Quando penso alla melodia, al suono eufonico nella sua forma più pura, all’essenza, al succo dell’armonia nella musica Rock, penso a questo disco. Ciò che mi ha sempre enormemente sorpreso in questo LP dell’orso solitario, non è come in altre la voce, sono i tempi. Questo vinile è di canzoni corte, composizioni brevi che raramente superano i tre minuti, ma che sanno dischiudere momenti eterni, aprire minuti che sembrano stagioni, estati e inverni, e non solo dell’anima. Quanti colori, algide sensazioni e profumi si rivelano a noi in quei minuti, fluttuano nel vapore grigio e atemporale, nell’umidità incantata di questo disco.
Visioni oniriche e idilliache, ambientali, naturalistiche, il sogno del riscatto umano dopo la corsa all’oro, dopo la ferina conquista della frontiera. Condivisione di esperienze, idillio nella natura, boschi verdissimi e cieli argentei e splendenti, corsi d’acqua di fluente cristallo. Quanta purissima illusione e fiducia in questa pagina del giovane Young, parole sole e tremule di un periodo strano e violento, quanta dovizia di utopia, ubriaca e irrispettosa. Una frontiera si avviava al tramonto ma l’orizzonte ancora copriva altri e forse peggiori presagi.
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La copertina
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L’ideale perseguito dal canadese si esprime a pieno in questo disco fragile, ma allo stesso tempo corale e partecipato da quel senso di comunione che amalgamava le vite degli anni ’60. Un lavoro che prende distanza dagli inizi di carriera e delinea meglio l’autonoma figura di Neil Young come cantautore sottile e melanconico, accompagnato in questo momento dai Crazy Horse, di cui ancora non compare il nome, e da alcuni amici fidati come Steve Stills e Nils Lofgren.
Non importa affatto se a rapirvi sarà la bella armonia estiva di Cripple creek Ferry o il fascino notturno di Only love can break your Heart, la filastrocca di Till the morning comes o l’invettiva elettrica di Southern man, rimarrete comunque imbarazzati per come questi accordi, smaschereranno i vostri cuori, lasceranno le vostre anime nude, eliminando ogni filtro. Non importa se il canadese sbagliò previsione, quella testimonianza rimane impiantata come spina nel fianco del genere umano e come critica appare ancora più appropriata oggi, dianzi a un mondo che ha smesso di pensarsi per alternative.
La musica di Neil Young desta fastidio alle nostre vite impure, ritornano a fluire i sentimenti dei quali oggi abbiamo smarrito l’abitudine, ci si riscopre sensibili tra un respiro e un fremito, sorpresi da una goccia d’acqua che scivola via. La musica di Neil Young è una dolce malattia che sfiora l’anima, un’affezione che può far perdere la sicura strada del ritorno.
Non posso dire molto di più, per ragioni di timidezza; trattare un pezzo di vita in poche parole non viene facile, lavorare una pagina sola intrisa di così ampie emozioni è addirittura avverso. La vita quando si mischia a emozioni, note e colori è materia delicata e facilmente suggestionabile.
Le recensioni sono i cheese burger della scrittura. Siamo partiti per gioco e per divertimento da lì. Internet per un periodo era soprattutto lunghe chiacchierate su Debaser, con gente più o meno esperta, ma in ogni caso appassionata. Ogni tanto mi vien ancora voglia di tornare. Cancellerei volentieri tutte le recensioni alle mie spalle, ma sicuramente salverei l’esperienza di Debaser: esperienza fatta in una comunità che era e rimane l’unica comunità musicale “sana”, di gente che vuole condividere ascolto, pareri e tecnica, per piacere, senza snobismo. Chiusa la premessa un po’ autoreferenziale, provo nuovamente a passare un’impressione.
Dovremmo esserne consapevoli, questi tempi in cui ardono le ultime braci della modernità, hanno vissuto di una progressiva separazione tra pratiche e consapevolezza. Lo sviluppo dell’era cibernetica, la dissoluzione dei solidi punti di riferimento, di una società come rigida struttura, la sostituzione della stessa con reti fluide di relazioni instabili ed effimere - non solo tra gli uomini ma tra gli uomini ed il corollario ambientale e materiale che li circonda - hanno portato ad un progressivo smarrimento dell’Uomo e della sua naturale tensione a sviluppare le facoltà umane, la creatività, per dirla con Fromm, “l’impulso alla vita”.
