L’educazione civica a scuola non serve

Da quest’anno è stata reintrodotta “educazione civica” a scuola, dalla primaria alla secondaria di secondo grado. In molti hanno parlato di “giornata storica” al momento della sua approvazione in Senato; a me sembra l’ennesima proposta vuota lanciata sulla gobba di dirigenti e docenti solo per il gusto di poter dire che si è fatto qualcosa per la scuola (fa niente se ci sono in sala d’attesa un altro centinaio di priorità più importanti).

Provo a riassumere per i non addetti: se ne deve fare almeno un’ora alla settimana (33 ore in un anno scolastico), la materia si inerisce come nuova e si aggiunge alle altre, ma sono i docenti già in servizio a insegnarla (cedendo ore della loro materia); si dovrebbe parlare di temi afferenti alla sostenibilità, alla cittadinanza, alla Carta costituzionale; ogni scuola è libera di organizzarsi come crede (purché sia gratis).

Tra le cose che non mi vanno di questa proposta eccone tre:

  1. La scuola o è educazione civica o non è. I temi proposti dalla nuova materia sono già ampiamente trattati e contenuti in molte altre discipline e viene da chiedersi se coloro che hanno avanzato la proposta abbiano contezza di cosa si faccia dentro le aule scolastiche. Il messaggio che si veicola con questa introduzione forzata reitera l’idea che la scuola insegni nozioni totalmente sconnesse dalla realtà, ferri vecchi, che ci voglia una materia, finalmente, per parlare della realtà che ci sta attorno e per far crescere giovani cittadini.
  2. L’educazione civica non è cosa che si possa insegnare predicando. Servono adulti capaci, appassionati, curiosi, coerenti, che sappiano essere punti di riferimento per come si muovono nello studio, a scuola e nella vita. Essere è molto più utile che dire come si deve essere.
  3. Terzo punto. Ancora (ancora!) una volta siamo alle nozze fatte con i fichi secchi. Si “lancia la sfida alla scuola” – che già naviga nei problemi – lasciando ai docenti di coordinarsi, decidere, “autotassarsi”, ovviamente senza un euro di risorse aggiuntive in più.

Scrivo queste righe giusto per darvi un altro possibile sguardo sul provvedimento che, stando alle dichiarazioni romane, rischia di passare come un evento che tutti aspettavamo con ansia e da tempo. Scrivo e poi torno a lavorare perché, come sempre, anche questa volta, faremo del nostro meglio per rendere organico, sensato, proficuo l’ingresso di questa nuova presenza dentro il variopinto palinsesto della scuola.

Valutazione e merito nella scuola. Due letture.

Ho letto questi due libri ultimamente (non proprio due letture da spiaggia) e li suggerirei a chiunque voglia entrare a far parte del grande mondo della scuola e dell’università. Analizzano in modo documentato e piuttosto preciso due facce della stessa medaglia: la decisa virata dei sistemi educativi da scuola di cittadinanza a scuola di mercato.

