Archivio per la categoria ‘Soggettive’

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Tupperware

12, Luglio, 2008

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Tupperware. Lo so, non vi suona chiaro questo titolo, non suona neanche a me; è che vorrei affidarmi a un immagine-guida, a un iconema che ci orienti lungo la prossima pagina. Vorrei scrivere qualcosa per noi, per noi che siamo giunti alla fine del sentiero e, come pecore spaesate, ci raduniamo al crocevia da cui si stagliano più strade.

Quale strada? Forse dovrei costruire una bussola, o forse no, niente di peggio: otterei il risultato opposto. Per noi giovani, neo, laureati, vorrei scrivere una pagina su cui ridere in futuro, o sulla quale in futuro rimpiangere lo spazio per esprimersi alla stessa maniera.

Perchè una pagina per noi? Perchè l’estate, l’estate dopo la fine dell’università, è un po’ come quando uno inizia ad affrontare il cortile in bici senza le rotelle; e lo so: mi può capire solo chi ce l’ha avuto, un cortile, uno spazio aperto, una piazza in comune, per giocare; e una bicicletta, ovviamente.

Oggi, dicono che gli spazi aperti e pubblici sono merce rara, bestie in via di estinzione. Al contempo, le più innovative teorie di management consigliano di prendere il lavoro in ufficio come un gioco.

Sarà. Dico io. Meglio non farci caso, il discorso si farebbe lungo. Torniamo al dunque.

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Piccole realtà crescono

17, Giugno, 2008

“Piccole realtà crescono” quale titolo migliore per raccontarvi in due righe l’onesto cammino del Gruppo Valle Nava. Siamo da poco partiti e da poco abbiamo lasciato alle spalle Naturalmente, Brianza.., la manifestazione che, pur con tutti i suoi difetti, ci ha regalato quattro giorni di impegno e buona compagnia. Non ci fermiamo, non ci ferma l’estate che tarda ad arrivare. Si fanno grandi progetti, ahimé, - va detto - forse molto ambiziosi per le attuali risorse, ma che rendono senso ai prossimi mesi e impegnano un gruppo a maturare un percorso non fatto di eventi estemporanei, ma di raccolta, presenza, piccoli miglioramenti. Insomma, io imparerò i nomi delle erbe e qualcun altro imparerà a distinguere una cinciallegra da un fringuello (e non solo, ovviamente). Ultimo, non per importanza, rimane il bel piacere di stare insieme, che tra i soggetti interessati non manca proprio.

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Breve considerazione sul tempo

30, Marzo, 2008

Si avvicinano i giorni in cui il sentiero della formazione “accademica” sfumerà, diventando molti sentieri. Nascono domande, interrogativi sul domani, si ha la sensazione, ad un tempo libera e timorosa, per cui pare che le scelte fatte ora possano condizionare cospicuamente il prossimo futuro. Sbagliamo, come al solito, pensando e proiettandoci nel domani, vivendo in ansia l’oggi. Siamo sempre di fretta, rincorrendo un momento dietro l’altro, ogni giorno aumenta la nostra esigenza di volere subito; non parlo poi di me e in generale dei giornalisti: loro nei momenti più bui vivono alla rincorsa di attimi che non esistono, creati all’interno di una speciale bolla dove confluiscono correnti e umori ambigui e vengono gonfiate notizie che non esistono, alimentate solo dal desiderio di arrivare primi e scavalcare l’”avversario”. Consumare e arrivare primi, due istinti portati al limite da questo tempo, riferibili ad ogni campo ed estremamente suadenti, efficaci. Due vizi che ci costano cari perché rubano l’oggi, il qui e ora, tolgono sapore alle pietanze che ingurgitiamo sans souci, pensando già alle prossime portate. E’ poi terribile di questo meccanismo la capacità auto-fertile: il meccanismo più ruota e più si rende fecondo, più acceleriamo e più vorremmo accelerare. In questa società che utopicamente si slancia verso la velocità assoluta siamo compresi tutti, chi più e chi meno, i consapevoli, i saggi e gli sprovveduti. Il ritmo lo detta la tecnologia, che accelera la vita oltre le sue stesse proporzioni antropologiche, figlia che favorisce e assiste involontariamente il proprio padre - la logica di potenza che in questo momento è incarnata, più di ogni altro, dal potere economico. Pensateci bene, e mi ci metto anch’io, la tecnologia velocizza stimoli e contatti, ma li moltiplica a dismisura, in modo tale che il nostro tempo subisca una compressione sempre più forte a scapito dei contenuti, della qualità e della consapevolezza con il quale viene vissuto.

