Archivio per il 'Libri'Categoria

Mappe, bussole e tempi tristi

25, Novembre, 2009

-

-
Ancora sull’acqua, oggi, qualche considerazione di Mario Agostinelli.
La domanda che mi faccio in queste settimane – che, magari, ci facciamo –, davanti a questa corsa alla privatizzazione, è: “perché la politica non si occupa più del bene comune, non lo difende?”
Se la fa anche Ilvo Diamanti, la domanda, nel suo ultimo libro, che sto leggendo e che vi consiglio: Sillabario dei tempi tristi, Feltrinelli, 2009.
In quest’ultimo lavoro il Prof. Diamanti ha raccolto tutte le “mappe” e le “bussole” (così si chiamano le sue due rubriche) scritte per  La Repubblica, nella speranza, mettendole in fila, di riuscire ad orientarci in questi tempi… sempre più confusi.
Non risponde alla domanda iniziale, Diamanti, ma scrive:

«Non sarà tutta colpa sua, della politica ridotta a marketing, a prodotto di intrattenimento mediatico, se nessuno si occupa di Bene Comune.
Anzittutto il “Bene”: da parecchio tempo è considerato male. E guardato peggio. Chi lo predica è considerato un idealista. Ma soprattutto: è ritenuto un debole. Vizio imperdonabile al tempo dei “cattivi”, degli intolleranti, degli sceriffi, delle ronde, dei giustizieri. I nemici del “buonismo” (il pensiero debole fondato sul bene) godono di grande consenso, oggi, perché “rassicurano”. Solo i cattivi possono difenderci dai cattivi che ci minacciano.
L’altro termine del concetto, “Comune”, è ancora più usurato. Non si sente più nominare. Se qualcuno ne parla è solo per sbaglio. E, quindi, si scusa e si corregge subito. D’altronde, veniamo da secoli di elegia del privato, dell’individuo, della specificità e della differenza. Ciò che è in “comune” non è di nessuno. Per cui è senza valore. Tanto più se viene associato – come spesso avviene – al Pubblico, che, a sua volta, è perlopiù associato allo stato. E tutto ciò che è pubblico e statale viene guardato con disprezzo. Pensate al Pubblico Impiego. Agli Statali. Ai Professori. Genia di fannulloni. Quasi peggio dei romeni
».

-

Capitalismo parassitario

11, Novembre, 2009


E’ in libreria “Capitalismo parassitario” l’utlimo lavoro di Zygmunt Bauman.
Vale la pena di leggerlo: il ragazzo (ottantacinquenne) ha talento analitico da vendere e, con grande chiarezza, spiega cosa sta succedendo oggi, qui attorno, e cosa potrebbe succederci domani.

-
«E dunque tutti noi, per gran parte del nostro tempo e quale che siano le nostre momentanee preoccupazioni, somigliamo agli spinarelli, i pesci esposti a segnali conflittuali e disorientanti in un famoso esperimento di Konrad Lorenz. Lo strano comportamento dello spinarello maschio, incerto su dove si collochino i confini che separano schemi di comportamento contradditori, sta diventando rapidamente il modo di agire prevalente in ogni essere umano, maschio o femmina che sia. Le risposte a segnali confusi tendono ad essere altrettanto confuse. In assenza di precedenti affidabili e di schemi di comportamento collaudati, si reagisce di regola per tentativi ed errori. Usciamo da una confusione (quasi sempre tirandoci su per gli stivali, come il barone di Münchhausen) solo per approdare a un’altra confusione. E in questo processo non impariamo molto, a parte la necessità di prepararci ad altre situazioni ambigue e precarie e di sopportare le conseguenze di nuovi passi falsi. “Vali quanto il tuo ultimo successo”: questa è la regola di buon senso per vivere in un mondo in cui le regole cambiano durante la partita e una regola non rimane quasi mai valida più del tempo necessario a impararla e memorizzarla. I tassi di successo ottenuti con le risposte apprese ed esercitate in condizioni di routine si riducono rapidamente; lo slogan di oggi è “flessibilità”. La capacità di abbandonare rapidamente le abitudini correnti diventa più importante del saperne apprendere di nuove. Siamo tutti costretti a porre in atto come norma lo stile di vita che Kierkegaard, un paio di secoli fa, trovava patologico in Don Giovanni: che, cioè, egli “costantemente finisca e costantemente possa ricominciare”. […] In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati».

-
Qualcosa che – chi più chi meno – stiamo sperimentando tutti, tutti i giorni. Mannaggia.

-

Tu, mio

4, Settembre, 2009


Era l’estate dei miei sedici anni, stavo su un precipizio di sentimenti. In disparte dai coetanei non ero attento alle ragazze in età buona per me. Mi piacevano le più grandi, un desiderio impossibile. Però quell’estate riuscii, unico dei miei coetanei a frequentarle“.

