Dopo la neve – Ruginești e il tempo delle colline

Usciamo dal bosco seguendo la strada di fango. Ancora una curva e poi sbucano all’orizzonte due bei covoni, dei tetti colorati e una staccionata e dietro la staccionata delle pecore. Dopo dieci chilometri di tornanti eccoci alle porte di Ruginești, piccolo villaggio contadino della Moldavia romena. Solo una settimana prima di Pasqua qui era pieno inverno, tirava un vento a meno dieci e la neve copriva ogni cosa. Oggi c’è una brezza tiepida. Che incanto!
Un centinaio di case di legno che sembrano posate da una mano sapiente lungo il pendio che si allunga, ma senza toccarle, fino alle acque grigie del lago di Bicaz. Sull’altra sponda, il massiccio del Ceahlău e l’omonimo parco nazionale; tesori naturalistici di una regione poco conosciuta e poco frequentata, pur non lontana dalla (turistica) Transilvania.

Come pellegrini medievali entriamo in paese per la strada principale (l’unica asfaltata). Non ci si può che perdere ad ammirare i colori e le forme delle piccole case di legno: alcune costruite come cento anni fa, tutte armonicamente diverse l’una dall’altra. Davanti a certi intagli sulle porte, i cancelletti e le finestre, ci fermiamo a guardare.
Le uniche strutture del villaggio sono un bar grande come una stanza, una piccola chiesa in alto a un sentiero tra enormi covoni di paglia e una scuola. Scuola… si tratta di un container di lamiera in mezzo alle baite di legno; si capisce che dentro ci son delle aule solo per i ritagli appesi ai vetri. Il mio cuore di insegnante si ferma un attimo. Poi dall’altra parte del pendio vedo dei bambini che si rincorrono rotolandosi tra i ciliegi e subito mi passa. Come se mi dicessi che c’è qualche forma di equlibrio nelle cose.

Al bar senza insegna, annunciato solo da un ombrellone della birra Ciuc (che come nome per un alcolico, in Brianza, potrebbe anche far colpo), sono parcheggiati i carretti degli avventori. Al tavolino ci sono tre uomini e tre bicchieri di vino. Ci fanno segno e ci dicono qualcosa che, ovviamente, non capiamo. Rispondiamo – non saprei dir bene perché, forse fidandoci della simpatia che ancora riusciamo a generare nel mondo – con un banalissimo: “italiani!”. “Ah, italiani!” ci fanno eco loro e ci salutano calorosamente. Chissà quali domande si saranno fatti sulla nostra presenza da quelle parti. Almeno quante ce ne siamo fatti noi, mi viene lì per lì da pensare.

Cosa siete venuti a cercare qui viandanti? Ah, l’eterna domanda! E gli eterni inconcludenti, eppure così gustosi, tentativi di trovare una risposta andando per le strade a cercarla!
Dopo tanti viaggi a est e tante tappe in luoghi che, chi più chi meno, segnano il passo della transizione, del cambiamento – che la Romania, forse più di altri, sta affrontando – volevamo trovare un luogo dove quel cambiamento perlomeno, ancora, non si vedesse. Senza l’ingenuità di pensare che a Ruginești niente cambi, solo godendosi la sensazione che qui sia più facile rientrare in contatto con quelle che forse son le radici.

Radici… anche questo termine è difficile, andrebbe messo a posto prima di spenderlo, specie di questi tempi facili ad usi impropri.

Ho cercato in questi anni indicazioni utili nelle pagine dei maestri di geografia, ma non mi sono servite se non a confondere di più le carte. Mi vengono in mente il “tempo delle colline” di Pierre George o le pagine di Maurice Le Lannou, geografo e camminatore solitario. Le Lannou spiegava che l’abitante non si accontenta di avere una casa nella quale si svolge la funzione dell’abitare. Alla casa, l’uomo che abita, conferisce valori, intorno alla casa intesse relazioni, ha dei vicini, conosce i luoghi che lo circondano, ne apprezza i limiti. Lui stesso fa parte dello spazio al quale attribuisce valore, è impastato di luoghi e ad essi associa la sua identità. E’ di “qui” e non di un altro luogo. Abitare quindi, nelle pagine del geografo francese, indica anche una certa concezione del tempo: non si abita in un istante, in modo fugace ed effimero. Occorre una certa stabilità, una percezione di lungo periodo: ore che ritornano, stagioni che si avvicendano, anni che passano, vite intere e anche una discendenza. Si abita il tempo come si abita lo spazio. L’uomo abitante è quello che abita società abbastanza stabili da conferire a spazio e tempo una dimensione comune, che si identifica con quella della vita. L’Europa viene da qui, noi veniamo da qui.
Infine si potrebbe chiudere il cerchio con la consueta ed elegante semplicità di Armand Frémont, che tempo fa scriveva: “Resta un sentimento collettivo di attaccamento, un insieme inesprimibile di nostalgia e aspirazione naturale, come se il mondo rurale appartenesse per sempre a noi, fosse un nostro sentimento oggi nascosto e represso”.

