Archivio per il 'Sociologia'Categoria

Niente Regno dei Cieli per trans e gay

4, Dicembre, 2009

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Card. Javier Lozano Barragan

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Gli omosessuali e i trans «non entreranno nel Regno dei cieli», afferma oggi il card. Javier Lozano Barragan. L’ex presidente del Pontificio consiglio per la pastorale degli operatori sanitari(?), tuttora membro di varie congregazioni pontificie, ha citato in proposito un passaggio della Lettera di San Paolo ai Romani (capitolo primo, versetti 26 e 27, per la precisione), dove si parla di persone «impure» abbandonate a «passioni infami».

Mi domando: ma con tutte le problematiche, i malanni, le storture, di questi “tempi tristi”, perchè la gerarchia ecclesiale continua a curarsi del fatto che le zebre siano a pois e non a righe? E, infine, sicuri che San Paolo parlasse proprio di loro e non di altri?

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Crisi che avanza

30, Novembre, 2009


Armi e minareti. L’esito del referendum svizzero che riempie i giornali di oggi assomiglia a una ulteriore conferma della crisi economica e sociale che attraversa l’Europa, senza lasciarla.
Ambizioni frustrate, insicurezza, assenza di prospettive solide, sono gli ingredienti con i quali costruire un successo elettorale e un regime fondato sulla paura (del diverso, del nuovo, di chi ci ruba il lavoro e le tradizioni). Insicurezze e timori che – legittimamente – covano in tutti noi, ma che sempre più spesso vengono esasperati e riproposti in modo strumentale. Basti dire che i dati sui reati sono in calo, mentre la percezione della paura cresce.

Niente di nuovo: la fascia pedemontana tra Veneto e Lombardia e l’esperienza della Lega Nord ce lo insegnano. Certo, il fatto che questo modo di pensare superi la frontiera e lentamente contagi gli abitanti d’oltralpe segna il dilagare di una crisi più complessa e ampia, che esula dalla casistica italiana e non può essere ridotta all’interpretazione della stessa.

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Capitalismo parassitario

11, Novembre, 2009


E’ in libreria “Capitalismo parassitario” l’utlimo lavoro di Zygmunt Bauman.
Vale la pena di leggerlo: il ragazzo (ottantacinquenne) ha talento analitico da vendere e, con grande chiarezza, spiega cosa sta succedendo oggi, qui attorno, e cosa potrebbe succederci domani.

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«E dunque tutti noi, per gran parte del nostro tempo e quale che siano le nostre momentanee preoccupazioni, somigliamo agli spinarelli, i pesci esposti a segnali conflittuali e disorientanti in un famoso esperimento di Konrad Lorenz. Lo strano comportamento dello spinarello maschio, incerto su dove si collochino i confini che separano schemi di comportamento contradditori, sta diventando rapidamente il modo di agire prevalente in ogni essere umano, maschio o femmina che sia. Le risposte a segnali confusi tendono ad essere altrettanto confuse. In assenza di precedenti affidabili e di schemi di comportamento collaudati, si reagisce di regola per tentativi ed errori. Usciamo da una confusione (quasi sempre tirandoci su per gli stivali, come il barone di Münchhausen) solo per approdare a un’altra confusione. E in questo processo non impariamo molto, a parte la necessità di prepararci ad altre situazioni ambigue e precarie e di sopportare le conseguenze di nuovi passi falsi. “Vali quanto il tuo ultimo successo”: questa è la regola di buon senso per vivere in un mondo in cui le regole cambiano durante la partita e una regola non rimane quasi mai valida più del tempo necessario a impararla e memorizzarla. I tassi di successo ottenuti con le risposte apprese ed esercitate in condizioni di routine si riducono rapidamente; lo slogan di oggi è “flessibilità”. La capacità di abbandonare rapidamente le abitudini correnti diventa più importante del saperne apprendere di nuove. Siamo tutti costretti a porre in atto come norma lo stile di vita che Kierkegaard, un paio di secoli fa, trovava patologico in Don Giovanni: che, cioè, egli “costantemente finisca e costantemente possa ricominciare”. […] In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati».

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Qualcosa che – chi più chi meno – stiamo sperimentando tutti, tutti i giorni. Mannaggia.

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Il crocifisso in classe, ma anche no.

4, Novembre, 2009


Torna oggi la polemica, abbastanza logora, sul crocifisso in classe.
Dal punto di vista antropologico, sono cauto – non ho maturato una posizione precisa -, certo è il fatto che, almeno per quanto concerne il diritto, quella sul crocifisso, è una querelle senza ragion d’essere.

Il crocifisso, infatti, fu reso obbligatorio quando il fascismo dispose che quella cattolica era la religione dello Stato, quando cioè dei regi decreti diedero una base giuridica a quest’abitudine; già nel dopoguerra, però, la Costituzione sancì l’eguaglianza delle religioni di fronte alla legge,  poi ribadita dalla revisione del Concordato. Correva l’anno 1984.

