Archivio per la categoria ‘Paesaggio’

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Breve saggio sul paesaggio al completo!

30, Luglio, 2008

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Per chi si guarda attorno interrogativo, per chi si sta domandando: ehi, ma che succede? Per chi è preoccupato dalle modificazioni veloci e disordinate, dagli scempi, dalle speculazioni, dalla spazzatura ai bordi delle strade; da un Uomo irriconoscibile. Per chi ne ha il coraggio (e la volontà). Cliccando sulla copertina potete scaricare il breve saggio sul paesaggio nella sua interrogativa interezza.

Suggerimento: non prendetelo troppo sul serio, usatelo per riflettere.

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Clicca sull'immagine per scaricarlo..

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«Partiamo di qui: abbiamo sottolineato che ci affligge un’incapacità temporanea di leggere il presente, causata da una mutazione in atto, elementi cardine della mutazione sembrano la distruzione di quella che noi chiamiamo anima dei luoghi, della memoria connessa ai luoghi, l’abolizione di forme totemiche legate al paesaggio fisico. Esse richiedevano conoscenza, concentrazione, interpretazione. Tempi lenti, insomma. Capacità di un’altra epoca.»

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Saggio sul paesaggio - 7

21, Luglio, 2008

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L’Anti-Paesaggio

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Il necessario post sui nuovi spazi della rete ha rotto l’andamento lineare che avevo in testa. Fatemici pensare.. ah sì, due puntate fa vi avevo promesso di parlare della nuova distribuzione del senso e di farlo a partire dai non-luoghi. Questo è il passaggio conclusivo, quello più delicato, occorre che io ribadisca per l’ultima volta l’assunto iniziale, leggete tenendovi stretti questa indicazione: pensieri stesi per riflettere.

E allora eccoci: come dicevamo, fu Marc Augé, un simpatico antropologo francese, a tratteggiare il concetto di non-luogo. Lui contrappose ai luoghi abituali, i luoghi antropologici, quelli in cui si sedimenta la storia, la memoria, in cui si allacciano relazioni, in cui si creano e ricreano le identità, i non-luoghi, ovvero, spazi divenuti via via più frequenti con la modernità in cui il paesaggio, appunto, non dice nulla del luogo, del tempo, delle relazioni e delle identità che lo percorrono. A dirla tutta, il non-luogo è anche un non-tempo in cui la memoria si azzera, le identità si fondono e il senso si altera. L’avanzata dei non-luoghi viene avvertita, da parte nostra, come un’erosione del paesaggio e dei valori da noi attribuitigli, come l’avanzata di un non-paesaggio.

Raccontata così, pare impossibile preferire i non-luoghi ai territori vissuti, antropologici, dove la storia sedimenta e crea memoria e senso. Eppure, ai surfisti, ai tre punto zero, agli intenditori della crosta e non del contenuto, piacciono molto i non-luoghi, piacciono perché collezionano in sé tutti quei tratti caratteristici elencati nella precedente puntata: sono sequenze di stimoli acceleranti, sono occasioni di esperienza veloce, superficiale, a corto raggio, sono zapping emotivo all’ennesima potenza. Non implicano la necessità di sapere, non implicano la necessità di ricordare, annullano il tempo e le distanze, permettono un flusso di esperienza che al di fuori sarebbe impossibile riprodurre con tanta comodità e leggerezza.

Ogni cosa si offre come materiale da esperienza e nessuno giudicherà male gli imberbi surfisti se si divertiranno senza conoscere, se parleranno senza incontrare, se mangeranno senza sapere. Al centro commerciale, oggi, possiamo stare ore in libreria, mangiare l’ormai celebre kebap, il sushi, andare in sala giochi o in un internet point, al cinema, a mangiare un gelato, tutto senza troppo approfondire, solo per il fatto che ci ritroviamo lì dentro; per dirla in musica: badando più al ritmo che al tocco.

Andiamo al centro commerciale, è l’involucro il nostro obiettivo, ci frega poco di cosa faremo poi là dentro.

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Immagine di Isabella Stampa

Immagine di Isabella Stampa

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Si mangia cous-cous, senza sapere da dove viene e perché ha quella forma, semmai puoi intuire, dato che te lo serve un giapponese, che sarà un tipico piatto del Giappone: pallini piccoli per occhi a mandorla. Un po’ come dire che la pizza a domicilio è una specialità tradizionale dell’Egitto antico, nata per non far muovere gli schiavi dal luogo di lavoro.

