Archivio per il 'Riflessioni'Categoria

Magris sull’identità

14, Settembre, 2009

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Magris Claudio - classe 1939

Magris Claudio - classe 1939


Magris, come tante altre volte, esprime una lucida analisi sull’identità e il suo linguaggio. Oggi, nelle pagine del Corriere, scrive: “vivere le radici è l’opposto del localismo folcloristico. La verità umana è nella relazione, in cui ognuno cresce e si trasforma senza snaturarsi”. E a me, a ruota, vengono in mente le parole di altri grandi, come quelle nella colonna qui affianco, di Saramago, o quelle di Eduardo Galeano, che sul tema si pronunciò qualche tempo fa, scrivendo: “siamo ciò che facciamo per cambiare quello che siamo. L’identità non è un pezzo da museo, calmo e tranquillo nella teca di vetro, ma la stupenda sintesi che ogni giorno si compie delle nostre contraddizioni”. Mirabili.

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Indietro tutta

9, Luglio, 2009

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Avrei voluto titolare il post: “ma minchia.. non se ne può più..” e invece opto per un più morbido e nemmeno troppo finemente ironico “Indietro tutta”, di arboriana memoria. Eh sì, perché è quella la destinazione che stiamo perseguendo, viviamo in un paese che galoppa indietro, ormai a velocità imbarazzante, preoccupante, seriamente preoccupante.
Abbiamo già i nostri problemini locali, trivelle e sfruttatori australiani, ci mancava anche il ritorno al nucleare, sentivamo il bisogno di sentirci calpestati, noi, i nostri diritti, la nostra volontà già chiaramente espressa con un referendum ventidue anni orsono.
E’ stato ancora una volta Scajola, sempre Scajola, a presentare oggi, e pure con una certa soddisfazione, il ddl che fa fare all’Italia un balzo indietro di molti anni, che cancella la storia di crescita e maturazione di nuovi equilibri e sensibilità per fare largo a una folle spesa per approntare tecnologie inutili, quando non dannose.
Non sto a farla lunga, e concludo volentieri citando le poche e precise parole di Marco Monguzzi, dell’Associazione per i parchi del vimercatese, che commenta la decisione di oggi così: “Giornata buia per l’Italia. I dinosauri della casta politica, quel gruppo di mentecatti che ci governa, ha deciso di tornare alla tecnologia nucleare (anni ‘70). Per i prossimi 20 (venti) anni butteremo soldi pubblici per progettare e costruire centrali nucleari obsolete per la gioia di progettisti e costruttori, strano vero? Poi ci accorgeremo che il mondo è andato da un’altra parte e sarà troppo tardi”.

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Kierkegaard, la nave e i deliri di B.

8, Febbraio, 2009

America Latina, Weimar o Spagna franchista: basta scegliere la rievocazione storica più adatta, in questi giorni, in questo paese.

La politica che strumentalizza e si intromette con arroganza negli affari personali, nelle scelte che attengono all’intimità e alla volontà di una famiglia, che abbandona senza scrupoli il ruolo regolatore che gli è proprio. Una politucola che ascolta “i cori delle osterie padane”, come ha sostenuto qualcuno qualche giorno fa, che nega la possibilità di una prima assistenza ai clandestini, che scheda i clochard, autorizza le ronde, sputando in faccia alla dignità della persona (una dignità, che comprendiamo essere relativa, legata al ceto e alla provenienza). C’è dell’altro e sembra fatto apposta per chiudere la partita col sistema democratico: l’attacco al sindacato, il disprezzo profondo per le regole del gioco, le intercettazioni impedite, le ripetute violazioni della Costituzione e l’aperta volontà di sottomettere ciò che resta della magistratura indipendente.

Negli ultimi giorni, Berlusconi non si è limitato al tentativo apparentemente maldestro e avventato, certamente nullo sul piano giuridico e irresponsabile su quello politico, di far passare un decreto che sostituisse la sua opinione personale alla sentenza emessa dalla Cassazione, ma è andato oltre, ignorando il potere di garanzia che la Costituzione attribuisce al capo dello stato. Siamo ormai davanti alla becera azione di un uomo giunto al pieno delirio di onnipotenza, che dichiara senza vergogna di volerla riscrivere, la Carta Costituzionale. Un documento – stando alle sue parole – redatto chissà sotto quali arcane influenze sovietiche.

Insomma, quel che voglio dire, senza spendere altre parole su questo paese, ahinoi, ridotto a schifo, è che le decisioni di questi giorni, non possono generare allarme, non possono sorprendere: l’allarme è scattato ormai da tempo e la cosa preoccupante è che nessuno più lo sente.

Kierkegaard scrisse, in tempi non sospetti, nei suoi diari: «La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma il menù del giorno dopo». Perfetta metafora. Il popolo delle libertà (sì, ciao) sta facendo proprio questo: in coro annuncia il menù del giorno dopo, appaga le pance, gli istinti più bassi, e se ne fotte serenamente della rotta.

Risultato: la nave sta affondando, ma nessuno vuole smettere di cenare. E questo è veramente il peggio, è veramente il segno della povertà morale raggiunta da questo paese, costruita in questo paese.

Ma ci svegliamo? ..o, ditemi, dove finiremo di questo passo?

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Le campane, il coro e l’identità brianzola

7, Gennaio, 2009

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Giornale dell’epifania. Si racconta del diverbio tra un abitante di Rogoredo, il parroco (o chi per esso: ormai, i parroci, sono come i panda) e, a far da coro, la popolazione.

Va bé, voi direte, argomento da befane e magi. Sì, appunto. Ma c’è una nota antropologica che val la pena di evidenziare e su cui tornare a riflettere non appena parliamo di “noi”.