 

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Quando si è entrati nel ritmo diviene difficile accorgersi della poesia di un verso, di certi suoni, di certi odori. L’ambiente naturale prosegue con i suoi cicli e le nostre vite, ecco la relativa novità dell’oggi, si stagliano veloci e sottili in linea retta, questa è la causa delle nostre nevrosi, dei nostri disagi, perdiamo ogni giorno il “bio filo” che ci collega all’ambiente, inteso nel suo senso più lato. Senza scomodare Nagarjiuna, le scuole orientali o i filosofi classici, non occorre molto per ritrovare la naturale logica della vita, la “bio logica” (se non sembrasse qualcosa di brutto), la vita è adesso, e una adeguata riflessione sul tempo rimetterebbe in discussione molto dei nostri odierni stili di vita basati sul continuo inseguimento. Il presente è certo. È sicuro, è quello che abbiamo o semplicemente è; il passato è trascorso e sedimentato in noi e guida e condiziona il nostro presente; su di esso non possiamo agire; il futuro è una aspettativa non verificabile. Eppure certa logica ci invita ogni giorno a sacrificare il tempo, la persona, l’uomo e l’unica esistenza a disposizione in loco, senza accorgerci che la vita è essere, qui, adesso. Con questo non mi schiero ne con l’attimo ne con il progetto, che da soli e senza l’altro non andrebbero da nessuna parte, dico solo che noto attorno sempre più scarsa consapevolezza del tempo, del tempo umano, siamo invece sempre più pieni del tempo misurato e quantificato, da quanti più strumenti tecnologici (si badi, non è una critica alla tecnologia in sé e per sé, non si può criminalizzare lo strumento, ma il suo uso più o meno consapevole). Potrei correre, affrettarmi, cercare ogni spazio per salire scale, scrivere quanti più articoli, assumermi sempre nuove responsabilità, stipendi più allettanti, e, ammesso di farcela, che succederebbe poi? Poi non avrei avvertito nemmeno la vita, sarei con buona probabilità un grande professionista, ma un uomo scarno. Parlo da peccatore ovviamente. Nei miei sonni non vorrei esser colto dai miei peggiori incubi diurni, ossessionato da problemi che attengono al giorno, nei miei sonni vorrei viaggiare in sogno, vorrei ritrovare il linguaggio e la freschezza che nell’intorno abbruttito e bifolco si trovano sempre di meno.

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Il paese delle pesche gialle

4, Febbraio, 2008

 

Riuscire a fuggire il pomeriggio di pioggia nella distrazione. Seduto sul vecchio divano incassato nell’ombra della cucina d’inverno mio nonno, che non lo fa spesso, tra nuvole di sedano e condensa, si è lasciato andare al racconto, e io mi son perso. Lasciato ad un mondo proiettato sul muro bianco e scalcinato vissuto con le parole e i segni dell’esperienza, mi son fatto raccontare di quando questo paese era composto da una ventina di cascine e frutteti orti sentieri, boschi perfetti e ben tenuti campi disegnati dai gelsi. E ancora di quando Casatenovo – e chi lo avrebbe mai detto ?! – era il paese delle pesche gialle e passava il tramvai (avevamo rotaie e le abbiamo smantellate!!)… di quando si moriva giovani e, normalmente, ubriachi.

Che mondo strano, incantato, anche se probabilmente non migliore di oggi.

Cosa ti viene in mente? il cambiamento, la memoria, l’insignificanza, una cultura scomparsa? vedo segni del tempo e rughe nel territorio continuamente sottoposti al bisturi distratto dell’immobiliarismo, iniezioni di botulino e cemento. E poi il vuoto per un istante, il silenzio che riempie l’aria per poi aprirsi a piccoli fruscii canti lontani rumore di terra voltata. E di nuovo la Santa, il traffico, 60000 motori ogni giorno, 240000 pneumatici.

