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Intendendo la professione come verbo

Qualche insuccesso professionale per me in questi giorni. Non è facile ammetterseli, fastidioso sentirseli sbattere in faccia, complicato analizzarli. E, a dirla tutta, manco ci sono abituato.
Tuttavia credo di svolgere un mestiere fortunato, che se fatto con intelligenza e senso trova anche in questi momenti di sconfitta qualche opportunità.
Questo momento sociale rimuove l’idea che si possa stare dalla parte dei perdenti e (tanto o poco) il dolore che ne segue.
All’insegnante – intendendo la professione come verbo e non come sostantivo – sta allora il compito di mostrare l’itinerario possibile anche nei territori dell’errore e della mancanza.
Si educa (anche) dando esempio nell’accettare e ragionare con calma dei propri limiti e delle proprie debolezze.
Alla fine dei conti, restiamo umani, quindi pressapoco, quindi imprecisi, quindi generosi, di cuore, volubili, fragili e spavaldi. Amen.

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Terra di PLIS

TERRA DI PLIS_2014

I Parchi Locali di Interesse Sovracomunale (PLIS) – delirante denominazione a parte – non sono scatole vuote, ma strumenti utili al buon governo degli spazi aperti. Una serata per raccontarvi come e perché.

(Ho deciso di scrivere “spazi aperti”, termine  un poco vago, perché credo sia giunto il momento di limitare l’utilizzo dell’inflazionatissima parola “territorio”. Usata da chiunque, in ogni contesto, spesso a sproposito, bisognosa a mio parere di un periodo di depurazione.)

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Gli studenti e il dialogo sulla città e sui luoghi

Oggi si avvicina una mia studentessa tornata da Parigi per mostrarmi qualche foto, le chiedo come è andata.

Lei mi dice così: “Ero partita con un’aspettativa, le solite cose che dicono tutti: una città magica, romantica, un’atmosfera unica, tour Eiffel imperdibile. Non l’ho vista così, un’atmosfera come tante altre, la tour Eiffel non ha avuto nessun impatto per me se non dall’alto ed esclusivamente per il panorama. La Senna faceva venire il vomito per il colore che aveva. Funzionavano bene i mezzi, molto ricchi i musei, senza dubbio, le cattedrali, la reggia. Ma alla fine non mi ha lasciato nulla”.

Io le ho detto così: “La città di Parigi non è certo il mio ideale di città, non amo le grandi geometrie ottocentesche, né la città piena dei segni del potere, ecclesiastico, aristocratico o borghese che sia. Mi piace la città meno centro del mondo e più centro della vita delle persone. Però credo sia snob, quando non cretino, non provare meraviglia per quanto spazio in Parigi sia pensato e creato dall’uomo secondo un disegno di eleganza passata”.

Abbiamo concordato, guardato tre foto ancora e la cosa è finita lì.

C. Jacrot, un bravo fotografo di spazi urbani

C. Jacrot, un bravo fotografo di spazi urbani

Invece qui, qui vorrei dire qualcosa che ho imparato sui luoghi e che le poche battute di questa mattina mi hanno riportato  alla mente. Tendiamo a non separare le impressioni quando parliamo delle nostre esperienze di vita e di viaggio. E invece dovremmo, dovremmo quantomeno tenere presente che esistono due piani che si sovrappongono nella nostra esperienza dello spazio, una geografia materiale e una sentimentale.

I luoghi non sono mai solo lo spazio fisico che calpestiamo, che osserviamo. Ma sono il tempo, il senso che diamo al tempo nei giorni in cui calchiamo un certo terreno, il nostro stato d’animo del momento e il momento storico che attraversiamo, le persone che ci accompagnano o gli incontri che facciamo, una certa luce che taglia il cielo, una stagione che si chiude o si apre.
Io ho nel cuore luoghi nascosti e modesti e ho lasciato senza alcuna emozione grandi città. Non era colpa loro, non ho valutato col mio ricordo, o con le mie emozioni del momento la loro bellezza, ma solo quanto quelle città, quei luoghi, mi dicevano di me.
Il viaggio è sempre un tornare. La città nuova incontrata sul cammino ci aiuta a scoprire noi stessi, a fare ritorno. Se non ci parla non è che non è bella, semplicemente non è nostra.

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La Grande Bellezza

Anche io ho visto solo qualche sera fa, poco prima degli Oscar, La Grande Bellezza. Mi ha ricordato per il senso che esprime un libro che ho letto in autunno: La festa dell’insignificanza, l’ultimo di Kundera. Anche se la meta d’arrivo è diversa, la descrizione del momento sociale è molto simile.
Mi è parso anche la versione criptica de Il capitale umano di Virzì, due film che infondo affrontano la stessa tematica: la crisi culturale che ci riguarda.