Musica, Plastica Ed Altri Sottoprodotti Culturali
In questa progressiva divaricazione venne coinvolta anni fà anche la musica come naturale prodotto della creatività umana e delle attitudini vitali. La composizione, la realizzazione e l’arrangiamento di opere musicali furono vittime inconsapevoli di un duplice fenomeno di progressiva alienazione: la separazione tra un uso frequente e improprio della tecnologia e la perdita di consapevolezza nell’uso stesso. La musica degli anni ’80 era già preda di ingloriose traversie e ubriaca di distorsioni plastiche e sonorità banalizzanti, tuttavia serbava ancora punti fermi, una solida base di riferimento e non era vittima dell’anomia che avrebbe caratterizzato la decade successiva, anzi piena di spunti allettanti. Anomia e alienazione; Georg Simmel, vide molto lungo quando agli albori del 1900, indicò in questi due termini due delle malattie dell’urbana modernità. L’uomo blasè, come lo definiva lui stesso, incapace di distinzione tra valori, appiattito e inerte si manifestò nella sua pienezza con un secolo di ritardo. La musica degli anni ’90, fu portata sulla strada virtuale verso il suo stesso abbandono materiale, verso un progressiva dissoluzione dei generi in un primordiale liquido inorganico, che rimuovendo ogni confine, aboliva le differenze e con esse ogni capacità seduttiva. La musica frutto della mente e del cuore dell’uomo si è progressivamente reificata ed incarnata in un prodotto omogeneizzato da offrire all’uomo, ma lontano da esso, vuotata del suo senso primigenio di espressione dell’uomo per l’Uomo.
Barlumi Di Luce, Reliquie e Sopravvissuti
Vi sono fortune e differenze – alternative - basta soffiare sulle braci morenti perché qualche scintilla si levi nell’aria blu della sera, perché il dolce suono del crepitio indugi ancora un poco alle nostre orecchie. Ci sono lavori che entro i barlumi di questa tarda notte moderna sfavillano, ristorano gl’animi musici e i nostri cuori; risplendono. Una di queste perle plumbee, dalla grande eleganza, è l’ Elegia che Paolo Conte ci offre proprio all’avvento di una nuova epoca, forse una notte e forse ancora più buia. Fuori piove, è un mondo freddo.. e allora l’Avvocato ci regala uno spazio di suggestione, quasi lunare, uno dei suoi lavori più ispirati e notturni (dopo l’omonimo Paolo Conte del 1986), rigorosi si, ma austeri e misteriosi, affascinanti. L’Africa non è lontana come sembra, si nasconde e sfuma tra le tinte avorio dei tasti di un pianoforte a coda. Le immagini corrono come in un viale d’inverno o in un cinematografo d’inizio secolo. Questa composizione intesse aromi e pregiate corde d’ogni provenienza, insegue un ideale di bellezza che come ogni utopia non scende a patti col reale, è irrispettosa e caduca. Come ogni sogno, come il fuoco d’ogni desiderio superato, rimane il lavoro di note suonate con sapienza, qualcosa, tra le maglie della vita e i filtri del cuore, sospeso e sollevato, superiore al tempo che scorre.
Si apre con una immaginifica introiezione, paesaggi austeri e rarefatti, parole forti sussurrate a fil di voce, questa Elegia. L’omonimo componimento, accompagnato da pochi strumenti ricercati e da mani sagge, svela un Conte raramente tanto intenso e raccolto. Sandwich man, riporta alla memoria tempi lontani e diversi, persi su carta ingiallita, riporta la mente agli albori del lungometraggio. Conte si fa abissale e immaginario in Chissà, descrive aperture atlantiche e le vicissitudini delle anime migranti. In Molto lontano il tono si avvolge d’ombra, incupisce, e si ritrova un certo antico gusto per l’intreccio di parole, che tra le dita dell’Avvocato sembrano destinate ad incastrarsi perfettamente. Poi molti altri ritratti, immobili, eterei, in grado di riportare la dimensione statica al centro di un mondo ansioso, convulso, ridare consapevolezza al linguaggio universale del sogno. Bamboolah è il seducente ritratto dell’amore , del sentimento in bianco e nero che muove piano come le dita sopra i tasti del pianoforte. India, è inebriante assemblea di profumi ed essenze, attraente perché ricca di aperture geografiche.
