Giornate del Caucaso – Tbilisi mon amour

Lasciamo l’Azerbaigian in un giorno di pioggia. Con una vecchia marshrutka oltrepassiamo le provincie più orientali del paese, Zaqatala (leggere Zagatala) e Balakan: sono aree diversissime dal resto del paese. Sono zone tra le più povere e climaticamente somigliano più alla Lombardia che a Baku. Il parco auto è più logoro, le abitazioni di lamiere e tetti rossi più precarie, le facce più brune e tristi. La strada è accompagnata da boschi di robinie che si interromponono per lasciare spazio a coltivazioni di nocciole e tabacco in gran quantità. Ogni tanto si incontrano anche i grandi essicatoi, dove le grandi foglie di tabacco, sono legate a testa in giù ad asciugare.

Ci fermiamo a fare gasolio prima di arrivare al confine georgiano. La marshrutka che ci è venuta a prendere a Qax è georgiana e ha tutto vantaggio nel fare carburante dalle economiche pompe del suo vicino petrolifero. Cosa mai vista: ogni pompa ha di fianco un rialzo di cemento dove l’automobilista deve salire per inclinare l’auto a favore del benzinaio.

Arriviamo alla frontiera di Lagodekhi con un tempo novembrino. La dogana azera è un po’ scalcinata. Si vede che siamo molto ben lontani dai fasti di Baku e che per il governo questa è un’uscita sul retro, di serie B.

Scendiamo tutti dal furgone e procediamo a piedi, prima ai controlli azeri. Foto come all’ingresso, controllo visti e passaporti, domanda di rito sull’apprezzamento del paese. Apprezzatissimo!

Poi si cammina nella terra di nessuno tra le due frontiere per 300 metri, si supera un ponte che deve averne viste tante e si arriva ai tornelli del controllo georgiano.

“Ma come solo tre giorni in Georgia?!”.

Gli spieghi che ci passi esclusivamente per andare in Armenia, ma che ci sei stato a lungo l’anno scorso e, sì, è un paese magnifico!

Si esce presto nella pineta di Lagodekhi dove si può sostare in attesa che anche la marshrutka svolga le sue pratiche e arrivi a riprenderci.

Eccoci quindi, di nuovo, felicemente, nel Kakheti. La regione del vino georgiano per eccellenza. Qui dicono i georgiani sia nato il vino prima che in ogni altro luogo al mondo. Vero o no, sono felice di aver rimesso piede qui.

Le frontiere tra Azerbaigian e Armenia sono sigillate a causa del mai risolto conflitto per l’area del Nagorno Karabakh. Per andare da un paese all’altro bisogna quindi transitare per la Georgia. Il consiglio, per non avere problemi alle dogane, è di fare il giro nel nostro stesso senso. Arrivare in Azerbaigian con i bollini di entrata e uscita dall’Armenia potrebbe causarvi qualche domanda di troppo, in quanto il paese è reputato dagli azeri un nemico che ha sottratto loro un bel pezzo di terra. Se poi doveste arrivare in Azerbaigian con il visto del Nagorno Karabakh sul passaporto verreste, come minimo, espulsi e considerati persone sgradite in patria. Questo perchè avreste visitato un pezzo di Azerbaigian – sottratto dall’esercito armeno e oggi de facto (ma non de iure) indipendente – senza le regolari autorizzazioni dello stato.

***

Arrivati a Tbilisi il cielo si squarcia, emergono macchie di blu, che poi diventano un mare punteggiato solo qua e là da spumose nuvole bianche. Spira un vento fresco tra le case storte della città vecchia e alza tutti i profumi, di erbe, di spezie, di frutta e di pane, di cui questa città è capace. L’avevo trovata bella lo scorso anno, la trovo ancor meglio oggi, con qualche elemento in più per guardarla e capirla.

Siamo alloggiati nel quartiere collinare di Avlabari, guardiamo dall’alto la città vecchia. Tra i tetti splendidamente incoerenti del quartiere spunta col suo lampo dorato la cattedrale di Tsminda Sameba.

Noi come sempre abbiamo un indirizzo errato, entriamo nel giardino al civico indicato, ma non c’è nessun ostello. Ci sono però due vecchiette che ci fanno segno di non preoccuparci, di entrare. Le signore, compreso il problema, con la tipica accoglienza georgiana, ci accompagnano in strada e ci danno tutte le informazioni per raggiungere il nostro alloggio che, nonostante le indicazioni ufficiali, si trova da un’altra parte.

Poi scendiamo in città per andare alla stazione ferroviaria ad acquistare i biglietti per il treno notte per Yerevan, su cui dovremmo tentare di infilarci la sera successiva. Quando stacchiamo il nostro bigliettino, come dal salumiere, leggiamo 269. Stanno chiamando il 2…

Con mentalità da veri uomini dell’est non ci facciamo turbare dalla sorte e restiamo più di due ore pazientemente in stazione(!). Alla fine l’attesa vale i posti in cuccetta in un vagone di seconda classe.

Usciamo dalla stazione con il sole già basso. Camminiamo su e giù per la città fino a raggiungere per sentierini i piedi di Madre Georgia, la statua di 20 metri d’altezza situata non molto distante dalla rocca e dalla funicolare che trasporta nella parte più alta di Tbilisi turisti e cittadini. Le luci del tramonto rendono l’impasto eterogeneo della città una specie di fotografia permanente. Non riusciamo a smettere e da ogni angolo pare necessario scattare una foto.

Ceniamo al Cafè Palermo che, a dispetto del nome, è una vecchia taverna in stile sovietico dove i prezzi sono bassi, le porzioni abbondanti e il cibo gustoso. Un posto da segnarvi, per le vostre prossime discese da queste parti. Il ristoro è gestito da una coppia: lui legge il giornale e si cura che tutti facciano il loro mestiere, lei accoglie i clienti e suggerisce caldamente il menù. Nel senso che voi potrete pure dire “mi porti un khachaphuri (qui se ne possono assaggiare alcune varianti regionali tra l’altro) e una birra”, ma lei vi convincerà che quella è una sera unica per prendere un piatto di khinkhali e bere del saperavi del Kahakheti. Vedrete che vi farete convincere.

***

Il giorno seguente abbiamo un programmino niente male: gita in giornata a Davit Gareji, con un paio d’ore di strada per raggiungerlo e un paio d’ore di trekking per girare i dintorni e poi rientro nella capitale e treno notte alle 22 in partenza per Yerevan e l’Armenia. I ritmi sono sempre quelli della vacanza in riviera, insomma.

