L’arrivo
Atterrare a Lisbona, in un solivo giorno di Marzo, richiama alla mente le ambientazioni dei più celebri film di Bud Spencer e Terence Hill. Grandi palazzi, strade a 6 corsie, palmeti, un oceano blu sferzato dal vento, sono li ad aspettarti: punto bianco in mezzo ad una regione verdissima. L’aeroporto, molto vicino al centro della city (7 km, 15-30 min. di strada a seconda del traffico), è situato in una zona, diciamocela tutta, non eccezionale, ma nemmeno terribile. Ecco un primo tratto saliente di Lisbona: niente è terribile. Anche la più disangolata periferia, serba sempre un senso di contenuta parsimonia architettonica, una dignità che spesso manca nei nostri suburbi. Anche il quartiere più marcio, conserva qualcosa del passato che lo rende, in qualche modo, magico e vivibile. Appena usciti dalle scorrevoli dell’aeroporto, buffi d’aria umida e calda si fanno annunciatori del clima atlantico. La corrente del Golfo, che a pochi passi fluttua nelle acque oceaniche, lascia il suo segno: 20 gradi centigradi, stemperati da una brezza scostante. La gigantesca strada che passa davanti all’aeroporto, conduce sino al centro economico e vitale della city, la disarmante praça Marques de Pombal, un’immensa rotonda a tre corsie, dove confluiscono le maggiori direttrici di traffico. Arrivati all’hotel, si fa subito sentire il mediterraneo, il suo influsso, non molto distante, pare albergare furbesco nei modi dei nostri alloggiatori che, senza dissimulare un portoghese fin troppo chiaro, in un piccolo briefing, decidono d’infilarci nella camera più brutta… “perchè tanto siamo giovani”.
I quartieri economici
Dopo una meritevole doccia, si esce sulla grande arteria ricolma di traffico. Basta darsi uno sguardo attorno e subito si capisce il clima molto New Economy, Marketing & Management Placet: alti palazzi, insegne, traffico, uffici… ehi, ehi, ma manca qualcosa?! eh sì, qui non ci sono branchi d’impiegati in giacca e cravatta, qui la business estethics non ha ancora messo piede, o forse assume solo altre forme, che non ci è dato di cogliere. Camminandoci, la città è un rutilante gorgheggio di uomini e insegne, un quadro allucinato e calmissimo; il nuovo capitalismo delle banche e degl’alti palazzi, incontra una popolazione parsimoniosa, chiusa, un po’ restìa. Lasciata la splendida e insignificante rotonda della Piazza de Pombal, la prima direzione che ci vien da prendere è, come in ogni città costiera, quella che porta dritti al mare. E lentamente scendendo per una grossa strada - talmente grossa da avere un lungo giardino pubblico al posto della mezzeria – c’inoltriamo in una delle altre Lisbona che, senza confidenza col linguaggio e i suoi nomi, chiameremo Lisbona 1.
I quartieri turistici: La Baixa e Rossio
Scopriamo presto che, questo quartiere numero 1, si chiama “La Baixa” e che si divide il centro turistico insieme ad un altro paio di isolati chiamati “Rossio”. Sono i quartieri centrali che si affacciano (o si dovrebbero affacciare.. dati i lavori di iper-cementificazione..) sull’oceano. Quartieri dove il turismo, le vie dei ristoranti - che ricordano qualcosa dei quartieri latini di Parigi - e dello shopping - che non hanno nulla di diverso da quelle di Milano -, s’intrecciano con le istituzioni e gli organi di rappresentanza. Ricordiamo, anche tra noi geografi è opportuno farlo, che Lisbona è capitale della regione portoghese e ospita al suo interno, il parlamento, la casa della repubblica e le ambasciate internazionali. Girando in tondo, si coglie Lisbona e il suo essere città plurale: una macro-area formata da diverse piccole sotto-unità che hanno la dignità, i tratti architettonici e sociali, per essere riconosciute come città nella città. Diversa da Londra, Parigi e dalle città mitteleuropee, Lisbona, parla soltanto un’altra lingua, usa altri segni, profuma di altri odori, e chiede pazienza per farsi capire.
