira a liberare l’essere umano, a permettergli di accedere alla propria autonomia per mezzo di un’azione collettiva che ha come oggetto la trasformazione delle istituzioni; vale a dire, la politica mira ad instaurare delle istituzioni di autonomia. L’oggetto della politica non è la felicità, questa è una concezione erronea: è la concezione che risale al Settecento e all’Ottocento, ed è stata anche la concezione di Marx. Questa concezione non è solo erronea, ma anche catastrofica. L’oggetto della politica è la libertà. Del resto, in questo senso, quando parlo di politica non intendo la professione dei singoli uomini politici ma l’azione collettiva, cosciente e meditata, che mira a trasformare le istituzioni per farne delle istituzioni di libertà, di autonomia.

 

2. Si può ricordare come, nella Dichiarazione di Indipendenza americana, si dica giustamente che il diritto fondamentale non è tanto quello alla felicità ma quello di ricercare la propria felicità. Questo implica una certa concezione liberale dell’autonomia. Quando Lei parla di autonomia, la intende nel senso “americano”?

La Dichiarazione di Indipendenza americana dice: “pensiamo che Dio abbia creato gli esseri umani tutti liberi ed eguali, e con eguali diritti a perseguire la felicità”. Io non penso che Dio abbia creato gli esseri umani liberi ed eguali. Innanzi tutto Dio non ha creato nulla, semplicemente perché non esiste. E poi, anche se li avesse creati - ovvero, nella misura in cui esistono esseri umani - questi esseri non sono stati mai liberi ed eguali. Occorre invece che agiscano per diventare liberi ed eguali, e, una volta che saranno diventati liberi ed eguali, ci saranno indubbiamente delle cose che riguardano quel che possiamo chiamare il “bene comune”; ma questo è contrario alla concezione liberale, nella quale ognuno persegue la sua felicità individuale, e ciò implica allo stesso tempo al massimo di felicità per tutti. Ci sono dei beni comuni che non derivano semplicemente dalle felicità individuali, e che sono l’oggetto dell’azione politica: per esempio, l’esistenza dei musei, oppure delle strade. Mi interessa poi personalmente il fatto che l’altro, come lei in questo caso, sia autonomo, perché questo è nell’interesse della mia stessa autonomia. Ma la mia felicità è una faccenda mia: se la società si impiccia della mia felicità, allora sfociamo nel totalitarismo. In questo caso la società, ad esempio, mi dirà: “il voto della maggioranza dice che tu non devi comprare dischi di musica classica, ma solo di pop music” (o viceversa). Ecco, questa è la decisione della maggioranza, questa è la tua felicità!”. Penso invece che la felicità possa e debba essere perseguita da ogni individuo per proprio conto. Del resto ognuno sa, o non sa, che cosa costituisce la propria felicità; in certi momenti la trova in questo, in altri momenti la trova in quello. La nozione di felicità è una nozione abbastanza complessa, ad un tempo psicologica e forse filosofica.

Ma è chiaro che l’oggetto della politica sono la libertà e l’autonomia; e queste possono esistere solo, ovviamente, in un quadro istituito, collettivo, che le renda possibili. Ora, l’oggetto della psicoanalisi è lo stesso. E qui, a mio parere, si trova la risposta a quella famosa domanda sulla fine dell’analisi (nei due sensi della parola “fine”: nel senso di termine nel tempo, e nel senso di obiettivo da perseguire), un tema su cui Freud è tornato tante volte. Penso di avere una risposta a questa domanda: la fine, il fine dell’analisi consiste nel fatto che l’individuo diventi il più autonomo possibile.

Che cosa vuol dire “autonomo”? “Autonomo” non lo intendo qui nel senso kantiano, per cui si obbedisce ad una legge morale stabilita dalla propria ragione, che è la stessa per tutti e stabilita una volta per tutte. Per autonomo intendo qualcuno che ha trasformato i suoi rapporti con il proprio inconscio - perché ora siamo nella sfera psicanalitica - al punto da potere, nella misura in cui è possibile a degli esseri umani, conoscere i propri desideri e controllare la loro realizzazione. Essere autonomo non vuol dire, per esempio, essere “morale”, nel senso che non si desidera la donna d’altri; è sempre possibile desiderare la donna del vicino, e, del resto, tutti abbiamo cominciato la nostra vita facendolo. Ognuno di noi lo ha fatto, perché ha cominciato la propria vita desiderando la propria madre: di questo non siamo responsabili, e, se non lo facessimo, non saremmo degli esseri umani, ma dei mostri. Altra cosa è mettere questo desiderio in atto.

Grazie alla psicoanalisi ci è dato di sapere che degli individui di trenta, quaranta, cinquanta, sessanta anni possono fare dei sogni incestuosi, vale a dire dei sogni che traducano il fatto che quel desiderio è sempre là. Quanto a me, personalmente, penso che un individuo che non si sia augurato, almeno una volta all’anno, la morte di qualcuno - magari solo perché quello si trovava per strada in un dato momento, oppure perché gli ha fatto qualcosa di male - è un individuo gravemente malato. Questo non significa che bisogna uccidere, ma che bisogna riconoscere il desiderio. Questa è l’autonomia, per parlare in una maniera assolutamente semplice.

 

3. Lei parla di autonomia. Altri analisti che si considerano più o meno di sinistra - il cui pensiero insomma è paragonabile al suo - preferiscono dire che la psicoanalisi è uno strumento di emancipazione. È la stessa cosa?