Tutto bene fino a qui? Bravi, ultimi passi.

Forse dovremo aspettare ancora qualche tempo, una nuova versione, una generazione di là da venire, ma quello che possiamo già scorgere nel nostro oggi è che i non-luoghi seguono un corso da malevola metastasi: guardate bene, l’omologazione esce lenta dalle corsie tutte uguali dei supermercati, guardate le nuove case a schiera, in ogni dove, non notate una certa somiglianza? Scrutate ai bordi delle strade, attenzione, eccola la bettola che fa kebap nel cuore della Brianza, decontestualizzata, astorica, senza memoria. Il bookstore, il videonoleggio, i marciapiedi tutti uguali, eccoli li i piccoli figli del non-luogo. Ecco la modalità dei non-luoghi!, il territorio si sta riempiendo di occasioni di esperienza diretta, immediata, senza cornici, senza profondità, tutto è predisposto per una fruizione veloce, piaciona, effimera; per noi, stupida.

E gli spazi in mezzo? Ovviamente quelli ne subiscono, vengono relativizzati, al surfer interessa la cresta dell’onda, vuole cavalcare l’istante, non gli interessa ciò che è sotto la sua tavola, figuriamoci dei motivi che hanno generato l’onda. Si finisce così per non dare alcun valore a quei paesaggi che non incidono direttamente sulla possibilità di fare esperienza 3.0.

Cade quindi la concezione di paesaggio tradizionale: velocità e dissoluzione delle vecchie fonti di senso stanno trasformando il paesaggio fisico, che sta riproducendo esteriormente i processi in atto nel profondo del carattere sociale, nel nostro carattere. Spersonalizzazione, tendenze omologanti, voglia accelerata e facile di fare esperienza.

Lo so, mi starete dando del matto, ma se ci pensate bene, le cose non stanno in maniera molto diversa da come ve le ho raccontate. Forse, sono solo un pochino meno marcate.

Ok, eccoci, abbiamo tratteggiato un quadro che riassumerei al minimo in questa frase: nuove modalità di trovare senso stanno disordinatamente modificando il paesaggio. Ve lo dico, ma voi non fateci caso: quello che mi pare emerga da un tale comportamento è una sorta di fuga dall’anima, dal trascendente declinato fino alle sue forme più semplici, un riparo da una intima, dissimulata, recondita, fragilità.

E’ uno slancio da lepre, quest’ultimo. Cerco di intuire più in là delle mie possibilità visive. Mi assumo i rischi.

In quello che io reputo un capolavoro, La lentezza, Milan Kundera scriveva così: “C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio“.

Vuoi vedere che il cambiamento non fa paura solo a noi? Vuoi vedere che i 3.0 sono un po’ romantici e noi romantiquati abbiamo già sotto braccio la tavola da surf? Accelerazione per sfuggire, zapping emotivo per distrarci. Mi pare che qui, grattando ancora un poco, sotto sotto, troveremmo qualche risposta.

Trovremmo però, se solo.., e invece, cari miei, signore e signori, siamo arrivati al capolinea: abbiamo raggiunto lo scopo fissato. Se volessimo trarre una morale della favola potremmo scriverla così: ci spaventiamo davanti ai cambiamenti in atto nel paesaggio fisico poiché il cambiamento è dettato da un cambiamento dell’Uomo che ancora non riusciamo a decifrare in tutta la sua portata. Paesaggio fisico e Uomo stanno cambiando, ma noi, per ostinazione o semplice difficoltà, vogliamo negare che tale cambiamento possa seguire una logica e sia mosso da un proprio senso, vogliamo negare che questo nuovo paesaggio possa avere un senso. Per noi il nuovo paesaggio è un anti-paesaggio, è l’esatto contrario di quanto noi intendevamo con il termine “paesaggio”. Eppure un senso ce l’ha, semplicemente, è un senso diverso, molto diverso dal precedente.

Tornate indietro nel vostro blocco appunti e aggiungete alla sezione “regole” quest’ultima. Dovremmo sempre tenerla presente, ogni qualvolta ci capiti di analizzare un paesaggio contemporaneo. Al netto di quella regoletta, forse, e dico forse, potremo capirne qualcosa di più e potremo iniziare, prendendo atto del cambiamento in corso, a guidare le trasformazioni, piuttosto che a respingerle come insensati attacchi alla civiltà.