Forme Di Artigianato Sopravvissute All’era Post-Fordista (Il Cuore Aiuta)
La nostalgia è un vecchio pianoforte spento e malinconico. Malinconia è l’incontro tra lo sguardo sornione e la nostalgia dei tempi passati, diciamolo Avvocato, per un attimo ha sussultato e s’è guardato alle spalle. Abisso, nostalgia fonda, fonda ed ancora più forte in questo racconto tenebro, in quest’ultima immaginifica suggestione, che lascia la vecchia e beffarda ironia a due soli brani: Frisco, che non a caso è l’unico brano del disco ad essere imparentato col Jazz e la Vecchia giacca nuova, più che una canzone, un’analisi del teatro sociale.
L’ultima brace intiepidisce al vento di questa nuova e buia notte, che è splendidamente onorata e dipinta dal pennello elegante di questo magnifico artigiano.
Come ogni opera consapevole, che vive in sé stessa, frutto di viva umanità, questa Elegia può risplendere e angosciare, far ridere e piangere e, come i lavori più appassionati, far ridiscutere i confini dell’Arte.
Intervista realizzata da Roberto Gatti in occasione della presentazione di “Canzoni a Manovella” al museo della scienza e della tecnica di Milano.
(Per meglio godere dello spettacolo schiaccerei subito play in fondo alla’articolo, ndr)
Metti di trovarti una sera d’inizio ottobre al Museo della Scienza e delle Tecnica di Milano, da sempre sito privilegiato delle invenzioni più mirabolanti di Leonardo da Vinci e svariati altri epigoni suoi. Metti di transitare per il padiglione che ora ospita quello che fu il Salone delle Feste del Conte Biancamano, ovviamente dedicato all’omonimo transatlantico di svariati decenni fa, gloria e vanto (insieme all’Andrea Doria) dell’intera marina italiana. E metti che lì dentro, per una volta, non si parli tanto di cavalli a vapore, di rotte transoceaniche e di “muscoli del capitano”, tanto per ricordare il De Gregori più rigoroso ed essenziale. Ma, piuttosto, di canzoni. Che un tipo smilzo e dinoccolato, imprevedibilmente nevrile, intabarrato dentro un inappuntabile frac e con l’immancabile, lucentissimo cilindro appollaiato sulla testa, introduce più o meno così: “Le canzoni a manovella che noi abbiamo provveduto a inventare sono canzoni immaginarie. Per rappresentarle occorre che, dietro al sipario a soffietto ascensionale, si sia provveduta la strumentazione necessaria: grancasse sinfoniche, piani chiodati e a rullo, trombe a grammofono, chitarre, onde martinot, ululatori e stropicciatori a valvola, orchestrioni, corni da caccia, violini a tromba, turbanti, cilindri, sollevatori bulgari e aerostatici”.
Va da sè che l’elenco appena presentato, compilato con una meticolosità e un’attenzione per i particolari davvero encomiabili, potrebbe benissimo essere stato concepito da Luigi Russolo, l’esteta del futurismo inventore della “macchina intonarumori”. Oppure anche, perché no, da Alfred Jarry: lo scrittore francese ideatore della “patafisica”, altrimenti detta “la scienza delle soluzioni immaginarie”, destinata a studiare le leggi che regolano le eccezioni. Niente di tutto questo, invece. La lista in questione è infatti parte integrante del nuovo disco - “Canzoni a manovella”, appunto, in uscita il 6 ottobre prossimo per i tipi della Cgd - di quel tipo dinoccolato citato appena sopra: che - l’avrete già intuito - altri non è se non Vinicio Capossela. Ma, quella lista, è anche il corollario essenziale della vena di “lucidissima follia” - che in questo caso non è certo un difetto, ma anzi una virtù - che da alcuni anni a questa parte accompagna come un’ombra maliziosa il cantautore padano, in realtà nato (per puro caso) ad Hannover, il 14 dicembre del 1965.