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Una delle scene che restituiscono il significato del film, da parte mia, è quella in cui, sul letto con Sabrina Ferilli, Jep (Servillo) dice: “è stato bellissimo non fare l’amore”. Nel deserto sociale raccontato dal film sembra un’oasi, una frase di bellezza e disperazione: qualcosa si è salvato dal consumo ed è il poco spazio in cui possiamo trovare ancora una traccia di senso; anche se non ci è chiaro il perché.

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Distrazioni e distanze di ieri e di oggi

«Gli alunni sono sovente distratti, non si interessano alle lezioni che preparo scrupolosamente, “dimenticano” di fare firmare ai genitori le osservazioni sul comportamento, “dimenticano” persino di acquistare i quaderni. In compenso tengono in classe una disciplina passiva che mi sgomenta: fermi come statue, coi cervelli inerti, spesso non restituiscono nemmeno il sorriso. Forse hanno paura di me, perché quando voglio conversare con loro nei momenti di ricreazione, esaurite le notiziole superficiali, si chiudono in un gelido silenzio che non riesco a rompere. Indubbiamente per questi ragazzi la scuola è sacrificio; il loro comportamento passivo lo dimostra. Ma qual è la causa? È facile attribuirla alla scarsa volontà e al carattere dei ragazzi; e se fosse altrove, ad esempio nell’organizzazione della scuola stessa?»

Mario Lodi se n’è andato oggi. E queste sono sue parole, del 1951. Credo che molti miei colleghi le sentano attuali, ci si ritrovino, ci ritrovino i loro vissuti quotidiani dentro una classe. Io ogni tanto questa sensazione la incontro, soprattutto in settembre, poi faccio di tutto per rompere il muro di “gelido silenzio” e iniziare una relazione.
Son parole, ad ogni modo, che ci danno da pensare.
(Qui un’intervista a Lodi)

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Cosa succede in Ucraina?

In questi giorni, in qualche classe, mi hanno posto questa semplice e istintiva domanda. Mi sono preso una mezzora per rispondere: forse la prossima volta non mi faranno più domande del genere. Scherzi a parte, se l’insegnamento della geografia vuol  essere utile alla formazione di cittadini preparati, il suo programma dovrebbe in continuazione potersi piegare alle esigenze del tempo presente, ai casi da spiegare, oggi, ora, adesso, in classe, per capire un po’ di più le tante cose che succedono quotidianamente là fuori. Un talvolta anche molto distante da qui che pure ha e avrà ripercussioni importanti anche sulle nostre singole vite.

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Provare a spiegare quanto accade in Ucraina non è stata una passeggiata. Bando alle semplificazioni che tanto vanno di moda –  non richiedono fatica -, come quasi ogni caso della geografia e della storia, anche quello ucraino non è semplice da capire:  una fitta rete di  rivendicazioni, poteri, aspirazioni, interessi tessono una trama complessa, in cui è difficile mettersi da una parte o dall’altra, capire se esista o meno una ragione prevalente.

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Un po’ di storia, anzitutto. L’Ucraina, formalmente indipendente e autonoma dall’estate del 1991, è un paese  spaccato a metà. Ad ovest ci sono gli ucraini doc (che parlano ucraino e che appartengono alla chiesa uniate) e a est del fiume Dnepr gli ucraini che parlano russo o che sono russi trapiantati nei decenni passati in territorio ucraino (per la stragrande maggioranza cristiano ortodossi). Questa spaccatura etnica si sovrappone in modo piuttosto omogeneo ad una spaccatura politica chiaramente visibile consultando le due carte tematiche qui sotto, relative ai risultati delle consultazioni elettorali del 2004 e 2010. I primi ricercano da tempo un legame con l’Europa, soprattutto per svincolarsi dall’ingombrante presenza moscovita, i secondi invece credono saldamente al legame storico, politico e spirituale che li lega alla Russia (molti di loro intrattengono ancora forti legami con i territori russi per lavoro, relazioni famigliari, ec).

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In questo momento di grande difficoltà economica e politica la parte di ucraini che si oppone al progetto di Putin  (riportare il paese nella sfera d’influenza di Mosca) si è risvegliata e ha chiesto con maggiore forza  indipendenza.

La storia si ripete (come ai tempi della nascente URSS e di Lenin) e l’idea nazionale ucraina si definisce ancora una volta in opposizione a Mosca e alle sue rinnovate ambizioni di conquista. Va tenuto conto che più della metà della popolazione ucraina però ha radici russe: in questo momento se ne sta silente e assiste alle proteste che divampano nel sud e nell’ovest del paese, ma  sarebbe probabilmente pronta a difendere i propri legami storici con Mosca.

Bene, ora dobbiamo dividere la nostra analisi su due piani: quello delle proteste in piazza e quello geopolitico.