Ora, lo so, se fossimo proprio proprio bravi, toccherebbe il passo più importante: capire il perché questo popolo stia scegliendo il surf e non il pattino, persegua un modello anziché un altro. Ma vi avevo avvisati fin dall’inizio, qui non siamo proprio proprio bravi, qui siamo quelli della fila in fondo. Siamo lepri, ricordate? Corriamo un poco avanti, ma poi abbiamo il brutto difetto di scoppiare, e normalmente ci succede sul più bello.

Il nostro lavoro non era quello di arrivare primi al traguardo, ma di lanciare altri perché ci riuscissero.

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Saggio sul paesaggio - 6

20, Luglio, 2008

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Orizzonti di senso

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No, cambio di rotta. Vi avevo promesso non-luoghi e invece no. Mi ravvedo.

Oggi, sabato 26 luglio 2008, ore 6.00 del mattino, sarebbe immorale tentare di portare a termine un (pur breve) saggio sul paesaggio senza almeno accennare ad internet e alla rete: ai nuovi spazi.

Abbiamo parlato di accelerazione, movimenti che sono flussi orizzontali, sequenza di occasioni per fare esperienza, zapping emotivo. Questa serie di elementi non vi richiamano alla mente qualcosa? Non è forse questa la mentalità che sta dietro al web: la sparizione delle forme verticali, la moltiplicazione dei punti di intensità ed esperienza, il relativo annullamento delle distanze, la creazione di velocità assoluta, di un nuovo spazio e di un nuovo paesaggio? E non è forse internet il succo concentrato, il punto più alto, l’estrema realizzazione dell’habitat dei surfers? Non è qui che meglio respira la generazione 3.0?

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Saggio sul paesaggio - 5

12, Luglio, 2008

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..sommozzatori o surfers?

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Si tratta ora di scegliere da che parte iniziare: dal senso o dal tempo?

Bergson, anni fa, sottolineava che le due cose sono abbastanza legate, e non saremo certo noi, oggi, ad isolare le due variabili in discorsi a sé stanti.

Scelgo comunque di partire dal tempo; dal tempo “percepito”, ovvio. Per dirla in greco, mi riferirò più al Kairos che al Chronos. A scuola ve l’avranno pure detto, gli antichi greci avevano più nomi per indicare il tempo: Chronos, che divora i propri figli, era il tempo che passa; quello del cronografo, appunto; Kairos era il tempo dell’azione, il tempo per cogliere l’occasione che si presenta, una misura qualitativa. Infine, Aion era il tempo sacro; era addirittura quasi un non-tempo, perché il sacro è un atteggiamento del vivere, non del fare. Interessante, sì, ma allungheremmo troppo la strada. Il saggio è breve.

Proverei ora a raccogliere alcuni spunti che ci potrebbero dire qualcosa sul nuovo modo di percepire e vivere il tempo. Poi, in seconda battuta, li collegherei per vedere che figura compongono, il risultato, il disegno complessivo. Pronti?

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Saggio sul paesaggio - 4

12, Luglio, 2008

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Stavamo meglio ieri

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Nella puntata precedente ci siamo lasciati dopo aver isolato la seconda parte del quarto enunciato paesaggistico. Bene. Quella seconda parte attribuiva un ruolo di primo piano all’uomo (e alle sue cornici di riferimento “immateriali”) nella produzione stessa del paesaggio. Come abbiamo visto, infatti, coi possibilisti il paesaggio aveva perduto il proprio primato sull’uomo, era divenuto relazione ciclica tra uomo e territorio. Ancora pochi decenni e non sarebbe più esistito il paesaggio di per sé, ma solo il paesaggio “percepito”.

Vi avevo gentilmente chiesto di tenervi questi passaggi in caldo, per qualche ora: se l’avete fatto, possiamo iniziare.

Se non lo avete fatto, bè, non succede mica niente, tornate al post precedente e ci rivediamo, qui, tra cinque minuti.