In questo mondo in cui la giostra gira sempre più veloce (e ci sono sempre più tipi di giostre!) scegliere di ritirarsi in un villaggio moldavo nei giorni di Pasqua, allora, forse, è semplicemente così: sentimento, nostaglia, naturale inclinazione. La voglia del ritorno.

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Il diario greco in un’unica pagina

A Salonicco, all’angolo di piazza Aristotelus, c’è un bar che si chiama Meraklìdikos Café.
Meraklìs” in greco indica l’atteggiamento di un uomo che ha bisogno più degli altri di godersi le cose. Non per farsi vedere, ma per se stesso. Quello che beve il caffè mettendoci tempo. Che fa attenzione ai particolari. Agli accessori. Perché se li gode. Non sta nel mezzo.
E’ un modo di prendere il cibo, i vestiti, il caffè, la musica, la compagnia. Un modo di fare le cose con amore, e non per usarle e basta.
Meraklìdikos” è l’aggettivo di Meraklìs. Cercare il meraklìdikos è volerselo godere.
Meraklìs insomma è la passione per le cose della vita. La passione di vivere.

Ecco noi con questo viaggio abbiamo chiesto alla Grecia di provare a insegnare ai nostri giovani anche un po’ di questa passione: non stare nel mezzo, prendere parte, allungare il tempo, godersi la strada. Non so se l’esperimento sia riuscito, non si può dire ora, perché questo tipo di semi, buttati nel fertile e insidioso terreno dei sedici anni, è a lenta  germinazione.

Qui di seguito, in sei puntate, ricapitolo il diario greco scritto a tante mani con i valorosi camminanti della 3^D e pubblicato gentilmente da quelli di MB News. Non saranno le parole del grande greco Kazantzakis, ma sono righe oneste che riecheggiano tanti aspetti presenti e passati di quei posti davanti al mare.
Vi auguro una buona lettura e che il viaggio sia lungo. Continua a leggere Il diario greco in un’unica pagina

Dopo la neve – Bancarelle nelle Gole di Bicaz

​Splende il sole lungo la statale 15 verso Piatra Neamț​, e anche la campagna piatta e senza sussulti della Moldavia romena ha un viso amico.
La periferia di Bacău finisce subito, poi, come in certi angoli di Brianza, i villaggi si sfilacciano lungo l’asse della strada. Dondoli di legno nei giardini di case di legno. Davanti a ogni casa una panchina, al fianco d’ogni panchina – con sopra uomini scuri e oziosi – donne con velo intente a ramazzare o a battere la polvere dai tappeti. Poi ancora altalene arrugginite, legna, staccionate, lamiere accatastate, teli neri, fango, maiali, covoni, anatre e forconi. Da queste parti non è chiara la linea che demarca lo spazio dell’uomo e quello degli animali.
Ci si ferma a raccogliere giovani e anziani, si raccolgono pacchi oltre che persone. Pacchi pasquali da consegnare due o tre villaggi più avanti.​ Aglio intrecciato, dolci, giocattoli.​ Pensa a tutto l’autista: ritiro, scarico​ e​ consegna a domicilio.


Piatra Neamț​ ​è l’unica cittadina di un certo rilievo (1​0​0.000 abitanti) che attraversiamo quando ormai siamo ai piedi dei Carpazi. La si riconosce dalla Telegondola, la cabinovia che porta sopra ​una montagnetta ​che si alza​ davanti alla città. Una di quelle strampalate iniziative di rilancio turistico che ogni tanto le amministrazioni comunali fanno, probabilmente per dire di aver messo in piedi qualcosa.
La storia non è nuova: la città​, ​cresciuta come centro industriale sotto l’impulso degli investimenti di regime negli anni ‘60 e ‘70​, ​ha vissuto il tracollo dopo la fine del comunismo e ha visto in due decenni chiudere una ad una le industrie dell’epoca​, sostituite solo in parte da qualche nuova manifattura figlia della delocalizzazione​. ​Di vecchio è ​rimasto in piedi il polo chimico di Săvinești, acquisito peraltro da​l​ gruppo italiano​ Radici​.
​Tra i​ tentativi di trovare alternative all’industria ​di stato​, l’Amministrazione qualche anno fa ha fatto costruire sul monte Cozla una pista da sci di 1 km e l’ha collegata alla città con una cabinovia (sempre attiva e​ perennemente sottoutilizzata). Pare – ma non ho fonti certe – che la Telegondola lavori in perdita fin dalla sua nascita e che​, alla fin fine,​ sia la stessa Amministrazione comunale a dover ripianare i debiti della società che la gestisce.​
Il centro storico di Piatra invece rende merito alla lunga vicenda del capoluogo, la cui cittadella fortificata venne fondata da Stefan il Grande (cel Mare) nel 1400.

