La nostra soggettiva del giorno parte da un punto di vista altro, aulico e letterario. Il nostro umile cammino sui sentieri del post-moderno si incontra oggi con la ricchissima pagina di Claudio Magris, scrittore di una volta, accademico, rigoroso, ma anche chiaro e profondamente vissuto.
La qualità di Magris è la qualità della letteratura di un tempo perduto, della pagina intrisa di colti richiami, riferimenti, allusioni. Spunti che possono essere còlti - e ciò dà una esatto valore della caratura della sua prosa - o trascurati - e questo poiché la pagina di Magris é vissuta, e quindi adatta alla comprensione di chiunque professi il mestiere; quel mestiere che nelle sue differenze è assai uguale per tutti.
Propongo qui di seguito la lettura di un piccolo brano tratto dalla prefazione de “L’infinito viaggiare”, non un romanzo, ma una sorta di diario di bordo che Magris ha compilato nelle sue peregrinazioni mitteleuropee e altrove. Un diario che, come sopra, sa essere semplice e ricco di spunti, riflessioni, riferimenti, allo stesso tempo. Appunti di viaggio dallo stile unico per quanto estremamente disciplinato ed esigente.
Forse è soprattutto nei viaggi che ho conosciuto la persuasione, nel senso dato a questa parola da Carlo Michelstaedter: la vita autosufficiente, libera e appagata.
La persuasione: il possesso presente della propria vita, la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi, senza considerarlo semplicemente un momento da far passare presto per raggiungere qualcos’altro.
Ma quando viaggiavo nei vasti paesi danubiani o nei periferici microcosmi, avviandomi in un certa direzione sempre disponibile a digressioni, soste e deviazioni improvvise, vivevo persuaso come davanti al mare; vivevo immerso nel presente, in quella sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere lieve e a ciò che reca la vita – come una bottiglia aperta sott’acqua e riempita del fluire delle cose, diceva Goethe viaggiando in Italia. In un viaggio vissuto in tal modo i luoghi diventano insieme tappe e dimore del cammino della vita, soste fugaci e radici che inducono a sentirsi a casa nel mondo. […]
Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l’emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell’attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell’incontro, della seduzione e dell’avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all’amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, un’odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. “Perché cavalcate per queste terre?” chiede nella famosa ballata di Rilke l’alfiere al marchese che procede al suo fianco. “Per ritornare” risponde l’altro.
Come preannunciato, in poche righe si è detto e riflettuto su una molteplicità di argomenti chiamando in causa le antiche pagine della densissima tradizione culturale europea.
Insomma, non ci si può sbagliare, è Magris.
Volendo stendere una prima serie di considerazioni sulla pagina, sperando di non banalizzare troppo, si potrebbe dividere l’intervento magrissiano in due punti focali: nella prima parte del brano sembra infatti prevalere una riflessione sul tempo vissuto, il tempo della vita, il tempo percepito, base che servirà come fondamento per le considerazioni sul viaggio, i luoghi e la loro conoscenza, che sono oggetto e principale attenzione di una ipotetica seconda parte.
Anche da queste pagine, nelle scorse “soggettive”, avevamo avuto modo di cogliere il nesso tra spazio e tempo, addirittura definendo il secondo come dimensione del primo. (Sarebbe allo stesso modo interessante pensare questo rapporto rovesciandolo: pensare allo spazio come a una dimensione, una derivazione, del tempo. Una tesi piuttosto originale, e non senza basi per una dimostrazione, che però non mi pare il caso di affrontare ora.) In “soggettiva prima” eravamo infatti arrivati ad affermare con meno sintesi e meno incisività che “per vedere un luogo occorre rivederlo”.
Oggi, invece, vorrei limitare le mie fantasie e porre alcune questioni legate alla percezione del tempo del vivere e quindi alla prima parte del brano.
La prima domanda che mi viene rileggendo queste parole di Magris, è la stessa che mi viene ogni qualvolta rivedo il film “L’attimo fuggente”. Occorre ancora un preambolo però - del resto stiamo parlando di Magris. Nella società industriale solida e formata sul modello temporale del ciclo di produzione, cogliere l’attimo aveva un determinato senso, era la via di fuga dal processo di alienazione provocato dalla ripetitività dei gesti e del vivere. Oggi, nell’era del consumismo, l’attimo è tutto, non più via di fuga dall’avvilente monotonia, ma unico momento di sollievo da una vita irrimediabilmente ansiosa, è l’istante in cui si può godere senza pensare, non momento in cui ritornare a “sentire” ma attimo in cui trovare un modo appagante per evadere l’ascolto. O si lavora o si consuma e l’attimo tende a somigliare alla distanza che, al Luna Park, c’è tra una giostra e l’altra , un istante da scavalcare veloci per correre alla prossima attrazione.
Bauman nel suo “La società individualizzata” sostiene – proprio per tali ragioni - sia inadeguata la vecchia, frommiana, domanda “Avere o Essere?” in quanto oggi si è realizzata una terza modalità dell’esistere precedentemente incontemplata, il “Consumare”.
La modalità dell’Avere, fondante la logica industriale dell’accumulazione, prevedeva nel bene e nel male una visione di lungo termine e la società industriale era una società comunque concepita sul risparmio e sul risparmiare in previsione di qualche cosa. Oggi al contrario, spiega il crasto Bauman, la maggior perversione del modello risiede proprio nell’assenza di una qualsiasi visione progettuale; assenza imputabile ad un presente che non garantisce risposte stabili e valide a lungo termine. La mancanza di un lavoro duraturo che interessa un sempre crescente numero di individui, il venir meno degli impianti statali di welfare e assistenza, e altro ancora, hanno condotto inevitabilmente ad una condizione in cui è difficile avere una salda presa sul presente. E, come sosteneva Bordieu, senza una salda impugnatura sull’oggi, risulta tanto più difficile maneggiare il domani.
E’ quindi il momento di chiedersi, porre al fianco i temi del viaggio e della conoscenza del territorio è infine sbagliato?
Magris s’è contraddetto? Magris, per una volta, ha preso un abbaglio?
No, e infatti nello scorrere delle pagine disamina alla stessa maniera di Bauman e soci.
Vari sono i modi del viaggiare, va lentamente sottolineando Magris, ma fondamentale è la distinzione tra quello classico e quello contemporaneo. Nell’Ulisse, Joyce mostra l’ultimo esempio del primo: l’andamento è circolare, il ritorno è a casa, anche se proprio quell’esperienza ha modificato il significato che si attribuisce alla casa stessa. Il moderno viaggiare invece ha un andamento rettilineo (“una retta che avanzi pencolando nel nulla”) e diventa un fuggire, un rompere limiti e legami, lo scoprire la precarietà del mondo e quella del viaggiatore, così che l’io inizi a disgregare l’identità e produrre un altro uomo. “Un cammino senza ritorno, alla scoperta che non c’è, non può e non deve esserci ritorno”, che non si può e non si deve essere gli uomini di prima.
Cogliere l’attimo è allora un messaggio che avvalla un modello sbagliato? Un modus vivendi che obbliga a definire la progettualità a lungo termine come una briglia, come qualcosa, scrive Magris, che “annienta”? E se così fosse, senza più un progetto dove andremmo a finire?
Luc Ferry, in un recente articolo intitolato “Una minaccia per l’umanesimo?” affermava che il progresso: “è diventato un movimento senza una causa, che sfugge a qualsiasi controllo, che procede per conto proprio senza alcuna destinazione o finalità; come un giroscopio o una bicicletta che non ha altra scelta che continuare a muoversi o cadere. ”
E’ forse questa la verità?