Terminata la rassegna delle teorie, dettate le regole, ora arriva la parte più sperimentale, quella in cui tentare di rispondere, anche solo vagamente, a qualcuna di queste domande: cosa ci spaventa del cambiamento in atto? perché buona parte della società pare distratta e incurante? lo è? perché noi ci angustiamo davanti al disfacimento del paesaggio e la generazione 3.0 molto meno? Belle domande.

Dato che non sono un umanista dai gloriosi trascorsi, dato che in tempi di specializzazione non ho particolari qualifiche, preso atto che nella vita mi comporto come un individuo mediamente intelligente e che la mia esperienza è limitata ad un solo corpo di carne e ossa, badate bene, mio silenzioso pubblico, oggi toccherà a voi, anche. Apritevi, spiattellate le vostre idee, rivelate le vostre esperienze. Oggi vi chiedo di partecipare, perché siamo nel campo della sperimentazione. Io guido, ma voi, se del caso, vi prego, contraddite, aggiungete. E’ importante, altrimenti l’esperimento non funziona.

Vedo già code.. ehi, non spingete là in fondo… Va bè.

Prima di entrare nel vivo, ancora una cosa. Vi chiedo di smantellare del tutto l’assunto per cui: oggi c’è meno attenzione e cura nei confronti della natura, che tradotta dal linguaggio dei nostri vecchi, avrei potuto scriverla anche come: si stava meglio ieri, eravamo più educati, più puliti, più rispettosi. Magari incarna una parte della verità, ma lungi dal favorire una concreta comprensione del mondo: la realtà difficilmente è così piana e lineare.

E poi, legittima interrogazione, i 3.0 saranno pure figli di qualcuno, no?

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Immagine di Alberto Strada

Immagine di Alberto Strada

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Continuo a sostenere che questa sensazione, quella lì dei giovani menefreghisti, non risponde al vero, e che la sua diffusione è influenzata da due fattori su tutti: in primo luogo, vale l’asserzione precedente, la sensibilità ambientale è in aumento, ma più di lei aumentano altre sensibilità, altre tendenze, altri interessi. La percezione delle generazioni solide è che quindi i nuovi giovinastri, impantanati nella complessità liquida, siano interessati a tutto, meno che alla terra che li ospita. In secondo luogo, sempre meno ragazzi fanno esperienza della natura, o comunque di spazi aperti e verdeggianti; non si sa per quale macabra analogia qualcuno assimila i problemi derivanti da un modello urbano, che stiamo costruendo e diffondendo con le nostre mani, ad una colpa delle generazioni liquide.

I giovani non preferiscono la città, preferiscono distanze brevi, veloci. Non vogliono stare nel centro urbano, ma all’incrocio delle esperienze. Prendete, dategli un’occhiata e mettete da parte, poi, vi prometto, capirete.

Guardando un po’ meglio ci accorgiamo che il paesaggio non è meno importante di ieri, lo è in modo radicalmente diverso. Diverso per via dell’esperienza che se ne fa. Eccoci, siamo al cuore: è cambiato il modo di fare esperienza; e quindi anche esperienza del paesaggio.

La supposizione isolata una puntata fa, ci diceva che il nostro sconforto, la nostra paura davanti alla mutazione, ci deriva dal fatto che siamo sforniti degli strumenti di analisi utili a capirla, che semplicemente non parliamo più lo stesso linguaggio. Che il paesaggio non è più, solo, un nostro prodotto, ma è un prodotto, anche, di altri che usano altri codici, che hanno altri riferimenti. Abbiamo ancora il cacciavite a stella, ma per le viti di oggi serve quello a punta piatta. Saltiamo ancora ventrale, mentre gli altri hanno iniziato a saltare Fosbury. Dobbiamo ancora capire dove diavolo scaricare gli aggiornamenti del vecchio software e gli altri sono già al 3.0.

Insomma, siamo di fronte a una rivoluzione e, continuando a storcere il naso e guardare con disgusto, non ce stiamo neppure accorgendo.

Quasi ci siamo; ancora un passaggio e ci siamo.

Bene, abbiamo detto che, quindi, è cambiato il modo di fare esperienza e, così, anche il modo di esperire lo spazio. Lo spazio è fisicamente sempre lo stesso ma, come sottolineavano gli assertori della percezione, cambia lo sguardo dell’uomo sullo spazio, cambia l’esperienza che l’uomo, oggi, fa nello spazio.