Il quartiere etilico: el Bairro Alto
Lasciando il quartiere della Baixa, sono ancora un poco insoddisfatto: mi ero composto un affresco marittimo, coloniale e arroccato, della cittadina, mi ero costruito, prematuramente, la città che volevo andare a vedere, e non mi ci ritrovo. Maledetti articoli di riviste, maledetti questi giornalisti! Tutti che, per scrivere bene, per mostrarsi aperti e pieni di lungimirante poesia, cospargerebbero di aggettivi inutili anche questa cittadella, questo paesotto che non ha nulla che richiami il suo mare, la sua terribile storia coloniale, fin’ora un poco deludente, blasé e, del resto, maleodorante. Muoviamo verso un piccolo carrugio in salita; sembra poter nascondere un segreto; la salita, sempre lei, a nasconderci una fetta di mondo più bella, a rendere affascinante la visuale più insulsa. E allora su, su, su, ciottolato in salita, gradini, di nuovo lastricato, binari di tram (che qui chiamano élétricos, e che si inerpicano su per vicoli piccoli e stretti). Mentre l’aria peggiora, inesorabilmente appesantita da macchie di umido e urina, sembra che qualcosa migliori. Ecco un secondo tratto di Lisbona: ti sorprende in continuazione. Repentino il passaggio, come attraversare due comuni limitrofi, differenti per cultura e tradizioni, come oltrepassare il ponte di Brivio senza ponte, dalla provincia di Lecco a quella di Bergamo in 10 scalini, senza treno: la vita, la mondanità, i ristoranti, il traffico, le vetrine della Baixa, sembrano lontane mezza giornata. Sarà la sudata, sarà l’umida afa del pomeriggio atlantico, ma siamo nel Bairro Alto, più che un quartiere una distilleria, una grande osteria collettiva che dorme di giorno, e danza, brulica, festeggia, ogni notte - a giudicare da quel che si vede in giro - come fosse l’ultima. Nel nostro pomeriggio di prima estate, le calli strette e geometriche, tutte perfettamente perpendicolari, riposano, giacciono accasciate nell’umido etilico della sera prima. Il sole taglia a metà le porte, le porte che danno tutte sul vicolo, il vicolo che è fermo e puzzolente; solo due veri pellegrini, nel bagliore del pomeriggio, visitano il Bairro silente. Scusateli, di sera hanno di meglio da fare.
La fine del primo giorno, ovvero: dove andiamo a mangiare?
Nel frattempo, s’è fatta sera e provvediamo a recuperare la strada del ritorno. Percorriamo di nuovo la via, in senso opposto, incontrando il grande e mesto fiume dei lavoratori che si riversa lentamente lungo le strade e i marciapiedi. Ecco, forse il primo, forse l’unico segno di un passato coloniale – e voi direte, meglio! – non una caravella, non un navigante, non una statua di Bastian Caboto, no! La popolazione nera africana. Neri per le strade e nei locali, occupano posti di lavoro di rilievo, vestono e camminano come i portoghesi, con la stessa andatura; paese mite, popolazione chiusa, quella portoghese, ma non scontrosa; un’integrazione che sembra secolare, ben sedimentata, quasi annullata. Ci sono solo portoghesi, siano bianchi, gialli o neri. Alla sera ci dobbiamo procacciare delle vivande e allora, sulla scorta dell’esperienza, ci teniamo distanti dai locali turistici, e preferiamo un ristorante un po’ periferico, nella zona economica che, di sera, sembra un deserto metropolitano abitato solo da tram e lampioni. I menù in lingua non ci aiutano: nella zona non-turistica, del resto, non si possono pretendere menù tradotti. In qualche modo, scegliamo basandoci più sull’afflatto del locale che su reali considerazioni gastronomiche. I menù lisbonesi sono sempre divisi a metà: o carne o pesce. Niente primi. Niente pasta. Niente riso. Né contorni. Per la verità, il piatto scelto, è sempre, automaticamente, senza che nessuno l’abbia richiesto, accompagnato da un vassoio di antipasti/contorno, che nel 90% dei casi si compone di: pane, salsine di vario genere, formella di formaggio locale diametro 5 cm, talora, ciottolino di riso. La spesa base, per un secondo+contorno di pesce, è 10-15 euri, per una portata di carne, leggermente inferiore.