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Il primo “Contro l’ideologia del merito” mette a fuoco quale brodo di coltura accompagna l’avvento della didattica delle competenze. Un modello che, dietro la retorica delle metodologie attive e dell’innovazione, piega tutto verso flessibilità, adattamento, auto-imprenditorialità, scaricando sul singolo individuo la responsabilità del proprio successo o fallimento.
Ci avverte Boarelli, l’autore, siamo davanti a due inganni da segnalare subito.
Il primo: la straordinaria somiglianza tra il lessico e i valori dei documenti del mondo delle imprese e quelli dell’universo dell’istruzione, illuminano una scuola che depone le armi e con loro l’idea di sviluppare saperi critici (analisi delle cose che non vanno e revisione migliorativa dell’esistente) diventando il principale strumento per addomesticare allo status quo. Adattarsi è cosa utile se bilanciata da visione critica e capacità di proposta alternativa, se resta sola diventa anticamera di omologazione, incapacità di prendere posizione, zerbinismo.
Lo abbiamo visto nelle recenti maturità, con quelle sempre uguali presentazioni delle esperienze di alternanza scuola lavoro, in cui le nostre ragazze e i nostri ragazzi -parole loro – sono sempre: “cresciuti molto umanamente e hanno sviluppato le loro soft skills”. La prima riflessione davanti a questo teatrino è legata al fatto che c’è talmente poco da dire su queste esperienze che alla fine tutti sono stati costretti a ripetere le solite tre formulette vuote. La seconda è che – lo so per certo dai diretti interessati – molti di loro hanno edulcorato affinché non ci fossero intoppi. Quei casi fanno pensare che la scuola sotto sotto inviti non solo a non prendere posizione, ma premi pure chi “vende” con maggior furbizia. Certo poi i docenti fanno i loro conti, sanno chi hanno davanti, valutano secondo scienza e coscienza, ma intanto lo spettacolino è andato in scena, con la collaborazione di tutti, e il substrato culturale che lo accompagna fermenta e lievita.
Il secondo inganno dell’ideologia meritocratica, scrive Boarelli, è questo: l’idea che tutti partano con gli stessi strumenti e che quindi la capacità di mettere a frutto i propri talenti dipenda, in ultima analisi, solo dalle proprie capacità. “Decidi, scegli e agisci in autonomia”, dice la teoria. Se fallisci nella vita, evidentemente, è perché non hai sviluppato a sufficienza le tue competenze: insomma, non hai meritato. Spariscono i contesti familiari, culturali, sparisce la società in cui siamo inseriti, un ragionamento su come funzioni. Ogni insegnante onesto intellettualmente potrà raccontarvi di come, invece, la reale capacità degli studenti dipenda solo in minima parte dal contributo diretto della scuola e molto da altre variabili esterne.
Il secondo libro “La tirannia della valutazione” completa il quadro: la società di mercato vive anche una eterna ossessione per la misurazione. La misurazione – che spesso si vuol vendere come oggettiva e innocua raccolta di informazioni (Invalsi) – crea però una didattica che segmenta il sapere e automatizza i processi, elimina ogni problematicità dal percorso, come se la conoscenza fosse una serie di pilloline che si possono bere con un bicchier d’acqua.
Nella scuola, in particolare, sostituire la valutazione con la misurazione significa quantificare dei valori che sono in larga parte qualitativi. L’idea di fondo è quella della banalizzazione da pensiero social: un blog riceve molti “mi piace”? Vuol dire che è di buona qualità e merita di essere frequentato. “Pollice su” e “pollice giù” e spariscono le infinite sfumature del reale.
Angelique Del Rey si spinge oltre: la scelta dei parametri da misurare rende chiaro come la valutazione non sia né neutra, né oggettiva, e anzi esprima un enorme potere di modellamento deciso dall’alto: se la scuola buona è quella con pochi bocciati e si mettono gli istituti in classifica tra loro sulla base di simili parametri, si compie un atto dal valore politico enorme, che cambia i connotati alla società intera.
Spesso la trasparenza – mi è capitato già di scriverlo qui – è solo una foglia di fico messa sopra la mancanza di fiducia nel prossimo, nel suo valore di persona e di professionista. In un mestiere di relazione come è l’insegnamento, deve essere all’interno di questa dinamica dialogica che avviene la valutazione. La didattica delle competenze crea invece i presupposti per la delegittimazione del valore della persona (docente e studente) e per l’esautorazione degli stessi dal loro ruolo. Nei test Invalsi studenti e docenti, sono studenti-oggetto e docenti-oggetto, misurabili astrattamente come la temperatura dell’acqua.
Al netto delle mie semplificazioni, delle sfumature e possibili visioni, lasciatevi interrogare dalle righe di questi due autori. Sono un buon punto di partenza almeno per fare un po’ di pulizia dal punto di vista concettuale.
Per approfondire: quiqui

Festival delle Geografie, ci vediamo a settembre

A prima vista si potrebbe pensare che la pandemia abbia reso inattuale o “superato” il tema dell’edizione 2020 del Festival delle Geografie: confini, limiti e frontiere. Invece, guardando oltre la superficie, a noi pare proprio che limiti e confini debbano essere centrali nell’analisi di quanto ci sta capitando.