Lo spazio, non sarò certo il primo a dirvelo, lo spazio dell’uomo non è tridimensionale, lo spazio dell’esperienza ha cinque dimensioni. Provate a credermi. Le dimensioni che appartengono allo spazio in sé e per sé sono la profondità, la larghezza e la lunghezza, ma lo spazio umano dell’esperienza deve considerare (almeno) altre due dimensioni, senza le quali non potrebbe essere: e sono il tempo e il senso. Due opinabili nozioni/etichetta che nell’esperienza mediamente si mischiano e confondono.

Abbiamo, quindi, individuato le dimensioni dell’esperienza. Qualcosa ora vi è più chiaro?

No? Lo immaginavo.

Partendo da queste dimensioni e, soprattutto, dalle dimensioni non propriamente spaziali, ora proviamo a capire com’è cambiato il modo di fare esperienza nello spazio, e quindi di formare, percepire, leggere, il paesaggio.

Vi sembra folle? No, è solo una sensazione che capita, che capita quasi sempre davanti a quegli accadimenti che rimettono in discussione interi assetti di valori e idee. Stiamo tentando di capire perché ci spaventiamo davanti ad un paesaggio svilito e trascurato, che noi - noi romantici, intendo - facilmente assimiliamo allo svilimento dell’animo umano, dei luoghi e delle cose. Stiamo tentando di capire perché gli scolari 3.0, con iPod e BlackBerry al seguito, fischiettanti jingle pubblicitari, appaiano così poco interessati all’ambiente fisico in cui nuotano ogni giorno, mentre noi, guardandoci attorno, vediamo saccheggi e scempi in ogni dove.

A questo proposito, credo sia interessante soffermarsi su due elementi che particolarmente definiscono le dotazioni 3.0: una nuova percezione del tempo e le nuove modalità di ricerca del senso. Mi sbaglierò, ma da lì, qualche indicazione utile possiamo cavarla. Qualche possibilità per ricominciare a vedere: a guardare con occhi 3.0.

Ma no, non ora. Per oggi ci siamo scofanati sufficiente materiale. Non dico che non ci dormirete stanotte, però… però, pensateci.

Per domani vedrò se riesco a procurarvi un paio di pupille 3.0. Non garantisco.

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Saggio sul paesaggio - 3

3, Luglio, 2008

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Regole 2

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Ci eravamo lasciati ieri con la seguente domanda, un po’ rozza, ma utile ad arrivare al cuore della vicenda (ammesso che, un cuore, la vicenda, ce l’abbia): il paesaggio plasma la società anche quando quest’ultima non se ne accorge?

Il dibattito tra i geografi, e gli umanisti tutti, è stato lungo, lunghissimo, estenuante, tomi su tomi per arrivare a dire che, sì, anche la società plasma il paesaggio. Alla fine l’hanno vinta loro, i geografi della percezione, che sostenevano, accanto ad un’innegabile azione del paesaggio sull’uomo, un ruolo di primo piano dell’uomo, in quanto soggetto che esperisce il paesaggio e senza il cui sguardo il paesaggio non sarebbe. La risposta è quindi un “sì” non scontato. Ci troviamo di fronte a due entità, paesaggio e società, poste in relazione ciclica: senza la percezione della prima, il secondo non esiste, ma, senza il secondo, la prima non sarebbe la stessa. Quarta regoletta, quindi: l’uomo modifica il paesaggio tramite le proprie azioni, più o meno invasive, e, non secondariamente, tramite il mutamento della percezione che avviene sul piano immateriale, quindi, discendente da modificazioni di ordine sociologico, culturale, spirituale e cose così. Direi che è in questa seconda parte della regola che stanno gli aspetti più interessanti per capire l’oggi e per prospettare “un” domani.

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Saggio sul paesaggio - 2

2, Luglio, 2008

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Regole 1

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Dicevo nel primo paragrafo di questo saggio un po’ anticonformista, e a puntate, che le categorie di paesaggio che ancora dominavano la nostra infanzia, ora non ci sono più, o comunque stanno affrontando una mutazione che, se vogliamo proprio guardarci dentro, a questo paesaggio, non possiamo trascurare.