Che veniate da Sighnaghi o da Tbilisi, la strada per arrivare ai monasteri di Davit Gareji è veloce fino a che non mancano una ventina di chilometri. Poi diventa in parte sterrata e in parte asfalto e buche profonde. Si avanza a rilento. La fatica tiene alla larga le orde di turisti e viene ampiamente ripagata dalla pace del luogo e dal bel trekking ad anello (2 ore scarse) che si può intraprendere tra il monastero più basso e quello più alto: uno spettacoloso sentiero in costa che percorre il confine tra Georgia e Azerbaigian. Ogni tanto incontrerete qualche (innocuo) militare di frontiera (con mitra) che farà finta di niente.

Dalla sommità più alta si gode di un panorama a 360 gradi: da una parte si ha la Georgia, con paesaggio mosso e colorato, oggi reso aeronautico da belle nuvole bianche. Dal versante azero i panorami si declinano all’infinito desertico, perdendosi nella polvere.

Rientrando facciamo sosta a Udabno. Un villaggio di quattro case a una decina di chilometri dal monastero. Quattro case, due ristoranti e un ostello popolato da vecchi russi seduti su sedie sdraio a contemplare la prateria e giovani freakkettoni parcheggiati tra amache e altalene. Se venite da queste parti potete fermarvi una notte a dormire qui. L’ostello mette a disposizione anche bungalow e posti tenda.

Rientriamo a Tbilisi che sono le 19. La gentile hospitalera del Nice View Hostel, oltre ad aver tenuto al sicuro i nostri zaini per la giornata, ci dà anche la possibilità di farci una doccia prima di andare a prendere il treno.

Arriviamo in stazione belli profumati – che in questi giorni è un piacere raro, da apprezzare con un gusto che nella nostra quotidianità di occidentali è ormai inedito – e con una borsa piena di khachapuri e pomodori come cena. Il treno arriva in orario ed è mezzo vuoto, popolato principalmente di armeni in viaggio di ritorno verso la loro capitale. Sembra tutto fin troppo liscio.

Prima di partire, le guardie di frontiera georgiane, come prassi, ci ritirano i passaporti e spariscono. Intanto, giunta l’ora della partenza, sul nostro treno non vola una foglia. Passa mezzora. Passa un’ora. Passa un’ora e mezza. Con 90 minuti di ritardo lasciamo Tbilisi e lanciamo la nostra lenta corsa verso Yerevan. I passaporti non si sono ancora visti e così, con l’ausilio di una ragazza a farci da gentile interprete, chiediamo delucidazione al capotreno: sia mai di arrivare alla frontiera senza documenti!

Ci dice che i nostri passaporti ci saranno ridati alla prossima stazione. Non capiamo esattamente la frase: intende dire che i nostri documenti non stanno viaggiando con noi sul treno?! Non lo abbiamo capito. Dopo un’altra mezzora e qualche perplessità di troppo, però, ecco che i passaporti ritornano, con bollino di uscita dalla Georgia incluso.

Ci prepariamo le cuccette e sonnecchiamo, ma senza molta decisione. Non è finita: sappiamo che presto o tardi arriveremo ai controlli della frontiera armena!

Ci arriviamo che sono le due di notte. Per fortuna non bisogna scendere dal treno. Entra un doganiere che sembra Montalbano, accende la luce con modi spicci e si siede su una delle nostre brande con il suo piccolo computer portatile e senza chiedere permesso. Il portatile… una tecnologia che stona su questo vecchio treno di fabbricazione sovietica!

Scannerizza i passaporti, fa una foto alla pagina con i bolli di ingresso e uscita dall’Azerbaigian (?) e ci augura buon viaggio. Finalmente chiudiamo baracca e dormiamo qualche ora.

Yerevan è vicina e la prima cosa da fare domattina sarà andare all’ambasciata della regione contesa del Nagorno Karabakh per ottenere il visto d’ingresso. Ma questo ve lo raccontiamo in una prossima puntata!

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Giornate del Caucaso – Non fermatevi Qax

Prendendo una marshrutka in venti minuti da Sheki si può raggiungere Kis (da leggere Cisc), un grazioso villaggio appolaiato sulle montagne sopra la città. Il cuore sacro del villaggio è la chiesa albanese risalente ai primordi dell’età cristiana. L’Albania dei Balcani non c’entra niente. Linee pulite, torre rotonda, oggi la chiesa è utilizzata come piccolo museo trilingue, che vi spiega tutto, ripercorrendo la storia dell’Albania caucasica: la nazione cristiana che un tempo occupava buona parte dell’Azerbaigian settentrionale.

Il territorio montuoso azero, come quello del resto del Caucaso, ha offerto nel corso dei secoli una naturale protezione all’assimilazione politica e culturale di tante minoranze. Così, seppur esigue numericamente, ancora oggi vivono tra queste valli decine di popolazioni con etnie e lingue diverse. Per restare in zona senza tornare ai khinalugh di Xinaliq: lesghini, avari e tsakhuri occupano ancora adesso le pendici del Caucaso nelle zone di Balakan e Zaqatala, udini e rutuli risiedono nelle province di Gabala e Sheki. La quasi totalità di questi popoli professa oggi l’Islam, ma fanno eccezione gli udini, che sono cristiani pre-calcedoniti nonché ultimi eredi proprio di quel regno di Albania, che si citava sopra.

Dalla piccola chiesa si dipartono vie acciotolate che irradiano tutta la sommità del monte. Case storte o mezze abbandonate, armonicamente aggrovigliate da rovi e ortiche, altre tenute a regola d’arte e di fresco decorate; poi fontane, ruscelli, alti cancelli, mucche e galline, tubi gialli del gas che corrono su e giù per le strade, bambini che giocano per strada. Si passa volentieri qualche ora a fare foto e curiosare.

Decidiamo di tornare a Sheki a piedi. La strada non è niente di che, ma la bella luce del tramonto invoglia. Percorrendo un viottolo troviamo una bella moschea rurale, di quelle semplici e forse proprio per questo eleganti. Tra la chiesa e la moschea ci saranno in linea d’aria trecento metri.

Il Caucaso ha conosciuto e conosce molti dei. Il primo ad arrivarvi è stato il dio dei cristiani; poi è stato il turno di Allah, mentre qua e là alcuni fedeli continuano a pregare lo Jahwèh ebraico. Questa trinità – specie qui sulle montagne – non ha tuttavia scalzato le divinità pagane di mille anni più antiche. Le religioni monoteiste non hanno distrutto quelle precendenti, limitandosi ad assorbirle, assimilarle. I culti si sono fusi, mescolati e compenetrati uno con l’altro. Il dio osseto Uastryrdzi, protettore dei viaggiatori e patrono dei combattenti, di solito raffigurato come un cavaliere armato in sella a un cavallo bianco, con il tempo ha finito per assimilarsi al San Giorgio venerato nella vicina Georgia, però continua a pretendere dalla popolazione, da tempo battezzata, offerte a base di vodka e carne di agnello. Gli ingusci musulmani sono soliti fare pellegrinaggi in alcuni boschi che ritengono sacri, i musulmani del Karçai si inchinano davanti alle grandi vette caucasiche. L’elenco potrebbe essere lungo.