È la stessa cosa, ma il mio concetto è più preciso. Quando si parla della psicoanalisi come strumento di emancipazione, che cosa vuol dire il termine “emancipazione”? In rapporto a che cosa? La psicoanalisi non può essere uno strumento di emancipazione, per esempio, nei confronti delle forze del denaro che dominano la società, o nei confronti della potenza dello stato. La psicoanalisi non ha questo potere: non si fa psicoanalisi per trasformare i pazienti in rivoluzionari che modificheranno la società. Può invece aiutarli a superare le loro inibizioni, i loro problemi, a renderli cittadini più lucidi, più attivi. Ma il vero problema della psicoanalisi è il rapporto del paziente con se stesso. E qui possiamo riprendere quanto diceva Freud, nella famosa frase dell’Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie di lezioni: “Wo Es war, soll Ich werden”, “dove c’era l’Es deve subentrare l’Io”. Certo, la frase è molto bella, anche se è più che ambigua, ma la sua ambiguità viene eliminata dal seguito dello stesso paragrafo, che dice: “È un’opera di civilizzazione come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee”. Che cosa hanno fatto gli olandesi nello Zuiderzee? C’era il mare e l’hanno prosciugato, e là dove c’erano fango e piante marine bizzarre, hanno creato dei bei campi, e vi hanno piantato dei tulipani. Questo non è quello che cerchiamo di fare nella psicoanalisi: non cerchiamo di disseccare l’inconscio, innanzitutto perché è un’impresa assurda che non potrà mai riuscire. Cerchiamo invece di trasformare il rapporto dell’istanza dell’Io, dell’istanza del soggetto più o meno conscio, più o meno riflesso, con le sue pulsioni, il suo inconscio. Ed è questa per me la definizione dell’autonomia sul piano individuale: è sapere quel che si desidera, sapere che cosa si vuole veramente fare e perché, e sapere che cosa si sa e che cosa non si sa.

 

4. Eppure si ha l’impressione che oggi si consumi una specie di ideologia ufficiale dell’autonomia. Basta guardare le pubblicità per rendersi conto di come questa ideologia sia un canto all’autonomia, e alla felicità promessa attraverso la maggiore autonomia degli uomini e delle donne. Lei ha scritto che Marx era anticapitalista ma che in realtà partecipava agli stessi pregiudizi e agli stessi presupposti della società capitalista. Si potrebbe muovere a Lei lo stesso rimprovero, e dirle che di fatto l’ideale di autonomia è fin troppo dominante oggi?

Esiste un potere straordinario di assimilazione e di recupero, da parte della società contemporanea, e lo si è detto da molto tempo.

Io ho cominciato a parlare di creazione, di immaginario e di autonomia circa trent’anni fa. A quell’epoca non si trattava affatto di uno slogan pubblicitario. Non dico che i pubblicisti abbiano preso quelle parole da me o dai miei scritti, ma poco a poco le hanno assimilate, perché, ad esempio, queste idee sono passate nel maggio ’68. Qual è però la differenza essenziale? È che i pubblicitari mistificano, ingannano la gente quando parlano, appunto, di creatività: “se volete essere veramente creativi, venite a lavorare nella nostra azienda”; ecco uno slogan pubblicitario. Ma in quella azienda lavorate come un qualsiasi altro impiegato in qualsiasi altra azienda, e non sarete né più né meno creativi che altrove. Io invece parlo della creatività degli esseri umani che occorre liberare, e non è affatto la stessa cosa. Infine, forse in Italia si parla molto di autonomia, ma in Francia non se ne parla molto; in Francia si parla piuttosto di individualismo.

L’individualismo di cui si parla nelle pubblicità, nelle ideologie ufficiali, nella politica, non ha nulla a che vedere con quel che io chiamo l’autonomia dell’individuo, perché innanzitutto, se questo individualismo è veramente sincero, radicale, consiste nel dire: “faccio quello che mi piace”; ma fare quel che piace non è autonomia.

L’autonomia consiste piuttosto nel dire “faccio quel che considero giusto fare, dopo averci riflettuto sopra; non mi proibisco quel che mi piace, ma non faccio una cosa solo perché mi piace”. Una società dove ognuno fa quel che gli pare è una società dove si commettono omicidi o stupri.

D’altra parte, questa pubblicità e questa ideologia sono menzognere, perché quel preteso individualismo, quel preteso narcisismo di cui ci riempiono le orecchie, è uno pseudo-individualismo. In che cosa consiste l’individualismo attuale? Nel fatto che tutte le sere, alle otto e mezza, tutte le famiglie francesi si mettono davanti alla televisione, premono gli stessi bottoni per ricevere gli stessi programmi televisivi, e ascoltare le stesse stupidaggini. Insomma, quaranta milioni di individui, come se obbedissero ad un ordine militare, fanno la stessa cosa: e questo lo si chiama individualismo! È semplicemente ridicolo.

Io parlo di individuo nel senso di un soggetto autonomo, o che cerca di diventare autonomo, e che cerca di sviluppare la propria singolarità, ma ha coscienza del fatto che in quanto essere umano è assolutamente singolare e, se può sviluppare la propria singolarità in senso meditato, la sviluppa. Questo non ha nulla a che vedere con la pubblicità contemporanea.

 

5. In apparenza la sua idea sui fini e sulla fine della psicoanalisi è quasi opposta a quella proposta da Lacan: questi ha criticato vivamente l’idea secondo cui il fine sarebbe di creare un io autonomo, ed ha anzi etichettato questa tesi come “ideologia americana”. Lei pensa che la critica di Lacan sia giusta?