Certo che urbano e rurale ci sono ancora.. ma sono meno definiti, offrono allo spettatore esperienza meno intense, meno qualitative, che provocano disagio per la minore aderenza ai modelli dati. Urbanità e spazi rurali si compenetrano maggiormente, o recitano peggio i loro rispettivi ruoli: hanno perso qualcosa delle loro rispettive personalità, si stanno avvicinando ma, ciò che più infastidisce l’occhio (che, per natura, ha bisogno di varietà), stanno perdendo caratteristiche connotazioni (in questo caso) casatesi. Le nuove case, le nuove vie, i nuovi marciapiedi, sono tutti adattati ad una mentalità omologante. Non ci sono più particolarità “solo” casatesi.

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Saggio sul paesaggio - 1

1, Luglio, 2008

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Introduzione

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Raccontare Casatenovo. Raccontare il paesaggio. Saggio sul paesaggio. Ci sono diversi collegamenti tra queste tre brevi proposizioni, o almeno ci sono nella mia testa. Mi spiego: qualche giorno fa mi ha scritto un tizio, dicendo che da un po’ non parlo di Casatenovo, dicendo che a lui piaceva leggere i miei commenti e che i miei commenti sono ora diminuiti, o, comunque, non parlano di Casatenovo. Certo le voci che parlano di Casatenovo non sono tante, o forse lo sono, ma rimangono volentieri nell’ombra, come nell’ombra, o almeno in penombra, vorrei rimanere io. Ci sono molti commentatori segreti, c’è una rete sotto la cappa brianzola, quella perbenista, precisa, inquinata e lavoratrice, che si muove, che pensa, che medita il paese. C’è, ci sono anche dei giovani che lo fanno, già vedo lo sconcerto sui vostri volti, ma sono invisibili dalla piazza pubblica.

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Montevecchia come Giza?

9, Dicembre, 2007

Riporto un curioso articolo apparso sul bel blog “Brianzolitudine”, che ci svela un super scoop e - anche con un sorriso - ci da’ un motivo in più per tornare a visitare le belle zone intorno a Montevecchia.

Quando nel 2001 il professor Vincenzo Di Gregorio di Montevecchia scrisse sul proprio sito web che nel parco del Curone, a Montevecchia, era stata riportata su tre colline l’esatta copia delle piramidi di Giza (con medesima forma geometrica, angolazione e reciproco orientamento) scoppiò subito il finimondo: il server che ospitava il sito andò immediatamente in tilt, preso d’assalto da visitatori di tutto il mondo, con più di 20.000 accessi l’ora.
Questo scoop sulle piramidi di Giza in Brianza replicate non si sa come dall’originale in epoche remote, necessariamente con supporto visivo-progettuale dall’alto del cielo e quindi alieno, catapultò l’interesse di ufologi, amanti del mistero e compagnia cantante dalla piana dei faraoni al luogo più suggestivo ed antropicamente antico del Brianzashire: la valle del Curone giustappunto.
In questa zona di Brianza che conta i più antichi insediamenti umani della Lombardia (alla cascina Bagaggera sono stati ritrovati resti dell’uomo di Nehandertal, risalenti a 60.000 ani fa) è quasi certo che 5.000 anni fa si celebrassero riti collegati al ciclo delle costellazioni, simili a quelli celebrati dagli antichi Egizi. E da ciò supporre che qualche astronave, in quell’epoca primordiale della storia umana, sia atterrata per uno o più incontri ravvicinati del terzo tipo, il passo è davvero breve.

 

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La somiglianza indubbiamente colpisce. E’ soprattutto il rilievo aero-fotogrammetrico a lasciare stupiti: come nota il professor Di Gregorio, la disposizione pressoché rettilinea delle tre piramidi brianzole richiama esattamente la disposizione delle tre stelle centrali (la cosiddetta cintura) della costellazione di Orione, replicata nelle ben più celebri piramidi egizie della Piana di Giza, ovvero Cheope, Chefren e Micerino.
Le tre piramidi brianzole sono conformate a gradoni, come quelle sudamericane, ma che siano state fatte così per mere finalità agricole è da escludere, in quanto l’area collinare delle piramidi è sostanzialmente rocciosa e non per nulla denominata prati magri dalla amministrazione del parco del Curone.