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Bilancio annuale d’esercizio

1, Gennaio, 2008

Quando esprimo i miei auguri per l’anno nuovo vivo una breve esitazione, come se per un istante si risvegliasse in me la consapevolezza che tutto da un momento all’altro potrebbe cambiare. Quando penso a questi grandi cambiamenti, però, li vedo sempre e solo come eventi negativi, peggiorativi, traumatici, mai come orizzonte del miglioramento.
Solo negli ultimi mesi del 2007, questo mio presagio negativo è stato rinfrancato da numerosi avvenimenti: abbiamo sentito nuovi proclami di guerra provenire da quella scimmia statunitense, li abbiamo sentiti rivolgere a quei nemici che egli crea con le sue stesse mani, abbiamo sentito risvegliare un brivido del passato e riaccendersi la parola “Guerra fredda”, nuovamente sentito parlare di “nucleare”, come se fossimo stati ricatapultati nei più bui anni ’80.

Queste sono solo briciole, andrebbe detto molto altro, la lista dei rischi, delle preoccupazioni e delle ombre è sempre in crescita, mentre la lista degli aspetti positivi si stempia di un poco ogni anno. A queste considerazioni clamorose, poi, andrebbe aggiunta una sana presa di coscienza nei confronti dei cambiamenti subdoli, lenti, quasi piacenti, di un modello sociale che passa sopra l’uomo e lentamente lo annulla, rendendolo schiavo. Detta così suona altisonante e freddina, ma guardiamoci attorno, ci stanno togliendo l’aria, avvelenata, ci stanno togliendo la terra, occupandola con il cemento, ci stanno togliendo i paesaggi, svilendo al natura e alzando muri sempre più alti, fra poco ci toglieranno anche l’acqua. Stanno uccidendo i particolari, qualche reazionario difende valori morti, altri negano i valori umani al di là di razza e cultura. La grande macchina sta uccidendo o ridicolizzando le radici, ci vorrebbe tutti nello stesso substrato: una cultura che dispregia i vecchi, l’impegno e l’altro - una cultura morta e, tristemente, la nostra cultura.
Ci tolgono la possibilità di scegliere ma lo fanno con le dovute anestesie di massa, sempre con un sorriso. L’intrattenimento è deconcentrazione e frivolezza. I media ne fanno un modello di vita. La vita è mediatizzata e si riflette nei media. La vita è superficialità.

Lasciando i grandi temi, a livello personale questo 2007 ha segnato un avvicinamento al mondo della politica locale - prima sempre e solo guardata da lontano - intesa nel senso della possibilità di agire partendo dal livello a noi più vicino. Credo che gli amministratori locali abbiano una buona fetta di responsabilità nei confronti della disaffezione della cittadinanza ai temi della politica, del sociale e del proprio luogo di vita. La superficialità non viene diffusa solo dalle grandi antenne e dai ripetitori, le amministrazioni sembrano impegnate a distogliere la nostra attenzione dai problemi reali, assolutamente interessate a che i cittadini rivolgano i loro sguardi e curiosità altrove. Sta a quelli dall’altra parte della barricata ritagliarsi uno spazio. So di non dire niente di nuovo, ma viverle sulla pelle e non per sentito dire fa un’altra impressione. Ho imparato – tra ostinazione e ingenuità - quanto sia difficile riuscire a fare qualcosa di buono: le cose logiche e sane che in un paese normale dovrebbero riscontrare l’unanimità, in questa realtà trovano mille ostacoli e detrattori: per spostare un sassolino dal centro della carreggiata al lato, servono il consenso, l’approvazione, i permessi e i bolli sopra i permessi; la burocrazia serve come ascia del potere, rende qualsiasi argomentazione - passionale, logica, pragmatica – semplice pratica da sbrigare a tempo debito, normalmente un tempo molto lungo.

Davanti a questo quadro piuttosto critico come proseguire imperterriti per la propria strada?
Penso ci sia un solo modo per salvare la sensibilità, l’attenzione, la voglia e che questo modo sia la poesia. Mi auguro - ti auguro - per il prossimo anno di preservare la poesia, di trovarla in più angoli, anche e soprattutto la dove non te l’aspetti. Non intendo solo versi belli di poeti e suonatori, intendo quella visione del mondo piena, intensa, immediata e coinvolgente. Mi auguro un anno dove sia viva l’ispirazione, ispirazione per concentrarsi, ispirazione che allontani le brutture, che porti a mantenere la rotta con un motivo, ispirazione per fare, immaginare e riflettere, per vedere quello che non c’è o non c’è ancora. Per immaginare un’alternativa.
Se dovessi disegnare questo momento storico disegnerei un mostro spregevole ed enorme che continua a ingurgitare e ad auto-fecondarsi generando, in una sorta di procreazione ermafrodita del brutto, tanti esseri simili a lui. Questo è il dato e il monito che vorrei porre alla fine di questo “bilancio”, dobbiamo pensare per alternative, resistere all’unico pensiero vigente, dobbiamo usare immaginazione per evadere i limiti imposti e per pensare e credere che qualcosa di nuovo sia possibile.