Quando i caucasici brindano – scriveva il Gorecki – brindano sempre al Grande Dio, evitando accuratamente di dargli un nome.

Esprimono la convinzione che tra tanti esseri soprannaturali debba essercene per forza uno più importante, più grande, più potente degli altri e che questa gerarchia divina sia fuori portata della mente umana. E quindi che la cosa migliore sia rendere onore a questo ignoto Onnipotente bevendo alla sua salute e spargendo a terra le ultime gocce di alcol.

Il Caucaso ancora oggi – basterebbe un giro nelle sue tre maggiori capitali: Tbilisi, Yerevan e Baku – è un esempio di pacifica convivenza di lingue, identità e credi diversi. Ci sono delle tensioni, che a volte sfociano in violenti e drammatici conflitti, ma non è quello lo spirito dei luoghi, non è quella la loro quotidianità. Spesso, sotto certi sommovimenti, che poi diventano esplosive eruzioni, agisce il delicato intrico di interessi che questo territorio di cerniera da sempre genera. Ma in questi casi le storie sono altre e passano sopra le teste della gente.

***

Il giorno seguente lasciamo Sheki e ci dirigiamo a Qax (che, più o meno, dovreste leggere Ghakh). Anche in questa occasione pare che la guest house prenotata la sera prima sia inesistente. All’indirizzo indicatoci c’è un portone di legno senza alcuna insegna. Iniziamo a interrogarci percorrendo su e giù il viale Heydar Aliyev, punteggiato di cartelloni raffiguranti l’ex presidente e che termina nel parco Heydar Aliyev, in cui c’è una statua del padre padrone della patria, chino sul suo scranno d’oro.

Niente, le nostre esplorazioni non chiariscono la situazione. Memore degli usi georgiani appresi lo scorso anno (in Georgia non ci sono citofoni e semplicemente si aprono i cancelli e ci si addentra nei giardini in cerca del proprietario) spingo il portone di legno e faccio ingresso al civico 49, dove dovrebbe esserci secondo indicazioni del sito, la nostra pensione. Dietro il grande portone di legno ci sono in primo piano macerie sparse alla rinfusa, in secondo piano una Lada Niva e, molto più in fondo, una casetta. In Italia avremmo già richiuso il cancello, ma ormai non ci facciamo più sorprendere dalle bizzarie del Caucaso e andiamo avanti. Ci avviciniamo quatti quatti, cercando di capirne di più: no, non sembra affatto una guesthouse. È una casa privata. Mettiamo la retro e con grande accortezza, senza far rumore, come veri topi d’appartamento, raggiungiamo di nuovo il portone e ce lo chiudiamo rapidamente alle spalle.

Che fare quindi?!

Ci guardiamo intorno perplessi. Proviamo ad entrare dal vicino barbiere: che forse sappia qualcosa dei suoi misteriosi vicini del civico 49? Qualcosa sa. Non l’avessimo mai fatto! Alla nostra domanda nasce una accesa discussione a tre, tra il barbiere, il cliente che si sta facendo fare barba e capelli e un terzo individuo in attesa.

Iniziano a chiamare a destra e a manca, ancor prima che io faccia vedere loro la prenotazione. Quando legge il nome del posto, il cliente mi dice, o almeno io credo mi dica: “ah sì! Dietro casa mia!”.

Al che si alza preso da foga improvvisa, esce dal negozio, seguito dal barbiere e dall’altro e gesticolando prova a spiegarci la strada.

Ma no, uno non ci capiamo e due siamo troppo lontani. Troppo difficile. Allora tutti e tre si mettono in mezzo alla strada per fermare un taxi. Uno, due, tre, i taxi sfilano via tutti occupati. Allora barba e capelli ha un guizzo di genio: corre all’angolo della strada, ferma un tizio che passa a caso di lì, gli da due manat e gli dice: “Fai la retro e accompagna quei signori in questo posto”. Il tizio, come fosse la cosa più normale del mondo, prende i due soldi, gira l’auto e ci carica. Salutiamo e ringraziamo a non finire i tre del barbiere.

Nel lampo di dieci minuti ci ritroviamo nel retro di un ristorante ben lontano dall’indirizzo scritto sul sito della guesthouse. Siamo davanti a sei camerieri di cui nessuno sa una parola di inglese, nel tentativo di spiegare che siamo stati portati lì dopo aver mostrato la prenotazione, che adesso stiamo mostrando anche a loro.

I camerieri confabulano per un po’, ma non se ne viene a capo. Forse siamo stati portati nel posto sbagliato?

Poi arriva il capo, ci dice di seguirlo e ci mostra una stanza abitata sopra il ristorante. Puzza di fumo, e contiene i segni di una vita abitudinaria: birre aperte, ciabatte, pacchetti. Qualcuno dei camerieri, a naso, la usa come alloggio. Ci dice (o crediamo ci dica): “Ok? Faccio pulire e poi alle 13 qui?” indica col dito sull’orologio. Per noi sempre bene, pochi euro e noi siamo d’accordo.

Intanto lasciamo gli zaini più pesanti e prendiamo una marshrutka per Ilisu, villaggio montano sopra Qax. La guida dice che è una amena località di montagna, in cui è possibile effettuare un paio di passeggiate. Una va verso il confine russo, daghestano per l’esattezza. Inutile andarci perchè si cammina in piano dentro una ampia vallata fluviale per poi essere fermati dalle guardie di frontiera nel cuore del Caucaso. L’altro percorso, di un’oretta scarsa, porta invece a una cascata dove gli azeri si accalcano a prendere l’acqua, spingendosi fin sotto la cascata con numerose bottiglie di plastica vuote.

Il sentiero – come spesso accade da queste parti e specie oggi che è domenica – è una brutta strada piena di 4X4 che salgono e scendono portando su un mucchio di escursionisti della domenica e intossicando la salita dei quattro cristiani che vanno a piedi. Famiglie con borse di cibo, signore con calzature luccicanti, il popolo delle ciabatte (vi ho già detto che gli azeri vanno ovunque in ciabatte?!), le nonne con i nipoti, i selfie pretenziosi, gli intrepidi della doccia sotto il getto della cascata.

Bene, l’esperienza antropologica è fatta: ora ridiscendiamo al villaggio e da lì a Qax.