L’Italia da allora è uno stato perfettamente laico – dovrebbe esserlo – e ogni simbolo religioso quindi dovrebbe avere medesimi diritti.

La promessa nel cuore

13, Agosto, 2009

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Paolo Trezzi, scrivendo a Don Giorgio De Capitani, solleva un tema che mi è caro e che sento molto. In sostanza, dice: la rete, i blog, gli articoli, sì, tante belle cose, tante belle parole, ma non servono – loro, le idee ivi espresse, gli intenti – se non passiamo alla pratica, al metterle in pratica, le idee.
E’ un pensiero che condivido, almeno in parte. Forse quello che mi ha spinto ad accettare una candidatura alle scorse elezioni comunali e a lavorare ormai da tempo con qualche associazione: la necessità di provare a tradurre l’idea in azione. Difficile, sì.
Troppi parlano e pochi traducono in concreto, o ci provano (sarebbe già molto). Credo sia una sensazione che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi, ma è problema che, forse,  magari, con tutti i dubbi del caso, diventa più attuale ora, oggi, in un momento sociale trascorso sempre più allo specchio, con sempre più specchi, incline ad indugiare, soffermarsi, su ogni sua azione, sulle proprie presunte bellezze.
Al di là di questa ipotesi, una cosa la si deve, ai portatori di un messaggio culturale: il loro è un lavoro lungo, un lavoro che ha tempi molto diversi da quelli quotidiani, sempre più brevi. E’ un lavoro simile a quello agricolo, agricolo tradizionale, azioni che danno frutto in tempi lunghi. E’ un lavoro fatto di stagioni, di semina, attesa e raccolta. Un lavoro per cui ci vuole speranza, e una promessa nel cuore. Come quella citata da Baricco che cita McCarthy.
Da ultimo, un lavoro, quello di Don Giorgio e degli altri – oggi non molti, per il vero -, che, posso dire, ha avuto concreti effetti su di me. E non è poco.

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Don Giorgio: nella vita interessatevi

3, Agosto, 2009

Don Giorgio De Capitani

Don Giorgio De Capitani


Ieri, per motivi di lavoro, non ho potuto essere a Monte di Rovagnate tra i molti che hanno manifestato solidarietà a Don Giorgio, e con lui difeso la libertà di espressione.
Leggo però che sì è trattato di un grande momento: molte sono state le persone raccoltesi attorno alla piccola parrocchia di Monte. Don Giorgio, dal suo pulpito, non ha mancato di pronunciare le consuete parole piene di ossigeno, ossigeno culturale, quell’ossigeno che manca spesso, in questo momento. Date una lettura, e valutate da voi.
Le centinaia di mails e messaggi e lettere giunte in questi giorni a Don Giorgio, visibili sul sito e su facebook, dimostrano la necessità del messaggio, l’urgenza di avere qualcuno che se ne faccia portatore, l’importanza, insomma, del lavoro svolto in questi anni.
Penso che, alla fine di questa spiacevole vicenda, a “vincere” sia ancora lui, Don Giorgio, che ha potuto apprezzare di più e meglio il valore della sua missione, del suo seguito, e di certo guadagnato visibilità portando il suo messaggio un poco più lontano, magari là dove non sarebbe altrimenti arrivato.
Nell’omelia pronunciata oggi parole di speranza e di stimolo, parole che condivido in toto e invito nuovamente a leggere. C’è anche un passaggio che mi (ci) “tocca” da vicino, eccolo: “La mia paura è che, passate le occasioni, tutto torni come prima, e i sogni rimangano sogni. Tocca ai giovani partire a fare la rivoluzione. Mi entusiasmo quando sento che i giovani si muovono. L’onda studentesca mi ha ridato per un momento grande speranza. Poi… Tanti giovani vorrebbero fare qualcosa. Non fraintendetemi. Impegnarsi nel volontariato sociale è una bella cosa. Ma può essere un alibi, e talora può far comodo al potere che ha la testa altrove. Oggi mancano giovani “politici”, giovani che non si limitino a dei gesti di carità, speriamo di gratuità, ma giovani con idee nuove, aperti al futuro, che osino al di là del momento storico, che tentino qualcosa che apra una strada nuova. Non basta più far qualcosa, occorre osare di più, elevando la cultura politica o quella visuale della società che si chiama decrescita felice o sviluppo sostenibile. Non sto qui a spiegarne i termini. Interessatevi”.
Trovo di grande respiro l’esortazione e in particolare l’invito finale: “interessatevi!”, approfondite, non brancolate nel vuoto offerto gratis ad ogni angolo come ottenebrati.

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