Penso che sia in parte giusta. In effetti, quando gli americani - o meglio, certi americani - parlavano di Io autonomo, emergevano due deviazioni potenziali, anzi reali. La prima deviazione era la sopravvalutazione assoluta dell’io e del conscio. Ho completato quel che diceva Freud, secondo cui “dove c’era l’Es, deve subentrare l’Io”, con la frase simmetrica, e cioè: “là dove c’è l’Io, l’Es deve poter apparire”. Dobbiamo essere capaci di far parlare quei desideri. È ben diverso - ancora una volta - se li si fa passare nella realtà, se si passa all’atto. Dunque, bisogna lasciare che le pulsioni affiorino, bisogna conoscere quali sono le nostre pulsioni, anche quelle che possono apparire - nella vita quotidiana, conscia - le più bizzarre, mostruose ed abiette. Bisogna sapere che esistono.

D’altra parte, l’Io di cui parlavano gli americani era di fatto quel che chiamerei l’”individuo socialmente fabbricato”: era cioè una costruzione sociale così come veniva prodotta dalla società americana, francese o italiana, poco importa. Si trattava cioè di un individuo che sapeva di dover lavorare per vivere, e che se si opponeva al padrone era perché non aveva risolto il suo complesso edipico. Esistevano dei questionari di reclutamento di aziende americane in cui si chiedeva: “da piccoli volevate più bene a vostro padre o a vostra madre?”; se i candidati rispondevano di preferire la madre riportavano una nota negativa.

Secondo loro una risposta simile voleva dire che il candidato si sarebbe opposto al padre, e dunque avrebbe creato delle seccature nell’azienda nel rapporto con il padrone. Questa era l’ideologia dell’adattamento all’americana, e l’uso della psicoanalisi a fini adattativi. Si può certo fare questa critica, e se ne possono fare molte altre, ma non possiamo entrare nelle aberrazioni a cui ha portato la psicoanalisi americana. Nel 1940, quando c’erano quindici milioni o più di disoccupati negli Stati Uniti, degli psicoanalisti americani scrivevano che si è disoccupati perché si ha il desiderio inconscio di esserlo. Questa è un’aberrazione, dato che la disoccupazione è un fenomeno sociale, dovuto a fatti economici.

Per tornare alla storia della psicoanalisi, il problema dell’essere umano è quello di arrivare ad un rapporto con il proprio inconscio che non sia la sua pura e semplice rimozione o soppressione, qual è imposta dalla legge sociale. Qui abbiamo ancora un punto di incontro tra psicoanalisi e politica, perché, in quale misura posso dire della legge sociale che è anche la mia legge, e non una legge impostami in maniera eteronoma? Posso dirlo solo nella misura in cui ho avuto la possibilità effettiva di partecipare attivamente alla formazione della legge; in queste condizioni posso essere veramente autonomo, dato che sono obbligato a vivere in una società che ha delle leggi. Dunque qui abbiamo un secondo punto di incontro tra il senso dell’autonomia in psicoanalisi e in politica.

 

6. Spesso la pratica di Freud è stata criticata, in particolare da sinistra; si è detto che la pratica analitica è legata ad una società liberale fondata essenzialmente in una specie di contratto privato. Questa critica alla psicanalisi è stata proposta soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, mentre, al suo posto, si è proposta una specie di trattamento sociale dei problemi che la gente ha nei confronti delle istituzioni sociali. Che cosa pensa di questa critica marxista all’etica della psicoanalisi in quanto tale?

Penso che si tratti di una esagerazione estremista di sinistra, nel cattivo senso del termine, che si è diffusa negli anni Sessanta e Settanta - anche se, certo, essa trova appiglio in una serie di aspetti della psicoanalisi istituzionale, della psicoanalisi ufficiale. Ma non penso che possa esserci un processo psicoanalitico che non sia un processo tra due persone, un analizzando e un analista. Non penso che ci possa essere un transfert e un’elaborazione del transfert al di fuori di questo rapporto tra il paziente - o l’analizzando - e lo psicoanalista.

Beninteso, c’è un punto davvero difficile da risolvere a questo proposito: alludo ovviamente all’aspetto finanziario. Da una parte è vero che lo psicoanalista deve pur vivere: dall’altra è vero che, come mostra l’esperienza, per lo stesso analizzando una psicoanalisi gratuita non è tollerabile psichicamente, perché il debito contratto nei confronti di questa persona che gli offre il proprio tempo è enorme, mentre una psicoanalisi gratuita sarebbe inefficace, perché l’analizzando potrebbe mettersi a chiacchierare di ogni cosa, dato che il tempo della seduta, nel senso più letterale del termine, non gli costa nulla; egli è sdraiato sul divano, chiacchiera, ed ha dietro di sé un individuo che, in linea di principio, dà prova nei suoi confronti della famosa neutralità benevolente.

Ma c’è comunque un problema, data l’enorme diseguaglianza nella distribuzione dei redditi nella società attuale; questa ineguaglianza fa sì che la maggior parte delle persone che avrebbero bisogno di una psicoanalisi non possono permettersela, o possono permettersela solo se viene rimborsata dalla previdenza sociale, il che ci riporta ad una parte dei problemi che avevamo evocato. Questo problema, a mio avviso, può essere risolto effettivamente soltanto nel quadro di una trasformazione sociale generale.