Qax è piccola e senza grandi attrattive, oggi è domenica ed è pure la sera della finale dei mondiali di calcio. Praticamente un incubo: è tutto chiuso e i due posti che sono rimasti aperti sono assediati da azeri che tifano – non si sa bene perché – tutti Croazia.

Noi finiamo nel ristorante più sfigato del paese, dove anche il cuoco è palesemente distratto dal suo mestiere. Aspettiamo un pollo alla brace per un’ora.

Risultato mondiale avverso e mesta cena a parte, sul taccuino si registra che in un prossimo programma di viaggio in questa bella terra azera, noi, da Qax e Ilisu, non ripasseremmo. Poi vedete voi.

Giornate del Caucaso – Sheki, la cavalletta e il rito del té

Dei 9 milioni di abitanti azerbaigiani (il paese è in ripresa demografica: dopo lo schianto URSS, è tornato a crescere) il 44% ha meno di 24 anni. La media delle età è di 31 anni. Io qui faccio parte della metà anziana della popolazione da quattro anni. In Italia, dove la media delle età è di 45, ho ancora dieci anni di appartenenza alla parte più giovane del paese. Inquietante.

Lo penso guardando i tanti bambini che corrono per le strade ampie e disastrate di Sheki. Che sono solo una parte delle miriadi viste in questi giorni, dalle montagne di Xinaliq al Mar Caspio.

Sheki è una cittadina storica dell’Azerbaigian, sorge a 500 metri s.l.m. lungo il versante meridionale del Caucaso maggiore. 60.000 abitanti sparsi su grandi colline. L’abitato è attraversato da due fiumiciattoli: Gurchanachay e Dayrmanarkhichay (dura la vita dei lettori!).

L’antica Sheki si trovava invece più a sud dell’attuale città: fu distrutta nel 772 da una fiumana di fango, probabilmente generata dagli stessi corsi d’acqua appena citati. La fortuna fu raramente di casa qui e la città venne rasa al suolo diverse altre volte (terremoti, invasioni), così che oggi possa vantare solo alcuni edifici risalenti al 1700 e nient’altro.

Arriviamo in città dopo un signorile viaggio di seconda classe nel treno notturno Baku-Balakan, del costo di 10 manat a testa (5 euro): la tratta che porta, in una decina di ore, gli azeri al confine georgiano, nella zona di Lagodekhi. Un percorso storico, affrontato già sul finire dell’800 da viaggiatori, avventurieri e uomini d’affari della British Petroleum (BP), che già avevano fiutato l’affare del Caspio e meditavano le migliori vie di fuga verso l’Europa per l’olio e il gas azero.

Lenzuola pulite, clima decente, due cortesi ragazzi di Baku come esperti coinquilini: ci insegnano tutti i trucchi dentro lo scompartimento. La notte passa tranquilla e ci riconsegna a un’alba pallida sopra un paese che dal finestrino sembra fatto di paglia e nient’altro. Tiro su la testa e nel procedere lento del convoglio vedo sfilare un pastore solo con le sue pecore, lunghe distese, qualche palo di legno storto, un deposito abbandonato e ancora distese. Solo talvolta, all’orizzonte, qualche raggruppamento di case.

Scesi dal treno sono le 7. Per le abitudini azere ancora notte. Solo pochissime forme di vita popolano la città. Vaghiamo in cerca della guest house con cui abbiamo preso contatti la sera prima. Non avendo internet, ci siamo salvati l’indirizzo. Iniziamo cosi a chiedere in giro. A una ragazza (ma forse è troppo giovane), a una signora più esperta (ma forse è spaventata), a un negoziante (ma forse non è proprio proprio del posto), a una coppia di giovani, si consultano, entrano in un negozio a chiedere per noi, ma niente. Nessuno conosce quella via né il nome della guest house.

La giovane coppietta allora si offre di chiamare per noi il numero di telefono che diligentemente abbiamo segnato: il telefono è fuori uso o sconnesso!

Puntiamo allora su due poliziotti. Ma neanche loro sanno dove si trovi la via. A questo punto iniziamo a temere di aver regalato qualche euro a (introvabili) sconosciuti. Ci fermiamo a fare colazione per riprenderci dai tanti giri a vuoto. Entriamo in un giardinetto dove ci sono due tavolini e una porta, una porta che porta in un locale buio e pieno di tendaggi. Sembra il camerino di un mago o una tenda nel deserto. L’oste ci sorprende alle spalle: quando non ha clienti si siede all’ombra di un platano lungo il corso del fiume, dall’altro lato della strada. Quando qualcuno si avvicina alla sua tana buia, fa ritorno.

Il nostro uomo, con splendide fattezze da nomade dei deserti, ha un solo menù appeso al muro, scritto in azero, e non capisce nessuna altra lingua. Tergiversiamo tentando di farci strada nel menù, e poi lui dice – o meglio, crediamo dica – “lasciate perdere, ci penso io!”. Così ci ritroviamo a pranzo con 4 uova in tegamino, mezza formaggella a fettine, mezzo panetto di burro, pomodori, cetrioli, té e ovviamente una coppetta di zollette di zucchero, di cui alcune con forme strane e colorate.

Dopo il pranzo delle 9 del mattino, decidiamo di entrare in un’altra casa da té dotata di wi-fi. Sorseggiamo il decimo bicchierino di té del mattino mentre impostiamo il percorso da seguire per trovare il nostro rifugio segreto. Ripartiamo e seguiamo diligentemente le indicazioni del navigatore: il percorso termina in una piccola strada sterrata fatta di case semi distrutte. La nostra tana dovrebbe essere dentro un palazzo con un ingresso dai gradini spaccati e tettoia di cui sono rimaste in piedi 3 o 4 assi. Nessun nome e nemmeno il numero civico.

Un po’ perplessi proseguiamo al vicino hotel Issam e chiediamo informazioni su questa diavolo di “Beaming House”. La signorina dell’hotel, con nostro grande smarrimento, ci riporta esattamente al palazzo scrostato davanti a cui eravamo prima. Lì, dice.

Suoniamo senza troppa fiducia e, dopo un’interminabile trentina di secondi, apre una energica signora che dicendo alcune frasi in russo ci infila in una camera completamente ristrutturata, che guarda sul giardino retrostante. Spiccia, ma anche gentile e premurosa: ci dota di asciugamani, di ventilatore, di ciabatte, ci fa vedere il bagno in giardino. C’è anche una specie di veranda all’aperto con tavoli e sedie. Splendido. Un po’ cadente, forse pericoloso, ma splendido. Lo intitoliamo ad honorem Grand Hotel Afghanistan. Perché sembra avere subito una lunga ed estenuante guerra.