Hanno riacquistato importanza i confini in senso geografico, lo hanno fatto con quell’ambivalenza tipica dei processi di globalizzazione: con l’arrivo della pandemia l’idea piuttosto statica di un mondo che potevamo guardare e dominare “dall’alto” si è drasticamente ridimensionata; contemporaneamente sono tornati in auge i controlli di frontiera, i confini chiusi, e con loro la richiesta di uno stato-nazione che agisca in modo energico.

Le percezioni legate a categorie come “centro” e “periferia” non sono state più così certe: fino  a febbraio non avevamo mai sentito parlare di Wuhan e per due mesi non abbiamo discusso d’altro; la Lombardia che si è sempre percepita come la regione più globalizzata d’Italia si è trovata iscritta nella lista nera di tanti paesi del mondo.

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In quest’ultima annotazione ci sono anche nuovi confini di carattere antropologico: per un momento gli “altri” siamo diventati noi. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle l’incertezza dell’incontro, fino ad arrivare a qualche caccia all’untore, con periodiche levate di scudi contro “quelli” della passeggiata, della corsetta al parco e via dicendo. Allo stesso modo, abbiamo sperimentato la separazione dai nostri affetti più cari, un inedito limite che ci siamo dovuti imporre con senso di responsabilità.

Non si può ignorare come il periodo di reclusione forzata abbia portato a galla  confini socioeconomici profondi. Basti un esempio tra i più scontati: passare la quarantena in una villa con giardino o in un minuscolo appartamento di periferia ha reso questa stagione estremamente diversa nella percezione di ognuno di noi. Questo è un problema troppo poco discusso e su cui, forse, varrebbe la pena tornare. Le differenze di strumenti, questa volta culturali, si è evidenziata talvolta con la difficoltà a selezionare tra le innumerevoli fonti d’informazione disponibili e, con essa, ad assumere comportamenti adeguati alla situazione.

Sono infine riemersi i temi inerenti i limiti dello sviluppo, il nostro continuo ignorare le leggi dell’ecologia, il nostro rapporto parassitario nei riguardi dell’ambiente naturale. Sappiamo – il numero degli studi al riguardo cresce – che anche questa pandemia trova tra le sue cause la degradazione delle foreste primarie. Il dibattito su come regolare lo sviluppo dovrebbe tornare al centro.

In questa edizione de “Il libro del mondo” pensiamo che ragionare su confini, limiti e frontiere voglia dire anche parlare di alcuni di questi temi. La sensazione generale è che non si stia cogliendo l’occasione di ripensamento del nostro modello di sviluppo come spesso avevamo sentito auspicare durante il cosiddetto lockdown. Le crisi senza un’adeguata cornice interpretativa non producono alcun tipo di avanzamento, lo abbiamo già visto tante volte, l’ultima nel 2007. Noi vorremmo che il Festival, nel suo piccolo, potesse segnare, da questo punto di vista, un momento utile e in controtendenza.

Nei prossimi giorni restate sintonizzati sui nostri canali social e sul nostro sito perché, di settimana in settimana, avremo approfondimenti e anticipazioni dai temi del Festival e altro ancora.

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Per una scuola vivibile

Ancora due note, interlocutorie, sulla scuola.

Rispetto a quanto scrivevo qualche giorno fa, immaginando di poter volare alti e sfruttare questo momento di crisi per avviare qualche cambiamento, ora l’orizzonte della discussione politica si è meglio definito ed è un orizzonte che vola palesemente raso terra. Dalla lettura di questa presentazione,  par di capire che abbiamo ingaggiato una task force di esperti per farci ripetere triti slogan che accompagnano la scuola dalle “tre I” di berlusconiana memoria; correva la fine del Novecento. La sintesi – mi perdonerete la brutalità – è: la scuola finalizzata a soddisfare le esigenze del mondo dell’impresa e senza risorse aggiuntive.