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Partiamo dalla piazza. La protesta divampata negli ultimi mesi non è teleguidata da un unico centro di potere, ma diffusa, spontanea e contraddittoria,  mobilita migliaia di persone di vario orientamento politico (non solo i filoeuropei, ma i nazionalisti,  le opposizioni di governo e via dicendo) scese in piazza per motivi e con finalità molto diverse, certo per la maggior parte disgustate dal regime (si leggano le testimonianze più credibili) ed esasperate dalla grave crisi economica (insieme alla Bulgaria l’Ucraina è il paese con il più alto tasso di emigrazione al mondo). L’aspirazione all’Europa è in molti casi solo il riflesso della paura di tornare indietro alle dipendenze di Mosca.

La Comunità Europea nata con l’intento di abbattere le dogane e unire le nazioni fallisce entro i suoi confini – priva di una visione politica e succube dei grandi poteri finanziari che la stanno macellando (hanno iniziato a sistemare i PIIGS lungo l’asse sud/nord, ma a breve rivolgeranno la loro attenzione anche più a settentrione), oggi vede rifiorire al suo interno movimenti e spinte nazionalistiche – e viene vista all’esterno, ad esempio in Ucraina, come strumento utile alla rinascita nazionale minacciata dalle brame di Putin.

Bene, questa è una parte della questione, bisogna ora spostare lo sguardo sugli scenari geopolitici.

In campo geopolitico l’Europa ha responsabilità enormi.

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La rigidità mostrata dai delegati europei due mesi fa al  vertice di Vilnius ha avuto tra i suoi esiti quello di far esplodere le contraddizioni interne all’Ucraina. Alcuni analisti sottolineano come, nel caos, sia più semplice allungare le mani  sui territori ucraini porta dell’Eurasia. Questo scenario farebbe gola anche  oltreoceano in quanto consentirebbe di estendere i confini NATO fino alle porte di Mosca.  A quel punto, si configurerebbe il probabile avvio di una nuova guerra fredda, dagli esiti questa volta ben più incerti.

Se l’ipotesi può apparire surreale va ricordato che si tratterebbe solo dell’ennesimo caso ascrivibile alla politica  di accerchiamento della Russia iniziata dall’UE alla caduta dell’URSS nei primi anni Novanta e giunta fino all’ingresso della Romania nella NATO nel 2004 (fortemente voluta dagli USA per controllare militarmente la vicina Ucraina e il Mar Nero). L’Europa in questi decenni ha offerto protezione agli oligarchi dei paesi ex sovietici e possibilità di ospitare nelle banche occidentali i capitali che costoro trafugavano dall’URSS in dismissione.

Ora la situazione però è cambiata, Mosca persegue (spesso grossolanamente) il suo disegno di rifondare la Grande Russia stringendo accordi militari e commerciali a Oriente e utilizzando le sue risorse strategiche per addomesticare i propri partners.

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Putin ha offerto al presidente ucraino un prestito da 15 miliardi di euro per affrontare l’emergenza attuale e la firma di un’intesa preliminare per diminuire il prezzo del gas a 280 dollari per mille metri cubi – 2/3 rispetto a quanto pagano gli altri paesi europei – per un risparmio complessivo di Kiev da due miliardi di dollari l’anno. Si tratta di una proposta di dimensioni inimmaginabili per l’Europa, un atto politico con cui Putin difende la storia russa, oltre che una parte cospicua dei cittadini ucraini. I russi sono stati ampiamente discriminati nelle repubbliche baltiche dopo il crollo sovietico. In Ucraina si immaginano di dover subire la stessa sorte una volta entrati nell’Unione Europea. E,  ribadisco, non possiamo dimenticare che la maggioranza dei 48 milioni di ucraini è composta da persone di lingua e cultura russa.

L’Europa occidentale ha scelto quindi consapevolmente di aprire una crisi pericolosa che non tiene conto della storia, delle conseguenze per le persone, e ancora una volta ossequia la Troika e gli altri poteri forti che aleggiano sopra Bruxelles. Un tentativo di make up del declino che potrebbe persino avere un esito beffardo: accelerarlo.

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La questione del perché farlo

la fine dell educazione

«C’è in realtà un luogo nel quale l’educazione è tutt’altro che finita, tutt’altro che fallita, ed è il mondo aziendale. Accoccolata comodamente nello spazio che l’ultima frontiera del capitalismo le concede, l’educazione continua a vivere: si è trasformata in “formazione” per non dare nell’occhio e per non scandalizzare con gli ultimi residui di trascendenza che il termine “educazione” si porta dietro, ma sopravvive, e in modo assai florido, laddove rinuncia per principio a discutere l’esistente, a porsi domande di senso a proposito dell’assetto socioeconomico nel quale ci troviamo a vivere. Purché spacci per destino immutabile, per sfondo indiscutibile dei suoi discorsi l’attuale situazione sociale, l’attuale capitalismo globalizzato; purché riduca il suo discorso a tecnica del “che fare?” che non pone mai la questione del “perché farlo” o, perlomeno, del “perché farlo così”; purché, insomma, si vanifichi in quanto discorso filosofico e comunque trascendente rispetto all’esistente, all’educazione non è negato un posto al banchetto del capitale trionfante.»