 

7. Quali sarebbero le sue proposte pratiche, politiche, per rispondere ad una critica classica che vien fatta agli analisti, accusati di curare solo gente benestante e, in linea di principio, molto meno malata rispetto alla media della popolazione?

Questo non è vero, se escludiamo la psicosi. Posso parlare della mia esperienza personale di psicoanalista. Su non so quanti pazienti - varie decine - che ho avuto finora, non ho praticamente mai avuto, o quasi, persone ricche. Per i miei pazienti l’analisi non è mai stata un lusso. Alcuni hanno fatto sacrifici enormi per poter portare avanti la terapia; io stesso adatto i miei prezzi alle possibilità dei pazienti. In ogni caso, il mio esempio personale non basta per risolvere la questione, perché ci sono persone che non possono pagare nulla, questo è sicuro; e praticamente nessuno è venuto da me per fare un’analisi giusto perché è bello dire in una cena mondana “sto facendo un’analisi”. Forse questo è vero in altri ambienti, che comunque non conosco.

Vorrei tornare comunque al punto di vista teorico, e cioè alla constatazione che non possiamo fermarci alla teoria freudiana nel senso stretto, come fu formulata all’inizio. Freud è un genio incomparabile, un grande scopritore, gli dobbiamo l’idea dell’inconscio, una quantità di altre idee sulla sessualità infantile, sul complesso di Edipo, e così via. Ma c’è un punto cieco in Freud, e questo punto cieco è quello dell’immaginazione. C’è un paradosso enorme nell’opera di Freud: di fatto, tutto quel che Freud racconta sono delle formazioni immaginarie, delle formazioni dell’immaginazione radicale del soggetto: le fantasie; ma Freud, educato nello spirito positivista dell’Ottocento, allievo di Brücke a Vienna, non vede il punto nodale e non vuole vederlo. È per questo che, all’inizio, per molto tempo, crede alla realtà delle scene di seduzione infantile che gli raccontano le sue pazienti isteriche. Crede che le cose si siano svolte proprio così, che se i soggetti sono malati è perché è capitato loro effettivamente qualcosa che li ha traumatizzati.

 

8. È quel che credono ancora negli Stati Uniti. Come lei sa, da dieci anni a questa parte c’è una forte tendenza in questo senso.

Sono sciocchezze determinate dalla moda della correttezza politica. Comunque, sono i pazienti ad aver ragione, non nel senso che hanno ragione in generale, ma nel senso che quando dicono che il loro padre, la madre, la bambinaia, la zia, lo zio o un certo vicino li hanno sedotti quando erano bambini, hanno sempre e necessariamente ragione. Ma non è questo il problema, perché la risposta fondamentale è che, per qualsiasi evento traumatico, l’evento è reale in quanto evento, ma immaginario in quanto traumatico.

Insomma, non c’è trauma se l’immaginazione del soggetto non accorda un certo significato a quel che accade, e questo significato dato a quel che accade non è il significato della “political correctness”, ma è il significato che discende dalla fantasmatica del soggetto e dalla sua immaginazione radicale. Questo è il punto fondamentale che Freud non vuole vedere. Oggi negli Stati Uniti si cerca di tornare indietro. È davvero commovente, e allo stesso tempo divertente, vedere come nel corso di tutta la famosa analisi dell’uomo “dei lupi”, Freud per molto tempo creda alla realtà della scena primitiva raccontatagli dal paziente, cioè al fatto che egli avrebbe osservato i suoi genitori mentre hanno un coito a tergo more ferarum. E solo alla fine dell’analisi, in una nota a piè di pagina, dice che forse questa scena primitiva era solo una fantasia del paziente, ma che la questione ha poca importanza. Il che è buffo. Dunque Freud non vede il ruolo dell’immaginazione, e in quel che chiama sempre “fantasmatizzazione” cerca delle origini filogenetiche a queste fantasie.

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Intervista a Milan Kundera

8, Giugno, 2007

intervista di Christian Salmon (© minimum fax)

Questa intervista è il frutto di vari incontri con Milan Kundera a Parigi nell’autunno del 1983. Incontri che hanno avuto luogo nel suo attico vicino Montparnasse. Abbiamo lavorato nella piccola stanza che Kundera usa come ufficio. Con gli scaffali pieni di libri di filosofia e di musicologia, la sua vecchia macchina da scrivere e la scrivania, sembra più la stanza di uno studente che lo studio di uno scrittore famoso in tutto il mondo. Su una delle pareti ci sono, una accanto all’altra, due fotografie: una del padre, un pianista, e l’altra di Leos Janác∞ ek, un compositore ceco che ammira moltissimo. Abbiamo conversato spontaneamente e a lungo in francese; invece di un registratore, abbiamo usato la macchina da scrivere, un paio di forbici e la colla. Piano piano, tra pezzi di carta scartati e dopo svariate revisioni, è emerso questo testo. L’intervista si è svolta poco dopo che L’insostenibile leggerezza dell’essere è diventato un best-seller immediato. La fama improvvisa lo mette a disagio; Kundera sarebbe sicuramente d’accordo con Malcolm Lowry che «il successo è come un terribile disastro, peggio che se la propria casa andasse a fuoco. La fama consuma la casa dell’anima». Quando gli ho chiesto informazioni sui commenti che stavano comparendo sulla stampa mi ha risposto: “Ho avuto un’overdose di me stesso!”. Il desiderio di Kundera di non parlare di sé sembra una reazione istintiva alla tendenza della maggior parte dei critici a studiare lo scrittore, la sua personalità, le sue tendenze politiche e la sua vita privata piuttosto che le sue opere. «Il disgusto nel dover parlare di se stessi è ciò che distingue i romanzieri dai poeti», ha scritto Milan Kundera su «Le Nouvel Observateur». Rifiutarsi di parlare di se stesso è quindi un modo di mettere il proprio lavoro e il proprio stile al centro dell’attenzione, di concentrarsi sul romanzo in sé. È questo lo scopo della nostra conversazione sull’arte della scrittura.