Il quadro in cui versa il “settore istruzione” lo ha tracciato sinteticamente, l’altro ieri, su Repubblica, Stefano Mancuso :

Lo stato in cui versa la scuola italiana è di una tale gravità che dovrebbe preoccupare chiunque, anche i meno sensibili al futuro del nostro Paese. Fra i 37 Paesi dell’Ocse, l’Italia è stabilmente all’ultimo posto per la percentuale di spesa pubblica riservata all’istruzione. Destiniamo ai diversi gradi del nostro sistema educativo, dalla scuola materna all’università, il 6,9% del totale della spesa pubblica.

Spendono più di noi semplicemente tutti: gli Usa (11,4%), la Gran Bretagna (12,2%), il Messico (16,4%), la Colombia (9,8%), il Cile (17,4%), la Corea del Sud (12,9%), Israele (12,9%).Tutti! Per l’istruzione pre-primaria e primaria l’Italia ha speso nel 2017, 25 miliardi, 5 miliardi in meno di quanti ne spendeva nel 2009. Per l’istruzione secondaria (medie e superiori) ha speso 30 miliardi nel 2017, 2,3 in meno che nel 2009. Infine, per l’università ha speso 5,5 miliardi nel 2017, erano 7 nel 2009.

Nell’ambito dell’investimento sull’università, l’Italia spende meno di qualsiasi altro Paese europeo in termini di percentuale (0,3%) del Pil.

Inoltre, nello stesso periodo (2009-2017) in cui noi diminuivamo costantemente le risorse da destinare all’istruzione, gli altri Paesi europei, al contrario, le aumentavano consistentemente.

Il mondo dei docenti, le sue parti più vitali perlomeno, si arrovella da tempo dietro ai grandi temi scolastici che la politica dovrebbe prendere in carico; lo fa con discussioni che riguardano i fondamentali (si legga qui e qui), come a dire che le idee per un profondo cambiamento non mancano e che i punti caldi su cui mettere mano – chi nella scuola lavora – li ha chiari in mente.

Oggi però mi permetto due appunti sull’hardware, le strutture, lasciando per un attimo da parte il software, la vita scolastica, di cui, visto il quadro, sembra persino velleitario parlare.

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Mi sembra ragionevole pensare che le risorse destinate alla scuola post covid  vengano impiegate per adeguare le strutture agli ormai noti parametri di sicurezza. Qui per me si pone una questione di metodo, preliminare e dirimente rispetto alle scelte successive: non dobbiamo organizzare le scuole per fronteggiare l’emergenza virus, ma per migliorarne in modo durevole la qualità degli spazi interni, sia per viverci (passiamo lì dentro più ore di quelle che passiamo nella cucina  o nel salotto di casa) che per insegnarci. Il plexiglas, per fare un esempio finito in prima pagina, sarebbe la soluzione sbagliata (per precisione: una soluzione che non è mai stata avanzata formalmente, ma che è emersa nelle discussioni svoltesi in queste settimane). Sarebbe sbagliata perché  configurerebbe una montagna di plastica e una spesa ingente per qualcosa che forse nel concreto non ci servirà e la cui funzionalità sarebbe limitatissima (sorvolo sull’idea di scuola che la proposta porterebbe con sé).