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Auguri ai naviganti..

24, Dicembre, 2007

Inutile dire che vorrei scrivervi molto di più dei soliti auguri. Qualcuno ve l’ha svelato, meritereste ognuno una lettera di carta, anche solo per farvi ridere, o per dire che vi ho fatto un regalo di Natale e non sentirmi in debito.
Ma questi tempi post-moderni e una proverbiale pigrizia per ora producono solo una pagina collettiva per cui no ho parole…
Lascio quindi a questo monito - che non saprei esattamente a chi attribuire ma che mi pare adatto a questa stagione.. - il compito di portarvi il mio messaggio…

 

Questa è la tua ora, parti, viaggiatore
che ancora molto per te deve accadere.
Per anni sui mari ti sei avventurato,
seguendo cauto le vie delle tue carte.
Quale desiderio rende inquieto il tuo cuore,
quale marea ti sta rubando il sonno.
Tu che nella tempesta sicuro hai navigato,
è questa l’ora, parti, viaggiatore.
Apri le vele ad accogliere il vento
che ancora molto per te deve accadere.
Cerca la rotta seguendo la corrente
verso un’oscura, remota stella.
Quale desiderio rende inquieto il tuo cuore,
quale marea ti sta rubando il sonno.
Senza esitare abbandona il tuo porto,
è questa l’ora, parti, viaggiatore.

 

Buon Natale viaggiatori, grazie a tutti voi. Con qualcuno ci ritroveremo su mari di carta.

 

Alfio

 

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Soggettiva III: l’attimo e il progetto

26, Settembre, 2007

 

La nostra soggettiva del giorno parte da un punto di vista altro, aulico e letterario. Il nostro umile cammino sui sentieri del post-moderno si incontra oggi con la ricchissima pagina di Claudio Magris, scrittore di una volta, accademico, rigoroso, ma anche chiaro e profondamente vissuto.

La qualità di Magris è la qualità della letteratura di un tempo perduto, della pagina intrisa di colti richiami, riferimenti, allusioni. Spunti che possono essere còlti - e ciò dà una esatto valore della caratura della sua prosa - o trascurati - e questo poiché la pagina di Magris é vissuta, e quindi adatta alla comprensione di chiunque professi il mestiere; quel mestiere che nelle sue differenze è assai uguale per tutti.

Propongo qui di seguito la lettura di un piccolo brano tratto dalla prefazione de “L’infinito viaggiare”, non un romanzo, ma una sorta di diario di bordo che Magris ha compilato nelle sue peregrinazioni mitteleuropee e altrove. Un diario che, come sopra, sa essere semplice e ricco di spunti, riflessioni, riferimenti, allo stesso tempo. Appunti di viaggio dallo stile unico per quanto estremamente disciplinato ed esigente.

 

Forse è soprattutto nei viaggi che ho conosciuto la persuasione, nel senso dato a questa parola da Carlo Michelstaedter: la vita autosufficiente, libera e appagata.

La persuasione: il possesso presente della propria vita, la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi, senza considerarlo semplicemente un momento da far passare presto per raggiungere qualcos’altro.

Ma quando viaggiavo nei vasti paesi danubiani o nei periferici microcosmi, avviandomi in un certa direzione sempre disponibile a digressioni, soste e deviazioni improvvise, vivevo persuaso come davanti al mare; vivevo immerso nel presente, in quella sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere lieve e a ciò che reca la vita – come una bottiglia aperta sott’acqua e riempita del fluire delle cose, diceva Goethe viaggiando in Italia. In un viaggio vissuto in tal modo i luoghi diventano insieme tappe e dimore del cammino della vita, soste fugaci e radici che inducono a sentirsi a casa nel mondo. […]

Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, è l’emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell’attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell’incontro, della seduzione e dell’avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all’amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, un’odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. “Perché cavalcate per queste terre?” chiede nella famosa ballata di Rilke l’alfiere al marchese che procede al suo fianco. “Per ritornare” risponde l’altro.