Ha detto che si sente più vicino ai romanzieri viennesi Robert Musil e Hermann Broch che a qualsiasi altro autore di letteratura moderna. Broch sosteneva – come lei – che l’epoca del romanzo psicologico è finita. Credeva, invece, in ciò che chiamava il romanzo “polistorico”.

Musil e Broch hanno caricato il romanzo di grandi responsabilità. Lo vedevano come la suprema sintesi intellettuale, l’ultima postazione da cui l’uomo poteva mettere in questione il mondo intero. Erano convinti che il romanzo avesse enormi proprietà sintetiche, che potesse essere un insieme di poesia, fantasia, filosofia, aforisma e saggio. Nelle sue lettere Broch fa delle profonde osservazioni su questo tema. Nonostante ciò, mi sembra che oscuri le sue intenzioni usando il termine “romanzo polistorico”, che secondo me non è appropriato. Fu infatti un compatriota di Broch, Adalbert Stifter, uno scrittore austriaco classico, a creare il vero romanzo polistorico con il suo Der Nachsommer (L’estate di san Martino), pubblicato nel 1857. È un romanzo famoso: Nietzsche lo considerava uno dei quattro capolavori della letteratura tedesca. Oggi è illeggibile. È imbottito di informazioni geologiche, botaniche, zoologiche, artistiche, pittoriche e architettoniche; ma quest’enorme enciclopedia trascura quasi completamente l’uomo stesso e la sua situazione. Proprio perché è polistorica, a Der Nachsommer manca proprio ciò che rende speciale un romanzo. Nel caso di Broch non è così. Al contrario! Si è sforzato di scoprire «ciò che solo il romanzo può scoprire». L’oggetto specifico di ciò che Broch amava chiamare “la conoscenza romanzesca” è l’esistenza. Secondo me il termine “polistorico” dev’essere definito come ciò che unisce ogni strumento e ogni forma di conoscenza in modo da illuminare l’esistenza. Sì, mi sento molto vicino a questo approccio.

Un lungo saggio che lei ha pubblicato sulla rivista «Le Nouvelle Observateur» ha fatto sì che i francesi riscoprissero Broch. Parla molto bene di lui, ma è anche estremamente critico. Alla fine del saggio scrive: «Tutte le grandi opere (proprio perché sono grandi) sono in parte incomplete».

Broch è un’ispirazione non solo per quello che ha raggiunto, ma anche per tutto quello a cui aspirava e che non ha potuto ottenere. L’incompletezza stessa della sua opera ci aiuta a capire la necessità di nuove modalità artistiche, fra cui: 1) l’eliminazione radicale dell’inessenziale, per catturare la complessità dell’esistenza nel mondo moderno senza perdere di vista la chiarezza architettonica; 2) il “contrappunto romanzesco” (per unire filosofia, narrativa e sogno in un’unica melodia); 3) il saggio specificatamente romanzesco (in altre parole, invece di cercare di trasmettere messaggi apodittici, rimanere ipotetici, giocosi e ironici).

Questi tre punti sembrano contenere il suo intero programma artistico.

Per trasformare un romanzo in un’illuminazione polistorica dell’esistenza bisogna saper usare bene la tecnica dell’ellissi, l’arte della condensazione. Altrimenti si rischia di cadere nella trappola della lunghezza infinita. L’uomo senza qualità di Musil è uno dei due o tre romanzi che preferisco. Ma non chiedetemi di ammirare la sua espansione gigantesca e incompleta! Immaginate un castello talmente grande da non poter essere contenuto in uno sguardo. Immaginate un quartetto d’archi che suona per nove ore. Ci sono dei limiti antropologici – le proporzioni umane – che non dovrebbero essere oltrepassati, per esempio i limiti della memoria. Quando si finisce di leggere un libro, bisognerebbe essere in grado di ricordarne l’inizio. Se non è così, il romanzo perde la sua forma, la sua “chiarezza architettonica” diventa oscura.

Il libro del riso e dell’oblio è composto di sette parti. Se lei le avesse affrontate in maniera meno ellittica avrebbe scritto sette romanzi distinti.

Ma se avessi scritto sette romanzi avrei perso la cosa più importante: non sarei stato capace di catturare la “complessità dell’esistenza umana nel mondo moderno” in un solo libro. L’arte dell’ellissi è assolutamente essenziale. Richiede che si vada direttamente al nocciolo delle cose. Quando parlo di questo penso sempre a un compositore ceco che ammiro moltissimo sin dall’infanzia: Leos Janác∞ek. È uno dei grandi maestri della musica moderna. La sua determinazione nel ridurre la musica all’essenziale fu rivoluzionaria. Ovviamente ogni composizione comprende varie tecniche: l’esposizione dei temi, il loro sviluppo, le loro variazioni, il lavoro polifonico (spesso molto automatico),l’orchestrazione, le modulazioni, e così via. Al giorno d’oggi si può comporre musica con il computer, ma il computer è sempre esistito nelle menti dei compositori: potevano comporre una sonata senza nessuna idea originale, solo attraverso l’espansione “cibernetica” delle regole della composizione. Lo scopo di Janác∞ ek fu proprio distruggere quel computer! La brutale giustapposizione invece delle modulazioni; le ripetizioni invece delle variazioni – e sempre dritto al nocciolo delle cose: solo la nota che dice qualcosa di essenziale ha il diritto di esistere. Lo stesso vale per il romanzo: anch’esso comprende varie “tecniche”, le regole che scrivono l’opera al posto dell’autore: presentare un personaggio, descrivere un luogo, inserire l’azione in un contesto storico, riempire di eventi inutili le vite dei personaggi. Ogni cambio di scena richiede nuove esposizioni, descrizioni, spiegazioni. Il mio obiettivo è analogo a quello di Janác∞ek: liberare il romanzo dagli automatismi delle tecniche di scrittura, dei giri di parole romanzeschi.