Se dovessi indicare tre cose (esclusa la riforma delle riforme: la diminuzione del numero di studenti per classe, di cui abbiamo già detto la volta scorsa) che ci servono immediatamente dal punto di vista strutturale, direi:

1- Un polo medico all’interno dei grandi complessi scolastici. Durante questa pandemia si è letto in ogni dove che ciò che è mancata è la medicina di territorio, i presidi diffusi. Gli istituti comprensivi sono dei micro comuni –  penso al mio luogo di lavoro, all’omnicomprensivo di Vimercate, con quattro istituti superiori uno in fila all’altro e una popolazione di migliaia di utenti. Inserire un polo di medicina territoriale in un contesto come quello scolastico sarebbe estremamente utile: potrebbe offrire un servizio di supporto e prevenzione dentro la scuola e, progettato correttamente, accogliere anche il resto della cittadinanza.

2- A chiunque sia entrato in un’aula di scuola sarà nota “l’aria che si taglia a fette” già alle 9 del mattino. A volte nelle aule si cade in uno stato di torpore dovuto – oltre che alle mie spiegazioni – alla mancanza di ossigeno.  Le aule vanno ripensate per garantire un ricambio dell’aria con sistemi naturali o artificiali che siano. Al di là del virus, ricambio d’aria e igiene delle mani sarebbero accorgimenti con significativi impatti anche sulla diffusione delle “normali” malattie di stagione e sulla vivibilità degli spazi di studio/lavoro.

3- Che la didattica sia a distanza o meno, dopo muri ed infissi, dovremo rimettere seriamente mano al parco tecnologico. Nelle aule dei nostri istituti ci sono molte cose, LIM, tablet, pc per docenti, proiettori, ma per tanti motivi non funziona mai niente. Per età diverse dei prodotti, aggiornamenti non sempre effettuati e non sempre compatibili, alla fine non funziona niente. Forse vi sembrerà una barzelletta, ma le cose nelle scuole pubbliche italiane vanno spesso così:

Prima ora in una qualsiasi scuola italiana: arrivi in classe, accendi il pc, ma è vecchio e lento (variante: è piuttosto recente, ma deve fare degli aggiornamenti con frequenza sospetta). Intanto sono le 8:05. Aspetti che si apra il browser e accedi al registro elettronico. La connessione è debole, ci mette un altro po’. Sono le 8:10. Fai l’appello sperando che il sistema non si incarti, giustifichi le assenze entrando nel profilo di ogni studente, ma firmando anche il libretto cartaceo. Dato che il ricambio d’aria è nullo, ieri c’erano un sacco di ammalati per influenza e devi giustificare per cinque minuti. Nel frattempo bussano alla porta quelli del 147, l’autobus che arriva con cronici cinque minuti di ritardo al piazzale della scuola. Rivedi quindi l’elenco dei presenti e segni l’ingresso dei ritardatari. Alle 8:17 siamo pronti per iniziare. Voglio partire proponendo un video, ma Youtube è bloccato dal super sistema di controllo della scuola, che poi sennò gli alunni all’intervallo si impossessano della Lim e ascoltano la trap. Allora mi sposto, mi loggo su Raiplay e spero di poter guardare il video da lì, ma la connessione è scarsa e il video si blocca in continuazione. Niente video, rinuncio. (C’è anche in questo caso una variante: se il video va, mancano le tende alle finestre, entra il sole e non si vede niente. Oppure ancora: mancano casse audio di qualità decente e non si sente niente). Apro la funzione “lavagna” della Lim così, pur senza video, indicherei almeno tre concetti chiave di cui dovremmo discutere insieme. Quando appoggio la penna elettronica il segno grafico compare a dieci centimetri di distanza dalla punta. La lavagna elettronica va calibrata… arrivasse anche una circolare di cui dare notizia alla classe l’ora sarebbe praticamente terminata.

Faccio appello a tutti i colleghi della penisola affinché confermino quanto questa storiella rappresenti verosimilmente la realtà quotidiana per molti di noi.

Fine.   Queste sei righe sono solo appunti per non mettere toppe peggio dei buchi, niente di esaustivo: alcune delle cose che ci servono davvero. Prima di parlare di upskilling e “gare dei talenti” serve un piano straordinario di investimenti per rimettere in piedi la baracca. In un contesto di risorse scarse l’appello è  a non spenderle male.