L’Alfama, ovvero: un succo concentrato di storia
Il giorno seguente, svegliati di buon mattino da una luce funesta, ci accoglie ancora un bel sole, reso splendente dal terso e pungente zefiro mattutino. Nella giornata prevediamo la visita a due dei più illustri quartieri della città: Bélèm e l’Alfama. La mattinata viene dedicata a quest’ultimo, il quartiere dalla più forte connotazione storica: il tempo, del resto, stringe e vorremmo avere una veduta d’insieme sulla città; città impura e miscredente, che non mi ha ancora convinto, ma che inizio a temere, di dover presto rivisitare a fondo. Della Lisbona medievale oggi rimane ben poco dopo il grande terremoto del 1755 che distrusse praticamente l’intera città. C’è la cattedrale, la Sé, una chiesa fortezza costruita alla fine del Duecento, ma molto rimaneggiata nei secoli. A pochi metri, la settecentesca chiesa di Sant’Antonio, patrono di Lisbona (da noi conosciuto come Sant’Antonio da Padova, la città che lo ospitò per gran parte della vita): da qui la notte tra il 12 e il 13 giugno la statua del santo viene portata in processione per i rioni popolari, mentre la gente canta e balla il fado (la danza popolare di queste terre), bevendo vinho tinto e mangiando sardinhas assadas. Imboccata la via a sinistra della cattedrale, si scivola senza soluzione di continuità nel labirinto di questo antico quartiere di Lisbona, quartiere di età visigota. Deve il suo nome agli arabi (è la storpiatura della parola alhaman), e arabo è anche l’aspetto, con le piccole case schiacciate una all’altra come in una casbah e le strette viuzze saliscendi. Oggi come un tempo (era il quartiere dei marinai e dei pescatori) si vive nei vicoli (i becos), nelle piazzette e nei giardini pensili, tra panni stesi, balconi traboccanti di fiori, decine di gatti, immagini votive e azulejos che decorano i muri bianchi. Certo le cose stanno cambiando anche qui e molte botteghe di pescivendoli e verdurai si trasformano in negozi d’antiquariato e boutique. Tralasciando rua Sao Pedro, la via commerciale tutta bancarelle e taverne, e addentrandosi nel quartiere la mattina presto o al tramonto, quando i turisti ancora non si vedono, si può respirare l’antico fascino e godere di una Lisbona inedita. Decisamente più turistica, è la salita al castello di Sao Jorge. Inerpicandosi per il pittoresco beco di Santa Helena si arriva al Miradouro di Santa Luzia. Dalla balconata panoramica, accanto alla chiesetta tappezzata di azulejos, si abbracciano con lo sguardo tutti i quartieri popolari, dall’Alfama al Tago. Da qui inizia la salita al castello, punto dominante di Lisbona. Merita una visita soprattutto per il panorama che si gode dalle mura di cinta e dalle terrazze all’ombra dei pini marittimi. Di qui si vede bene il Tago, che sfocia nell’atlantico e taglia in due parti la città. Un’ampia colma trasforma il delta del fiume in una specie di grande lago immoto. Suggestiva la visione della città con le sue case bianche rifulgenti di sole, il grande fiume, il ponte XV Avril (un ponte di Brooklin’ in “miniatura”), i mille giardini che riempiono di verde anche gli spazi più angusti di un costruito addossato.
Clima, vegetazione e giardini segreti
Ecco un’altra splendida nota di Lisbona, è una nota verde, è la perfetta orlatura forestale della capitale. La città sembra poggiare su fertilissime terre che, laddove trovano un piccolo vuoto tra le pietre delle abitazioni, esprimono, slanciando al cielo le fronde dei grandi alberi, tutto il loro potenziale rigoglioso e germinale. In ogni dove, anche nei quartieri più stretti e arroccati, si può trovare un giardino. Ancora una volta, visitando alcuni degli splendidi giardini botanici della città (come quello dell’università di agraria: il più grande d’Europa!), si può scorgere l’intreccio d’influssi, mediterranei e atlantici, sul clima locale. La vegetazione è l’espressione più viva di questo incontro. Nei giardini portoghesi non è difficile vedere la “macchia” accostarsi e fondersi con la vegetazione della sponda atlantica, in giochi di forme, profumi e colori, decisamente inaspettati all’occhio del visitatore straniero. Conifere e Cedri, svettano sopra le siepi di Bosso, o sopra gruppi di Fichi d’india e piante carnose. Le ginestre fioriscono in mezzo alle palme, le Calle, col loro lampo bianco, affiancano voluttuosamente i bordi di uno stagno gremito di essenze acquatiche. Splendore scenico, maestria della natura, architettura sublime, nuvole di verde e di assoluta tranquillità confinate entro gli alti muri, i giardini, sono nascosti nelle zone più segrete e invise della città.
