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Ancora sull’acqua, oggi, qualche considerazione di Mario Agostinelli.
La domanda che mi faccio in queste settimane – che, magari, ci facciamo –, davanti a questa corsa alla privatizzazione, è: “perché la politica non si occupa più del bene comune, non lo difende?”
Se la fa anche Ilvo Diamanti, la domanda, nel suo ultimo libro, che sto leggendo e che vi consiglio: Sillabario dei tempi tristi, Feltrinelli, 2009.
In quest’ultimo lavoro il Prof. Diamanti ha raccolto tutte le “mappe” e le “bussole” (così si chiamano le sue due rubriche) scritte per La Repubblica, nella speranza, mettendole in fila, di riuscire ad orientarci in questi tempi… sempre più confusi.
Non risponde alla domanda iniziale, Diamanti, ma scrive:
«Non sarà tutta colpa sua, della politica ridotta a marketing, a prodotto di intrattenimento mediatico, se nessuno si occupa di Bene Comune.
Anzittutto il “Bene”: da parecchio tempo è considerato male. E guardato peggio. Chi lo predica è considerato un idealista. Ma soprattutto: è ritenuto un debole. Vizio imperdonabile al tempo dei “cattivi”, degli intolleranti, degli sceriffi, delle ronde, dei giustizieri. I nemici del “buonismo” (il pensiero debole fondato sul bene) godono di grande consenso, oggi, perché “rassicurano”. Solo i cattivi possono difenderci dai cattivi che ci minacciano.
L’altro termine del concetto, “Comune”, è ancora più usurato. Non si sente più nominare. Se qualcuno ne parla è solo per sbaglio. E, quindi, si scusa e si corregge subito. D’altronde, veniamo da secoli di elegia del privato, dell’individuo, della specificità e della differenza. Ciò che è in “comune” non è di nessuno. Per cui è senza valore. Tanto più se viene associato – come spesso avviene – al Pubblico, che, a sua volta, è perlopiù associato allo stato. E tutto ciò che è pubblico e statale viene guardato con disprezzo. Pensate al Pubblico Impiego. Agli Statali. Ai Professori. Genia di fannulloni. Quasi peggio dei romeni».
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