 

Come preannunciato, in poche righe si è detto e riflettuto su una molteplicità di argomenti chiamando in causa le antiche pagine della densissima tradizione culturale europea.

Insomma, non ci si può sbagliare, è Magris.

Volendo stendere una prima serie di considerazioni sulla pagina, sperando di non banalizzare troppo, si potrebbe dividere l’intervento magrissiano in due punti focali: nella prima parte del brano sembra infatti prevalere una riflessione sul tempo vissuto, il tempo della vita, il tempo percepito, base che servirà come fondamento per le considerazioni sul viaggio, i luoghi e la loro conoscenza, che sono oggetto e principale attenzione di una ipotetica seconda parte.

Anche da queste pagine, nelle scorse “soggettive”, avevamo avuto modo di cogliere il nesso tra spazio e tempo, addirittura definendo il secondo come dimensione del primo. (Sarebbe allo stesso modo interessante pensare questo rapporto rovesciandolo: pensare allo spazio come a una dimensione, una derivazione, del tempo. Una tesi piuttosto originale, e non senza basi per una dimostrazione, che però non mi pare il caso di affrontare ora.) In “soggettiva prima” eravamo infatti arrivati ad affermare con meno sintesi e meno incisività che “per vedere un luogo occorre rivederlo”.

Oggi, invece, vorrei limitare le mie fantasie e porre alcune questioni legate alla percezione del tempo del vivere e quindi alla prima parte del brano.

La prima domanda che mi viene rileggendo queste parole di Magris, è la stessa che mi viene ogni qualvolta rivedo il film “L’attimo fuggente”. Occorre ancora un preambolo però - del resto stiamo parlando di Magris. Nella società industriale solida e formata sul modello temporale del ciclo di produzione, cogliere l’attimo aveva un determinato senso, era la via di fuga dal processo di alienazione provocato dalla ripetitività dei gesti e del vivere. Oggi, nell’era del consumismo, l’attimo è tutto, non più via di fuga dall’avvilente monotonia, ma unico momento di sollievo da una vita irrimediabilmente ansiosa, è l’istante in cui si può godere senza pensare, non momento in cui ritornare a “sentire” ma attimo in cui trovare un modo appagante per evadere l’ascolto. O si lavora o si consuma e l’attimo tende a somigliare alla distanza che, al Luna Park, c’è tra una giostra e l’altra , un istante da scavalcare veloci per correre alla prossima attrazione.

Bauman nel suo “La società individualizzata” sostiene – proprio per tali ragioni - sia inadeguata la vecchia, frommiana, domanda “Avere o Essere?” in quanto oggi si è realizzata una terza modalità dell’esistere precedentemente incontemplata, il “Consumare”.

La modalità dell’Avere, fondante la logica industriale dell’accumulazione, prevedeva nel bene e nel male una visione di lungo termine e la società industriale era una società comunque concepita sul risparmio e sul risparmiare in previsione di qualche cosa. Oggi al contrario, spiega il crasto Bauman, la maggior perversione del modello risiede proprio nell’assenza di una qualsiasi visione progettuale; assenza imputabile ad un presente che non garantisce risposte stabili e valide a lungo termine. La mancanza di un lavoro duraturo che interessa un sempre crescente numero di individui, il venir meno degli impianti statali di welfare e assistenza, e altro ancora, hanno condotto inevitabilmente ad una condizione in cui è difficile avere una salda presa sul presente. E, come sosteneva Bordieu, senza una salda impugnatura sull’oggi, risulta tanto più difficile maneggiare il domani.

E’ quindi il momento di chiedersi, porre al fianco i temi del viaggio e della conoscenza del territorio è infine sbagliato?

Magris s’è contraddetto? Magris, per una volta, ha preso un abbaglio?

No, e infatti nello scorrere delle pagine disamina alla stessa maniera di Bauman e soci.

Vari sono i modi del viaggiare, va lentamente sottolineando Magris, ma fondamentale è la distinzione tra quello classico e quello contemporaneo. Nell’Ulisse, Joyce mostra l’ultimo esempio del primo: l’andamento è circolare, il ritorno è a casa, anche se proprio quell’esperienza ha modificato il significato che si attribuisce alla casa stessa. Il moderno viaggiare invece ha un andamento rettilineo (“una retta che avanzi pencolando nel nulla”) e diventa un fuggire, un rompere limiti e legami, lo scoprire la precarietà del mondo e quella del viaggiatore, così che l’io inizi a disgregare l’identità e produrre un altro uomo. “Un cammino senza ritorno, alla scoperta che non c’è, non può e non deve esserci ritorno”, che non si può e non si deve essere gli uomini di prima.