La città somiglia molto all’hotel: le vie sono piene di buche, lavori in corso, canali di scolo dell’acqua a cielo aperto con effluvi maleodoranti, le abitazioni spesso malconce. Poi si entra in un giardino o in un parco urbano e si trova un clima piacevole, tavolini dove centinaia di uomini sorbono un té conversando, dove l’aria profuma di piante e di fiori, dove il tempo sembra essere un altro. Nonostante abbia subito le terribili ire della Storia, la città è abitata da gente paciosa, facce buone, atteggiamenti miti, uomini e donne sempre disponibili ad aiutare. Gente che si sa godere la vita, che ha un ritmo rilassato: il ristoratore che lascia il locale e sta seduto al fiume, il venditore di meloni che abbandona la catasta di frutti gialli e va alla casa da té, altri che si fermano seduti all’ombra lungo il corso impolverato, e così via. Gli uomini vivono la vita pubblica, le donne sono per strada per lavorare o fare la spesa, ma mi sembra che questo accada per tradizione, perché le cose sono sempre andate così, senza particolari estremismi. Se penso alla generazione dei miei nonni non era molto diverso.

Il rito del té ha un valore importante in Azerbaigian, come in tante altre parti del mondo, è un rito che si compie più volte al giorno. Abitudine come lo è il caffè in Italia, ma praticata con maggior solennità e lentezza. L’Azerbaigian, lasciata Baku e il clamore delle sue musiche moderne, è punteggiato in ogni angolo di locali dove bere il té. Piano piano, in piccoli bicchieri che vengono riempiti più e più volte, durante il corso delle chiacchierate.

La parola té qui si dice “chay”. Non si scappa. Il té in tutto il mondo o si dice “té” (o tea, thé, tee) o si dice chay (o cha’, chai). Il “peccato originale” è da ricercare a Oriente. Il termine “cha” infatti deriva dal cinese e si diffuse in tutta l’Asia seguendo i traffici commerciali della via della seta. La parola è tuttora utilizzata in Iran, nelle zone di cultura araba, in India, in Russia, negli Stan centroasiatici, nel Caucaso e in Turchia. La parola tè, che usiamo in parte dell’Europa, deriva invece da una variante del termine in uso nella provincia di Fujian, in cui la parola veniva pronunciata “te” ed espressa con il carattere cinese “te”. Gli olandesi che tra 1600 e 1700 furono i principali esportatori di tè in Europa, si rifornivano da quelle parti e diffusero questa anomala variante in molti paesi occidentali. Fanno eccezione i portoghesi che chiamano il té con l’originario termine “cha”. La ragione va sempre ricercate in Cina: i portoghesi arrivarono per primi in Oriente e avevano la loro base commerciale a Macao, dove era in uso l’originario “chà”.

Che la via della seta passasse dall’Azerbaigian e da Sheki è riscontrabile visitando il caravanserraglio presente alla sommità dell’abitato. Il caravanserraglio era l’autogrill e il motel della via della seta. I commercianti che viaggiavano di tappa in tappa, giunta la sera, si ritiravano al sicuro in queste strutture, per dar da mangiare ai cavalli, per ristorarsi e riposarsi e tenere le merci al sicuro, lontane dai predoni.

La città di Sheki era centro di mercato (bazar), ma aveva anche sue produzioni artigianali che arricchivano la piazza: tappeti, incisioni in oro, seta. Pare che la seta di Sheki fosse la migliore dell’intera Transcaucasia. I gelsi, che erano le piante usate per alimentare i bachi, sono ancora infatti diffuse in ogni angolo del paese.

Altro punto di interesse della cittadina è il palazzo del Khan del 1700. Le caratteristiche del palazzo sono le vetrate multicolore costruite con una tecnica ad incastro locale, ma con materia prima prodotta a Murano e portata qui dai traffici veneziani. Quando lo visitiamo il custode si improvvisa anche guida appassionata, dicendoci che nel 1700 i commercianti del bazar di Sheki parlavano almeno sette lingue per poter concludere i loro affari.

La sera ci facciamo consigliare un ristorante buono e alla mano dalla nostra padrona di casa. Qavqaz si chiama, in alto al centro, segnatevelo, perchè è a buon mercato, si mangia bene e l’oste è premuroso.

Quando ci sediamo e ci dichiariamo in qualche modo decisi a rinunciare al quantitativo di carne che ogni giorno il buon azero deve assumere, il cameriere (forse credendoci matti?) va a chiamare i rinforzi e ci manda il proprietario. Un signore gentile in gilet rosso a lustrini che sembra Lino Banfi, ma con la pelle nocciola. Quando gli diciamo che non sappiamo una parola di russo inizia a sudare, quando poi aggiungiamo che vorremmo mangiare qualcosa che non sia carne, le gocce corrono copiose sulla sua fronte e l’espressione si fa seriamente preoccupata. Per una trentina di secondi rimane con lo sguardo perso nel vuoto e si asciuga compostamente, con piccole tamponature, la fronte con il fazzoletto. Dopo mezzo minuto esce dall’ipnosi come se avesse ricevuto una rivelazione. Con l’indice puntato in su ci dice, in un inglese minimale: idea! Vi porto pomodori, cetrioli, formaggi, pane e patate kebab (come ricordo sempre ai miei alunni, kebab non indica l’alimento, ma la modalità di cottura. Mangiarsi un kebab è un espressione che ha più o meno il significato di mangiarsi lo spiedo!). Insomma, si riparte dalla colazione. Per noi va benissimo.

La cosa abbastanza imperscrutabile di questa cena, sarà che siamo gli unici ospiti internazionali nel giardino, è la persistente premura che il proprietario ci rivolge. Partendo dall’inizio, la tavola viene imbandita con almeno sei o sette piattini a testa. Non si capisce bene per fare cosa. Finiamo il formaggio, passa e toglie il piattino. Ne mette uno pulito. Stiamo assaggiando le patate e lui arriva e riordina i piattini sul tavolo, senza aggiungerne o toglierne. Non facciamo in tempo a finire il pane che ne porta una cesta piena. Verso la fine della serata, quando siamo ormai al consueto té e lui è giá il nostro ristoratore del cuore, arriva il momento tragicomico a firma del sottoscritto: una cavalletta azera salta e finisce sulla recinzione del giardino a 50 centimetri dalla mia faccia. Ci giriamo a guardarla e, con la sua impressionante capacità di attenzione, il nostro oste si precipita per togliere l’animaletto. Si avvicina cauto con due dita, sta per prenderla ed ecco che la cavalletta spicca un salto verso il mio faccione. Io che sono abbastanza terrificato da alcuni tipi di insetti tra cui le cavallette, mi lancio indietro per schivare il volo del famelico ortottero, trascinando con me il bicchierino e inondando con una doccia di té, me, il mio zaino, il tavolo e il ristoratore! Finiamo tutti un po’ cosparsi di té in una grossa risata. Con l’oste che si scusa infinitamente con me e io che mi scuso infinitamente con lui.