Si legge, infatti, nelle ultime righe dell’articolo: «La gente del paese, intanto, continua a sostenere il suono delle campane e l’utilizzo degli altoparlanti dell’oratorio: “fa parte della nostra tradizione e della nostra religione” commentano alcune donne della frazione casatese: “il suono delle campane scandisce da secoli i ritmi della vita di campagna, il passare delle ore, è una melodia che da sempre entra nelle nostre case, ed è giusto mantenere e difendere questa tradizione” […] una tradizione che può sembrare legata ai secoli passati e che poco si addice ai ritmi frenetici della vita moderna, ma ancora radicata nell’animo di molti abitanti del posto».

Certo, i brianzoli, son gente strana: si battono in difesa della retriva tradizione, del passato e della religione, quando si chiede loro di regolare diversamente il suono di campane e altoparlanti, si adirano e inveiscono, quando qualcuno toglie dalla (dimenticata) collocazione originaria una madonnina, e stanno zitti o sembrano non vedere quando, davanti alle loro finestre, viene sventrato qualche ettaro di campagna  e compare un fitto quartiere residenziale, quando insultano la bellezza di una cascina con ristrutturazioni discutibili o la affiancano, ad esempio, al nuovo comparto produttivo Ferrarini-Vismara. Quando qualcuno butta una carta per terra.

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.. ma il celebre Mericanel della Brianza avrà anche lui questo caratteraccio?

.. ma il celebre Mericanel della Brianza avrà anche lui lo stesso caratteraccio?

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Difficile capire i motivi che soggiaciono reconditi a un simile comportamento: in questo piccolo frammento di vita locale, nelle sue tante storie, si scorge un micro-universo declinato tra il bigottismo cattolico ad oltranza, una storica tradizione che protegge e valorizza l’interesse personale (a detrimento dei valori di comunità) e una visione limitativa dell’altro (fonte di competizione e maldicenze, occhi da cui proteggersi, salvo quando si va in ferie: allora, gli si chiederà, magari, di dare un occhio all’abitazione!).

Dato che ci si è storicamente mossi in questo milieu, e si è respirata quest’aria, tutto quello che “oggi” in qualche modo riporta a “ieri” è, possibilmente, visto di buon occhio: garante del tempo che passa (ma non più di tanto), della propria condizione sociale, dello status, dei diritti e delle occasioni che ci si offrono.

Insomma, se si è cresciuti nell’errore, è conforto all’identità perseverare.

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La cura

31, Dicembre, 2008

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Non so dire con precisione, riesco solo a intuire i  motivi che rendono queste righe di Hermann Hesse le più adatte a chiudere simbolicamente un anno di contraddizioni e aprirne uno ugualmente contradditorio.

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“Ci sono due vie per conseguire la redenzione: la via della giustizia, per i giusti, e la via della grazia, per i peccatori. Io, che sono un peccatore, ho di nuovo commesso lo sbaglio di tentare con la giustizia. Cosa che non mi riuscirà mai. La giustizia, che è il dolce latte del giusto, è, per noi peccatori, altrettanto veleno, e ci rende cattivi. E’ il mio destino, ch’io debba sempre ricadere in questi tentativi sbagliati, come, anche in campo spirituale, è mio destino che, pur essendo poeta, io debba sempre ritentare di domare il mondo col pensiero anziché con l’arte. E’, da parte mia, un continuo rifare questi lunghi, faticosi, percorsi solitari, un continuo insistente ricorso alla ragione, e ogni volta finisco in uno stato di dolore e smarrimento. Ogni volta, però, a questa morte segue la rinascita, ogni volta torna a toccarmi la grazia, e il dolore e lo smarrimento non sono più un gran male, gli sviamenti sono stati un bene, le sconfitte una benedizione, perché mi hanno rigettato fra le braccia della madre, mi hanno reso di nuovo possibile l’esperienza della grazia.

E così voglio smetterla di moralizzare a tutto spiano su me stesso, non voglio più biasimare né rimpiangere né accusare i miei tentativi razionalistici e psicologici, né i miei sforzi per curarmi né le sconfitte e le disperazioni. Non è finito tutto bene? Non torno forse a sentire la voce di Dio? E allora è tutto a posto.

Non mi riuscirà mai di piegare l’uno verso l’altro i due poli dell’esistenza, di scrivere la melodia a due voci della vita. E tuttavia continuerò a obbedire all’oscuro comando che mi viene di dentro, e ritenterò sempre la prova. Perché è questa la molla che fa camminare il mio piccolo orologio”.

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Abitare

5, Novembre, 2008

L’idea di lasciare qualcosa in più, manca.

E’ una nota un po’ pretenziosa, forse un po’ snob, estemporanea, questa; una di quelle note che viene all’inizio di una giornata così; una nota di pioggia, forse. O una nota che somiglia a una riserva, baluardo della lentezza e del gusto nella società del tempo-denaro.

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tempo-sospeso1

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Ma credo sarebbe utile che ci pensassimo sopra tutti, per un momento.

Basta veramente poco per rendere felice uno scambio, qualsiasi esso sia. Una mail, un favore, un passaggio, un incarico, forse anche il modo di sbadigliare. Forse. Renderlo felice, lo scambio, dico, significa rendere felice il destinatario ed esprimersi in modo originale. Cose che pagano, con calma.

Fermiamoci un attimo e cerchiamo di prendere questo qualcosa in più come punto focale delle prossime ore, del nostro tempo.

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Pillola di saggezza non richiesta delle ore 6.32 antimeridiane.

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