Chi l’ha seguito passo passo nel corso della sua ormai decennale carriera - iniziata nel 1990 fa con l’album “All’una e trentacinque circa”, subito premiato al Club Tenco di Sanremo quale miglior opera prima - sa che un cruccio ha sempre turbato i placidi sonni di Vinicio: quello di essere considerato, dapprima, un clone del grande Paolo Conte, e, poi, un’imitazione nostrana di Tom Waits, il poeta “maudit” di California. Accuse del tutto ingiustificate, in realtà, visto il caleidoscopico scintillìo di invenzioni, ispirazioni e partecipazioni messo in piedi da un bel po’ di tempo a questa parte. Un manuale di eclettismo che Capossela sintetizza più o meno così: “Ho scritto canzoni d’amore e di vita, di giorno e di notte, serenate e bagatelle, a volte autobiografiche e a volte no. Ho preso a prestito musiche di altri, prime fra tutte quelle della Koçani Orkestar di Macedonia. Ho suonato insieme a Cesar Stroscio quella tipica “musica d’assenza” che è il tango, ovviamente di Annibal Troillo. Ho sonorizzato al pianoforte un classico del film muto come “Tempi moderni”, di Charlie Chaplin, e curato l’immaginario musicale di “Scatafascio”, la trasmissione tivù di Paolo Rossi. Tutto questo con il fine ultimo di dar vita e sostanza alla mia personalissima concezione della musica: che è come una grossa catena di gente che cerca di spegnere un incendio passandosi il secchio di mano in mano”.
Quest’ultimo secchio, di certo il più ambizioso e corale fra tutti quelli concepiti finora, è dedicato, in toto o quasi, a Louis-Ferdinand Céline: “L’uomo che più di ogni altro ha saputo interpretare lo “Zeitgeist”, lo spirito del suo (e nostro) tempo. Uno scrittore di cui trovo straordinariamente affascinate la cosidetta “Trilogia del Nord”, con tutta quell’Europa distrutta, quella Germania a pezzi, quei treni che continuano a correre mentre la ferrovia salta in aria dietro di loro. E poi il mar Baltico, l’esilio, la spiaggia, la capanna di Korsor… Fantastico!”. Ma le “Canzoni a manovella” sono anche dedicate, ovviamente, al già ricordato Alfred Jarry, soprattutto per via di una composizione chiaramente ispirata alla “Chanson du decervelage”, cantata in “Ubu Re”. Trattasi di “Decervellamento”, di cui Capossela ricorda la genesi così: “L’avevo scritta nel 1993, per lo spettacolo “Pop e Rebelot” di Paolo Rossi, quando iniziai a innamorarmi non soltanto della scienza patafisica, ma anche del revolver e dei pantaloni da ciclista di Jarry. Attendevo l’occasione giusta per metterla su disco, e ora, finalmente, eccola qua”.
Già, l’occasione giusta è proprio questa qua, come ricorda a modo suo l’impareggiabile Vinicio. “Questo è un disco di cose che vengono dal profondo, che affiorano a galla in scafandro e cilindro. E’ fabbricato con mezzi espressivi più leggeri dell’aria, tecnica di cui siamo sostenitori. E, per realizzarlo, ci si è ingozzati di emozioni, e di suggestioni, e di musiche, in una specie di abbuffata secolare e questo è in definitiva il risultato”. Splendido e vibrante, non c’è che dire. Grazie anche alla maestria dei musicisti convenuti, primo fra tutti il chitarrista Marc Ribot, e, soprattutto, al formidabile lavoro di orchestrazione e arrangiamento messo in piedi per l’occasione da Tommaso Vittorini. Un “navigatore di suoni” con cui Capossela non ha mai cercato di comunicare per spartiti, forse perché sarebbe risultato del tutto impossibile, ma soltanto per immagini e visioni: “quasi sempre i quadri di Chagall, soprattutto sui cromatismi dei rossi e dei blu”. Vista la natura dei due drudi in questione, non ne avevamo il benché minimo dubbio. Chapeau!
..di Neil Young potrei dire nulla, molto più lui di me. Non so spiegare per quale ragione, quel che ha scritto è stato per un certo periodo un’ombra, una macchia che mi ha accompagnato, che mi ha indovinato e raffigurato come poco altro. Quel tempo è passato ma ancora c’è una sensazione nella sua melodia che mi riporta a qualcosa di profondamente mio e che mi è nascosto. Se lo scoprissi perirebbe una parte di me e il fascino di questa musica con lei.
Intervista di Graziano Graziani (www.carta.org) in occasione della presentazione dell’ultimo disco “Ovunque Proteggi”.
Come è andata l’anteprima?