 

 

 

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Per non finire male

Per non finire male – appunti utopici per la scuola che verrà

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A Yerevan, con le classi 3^D e 3^E, l’anno scorso

Vedo in questi giorni le foto dell’anno scorso e della nostra straordinaria esperienza nel Caucaso con il laboratorio Viaggi Diversi. Ne ho chiacchierato con alcuni alunni in queste mattine e la risposta è unanime: ci ricordiamo quei giorni minuto per minuto, come qualcosa di vivo. Immagini che, viste oggi, fanno sentire più forte il vuoto finale di quest’anno scolastico.

L’esperienza di questi mesi è stata sicuramente un esperimento interessante (viene in mente l’usanza, attribuita ai cinesi, di augurare al proprio nemico di vivere in tempi interessanti…) che a conclusione lascia – almeno a me – un grande senso di sterilità alle spalle. Nel nostro piccolo, al Vanoni, quando possiamo, cerchiamo di costruire una scuola pensata e realizzata spalla a spalla con i ragazzi, perché riteniamo sia quello un modo sensato di fare scuola oggi, davanti alle distanze (generazionali, sociali, chiamatele come volete) che sempre più caratterizzano il rapporto studente-docente. Immaginare che il prossimo anno somigli vagamente a quello che va concludendosi significa immaginare un altro anno in cui si sopravvive.

Alcune cose per fare meglio, credo di poter dire, le abbiamo imparate:

  1. la tecnologia è uno strumento importante per migliorare la didattica e in questa occasione anche per renderla possibile, ma non è panacea dei mali scolastici e non può essere Il Canale;
  2. abbiamo riscoperto la vicinanza come bene prezioso (mai sentiti così tanti studenti contemporaneamente rimpiangere le aule scolastiche!)
    3) la pandemia può essere occasione per rimettere a posto l’ordine delle priorità. Il sistema mondo così come lo abbiamo allestito non funziona: basti nominare la crisi ecologica, se non vogliamo guardarne altre urgenti, ma forse meno semplici da circoscrivere;
  3. la scuola è lo spazio che abbiamo per formare cittadini in grado di pensare e vivere bene, ma è uno spazio che oggi spesso sembra impegnato per dare forma a una caricatura dell’esecutore flessibile globalizzato. Dell’esecutore flessibile globalizzato – a parte il fatto che si adatterà sempre senza fiatare – non ce ne facciamo molto durante un’emergenza che pone in discussione le basi della società nel suo complesso. Vi potrà sembrare un discorso eccessivamente teorico, ma se non voliamo alti quando parliamo di scuola e formazione, quale sarebbe la sede opportuna per farlo?

Inquieta un po’ ascoltare le confuse voci di corridoio che arrivano da Roma sulla “scuola di settembre” (siamo ancora alle voci di corridoio, peraltro). Pare si ragioni di contenuti digitali da replicare in serie, classi metà qui e metà là, disinfettante e plexiglass. Avremo bisogno anche di questo, certamente, ma non perdiamo di vista il cuore della vicenda. Scuola e realtà si devono guardare in faccia: servono strumenti di cittadinanza reali, non retorici. Che un giovane sia messo nelle condizioni di comprendere, scegliere, criticare, costruirsi un codice etico, immaginare altre vie. Utilizziamo l’occasione straordinaria per segnare una discontinuità con gli ultimi anni.