-


-

Mi è capitato qualche giorno fa tra le mani “Tu, mio” piccolo romanzo di Erri de Luca. Ve lo consiglio.
Quello che mi ha sempre affascinato di De Luca è il timbro: molto garbo, molto contegno, eppure parola sempre carica di suggestione, vibrante, vera. Come i legni di una vecchia barca, che hanno respirato e rappreso il profumo del mediterraneo, sono le sue parole e il suo modo. Proprio così.
Si tratta, come dicevo, di un piccolo (nel senso delle dimensioni) splendore. In poche pagine De Luca scrive un romanzo di formazione, che riesce, ce ne accorgiamo pagina dopo pagina, e poi nel finale, a diventare racconto di una generazione, storia che inquadra l’italiana classe del dopoguerra, così, senza troppe parole, tracciando una lieve linea, tra pescatori, turisti e un’isola in un’estate lontana degli anni ’50.
La vicenda narrata è semplice, descrive il passaggio all’età adulta del ragazzino protagonista, che in una sola stagione scopre la guerra, l’amore, il lavoro, l’amaro, il mare e li confronta in qualche modo e soprattutto con l’incanto.
Con l’incanto ci confrontiamo anche noi leggendo queste pagine. Consiglio: meglio se al mare, o per ritrovare il mare.

-


Alla ricerca dell’isola sconosciuta

21, Agosto, 2009

-
«Datemi una barca disse l’uomo.
E voi, a che scopo, volete una barca, si può sapere, domandò il re.
Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo.
Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più. Sono tutte sulle carte.
Sulle carte geografiche ci sono le isole conosciute.
E qual’è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca.
Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta
».

-

José Saramago

-

-

-

Sulla strada

7, Agosto, 2009

-


“On the road”, “Sulla strada”, un romanzo culto, generazionale, il romanzo dell’andare lontani là dove non ci si può trovare, là dove ci si mette in salvo, da se stessi soprattutto, in cui non c’è altro motivo di partire se non quello di perdersi. Un libro dal quale indiscutibilmente scaturì tutta una mitologia di modi e luoghi e mode; insomma, righe che han fatto scuola.

Vi segnalo la stroncatura che appare oggi sulle pagine di Lankelot a firma dell’ottimo Gianfranco Franchi.
-

-

“..ma il grande mito ci ha fregato che sei un eroe se sei suonato..”

-

Non dire notte

4, Luglio, 2009

“Sono le sette di sera e lui è seduto sul balcone di casa, al terzo piano. Guarda il giorno che muore e aspetta: chissà che cosa promette l’ultima luce, che cosa ha in serbo.
Ha davanti il cortile deserto con la sua striscia di erba, qualche oleandro, una panchina e un pergolato di buganvillea abbandonato a se stesso. Il cortile finisce con un muro di pietra su cui si delinea il profilo di una porta successivamente murata. Le pietre nel buco della porta sono più chiare, adesso gli sembrano persino un po’ meno pesanti delle altre. Oltre il muro si ergono due cipressi. Nella luce della sera hanno un colore che è nero, non verde. Oltre si dispiegano colline desolate: laggiù c’è il deserto. Laggiù un mulinello grigio s’alza a tratti, freme un istante, si contorce, corre, cala. Torna in qualche altrove.”


-

Il deserto ritorna sempre. Ritorna sempre il vento che spazza e corre per le vie strette. Ritorna il crepuscolo. Tornano e si fanno di volta in volta palcoscenico o metafora della storia di uomini, e donne, che racconta Oz. Anzi, della storia di un uomo e di una donna, che racconta Oz. Una insegnate che ancora ci spera, nel suo lavoro, nel suo essere nel mondo, e un architetto stanco e disilluso, moralmente perduto. Un incontro. Queste pagine parlano soprattutto di un amore maturo, si direbbe. Di un amore e di un luogo, un posto, che sono lontani dall’esperienza, ma intellegibili. E’ forse il dono delle belle penne e della letteratura come concetto: rendere abitabili, portatili, gli spazi lontani, non conosciuti.. bolle di sapone.
Un uomo e una donna, una storia di anni, persa nel deserto, fisico, esistenziale, non saprei, dove costa fatica ogni giorno ritrovarsi e proseguire a stare insieme, dove è necessario, fondamentale, viscerale, il bisogno dell’altro, l’impossibilità che sia altrimenti.
Oz ci scrive una storia d’amore tanto vera che per questo quasi suona irreale, per noi abituati a moduli più user friendly o chissà.
Un libro poco scorrevole, o non in senso stretto, ma mai macchinoso. Evocativo, questo sì.

-