Cogliere l’attimo è allora un messaggio che avvalla un modello sbagliato? Un modus vivendi che obbliga a definire la progettualità a lungo termine come una briglia, come qualcosa, scrive Magris, che “annienta”? E se così fosse, senza più un progetto dove andremmo a finire?

Luc Ferry, in un recente articolo intitolato “Una minaccia per l’umanesimo?” affermava che il progresso: “è diventato un movimento senza una causa, che sfugge a qualsiasi controllo, che procede per conto proprio senza alcuna destinazione o finalità; come un giroscopio o una bicicletta che non ha altra scelta che continuare a muoversi o cadere. ”

E’ forse questa la verità?

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Soggettiva II: tempo immediato/rapporto mediatizzato

23, Settembre, 2007

 

Anche se l’Osterhammel nella sua “Storia della Globalizzazione” sostiene che il mondo attuale è del tutto figlio di quello di qualche decennio fa e che ciò che c’è adesso davanti ai nostri occhi è frutto di processi in atto ormai da molti anni, siamo in un momento della storia in cui non si possono trascurare gli elementi decisamente nuovi, un momento in cui, a noi mezzi-geografi - se per una volta volessimo - toccherebbe lanciarci in analisi del tutto nuove. La geografia dei nostri sedimentati professori è stata tremendamente relativizzata, sepolta, tutte le precedenti tesi sullo spazio, rese formidabilmente poco originali: si apre negli ultimi anni un novello periodo della ricerca geografica, quello legato al nuovo carattere ubiquitario e orizzontale dello spazio globale.

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Soggettiva I: Agostino vs Sapelli

20, Settembre, 2007

 

di Alfo

 

Vorrei aprire con questo primo strampalato, quanto ricco, intervento, una nuova saga di interrogazioni, una categoria semi-seria che chiamerò, mai così opportunamente, “Soggettive”, ovvero sguardi un attimino più personali verso i dilemmi che legano l’uomo al suo habitat, l’individuo al suo luogo. Ripercorrendo luoghi e pensieri incominciare un viaggio incerto – non so quale forma potrà assumere - alla scoperta personale di cosa tiene insieme luoghi, paesaggi e stagioni di una vita. Una pagina quindi mossa dall’interesse personale, dato che il rapporto tra la costruzione dell’identità e lo scenario di vita è un argomento che ha catturato la mia attenzione già da molto prima che incontrassi la Geografia, almeno quella accademica. Chi ha avuto la possibilità di frequentare una scuola simile a quella mia e di Jacopo, ha potuto sperimentare sul campo, nella classe, nella vita di un convitto, una geografia delle persone, concreta, glocale e sincretica, realmente umana. Nella nostra scuola abbiamo avuto modo di conoscere luoghi e culture tramite diverse “soggettive” - per l’appunto - tramite diverse persone, di mettere in comune sistemi di riferimento locali distanti e fonderli creando un linguaggio delle impressioni comuni. A tredici anni un compagno che arriva dalla provincia accanto alla tua può sembrare “straniero”, figuriamoci quando, come nel nostro caso, una classe era composta da persone provenienti da diverse regionalità e persino nazionalità.

Pagina semiseria, dunque, perchè tenterà di ridare a certi argomenti di geografia accademica un’anima, un respiro, e inevitabilmente passerà anche da momenti patetici o, quanto meno, poco interessanti per la maggioranza. Mi piacerebbe, in questi interventi aperti a tutti, per una volta, guardare ai luoghi come al rapporto tra una madre e un figlio, al territorio, alla sua natura e conformazione come ad uno spazio capace di cambiare l’uomo. Se la Geografia accademica ha già scoperto questo rapporto da tempo, non pare aver dato altrettante valide risposte su come le diverse soggettività interpretino in modo a volte molto distante le medesime condizioni esterne.