Ho voluto partire da qui perché questa avventura è iniziata da un “viaggio nella carne”, la commistione tra mondo animale e mondo umano arcaico, che ancora si trova in alcuni arcaici carnevali di queste parti. Terra, spiriti, un posto arcaico, a contatto con gli elementi. Siccome questo è un disco di pietra, siamo venuti nella zona della pietra, dove c’è un vento da sciamani. Qui giocavo facile, perché avevo la parola magica: “bufa! bufa!”, che vuol dire “bevi! bevi!”. In questi giorni di carnevale capitava sempre che qualcuno ti metteva sotto mano un bicchiere ricavato dal corno di qualche animale e ti diceva: bufa!
Se in “Canzoni a manovella” c’era un immaginario ben preciso, qui si spazia molto di più… pare un viaggio dell’anima.
È vero. È la Terra nell’attualità dei suoi ottomila anni. In questo disco non c’è un mondo definito. È come hai detto tu, un viaggio nell’anima.
C’è un’attenzione al sacro. Che rapporto hai con le fedi, oggi che rischiano di diventare l’alibi dei disastri umani?
Io non sono un mistico, né ho avuto un’illuminazione. Ma c’è una poesia molto forte nelle scritture. Leggere l’Ecclesiaste è un’esperienza poetica di grande forza. A prescindere da questo, sono affascinato da tutto quello che ha a che fare con il rito. Qualsiasi tipo di rito. La ritualità è spesso legata al sacro. E il sacro è in qualsiasi cosa. Comunque sia il rito, la sua forma e quindi la sua poetica, è il territorio su cui io mi fermo. Non vado oltre.
Solo un brano è esplicitamente ispirato alle scritture. Mi avevano colpito le parole, che vengono da lontano e sono come pietre, violentemente attuali. In televisione hanno passato questi video messaggi dei “martiri” che si fanno esplodere. Recitano formule tratte penso dalla preghiera, dal Corano. Sono di una bellezza incredibile. Non c’è nulla da fare, le religioni - almeno le monoteiste - sono così: partono dal principio che non avrai altro dio all’infuori di me. Ma hanno dei testi di una forza incredibile, carichi di violenza. Non ammazzare se non nel mio nome. Basta leggere qualunque salmo di Davide, dove Dio è invocato non tanto per aver cura di chi prega, ma come “braccio” per annientare i nemici. Distruggi i miei nemici come loro distruggono me.
Il sacro di cui parli ricorda quello di Pasolini. Per questo il ringraziamento e la citazione nel cd? Se inizi a occuparti di certe cose, finisce che Pasolini che ti viene magicamente in aiuto. È bellissimo come ha trattato il sacro. La sua riflessione sul sacro, e anche sull’arcaico, ci mette a disposizione le parole di un “profeta” quasi, di un vero intellettuale che è molto vicino a noi. Io, personalmente, ho dovuto andare sempre molto più lontano per trovare delle voci che mi parlassero. Sentire una voce che ti parla così vicina nella geografia e nel tempo, e con questa forza, è veramente bellissimo. Quello che ci ha reso Pasolini è un servizio meraviglioso. Di lui mi ha sempre colpito l’urlo di dolore che ha levato per quello che definiva un genocidio: la fine della società contadina, depositaria dell’arcaico che giunge fino a noi. Che tipo di musica serve per accompagnare questo viaggio nell’immaginario? Ci sono motivi arabeggianti, tradizionali messicani, valzer, cha-cha-cha e tenores sardi. Ogni canzone ha avuto un percorso a sé. In “Moskavalza” c’è anche l’elettronica. Una specie di turbofolk, dove si inseguono immagini del crollo dell’Unione sovietica, della Russia di ieri e quella di oggi. È l’immagine di Mosca come megalopoli. In quella vicenda c’era qualcosa che ricordava, in un certo modo, l’impero romano e il suo crollo.
L’esperienza del tuo libro e delle letture pubbliche che lo hanno accompagnato ti ha influenzato? Tra l’ultimo disco e questo ho fatto molte cose che non era esattamente scrivere canzoni. C’è stato anche il libro e i reading. È stato un periodo in cui ho lavorato sulla sonorizzazione dei racconti, sulle potenzialità della voce, attingendo alle suggestioni del teatro d’ombre. Lavorando così ho conosciuto molte delle persone che hanno costituito il nucleo principale di “Ovunque proteggi”. In queste sonorizzazioni inseguivamo l’idea di farle abitare dai “fantasmi delle voci”, così come erano rimaste impigliate nei supporti, nei nastri. Oppure di suonare il già suonato, usando il campionatore, o andando a pesca di suoni. In questo lavoro la voce era sempre al centro, non come mezzo per veicolare un contenuto, ma come strumento in sé. Questo concerto e questo disco sono un po’ la conseguenza di quel lavoro. Certo, ci sono anche dei personaggi del libro che si riaffacciano nel cd, come in “Dove siamo rimasti a terra Nutless”: alcune canzoni sono un allargamento dei temi di certi racconti. Ma l’influenza maggiore parte dal lavoro sulla voce.