 

Milan Kundera (2006).. Clicca per saperne di più..

 

 


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“Felici in un mondo globale?”: Intervista a Zygmunt Bauman

3, Maggio, 2007

 

 

di Serena Zoli, Corriere della Sera, 13-10-2002

Ha la semplicità, l’eleganza nel contatto, dei grandi. E grande lo è, questo signore alto e snello di settantasette anni, uno dei maggiori sociologi del secondo Novecento con David Riesman e pochi altri, il cui nome non facile (è polacco di origine) Zygmunt Bauman viene immediatamente accostato al termine globalizzazione. La solitudine del cittadino globale uscito da noi nel 2000 è il titolo che forse più ha colpito e si è inciso nella memoria, con quel che di sollecitudine e di pena che sembra contenere. Non è una falsa impressione: Bauman è uno studioso della società, ma non freddo, distante, asettico. Le sofferenze degli uomini, le loro umiliazioni sono al centro della sua riflessione e della sua partecipazione. L’ha già scritto e ora lo ripete in questo incontro milanese a margine di un convegno sulla «società planetaria» promosso in ricordo del sociologo Alberto Melucci, a un anno dalla prematura scomparsa: «Non è possibile la neutralità morale in sociologia, chi lo sostiene mente a se stesso». La sua biografia lo conferma. Fuggito con la famiglia in Urss all’invasione della Polonia nel ’39 in quanto ebrei, là arruolatosi più tardi in un corpo di volontari polacchi per combattere contro i nazisti e finalmente rientrato a Varsavia, il suo sogno era di studiare fisica. Ma davanti alla distruzione della sua terra Bauman decise di occuparsi dei «buchi neri» del Paese e «del big bang della sua resurrezione». Come? «Scelsi la sociologia, convinto che potesse cambiare il mondo». Col tempo questa fede s’è forse stemperata, ma non persa. Lo ribadisce nel libro che esce domani in Italia (Società, etica, politica) e che essendo il frutto di cinque «interrogatori» condotti da un altro sociologo, Keith Tester, diviene quasi una summa del pensiero dello studioso, oggi professore emerito alle Università di Leeds e di Varsavia. E’ qui che Zygmunt Bauman elenca un suo particolare pantheon di «maestri»: Camus, Gramsci, Calvino, Borges. Partiamo da qui, con le prime domande.

Albert Camus? « Mi ha insegnato la ribellione. E la sensibilità alla giustizia, che è il prevenire che la gente soffra. Senta questa frase di Camus: “C’è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l’impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima”».
E’ il suo credo? «Spero lo sia. Non so se ho evitato tutte le trappole».
Antonio Gramsci? «Gli sono molto grato. Mi ha permesso di congedarmi onorevolmente dall’ortodossia marxista. Senza vergogna per averla condivisa e senza l’odio di tanti ex».
In che modo Gramsci è stato illuminante? «Rifiuta il determinismo per cui, nel marxismo ufficiale, gli uomini sono solo biglie, pedine della storia. Porta una visione flessibile degli uomini: noi siamo creati dalla storia e, insieme, artefici della storia. Qui si può incontrare anche Borges: la storia è un libro che stiamo scrivendo e al tempo stesso veniamo scritti».
Italo Calvino? Bauman passa all’entusiasmo: «E’ il più grande filosofo tra i narratori e il maggior narratore tra i filosofi. Il suo Le città invisibili è il miglior testo di sociologia mai scritto. Ho imparato più da questo libriccino che da tanti volumoni. Ogni “città” riguarda un argomento sociologico e in due paginette c’è l’analisi più acuta possibile. Per esempio, a Leonia fortuna e felicità sono misurate in base alla quantità di rifiuti che si gettano via senza rimpianto. E’ il modello di oggi: una vita è felice se è una perpetuità di nuovi inizi. La durata è sempre stata un valore da che mondo è mondo, mentre oggi per la prima volta sono valori la transitorietà, lo scarto veloce, il non conservare perché quel che si conserva può rubare il posto a cose sempre “nuove e migliori”. Dove finiremo? Non lo sa Calvino né io. Di qui, nella storia, non siamo mai passati».

Rifiuti: nella «modernità liquida», come Bauman ha battezzato il tempo attuale in cui nulla è fisso, niente garantito, tutto mutevole, dove «la storia è priva di direzioni e la biografia priva di progetti», sempre più sono i rifiuti umani. «Certi mestieri, certe specializzazioni, certe capacità sono svalutate sempre più. Già la prima modernità aveva creato un ordine artificiale dentro cui molti non erano inseribili. Non “adatti”. Un secolo e più fa per questi problemi locali c’erano soluzioni globali: i “rifiuti” emigravano in America, in Canada, in Australia. Poi, oltre all’emigrazione, ecco la colonizzazione, l’imperialismo… Oggi, al contrario, cerchiamo disperatamente soluzioni locali a problemi globali. Le migrazioni sono oggi la più grande posta in gioco, ma non sono più unidirezionali, vanno in tutte le direzioni. E’ un problema globale, ma noi cerchiamo soluzioni locali, tipo “chiudiamo le frontiere”. Ma non funziona».

