Rispondere alla domanda “come possiamo migliorare questa nostra società?”, non è mestiere semplice. Innanzitutto bisognerebbe scontrarsi con coloro i quali sostengono che questo sia un florido periodo della civiltà umana, un periodo - che loro vedono - con meno poveri, meno fatiche, meno sofferenze. Poi bisognerebbe sapere da che parte incominciare la propria disamina, ma anche questo non è affare semplice: la realtà ci ingorga di stimoli negativi, in ogni angolo c’è spazio per notare il dente acuminato e velenoso del post-moderno. Io il post-moderno lo vedo male; non buio, anzi, sovraccarico di lustrini, insegne, luci, schermi sempre più grossi, sempre più fiammeggianti, intermittenti, sfiancanti lo sguardo. E gli occhi sfiniti non posso più rivolgersi altrove, si affogano avidi nel mondo delle sfavillanti luci artificiali.
Ma che momento è mai questo? In cui ragazze vomitano e si contorcono soffocate e stremate da un’università che pare una raccolta punti, una nevrastenica rincorsa al bottino tanto ambito. Che momento, in cui lo sport, un tempo grembo dei buoni valori, è ora svuotato di ogni rispetto per il corpo? Quale strana epoca? Se scienza e tecnologia paiono avanzare come rette pencolanti nel vuoto, senza più motivi. Chi avrà voglia di mangiare la fragola con le proprietà nutritive del merluzzo? Chi di rifarsi il viso ad immagine e somiglianza del belloccio telegenico? Chi di tentare ancora di convincere qualcuno con una buona idea?
Questa volta non voglio mettere sul piatto l’analisi, il pensiero o la riflessione di qualche arguto pensatore, come mi piace far di solito. Stasera mi limiterò ad osservare e rilevare il dato empirico, la realtà che passa davanti ai miei occhi e lo farò riportando un breve episodio.
Una volta c’erano Studio Aperto e Lucignolo, il telegiornale e il programma di approfondimento per quei poveri diavoli a cui una società malposta ha rubato il cervello, c’erano loro ad indicarci la qualità (morale? intellettuale? televisiva?) del popolo italiano, quello che mio nonno, non senza ragioni, chiamava popolo Bue.
Ma questa sera, questa sera di rientro dalla mia giornata piovosa, ho acceso la televisione sperando di poter vedere un telegiornale. Ho acceso e selezionato il secondo canale RAI, quello che un tempo garantiva un livello minimo di accettabilità, il suo videogiornale, un livello minimo di credibilità, ma non c’è stato nulla da fare. Dopo inutili notizie sulla politica, rigorosamente con la “p” minuscola, ecco, al tredicesimo minuto di trasmissione, un servizio sul Napoli che rischia di salire in capo alla classifica di serie A. In quel momento mi sono sentito preso per il ****, mi son chiesto se non ci fosse proprio nulla che potesse prendere il posto di quel servizio. Ma forse mi sono chiesto fin troppe cose, mi sono venute in mente fin troppe cose! Infondo siamo italiani! gente abbastanza poco rigorosa, concediamo anche ai nostri telegiornali un respiro di sollievo, chiudiamo un occhio!
Dopo quest’impeto di compassione, riparto alla visione convinto. Ecco il servizio su MilanoModa. - E’? - Si, insomma, sulle sfilate di moda a Milano, ecco, ora viene intervistato il sig. Max Mara, di cui ignoro il nome reale, che ci dice che la moda è arte, meriterebbe più rispetto da parte dei nostri intellettuali, la moda è ricerca, la moda è progresso. - Bleeh! E’? Sgulp!? -
Ma ho sentito bene, chiedo a voi, ho sentito bene?
Gli intellettuali del nostro paese - ah si, e dove sono? – snobbano la moda, che è arte, progresso, ricerca e cultura. Mentre stendiamo un velo pietoso sul sig. Max Mara, io e i miei due neuroni iniziamo a inveire in coro contro il direttore di questo telegiornale che assomiglia sempre di più ad uno dei tanti omogeneizzati Mediaset che la “tv commerciale” ci propina ogni giorno.
Il direttore di un telegiornale simile, non voglio neanche sapere chi sia, è un giornalista che non sente la responsabilità del proprio operare, un uomo che collabora al rincoglionimento societario!
Sto per spegnere disgustato, quando mi colpisce l’ennesima catastrofe dell’informazione, povera informazione, se essa ha ancora un senso. Ora si parla di un tizio francese che con una barca a vela molto futuristica è riuscito per primo nell’impresa di oltrepassare il mitico passaggio a Nord-Ovest. Si dimenticano però di dirci che, costui, ce l’ha fatta per primo, non tanto per la sua bravura, comunque lodevole, ma perché i ghiacci che rendevano invarcabile il terrifico passaggio si stanno sciogliendo sotto l’effetto dell’ormai celeberrimo “riscaldamento globale”.
Quindi, non è tutto merito del caparbio navigante francese, ma anche nostro!
Notizia veloce, convulsa, superficie dell’informazione, ecco come il potere nel post-moderno abbia abbassato il mitra e impugnato i media. Velocità e superficialità, colori e clamori, questo basta per costruire un paradiso a cristalli liquidi davanti agli occhi, far credere di sapere, quando invece pensare di sapere è la peggiore delle presunzioni.
Così, con le nuove cartucce dei suoi mitra mediatici sparate a raffica, il potere surmoderno ha disarmato la critica. Se tutti possono esprimere la propria opinione, l’opinione diviene fiume, massa, liquido, indistinta, inconsistente. Se tutti possono parlare, nessuno farsi sentire. Se in ogni angolo c’è offerta d’informazione, si genera confusione, confusione che confonde e certo non informa.