È un disco pieno di carne e sangue. Perché?
L’anno scorso è stato un anno straordinario a livello mediatico. C’è stato un avvenimento come i funerali papali: un momento collettivo incredibile, dove al centro era la carne. Tra l’altro è caduto subito dopo la pasqua. E poi c’era questa macelleria in forma mediatica che ci arriva tutti i giorni in casa. Hanno cominciato a circolare questi video di sgozzamenti su internet, dove la carne torna ad essere violentemente protagonista. Contemporaneamente mi imbattevo in altre situazioni legate alla carne, suggestive per tutt’altro motivo. Ero in Sicilia per la settimana dei riti, e a Scicli ho assistito alla processione dell’”uomo vivo”. Mi ha molto colpito questa messinscena: quanta umanità in questo Cristo che muore da Dio ma risorge da uomo, ed è così ebbro di gioia, perché se l’è scampata. Quelli che portavano questo Cristo erano principalmente dei macellai, gente che ha a che fare con la carne. In seguito ci sono tornato sopra anche grazie al lavoro di Mauro Zanetti, che ha realizzato un documentario e un libro sulle processioni basate sul tema della carne. Ma c’era anche “L’erotismo di Bataille, che è un bel carnaio. E anche il tentativo di avvicinarsi alla poetica del nuovo testamento, anch’esso pieno di carne. La carne, in questa modernità che tende a nasconderla come materia biologica, destinata a disfarsi, è l’ultimo tabù rimasto.
In questa “cartografia dei sentimenti” si va dalla gioia di cui parlavi, alla disperazione di “S.S. dei naufragati”, all’incanto sospeso di “Ovunque proteggi”.
Ci sono tante gradazioni. Siamo noi come corpo, come esseri corporali nella nostra sospensione sull’abisso della morte e del cammino della polvere. Una dimensione che ha molte tonalità: la carne in sé, il soprannaturale. Sono diverse gradazioni di quello che è il soggetto di questo disco, cioè l’uomo, visto nel suo ferocissimo e minuscolo passaggio sulla crosta della terra. Si va dallo spirito al corpo. Come si dice: padre, figlio e spirito santo. Ecco, lo spirito santo è una dimensione interessante. Perché lo spirito santo è la grazia. E la grazia è lo stato che ci monda, è quella specie di miracolo per cui la membrana che è tra noi e le cose che ci circondano e a cui ci opponiamo diventa sottilissima. Sono tutte materie, queste, che offrono delle potenzialità estetiche enormi, slegate dalla soggettività del momento. È questa la cosa che mi ha attratto.
A gennaio hai suonato all’Angelo Mai, centro sociale romano. Quegli spazi oggi sono un po’ come le “cantine” di quarant’anni fa. Che effetto ti ha fatto suonare lì?
A prescindere dalle considerazioni di carattere sociale, ti racconto la mia esperienza personale. Lì ho incontrato delle persone speciali. E poi trovo che sia davvero un posto bellissimo. Io sono un po’ animista: penso che i luoghi, le case, quando cessano di essere abitate acquistano tutta una loro suggestione. E quando qualcuno le riutilizza, le riempie anche di sensazioni. Quando le cose si fanno con amore questa cosa si sente. C’è una sorta di artigianato umano che ti dà una soddisfazione particolare. Anche semplicemente nell’idea di riutilizzare le cose, piuttosto che farle nuove. Ci vuole dell’amore, della “riparazione”. E quello diventa un luogo speciale. Quella sera andando lì ho sentito come lo spirito santo. Cioè la grazia. Quella, che come dici tu è come una “cantina”, è diventata una specie di catacomba dei primi cristiani.
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'E' davvero meraviglioso che una generazione che si difende dal caldo con un condizionatore e dal freddo con un riscaldamento centralizzato, che viene trasportata in mezzi di locomozione asettici ed alloggiata in alberghi immacolati, possa sentire il desiderio spirituale o fisico del viaggio'.
Bruce Chatwin -
In Patagonia