Che fare? Zygmunt Bauman ti guarda con perplessità ironica. «Non lo so, le soluzioni dovranno trovarle quelli che oggi hanno 20-30 anni. S’è prodotto un divorzio tra potere e politica. Prima coincidevano nel territorio dello stato-nazione. Ma oggi il potere è extraterritoriale e non c’è una politica di quell’ampiezza. La grande questione aperta è un nuovo matrimonio. E attenti a non confondere politica internazionale con politica globale. La prima è una somma di nazionalità, una poi dice sì al tal accordo, un’altra dice no e si blocca tutto. Nasceranno nuove forme». Intanto, come non bastasse, è divenuto globale pure il problema morale, avverte Bauman. «Si dice che l’Olocausto concerne tre categorie di persone: le vittime, i carnefici, gli astanti, o spettatori. Ebbene, oggi, tramite la tv, siano tutti spettatori, tutti consapevoli, delle sofferenze altrui anche in lontanissime parti del mondo. Prima, sapere di una carestia terribile in Africa attraverso i giornali era diverso. La tv cambia tutto. Ora vedi, sai. Dunque ti riguarda. E’ la globalizzazione della responsabilità. Oltretutto nell’economia globale siamo tutti interdipendenti (quel che fa uno a Singapore ha un impatto anche su di me e viceversa, anche se io non conosco le connessioni intermedie) e a ciò fa riscontro la vulnerabilità reciproca assicurata». Una buona notizia secondo Bauman è che «per la prima volta nella storia l’imperativo morale e l’istinto di sopravvivenza vanno nella stessa direzione. Per millenni per seguire la morale dovevi sacrificare qualche tuo interesse. Oggi gli obiettivi coincidono: o ci prendiamo cura della dignità di ognuno, nel pianeta, o moriremo insieme. E attenzione, non basta assicurare a tutti cibo e acqua: molte iniquità ieri tollerabili oggi non lo sono più, la modernità è arrivata, si è fatta conoscere in tre quarti del mondo, dunque tante ingiustizie prima ritenute “inevitabili” vengono avvertite come “inaccettabili”. Parecchi conflitti attuali non sono nati per il cibo, ma per la dignità offesa».

Se la modernità è “liquida”, inafferrabile, e se la storia ci ha condotti in situazioni del tutto inedite, c’è però qualcosa di «solido» e «vecchio» che Zygmunt Bauman ritiene bussola e strumento quanto mai attuale: il socialismo. «C’è più bisogno di socialisti da che è caduto il Muro di Berlino», dice. «Prima il comunismo è stato col fiato sul collo del capitalismo producendo un meccanismo di “controllo ed equilibrio” che ha salvato il capitalismo stesso dall’abisso. Ora è indispensabile il socialismo: non lo ritengo un modello alternativo di società, ma un coltello affilato premuto contro le eclatanti ingiustizie della società, una voce della coscienza finalizzata a indebolire la presunzione e l’autoadorazione dei dominanti».
Insieme, nel libro Bauman si dichiara anche liberale («la sicurezza dei mezzi di sussistenza e la libertà sono complementari»), ma è per il socialismo che sfiora la poesia: «Come la fenice, rinasce dal mucchio di ceneri lasciate dai sogni bruciati e dalle speranze carbonizzate degli uomini. E sempre risorgerà». Concludendo: «Se è così, spero di morire socialista».

Bauman e Dalrymple ad un convegno (10-2006).. Clicca per saperne di più..

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L’orrore della guerra nel regno della sfinge (Colloqui con Guido Ceronetti)

3, Aprile, 2007

Lettera di Guido Ceronetti al Direttore de La Stampa (18-04-1999)

Caro direttore, alla tua richiesta di un mio intervento sul vostro giornale rispondo con imbarazzo: l’aggiunta di una mia opinione circa la guerra eurobalcanica può avere il solo effetto di non portare nessun chiarimento e trovo giusto che questa indigesta Cosa sia pensata col meno d’influenze possibili. Influenzare è tradire. La sfinge pone enigmi su enigmi: davanti a lei siamo nudi e bisogna rispondere, senza suggeritori. Ma la mia invidia va tutta agli inviati, perché nulla vale quanto una testimonianza diretta o un’immagine scattata sul posto, per ispirazione, da un Capa, da un UP di turno.
Posso proporre qui di seguito alcuni argomenti, necessariamente accennati in fretta, come me li sgrana il cuore.

Guerre del secolo - Forse un’unica guerra escatologica percorre il secolo a partire dalla irrimediabile rottura della diga nel 1914, anno demiurgico. Anche questa ne è un sussulto, una convulsione, un rigurgito. Finirà, dunque, senza finire. Dentro il frantoio, l’oliva patisce.