Dopo questo siparietto di terrore comico(!) il nostro oste riporta la calma nel giardino cercando di comunicarci come si chiamano in azero una serie di insetti (mediante il traduttore di Google). Lo trovo un gesto di grande eleganza e che finge così di salvarmi la faccia!

Io rimarrò per anni ricordato a Sheki come il grande viaggiatore italiano terrorizzato da una cavalletta. Come si dice, bene o male l’importante è che se ne parli.

Giornate del Caucaso – A Qalay Xudat

Qui come in quasi tutto il resto del Caucaso l’islam non impedisce ai fedeli di venerare le forze della natura. Il luogo sacro dei khinalugh si trova a una certa distanza dal villaggio. Un sentiero calpestato da generazioni di pellegrini, conduce a una grotta poco profonda, al cui ingresso si deposita un’offerta.

La sorgente sgorga in fondo alla grotta e, quando il sole è intenso, forma lo spettro dell’iride al completo. La luce penetra all’interno attraverso una fessura ovale nella roccia. Da quella fessura, di notte, passano le donne che desiderano un bambino: devono attraversarla per quattro volte, pronunciando una apposita formula.

L’acqua miracolosa non può essere usata per lavarsi né per altri scopi domestici: la si può solo bere. Dona energia, lucidità mentale e cura tutti i malanni. Vi si possono anche inzuppare i lembi di biancheria, asciugamani o lenzuola, deponendoli poi sul vicino pendio con le parole: “che il male che ho si depositi qui”.

In tempi immemorabili vivevano in questa zona quaranta fratelli: gli uomini più intelligenti, più giusti e più devoti a Dio che si fossero mai visti sulla terra. Dividevano tra loro tutto quello che possedevano e trascorrevano giornate in lavoro e preghiera. Ma un giorno capitò una tremenda disgrazia: dalla parte del Daghestan, da dietro il massiccio del Kyzylkaja, calò sulla valle un flusso di aria avvelenata. I montanari cominciarono ad ammalarsi e a morire come mosche, tanto che non c’era più nessuno per seppellire i morti. I quaranta fratelli accorsero in aiuto. Con un urlo emesso dalle loro quaranta gole scacciarono i miasmi mortali dopodiché, con l’acqua e la terra miracolose della grotta, guarirono chi ancora non era morto. I khinalugh compiono pellegrinaggi alla fonte in ricordo di quegli eventi.

Ecco un’altra pagina del Gorecki, che ci dà un ulteriore tassello per ricostruire il mosaico culturale dei pastori di Xinaliq.

Noi oggi usciamo a fare un giro per villaggi, ma non conoscendo il russo e tanto meno la lingua locale, della fonte miracolosa non possiamo chiedere.

A colazione conosciamo Diego, un ragazzo cileno che è in viaggio da mesi, in una specie di Grand Tour contemporaneo. È partito lo scorso anno da casa e ci tornerà il prossimo. Ha girato praticamente tutta l’Asia e la Russia. È un tipo simpatico, un affabulatore, si vede che è allenato a muoversi di giorno in giorno, improvvisando, e ad attaccare bottone. Finita la nostra colazione di cetrioli, pomodori, formaggio, marmellate e sottilissimo pane (sottile talmente da sembrare una piadina), decidiamo di affrontare insieme il trekking di giornata.

Un buon motivo per non affrontare da soli questi percorsi tra i villaggi è che sui pascoli ci sono famelici cani da pastore. Diverse persone, tra cui una guida escursionistica della zona, ci hanno raccomandato grande attenzione: “se vedete un gregge, cercate di aggirarlo e di passargli alla larga. I cani qui sono grossi e sono addestrati per attaccare e mordere senza esitazioni. Se doveste trovarvi faccia a faccia con queste bestie, non perdete la calma, non scappate, non correte. Mettete il vostro zaino davanti a voi e state fermi sul posto. Se il cane abbaia presto il pastore arriverà. Non ci sono greggi senza pastore”.

Partiamo tornando a ritroso lungo la strada da cui siamo venuti in auto. Si scende dalla montagna su cui è posato Xinaliq e ci si immette su un altopiano in cui un fiume si sfalda in mille piccoli rivoli. Sotto il cielo chiaro del mattino sembrano argento.

Le montagne intorno, verdeggianti, nonostante l’alta quota sono piene di animali al pascolo e qui e là di accampamenti di yurte. Siamo ai confini dell’Europa – anche se non tutti sarebbero concordi con questa visione – ma già il paesaggio è costellato di segni che parlano dell’Asia centrale.

Incontriamo diversi ragazzini che guidano greggi di pecore. Ci salutano e attirano la nostra attenzione per farsi fare una foto. Un ragazzo più adulto non si accorge nemmeno del nostro passaggio, siede su un ciglio, vicino al suo gruppo di capre: sembra chino su se stesso, come fosse disperato o molto stanco, tenendosi la mano sulla fronte. Più da vicino si capisce invece che sta solo cercando di riparare dalla luce del sole lo schermo del suo smartphone.

Poco più avanti un uomo sta seduto nel nulla, un puntino in mezzo all’immensità della valle. Davanti a sè ha una cassetta di plastica ribaltata, con sopra dei barattoli di miele. A chi li venderà qui, dove ogni villaggio produce da sé il suo miele? Cosa penserà tutto il giorno in solitaria? Guarderà il volo delle aquile sopra la nostra testa?

Lasciamo la strada e ci inerpichiamo verso il villaggio di Qalay Xudat. Ancora più remoto e piccolo di quello di Xinaliq. Ci arriva una pista sterrata che solo con grande coraggio e una buona Lada Niva (il modello di produzione sovietica che due persone su tre hanno in questi villaggi) può essere affrontata.

Noi saliamo verso la una del pomeriggio, sotto un sole a picco. 2.300 metri di altitudine ma fa caldo come se fossimo ad agosto in mezzo ai campi di mais nella provincia di Lodi.

La nostra fatica è interrotta di volta in volta dallo spettacolo del paesaggio. Covoni di fieno di diverse dimensioni, fioriture multicolore, il volo di un’upupa che si ferma su un filo a poca distanza da noi, e poi pian piano dagli scorci sul villaggio, che inizia a comparire sopra di noi, quando mancano ancora quattro / cinque curve all’arrivo.

