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La morte a Venezia

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Dopo dieci secoli di manutenzione accurata della laguna a cura della Serenissima negli ultimi decenni la città di Venezia ha scelto di prostrarsi a un turismo internazionale di massa mordi e fuggi di bassa qualità, alterando intenzionalmente gli equilibri della natura, approfondendo i canali di ingresso e facendo, ad esempio, della bocca di Malamocco uno dei punti più profondi dell’intero mare Adriatico.

Diceva Montanari qualche sera fa: la scelta è simile a quella di un cardiopatico a cui il medico dice di non preoccuparsi, di stare pure seduto, mangiare quanto vuole, bere e fumare a piacimento, ché poi alla fine con una bella angioplastica si mette tutto a posto.
Se poi si scoprisse che lo stesso medico che dà questi consigli sarà il chirurgo che deve operare in una clinica privata, ecco, si comprende perfettamente il caso di Venezia e del Mose.

Il risultato è che oggi la città muore, si spopola. 58.000 residenti, meno dei turisti che la visitano quotidianamente, quando ne aveva 150.000 dopo la guerra. Qualcosa vorrà pur dire.

Parate

Forse non ci siamo capiti. Non è che quest’anno i soldi della parata del 2 giugno (3 milioni di euro circa) li vogliamo dirottare altrove per via del terremoto che scuote in queste ore l’Emilia. No, non è così. Noi i soldi li vogliamo dirottare in modo perpetuo, a vita, al di là di ogni emergenza, per sempre, su opere che abbiano senso e utilità per tutti. Le fanfarate da dittatura cilena fatele nell’ombra, da un’altra parte.

Treni persi

Altrove un’amica mi fa notare che la stima del costo complessivo della BreBeMi è pari a 1.686 milioni di euro. E oltre a farmi notare questa cosa qui, che è già spaventosa di suo, mi fa riflettere sul potenziale impatto che la stessa cifra avrebbe se investita nel trasporto ferroviario o nel trasporto pubblico in genere. Tenendo conto, per dire, che un convoglio ferroviario di medie dimensioni e capacità, oggi, costa 4 milioni di euro.

Austerità

Che uno dice, sai com’è, la crisi, il debito pubblico, bisogna fare i sacrifici, dice. Lo dice anche uno con la faccia seria da professore di una volta, che ci vuole, un periodo di austerità. E ha anche ragione, mediti, tra te e te, mentre lo inquadrano, e parla. Poi, dopo che hai sentito quelle cose lì, abbassi gli occhi, apri il giornale, leggi: hanno comperato gli aereoplani. E  i mezzi d’assalto. Per l’esercito. Delle robe che a pensarci bene uno si chiede a cosa servono. Non si tratta di una domanda peregrina: ce ne sono lì 140 parcheggiati e nessuno li usa.
Intanto, qui, l’ufficio ecologia a momenti non c’ha i soldi per stampare quattro volantini. E io mi gratto la testa.

Giorni d’idiozie

In questi giorni sto leggendo una particolare serie di idiozie. Quasi che la stampa orfana del ventennio berlusconiano si senta in dovere di recuperare in qualche modo o di non farci rimpiangere il bel clima da repubblica oscurantista delle banane che c’era, prima, quando c’era B. E allora si scrive che le donne dovrebbero leggere di meno per fare più figli, che gli omosessuali sono un’offesa alle femmine, che Antony non si può ascoltare perché omosessuale e scrive delle canzoni d’amore buone per i gatti, che nella giornata mondiale per la lotta all’AIDS è preferibile non usare la parola ‘profilattico’. Così, per dire.