 

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L’ipotesi quindi è che tali piramidi, pur ricoperte da sabbia e terriccio povero nel corso dei millenni, siano costituite a livello sottostante da una realizzazione a gradoni in pietra: si tratterebbe quindi di strutture antropiche, artificiali, alte 50 metri ed evidentemente irrealizzabili con il contributo del lavoro di una sola persona.
Le piramidi brianzole sono poste su un asse obliquo da nord-ovest a sud-est, ruotate quindi di 90° in senso orario rispetto alle tre piramidi di Giza, ciò nonostante replicano in proporzione quasi stupefacente la posizione delle tre piramidi egizie e la disposizione siderale delle tre stelle della cintura di Orione: Alnitak, Alnilam e Mintaka.

 

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La prima piramide è quella a sud ed è la più frequentata dal turista di passaggio: è caratterizzata da uno spiazzo sulla sommità con una decina di cipressi innestati sul terreno, a pianta circolare. La seconda, quella centrale, è meglio conosciuta come Belvedere Cereda.
Tale piramide non è praticabile direttamente come la prima, ciò in quanto è proprietà privata e circondata da una palizzata in legno. In ogni caso, anche da lontano la vista di questo cumulo piramidale troppo regolare non può fare a meno di richiamare realizzazioni piramidali umane di altre parti del mondo, come la centro-sudamericana. Sulla sua sommità le prime investigazioni archeologiche hanno localizzato una costruzione risalente al 500 A.C., di probabile realizzazione celtica, avente probabili funzioni o di tipo religioso o di osservatorio astronomico.
L’identificazione della terza, più a nord est, è invece meno facile, in quanto ricoperta di bosco di carpini e querce: il rilievo aereo tuttavia consente di posizionare e qualificare questa terza realizzazione piramidale con maggiore precisione e certezza. Va detto che, a differenza delle piramidi egizie, costruite partendo da zero con il contributo del lavoro di secoli di migliaia di scavi grazie all’apporto di enormi pietre, in questo caso le piramidi sarebbero state realizzate partendo da nucleo di pietra già esistente, ed asportando il materiale pietroso in eccesso. Come si è detto la zona del Parco del Curone, è – con la Valcamonica - il sito archeologico più antico dell’intera Lombardia. Il professor Di Gregorio ha ipotizzato una datazione relativa, indicando un periodo compreso tra i 4000 e i 5000 anni fa Alcune scoperte ipotizzano l’ingresso nella pianura padana, nel 4500 a.C. di popolazioni provenienti dalla regione anatolica, giungendo in Brianza intorno al 4000 a.C. E proprio in quel periodo storicamente buio gli incontri ravvicinati con forme di vita aliene potrebbero essersi svolti con regolarità, lasciando come testimonianza questo alacre lavoro di scavo piramidale da parte dei primi abitatori della Brianza County.

 

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Crederci, non crederci, che dire? Io sospendo il giudizio, fatevi una vostra idea più precisa cercando nel web “Piramidi Curone” e leggendovi con calma tutto il macello che salta fuori.

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Parchi regionali lombardi a rischio cementificazione

20, Novembre, 2007

Ci risiamo, ecco la politica zoppa, probabilmente cieca, che allunga nuovamente le mani sul territorio, anzi, proprio sui terreni! (in Brianza i terreni stanno diventando come il petrolio, sempre di meno e sempre più lucrosi).
Nel corso della seduta della V Commissione l’assessore regionale Davide Boni (Lega Nord) ha annunciato ulteriori emendamenti alla sua modifica della legge 12/2005 Testo Unico sull’Urbanistica che attribuiscono ai Comuni la facoltà di prevedere - attraverso i PGT, Piani di Governo del Territorio - espansioni insediative nel territorio dei Parchi Regionali.
In caso di contrarietà dell’ente Parco, interviene la Regione Lombardia modificando autonomamente il Piano Territoriale di Coordinamento del Parco Regionale, con procedure addirittura semplificate e accelerate, dando di fatto la facoltà di edificare nel Parco.
La minaccia è seria, il pericolo incombe su tutti i parchi regionali Lombardi come ad esempio il Parco di Montevecchia e Valle del Curone, il Parco agricolo sud di Milano, il Parco della Valle del Lambro, il Parco delle Groane e quello dell’Adda, tanto per citarne alcuni.
Sottoscrivete qui l’appello lanciato da eddyburg.it (un bel sito italiano di urbanistica)  per chiedere che questo emendamento venga ritirato. All’appello hanno già aderito numerose personalità della cultura, le associazioni ambientaliste e numerosissimi cittadini.