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Paolo Trezzi, scrivendo a Don Giorgio De Capitani, solleva un tema che mi è caro e che sento molto. In sostanza, dice: la rete, i blog, gli articoli, sì, tante belle cose, tante belle parole, ma non servono – loro, le idee ivi espresse, gli intenti – se non passiamo alla pratica, al metterle in pratica, le idee.
E’ un pensiero che condivido, almeno in parte. Forse quello che mi ha spinto ad accettare una candidatura alle scorse elezioni comunali e a lavorare ormai da tempo con qualche associazione: la necessità di provare a tradurre l’idea in azione. Difficile, sì.
Troppi parlano e pochi traducono in concreto, o ci provano (sarebbe già molto). Credo sia una sensazione che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi, ma è problema che, forse, magari, con tutti i dubbi del caso, diventa più attuale ora, oggi, in un momento sociale trascorso sempre più allo specchio, con sempre più specchi, incline ad indugiare, soffermarsi, su ogni sua azione, sulle proprie presunte bellezze.
Al di là di questa ipotesi, una cosa la si deve, ai portatori di un messaggio culturale: il loro è un lavoro lungo, un lavoro che ha tempi molto diversi da quelli quotidiani, sempre più brevi. E’ un lavoro simile a quello agricolo, agricolo tradizionale, azioni che danno frutto in tempi lunghi. E’ un lavoro fatto di stagioni, di semina, attesa e raccolta. Un lavoro per cui ci vuole speranza, e una promessa nel cuore. Come quella citata da Baricco che cita McCarthy.
Da ultimo, un lavoro, quello di Don Giorgio e degli altri – oggi non molti, per il vero -, che, posso dire, ha avuto concreti effetti su di me. E non è poco.
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