Qalay Xudat è un aul composto da meno di un centinaio di persone. Le case non hanno l’uniformità stilitica di quelle di Xinaliq. Qui si mischiano case in legno, altre in pietra, altre in lamiera. Alcune case in pietra sono quasi ridotte a nascondigli rupestri. Entriamo nel villaggio sfilando tra muli e mucche che cercano l’ombra sotto la vegetazione ai lati della strada. Il centro del villaggio è una piazza sterrata dove c’è un tubo nero di pvc malamente tagliato da cui l’acqua cade in una specie di mangiatoia. È la fonte del paese. L’acqua scende dai monti ed è buona, ci rassicurano i locali, invitandoci a berla.

Diego si infila in una specie di cortile dove vede una signora vestita di rosso e di oro preparare il tè. Una foto da National Geographic, ma la signora, alla richiesta di uno scatto, rifiuta. Non sono dello stesso avviso i bambini. Escono dalle case, prima due, poi quattro, sei, dieci. È tutto un ”hello!”, “goodbye!”. Ci salutiamo per 300 volte mentre Diego realizza praticamente un reportage fotografico sull’infanzia degli alti villaggi caucasici.

Penso a in quanti posti si sia infilato così, senza troppo pudore, in questi mesi di vagabondaggio. Un bene? Un male? Troppo invadente?

Non so, non ho la ricetta di cosa sia giusto! Ci sono contaminazioni positive e contaminazioni negative, e spesso possono essere conseguenze della stessa azione. Umanamente questo siparietto fotografico mi è sembrato un bel momento, un momento giocoso, senza ombre.

Proseguiamo oltre e ci fermiamo sotto una pianta di fichi al limitare dell’abitato, uno dei pochi alberi presenti grazie a cui mangiare qualcosa all’ombra. Non facciamo in tempo a sederci e ad addentare il nostro pranzo, che, da dietro, sentiamo chiamare. Un signore dalla pelle bruna e dal baffo aguzzo sta chiamando proprio noi, ci fa segno di salire a casa sua.

Abbiamo letto e provato sulla nostra pelle la bella ospitalità del Caucaso, ma noi, noi di radici brianzole, siamo così poco abituati all’ospitalità verso lo “straniero”, che ci risulta sempre un po’ incredibile che una persona senza nessun secondo fine ci inviti a casa sua e ci offra il pranzo. L’esperienza fatta in qualche escursione a est però ci dice di fidarci.

Dentro è già apparecchiata la tavola. Ci sediamo sui cuscini e la moglie, con un fare molto premuroso, ci serve verdure, formaggi, carne, tutto ovviamente annaffiato dal tè. Ogni volta che finisce il tè nel bicchierino, qualcuno di famiglia chiede se ne si vuole ancora e ricolma.

Satolli e felici di questa inattesa ospitalità ricevuta in luogo remoto, riprendiamo la nostra rotta percorrendo la via dei pascoli alti per far ritorno a Xinaliq. Il sole tramonta e l’aria è dorata, ma il caldo non cede un passo.

Arrivati alla nostra casa di legno, mosche e finestre abbiamo proprio bisogno di una doccia. Prendo il necessario e scendo nel locale sterrato, dove è installato un piccolo locale bagno. Apro il rubinetto, ma… l’acqua è gelida! Accidenti, ieri non c’era acqua e la doccia è saltata, oggi non c’è elettricità e la doccia si può fare solo fredda. Va così in questi villaggi. Per me non ci sono alternative, una doccia non è più procastinabile. E così ecco una doccia di ghiaccio con acqua di montagna servita dritta sulla schiena, come fossimo anche noi veri pastori del Caucaso.

Il mattino seguente dobbiamo scendere a Quba per fare ritorno alla capitale e da lì proseguire il nostro viaggio nell’entroterra azero. Non ci sono mezzi pubblici dal villaggio. Se dovesse capitarvi una cosa del genere da queste parti, non disperate. Andate al centro di aggregazione del villaggio, in questo caso al negozio di alimentari, e iniziate a chiedere se qualcuno è disponibile per portarvi alla meta desiderata. È probabile che i vostri pochi manat per molti qui equivalgano a una o due giornate di lavoro e che vi venga risposto, come a noi: “No problem. Wait.”

Noi aspettiamo fiduciosi mentre tra i locali parte un giro di telefonate: persona trovata, cinque minuti.

Puntualissima cinque minuti dopo una Lada furgonata compare nel piazzale. L’autista, un bel signore rubicondo e con grandi baffi, scende a Quba per fare provviste e noi con lui.

Giornate del Caucaso – Tra i pastori di Xinaliq

Arrivati a Xinaliq non sappiamo come ritrovare la famiglia con cui abbiamo preso contatto qualche giorno prima via internet. Non ci sono vie, né numeri civici. Solo sterrate che confluiscono dai quattro angoli del villaggio verso la piazzetta. Sullo spiazzo impolverato ci sono un negozio di alimentari e un piccolo museo etnologico con vari reperti storici legati al passato dell’aul (villaggio). È ulteriormente difficile orientarsi poiché l’aul sembra un’unica grande rete di costruzioni: non si capisce dove inizia una casa e dove finisce l’altra. I ripidi versanti su cui poggia l’abitato sono fittamente coperti da costruzioni in pietra, alcune vecchie centinaia di anni altre costruite da poco, ma quasi indistinguibili, visto che il modo di costruire è rimasto grossomodo lo stesso. L’unica differenza rispetto a una ventina di anni fa è che ora è arrivata la lamiera. I tetti a terrazza, che un tempo servivano da cortile per gli abitanti del piano di sopra, oggi sono spesso riammodernati e sostituiti da lamiere o ondulati. L’abitudine della gente di stare sui tetti tuttavia rimane: c’è chi pulisce i tappeti stendendoli sul tetto, chi fa seccare il raccolto, chi si siede e guarda lontano.

A darci una mano è un bambino di dieci anni. Sa qualche parola di inglese e ci dice di seguirlo. Scendiamo per un centinaio di metri lungo un viottolo tra muretti fatti di sterco essicato. Lo sterco animale qui, dove per altitudine non ci sono alberi, è l’unico combustibile utile al riscaldamento invernale: viene raccolto, modellato ed essicato in forma di piccoli mattoni. A Xinaliq in molti usano questi mattoncini per fare muretti che cingono le case, separano i campi, recintano il bestiame. Una forma utile di stoccaggio. Poi nei periodi freddi, uno ad uno, i piccoli blocchi di letame vengono usati per alimentare le stufe.