Ci sono cose che potrebbero aiutare a uscire dai ragionamenti di plexiglass, scrivo alcuni appunti sparsi, tra i conti della serva e lo slancio utopico, mi perdonerete. Sono incipit di ragionamenti che andrebbero poi proseguiti insieme scuola per scuola, comune per comune, con quel che si ha a disposizione, in un grande laboratorio che liberi e ravvivi la scuola ai tempi della pandemia globale:

  • anzitutto, per iniziare eleganti: ci vogliono soldi. Le risorse destinate alla scuola, stando all’ultimo decreto, sono davvero modeste: 331 milioni di euro complessivi che andranno divisi per sessantamila scuole (meno di 6.000 euro per ogni scuola). Queste dovrebbero servire per dotare le scuole delle nuove misure necessarie. Voglio sommessamente ricordare che la scuola è in crisi da ben prima del virus: finestre rotte, attrezzature informatiche vetuste (quando ci sono), muri che piangono miseria… potremmo fermarci qui;
  • abbiamo sempre chiesto la riduzione del numero di alunni – prima riforma necessaria – perché con gruppi piccoli la qualità di quel che si fa s’innalza. E’ il momento!
  • al posto di reclutare vigilantes, perché non pensiamo di creare reti sul territorio con persone, enti, associazioni, che possono aiutarci a fare scuola in modi diversi? Proviamo a uscire dal perimetro: è una situazione emergenziale, un’occasione per sperimentare. Parliamo dell’impegno politico con i consiglieri comunali del paese, incontriamo i giornalisti del quotidiano locale e facciamoci spiegare quanto è importante e delicata l’informazione, incontriamo sportivi, magistrati, mobilieri, rapper; un agricoltore che ci dica che è ora di fare attenzione a cosa mangiamo. Usiamo gli spazi esterni del paese o della città. I boschi, i musei, i cineteatri, gli oratori. Facciamo dibattiti in piazza e lezione seduti davanti a un bel paesaggio. Se anche molti di questi esperimenti dovessero rivelarsi fallimentari, non lo saranno più di questi mesi di didattica a distanza e ci avranno comunque aiutato a cartografare, a capire da che parte non bisogna o non si può andare;
  • per poter fare questo esperimento – ma non solo per questo – studenti e insegnanti meritano più autonomia. Sono questi i due poli al dialogo e durante la quarantena collettiva hanno dimostrato di sapersi organizzare, arrivando prima delle direttive ministeriali.
    Nelle relazioni, anche in quelle educative, la fiducia è tutto.
    Oggi scuole e insegnanti sembrano sorvegliati speciali, devono attenersi a sempre nuove procedure rigidamente codificate e monitorate secondo le retoriche della trasparenza, formarsi solo seguendo le raccolte punti ministeriali. Il digitale aumenta ancor più questo tipo di spinte regressive. La trasparenza nasconde spesso un insano desiderio di misurazione e controllo, che deriva dalla totale assenza di fiducia tra le persone. Senza fiducia non si costruisce una comunità educante. Siamo all’abc: dico cose risapute, ma sempre più lontane dalla realtà concreta.
    Collegato agli istinti misuratori: smettiamola di buttare soldi per l’Invalsi. E’ raccapricciante dal punto di vista etico spendere 22 milioni di euro in una fase d’emergenza per fare test a crocette.
    Agli studenti chiediamo di più, diamo loro più responsabilità, svegliamoli dal torpore in cui li abbiamo confinati (ben prima della quarantena collettiva). Non possiamo chiedere loro di non essere irresponsabili oggi, quando quel che facciamo molto frequentemente è dirgli di stare seduti in silenzio ad ascoltare e replicare pedissequamente i gesti dell’insegnante.

Vi sento… se non siamo pronti alla didattica digitale figuriamoci alla scuola che diventa laboratorio di alternativa. Avete ragione. C’è nella scuola chi ha perso fiducia nella politica, nelle famiglie, chi nei ragazzi che ha davanti, qualcuno persino in se stesso. Tutto vero, siamo tutti mezzi in crisi. Ciò detto, l’unica mi sembra guardare questi orizzonti, per ora col binocolo, e provare a camminare in quella direzione. Piccoli passi avanti potrebbero migliorare la situazione e formare un contesto nuovo.

Abbiamo bisogno di risorse, fiducia e ottimismo della volontà. Se vi sembra troppo vi ricordo che la scuola è per ogni società l’infrastruttura strategica per eccellenza.