Mi domando da anni, da quando da piccolo guardavo il faggio e il tramonto svolgersi alle sue spalle, che rapporto sussista tra luogo di vita e la vita che in quello stesso luogo scorre. Imparare a conoscere un luogo è un processo che richiede lentezza, un processo che diventa ogni giorno più difficoltoso per via della velocità del cambiamento e per la sovrapposizione di maglie semantiche sempre più complesse, meno decifrabili. Il luogo per essere partecipato al suo fondo ha bisogno di vita, respiro e azione al suo interno, altrimenti si finisce alla stregua dei pendolari, imbrigliati nel solito schema spaziale, di corsa da un non luogo a un altro, impossibilitati a conoscere lo spirito di un luogo. O di un autismo informatico che priva i luoghi della differenza tra reale e virtuale. Quale sensazione proverà un ragazzino di terza media oggi al contatto con l’”Altro”? Quanto sono cambiate le differenze tra due località pur vicine? Ma un luogo ha uno spirito? Queste sono domande senza risposta, ma a cui – per noi mezzi-geografi è un imperativo morale - si può tentare di dar risposta, una risposta soggettiva che è l’unica che conta per noi, ed è l’unica che integrata ad altre può dare origine ad un’opinione plurale e, se non veritiera, quantomeno più ricca.

Questi quesiti sono tanti, troppi, si affollano, son senza risposte e lo fanno, a par di scrive, perchè abbiamo smesso di pensare ai luoghi, di ripensare i luoghi, di pensarci per luoghi, e decidiamo la vita come se fosse priva di luoghi; la globalizzazione, la fine dello spazio, lo scioglimento dei luoghi in reti sociali, informatiche, lavorative, esperienziali diverse e a cui connettersi con la stessa facilità con cui ci si sconnette, facilita terribilmente(?) tutto questo. Un tale atteggiamento è stra-grave, e vorrei che non accadesse qui, tra chi, come noi, dovrebbe serbare nel cuore ancora una briciola di sensibilità spaziale.

Paul Virilio, un filosofo francese molto molto cazzuto, sostiene che l’aspetto peggiore del post-moderno e delle sue stregonerie digitali, sia la cancellazione dei luoghi come significanti, la fine della Geografia quindi, che è lettura e interpretazione dei luoghi. Ma se un luogo “è” nella misura in cui noi lo percepiamo, nel caso dei luoghi potrebbe esistere un significante svincolato dal significato o, peggio, privo di significato?

Infine, mi rimprovero spesso di essere un filino troppo animista, ma lo faccio con indulgenza, penso sia una prerogativa inevitabile di chi è geograficamente sensibile, o semplicemente sensibile; e nonostante il rimprovero, penso che quello che io chiamo “spirito dei luoghi” sia quel che lo spazio ancora non ci ha detto e che, per questo, lo rende affascinante. Un luogo è affascinante in virtù di quello che non ci dice? O un luogo ci è caro in virtù di quello che ha saputo confidarci? Troppe domande, troppi punti interrogativi a cui in questo spazio vorremmo che si dia una parziale risposta.

Sant’Agostino era solito ribadire che l’uomo non deve cercare altrove, ha tutto dentro di sé. Sapelli ribatteva dicendo che questa è la più grande cazzata che abbia mai sentito pronunciare. Non so se in questa discussione bi-polare qualcuno abbia ragione; di prim’acchito, per simpatia, lo so, diremmo tutti Sant’Agostino, obliando il faccione del cinico Professor Sapelli, ma - c’è spesso un ma - potremmo ribaltare romanticamente la baracca e osservare le cose non proprio così come appaiono. Secondo Sant’Agostino, quando rincaso a mezzanotte in bicicletta nel silenzio di una via secondaria, e sento l’arietta fine penetrare la mia vestaglia, e guardo la grande luna bianca e tonda immobile e silente sopra la mia fronte, mi emoziono per quel che porto in me, per il significato internalizzato di certi segni, forme, sensazioni. Rigirando la frittata, Sapelli, attribuendo molto significato alla realtà, ai suoi oggetti, ai fenomeni che la compongono, attribuisce un proprio fascino alla luna, al suono leggero della bici che valica l’aria blu della notte, all’arietta che solletica il viso, di per loro! Attribuisce le mie sensazioni a proprietà intrinseche al reale esterno. Il materialismo Sapelliano può quindi nascondere un romantico senso di animismo? Io da tempo mi interrogo. Le uniche risposte che ho trovato sinora sono le risposte soggettive, le incertezze di uno che ha costruito la propria identità per luoghi, che quando si ripensa, si pensa per immagini di luoghi, per profumi, colori, ricordi legati ai luoghi, e che quando ha lasciato un luogo lo ha fatto abbandonando una parte di sé… insomma, di uno che può essere molte cose, ma non un soggetto obiettivo.