Arriviamo alla nostra meta: una bellissima casa in legno, povera e antica, piena di mosche e di finestre e contornata da un gregge di percore. In un locale attiguo alla casa, senza pavimento e coperto con alcune onduline di eternit, ci accoglie un giovane ragazzo, probabilmente quello che in famiglia ha avuto l’idea di mettere la guest house sul web. L’ospitalità è sacra e, pur giovane, il padrone di casa ci accoglie secondo la tradizione tipica di molta Asia centrale: innumerevoli tazze di té, marmellata e frutta. Nel té aggiunge fiori secchi di maggiorana. Un’idea che non mi era mai passata per la testa, un gusto piacevole.

In questo villaggio si vive ancora di pastorizia, come cento o duecento anni fa, e si parla il khinalugh, che non somiglia a nessun altra lingua e non viene capito neanche nei villaggi vicini. I parlanti khinalung hanno un loro alfabeto creato ai tempi di Chruščëv sulla base del cirillico, composto di ben 77 lettere. Di cui 59 impronunciabili consonanti.

Questa cultura oggi è in fase di forte cambiamento. Anche qui sulle alte vette del Caucaso Maggiore arrivano gli impulsi elettrici della pianura, le mode, gli smartphone: la comunità si rimpicciolisce (qualcuno lascia l’aul per andare a studiare o lavorare fuori) e si trasforma. Un’immagine che mi ha colpito in modo simbolico, circa le trasformazioni in corso, è quella di una pastorella di 10-12 anni persa negli alti pascoli, a chilometri e chilometri dal villaggio, alla guida di un gruppo di capre: in una mano aveva il bastone, nell’altra lo smartphone e le cuffie. Il mestiere un tempo simbolo per antonomasia di isolamento, oggi è agganciato anche lui a una connessione a internet. Anche nel più profondo Caucaso.

L’aul ha subito un duro colpo a partire dalla caduta dell’URSS, lo spiega bene uno dei giornalisti che ha scritto i migliori reportage sul Caucaso che si possano trovare in giro, il Gorecki, che passò da queste parti alla metà degli anni ‘90. Riporto per intero il passaggio di un’intervista all’allora capo del villaggio:

“Il nostro Kolchoz di pastori era il più grande di tutta la repubblica – continuò Hussein – il villaggio aveva una casa della cultura, una biblioteca, un ufficio postale e un campo sportivo. Il governo ci versava il contributo riservato a chi lavora in condizioni disagiate, come quello polare per le regioni dell’estremo nord. Ora siamo senza lavoro e senza soldi. A noi non ci pensa più nessuno. Ci hanno abbandonati a noi stessi”.

I montanari di Khinalugh si dedicano alla caccia e alla pastorizia, producono carne, lana e latticini, mentre farina, sale, zucchero e té se li devono comprare. E’ tutta roba che bisogna andare a prendere a Quba, il viaggio in città costa quanto uno stipendio dell’ormai deficitario kolkhoz. Le persone che si erano messe in proprio da tempo e che adesso hanno il loro gregge se la cavano discretamente. Ma quelle rimaste nel kolkhoz, e sono la maggioranza, non possono permettersi niente. Partono in massa, abbandonando al loro destino le case dove hanno vissuto per generazioni i loro antenati.

Al-ed-Din Babaev, un insegnante di russo nella scuola del villaggio, racconta ancora Gorecki in altre pagine su Xinaliq, ricorda la data in cui la tradizione Khinalugh incominciò a morire: l’inizio degli anni settanta. Nel 1968 arrivò l’elettricità, nel 1975 la televisione. La gente cambiò radicalmente. I primi a sparire furono i riti nuziali: i tornei nuziali di equitazione e le gare musicali di zurma vennero sostituiti dai nuovi balli del momento. Cominciarono a scorrere fiumi di vodka. Poi i giovani persero interesse per le prove di abilità che prima si svolgevano ogni primavera e che consistevano in gare di lotta e in corse fino al limitare del villaggio. Morirono le ultime nonne capaci di ricordare le canzoni locali, mentre le ragazze figlie della tv preferivano canticchiare le canzoni del momento.

Perdendo le loro tradizioni i khinalugh hanno perso anche la barriera immunitaria che ne salvaguardava la diversità e sono destinati a perire, inghiottiti dal mondo circostante. Nella stessa situazione si trovano alcune decine di comunità caucasiche il cui destino è ugualmente segnato.

Verso le 19, nella bella luce del tardo pomeriggio, sulla piazza polverosa arriva il camion per il trasporto del bestiame. Poco dopo un gregge scortato da due uomini e un manipolo di bambini.

Questi ultimi un po’ giocano, un po’ no: vengono avviati alla professione e contribuiscono con i loro veloci scatti e un frustino molto artigianale – un pezzo di metallo, legato a una corda, annodata a un legno – a recuperare i tentativi di fuga delle bestie recalcitranti. Le pecore vengono spinte verso il camion, poi uno degli uomini abbraccia uno a uno i singoli capi e li solleva di peso per gettarli, letteralmente gettarli, dentro il cassone del camion. Una volta pieno, il camion scende verso Quba, al cui mercato da sempre i pastori di questi aul vendono il loro bestiame.

Poco più tardi, all’ora dell’imbrunire, con i piedi nudi nell’erba tra il frinire d’insetti e grossi rospi che invadono l’erba del giardino, ci si può attardare a guardare uno spettacolo che per noi può lasciare a bocca aperta. Tra il chiaro e lo scuro fila di animali rientrano verso il villaggio e le loro stalle. Si vedono scendere dai pendii tutt’intorno, come ci fosse un grande raduno in piazza. Le pecore e le capre scendono scortate da ragazzini che le governano con urla e bastoni, strani fischi e richiami, poi arrivano le vacche che una dietro l’altra sanno trovare da sole la via, poi una fila indiana di oche. Sono assenti i maiali perché, pur in un certo sincretismo, siamo sempre in una zona sotto la mezzaluna islamica (anche se la birra – piva, come in russo o forse proprio dal russo – e la vodka al negozietto buio del paese vengono vendute senza nascondimenti.

Poi, passati gli armenti, restano un ciglio di luna, la via lattea, un’aria un poco più fresca, l’immobile presenza delle tre vette Sahdag, Tufandag e Kyzylkaja. Ci sta una camicia appoggiata alle spalle. E per noi una cena di montagna, con l’acqua presa al ruscello, le patate, le cipolle e i cetrioli, un pollo arrostito, formaggi d’alpe e del succo di mele con pezzi di mele e pere dentro la caraffa. Tutto squisito. Più di così è difficile contravvenire le regole di sicurezza alimentare, ma qui – soprattutto qui -, dopo aver percorso tanti chilometri, siamo soprattutto geografi e non uomini dell’igiene.