Belém, ovvero: le aspettative tradite
Il nostro viaggio, almeno quello descrittivo, lo facciamo fermare, qui, a Belém. Sentinella sul fiume e simbolo della vocazione marinara portoghese (finalmente!!) è la torre di Belém. Costruita in mezzo al Tago tra il 1515 e il 1521, con balconcini rinascimentali e decorazioni orientaleggianti, era la sede della capitaneria di porto. Oggi invece, per l’insabbiamento causato dal già citato terremoto settecentesco, si trova ad alcuni metri dalla terraferma. Poco più avanti, il Padrao dos Descobrimentos, colossale monumento in pietra realizzato nel 1960 per il quinto centenario della morte di Enrico il Navigatore, il sovrano che ha dato inizio alle grandi scoperte geografiche. Attraversando la vasta praça do Imperio, tutta giardini e fontane, ci si trova di fronte al maestoso Mosterio dos Jeronimos. Furono le ricchezze provenienti dalle Indie a consentirne la costruzione, che ebbe inizio nel 1502 per celebrare il ritorno di Vasco de Gama. Il luogo in cui sorge il monastero è infatti in prossimità dell’antico porto da cui prendevano il largo le caravelle, ricordi di cui però non rimane oggi nemmeno un pallido segno. Tipico esempio dello stile manuelino, gotico iper decorato con temi di carattere nautico, il monastero comprende anche la chiesa di Santa Maria, dove sono sepolti i re Manuel e Joao III con le consorti, Vasco de Gama e il poeta Camoes (citato molto più di tutti gli altri navigatori, avventurieri, conquistatori, un po’ per tutta la città… mi spiace ma non ho ancora letto nulla di questo individuo e non posso dirvi se tutta questa attenzione è meritata..). Appena fuori dal monastero, sta l’Antiga Confeitaria de Belém, la pasticceria più celebre di Lisbona, dal 1837. L’unica che conserva la ricetta originale dei pasteis de Belém, dolcetti alla crema di latte ideati dai monaci geronimiti. Ancora una volta posso maledire i giornalisti di quelle insulse riviste di turismo che, solo per mangiarsi una pastarella in più, hanno ricoperto d’oro una pasticceria che, ai nostri italici palati, rasenta la sufficienza. Fermatevi solo se imposto da un inatteso calo di zuccheri. La definirei una trappolona per turisti over-70. Proseguendo lungo il fiume sull’avenida da India Albuquerque, superato il Palacio de Belém, oggi residenza del presidente della Repubblica, e il Museo Nacional dos Coches (con una ricca collezione di carrozze reali dal Seicento all’Ottocento), si arriva al porto. Uno dei maggiori scali europei, con 30 km di lunghezza, 60 km di ferrovie interne di collegamento e 15 milioni di tonnellate di traffico merci. Negli ultimi anni la zona dei magazzini portuali, i Doca (versione portoghese dei Docks londinesi), si è trasformata in un punto di ritrovo alla moda, vero simbolo della movida cittadina. Per alcune centinaia di metri si susseguono, uno accanto all’altro, ristoranti, pub e discobar dal design innovativo.
Lisbona fanciulla traditrice
Di prim’acchito, questa città mi ha riportato alla mente Genova. Mi guardo bene dall’associarle per i contenuti, molto diversi, l’analogia corre piuttosto al feeling, alla sensazione che lasciano entrambe. Come Genova, Lisbona, ha lati terribilmente affascinanti per chi la vuole amare e tutti gli elementi occorrenti per coltivarne un sano odio. Il resto è storia, che ci teniamo volentieri per noi, per le nostre pupille, per le nostre emozioni, perché no, per le nostre fauci. L’abbiamo abbandonata così, quando iniziavamo a capirla, quando le pietre e i muri iniziavano a dirci qualcosa, magari solo con un gesto. Come quell’amore che sboccia in un colpo di fulmine al check-in, un incrocio di sguardi, Lisbona ci ha fatto gustare il sapore agrodolce del ritorno: indefinibile, affascinante, magnetica, forse perché ignota, solo perché lontana.
Alcuni rinunciabili scatti per le strade di Lisbona…