 

Cause - Essendomi quasi impossibile considerare come realmente libera, non determinata, la volontà umana, non c’è catena di eventi che non mi appaia soggetta a Fatum, a Necessità, a un potere divino unico o a potenze extraumane intermedie, agli astri, al Karma, al Destino… Il pensiero tradizionale dà quel che sa e può. Ecco: vedo un errore fondamentale nel credere errori gli errori. Non ci sono che errori, in questa faccenda sinistra, e questo rende dubbio che ce ne siano. Quando tengo in mano una marionetta ho in mano l’uomo e il suo fato, se voglio buttarlo giù va giù: mi arrivano come segnali Quasar, attraverso il filo, i suoi messaggi incondizionabili, troppo deboli per contare. La marionetta può avere oggi tutti i nomi dei personaggi del giorno, dai più famosi ai più oscuri: tutti i suoi sbattimenti sono regolati dal filo. Anche le loro parole: un copione di autore ignoto… Chi può dire falsi i loro passi falsi, giusti i loro passi giusti? È amaro avere un ruolo: ma meglio di vittima che di boia… La storia si ripete perché il Destino è una barba.
Riporto questo pensiero, più taoista che cristiano, folle s’intende, di Léon Bloy in piena tenebra 1916: “Poiché il tempo in Dio non esiste, l’inesplicabile vittoria della Marna potrebbe essere stata decisa dall’umile preghiera di una bambina che non nascerà prima di due secoli”.

Civili e militari - Dalle guerre che risparmiavano i civili e sacrificavano i militari siamo passati alla parità di sacrificio tra 1940 e 1945, con forte sbilanciamento finale a danno dei civili. (Tutti tornati a casa quelli dell’Enola Gay, ma là sotto…). Poi la marcia è andata così: via via più macellati i civili e sempre meno (esclusi quelli di Giap) i militari. Strano no? Chi fa la guerra di professione non sarà più toccato, protetto come un semidio; chi non la fa dovrà bersela tutta, il fronte è Ogni Luogo… Da qui un sospetto, che mi è quasi certezza: che siano guerre alla specie in quanto tale (anche se con nomi di tribù, popoli, religioni) tutte quelle in atto, comprese le terroristiche, le teocratiche, le mafiose. La violenza alle donne è guerra alla specie. Nel lavoro delle multinazionali dell’alimentazione e del farmaco è in corso da tempo una gigantesca manovra a tenaglia di guerra alla specie. Dove si spara l’obiettivo vero è l’inerme, la gambetta nuda, la casa coi ricordi. Talvolta la malvagità è evidente, ma c’è spesso (lo si vede anche in questa guerra) capovolgimento di fini nel corso stesso delle azioni, e strumenti di sublime precisione conducono proprio nel punto dove c’è da squarciare e spegnere carne indifesa. E chi può negoziarla una guerra alla specie, ora conscia ora inconsciente, quale diplomazia, quale Chiesa? Le cosiddette “buone volontà”, quando non siano finzioni pure, non sono in grado di arginare e di contrapporsi perché non comprendono di quale natura sia il fuoco che ne irride le schiume. Tutti oltrepassa l’Inconcepibile.

Piloti di bombardieri - L’immortalità quasi sfiorata… L’invulnerabilità e la sopravvivenza quasi garantite a un tempo. Il mezzo aereo che sfugge ai proiettili, lo sperma in banca. Carne, sì, certo: eppure non più del tutto: al di là del rischio mortale non c’è che l’ombra… In queste figure mimetiche, esseri futuri, individualità smorte stanno sorgendo… Se muoiono, la moglie resta incinta di un loro figlio, a Chicago, l’anno dopo, o più tardi ancora. Può metterlo al mondo - menopausa rinviata - anche tra dieci, quindici anni. Avere dello sperma surgelato in luogo sicuro è macchina del tempo, corazza fatata… Questa iperumanità sorgente, procreatrice oltre la propria morte, può causare, alla semplice umanità interamente mortale, che ha sperma in canalini poveri, molta sofferenza.

Bambini - Ma quanti bambini! Quanti kosovarini! Fiumane… E gli tocca un patimento simile! E tenuti per mano o in braccio da madri in gravidanza… Tende intere, vere infantopoli… Ogni famiglia ne ha almeno sei, otto, una normalità di follia… Sarà perché islamici? Perché indifferenti? Questo rivela una insensibilità maschile da urlo: non si può ridurre le donne a coniglie, non è lecito procreare a quel modo quando da dodici anni covava e serpeggiava la vendetta di Milosevic, ora esplosa in sterminio e deportazione. Prima del fucile, il preservativo! In una macelleria li hanno messi al mondo, per agitare dai carri e dai vetri le braccine, per respirare il sangue del padre crivellato! La pillola del giorno dopo arriva tardi, ma benedetta se risparmia altre dismisure di sofferenza. Chi gli porta pane e coperte, a quelle donne disperate, gli insegni a essere donne e non coniglie… che limitare le nascite è un dovere civile e umano e kosovaro da anteporre ad ogni sottomissione…
Bruciati anche i registri, la malavita in agguato sulla linea di confine, quei bambini sono figli di Rudyard Kipling, affidati alle tigri! E scaraventati nelle giungle d’asfalto delle città d’Occidente che cosa diventeranno?

Per non concludere - Domande tante ne posso fare, risposte non ne so dare. La “lucida analisi” non è il mio forte. Solo sento gravare, onnipresente, la sfinge. Sento la verità infallibile del verso di Miguel Hernàndez durante la Guerra Civil: “Quale abisso si svela - tra l’ulivo e l’uomo!” - questa è una radura chiara.
Immagini mute, pietose, gettano enigmi.

Guido Ceronetti.. il filosofo ignoto.. Clicca per saperne di più..