Da Piatra la strada e la ferrovia iniziano a serpeggiare in mezzo alle montagne fino a raggiungere Bicaz. I villaggi si fanno più poveri. In strada stracolmi carri di paglia trainati da impressionanti coppie di buoi.
A Bicaz ​il tracciato ​si biforca: a sinistra si va verso le gole​ di Bicaz​,​ il villaggiotto di​ Gheorgheni e la Transilvania, a destra si prende in direzione del lago artificiale e​, duecento km più a nord, della bella e bucolica Bucovina​ con le sue terme e i monasteri affrescati​.
La ferrovia con funzioni civili, invece, ​arresta a Bicaz la sua corsa​; solo un binario prosegue oltre: è quello utilizzato dalla ​Carpatcement​​ – un enorme cementificio​, anch’esso eredità d’epoca​ comunis​ta​​ – ​per portare a valle la sabbia estratta a poca distanza dalle Gole.​

Bicaz (una specie di Cortina d’Ampezzo dei Carpazi, dando retta ai locali) dovrebbe essere la porta d’ingresso sulle omonime gole e il Lacul Roşu; arrivati lì si trova invece un paesino abbastanza dimesso, che di turistico ha solo l’ufficio informazioni. Il resto sono decorosi condomini in stile “socialrealismo dal volto umano”: 4 piani, colori tenui, qualche decorazione per rendere il tutto meno scialbo, evidenti segni del tempo e conseguenti calcinacci sui marciapiedi. Nessun luogo di accoglienza (per essere precisi, al momento, c’è solo una signora che affitta una stanza su Airbnb).

Il succitato ufficio del turismo funziona in un modo molto orientale:
– Salve!
– Salve
– Vorremmo visitare le Gole, ha qualche consiglio da darci?
– Non saprei.
– Ci sono guide che offrono tour? che accompagnano? a cui si possa semplicemente chiedere qualche informazione?
– No purtroppo non ci sono guide.
– Associazioni che si occupano della tutela del territorio a cui scrivere?
– No, mi spiace.
– Che mezzo ci consiglia per andare a visitare le gole? Ci sono bus?
– I bus sono pochi. I taxi costano molto. Vi consiglio di fare autostop. In Italia no, ma qui da noi funziona ancora.
– Ah, grazie. Possiamo prendere qualcuno di questi depliant?
– Sì, ma ce li abbiamo solo in rumeno.

La grande ritrosia dell’Est è stata più forte di noi e questa volta siamo usciti con le pive nel sacco. Proviamo a fare autostop per 10 minuti, ma oggi non va. Abbiamo i tempi un po’ stretti (frase che in un viaggio che si rispetti non si dovrebbe mai dire, ma poi sai tra il sogno e la realtà, ec ec). Ripieghiamo sui taxi. Ci raccoglie Mihai che, col suo giubetto di pelle e il capello imbrillantinato, è il Tom Cruise della città (oltre che un bravo ragazzo che ci salverà in diverse occasioni nei giorni a seguire). E’ giovane, ma è un autista di lungo corso: per un decennio ha portato persone dalla Romania nel nord Italia, con furgoncini da 6-7 posti, e per questo sa qualche nostra parola. Nei periodi di maggior impegno faceva anche tre viaggi in una settimana. Poi ha deciso di piantarla lì con le lunghe distanze e si è arruolato nella locale compagnia di taxi.
Un km urbano 1.70 lei, un km extraurbano 2.20. Per attraversare le gole e salire al Lago Rosso, 30 km, fanno 66 lei, che tradotto significa 16€. Il taxi costa caro, ma non per noi che veniamo da €urolandia.

Le gole di Bicaz sono impressionanti, ma non a tal punto da giustificare la loro fama. Attraversandole ci si sente piccoli al cospetto di sua maestà la roccia, ma bancarelle, chioschi, mercatini di finti prodotti artigianali e gente che si fa selfie ad ogni angolo della strada, distruggono la poesia del luogo e lo rendono un po’ banale. Per il Lago Rosso stessa storia: piacevole laghetto d’altura, contornato da una foresta di abeti immacolata, con annessa fiera della fritella, fatta di bancarelle improvvisate ma ormai permanenti sul lato orientale del lago. Gente che mangia hot dog, che mangia gelati, che mangia maiali arrostiti. Il lago è lì ma è come se non esistesse. Tant’è, basta allontanarsi di un km dall’area ristorazione, lungo il sentiero che lo contorna, e si finisce in mezzo a una natura splendida: ruscelli tra i ghiacci, abetaie a perdita d’occhio, picchi rocciosi e rapaci che solcano i cieli.
Il lago Rosso noi lo ricorderemo, così, silenzioso, bianchissimo e interamente ghiacciato. I mesi scorsi sono stati di neve e gelo coi suoi 1000 metri s.l.m. il lago ne porta i segni. Solo due settimane fa qui il termometro segnava i -15°.

 

 

 

 

Emanuele Giordana a Barzanò

Il 20 aprile, grazie all’Associazione MOLO, avremo il piacere di ospitare a Barzanò, Emanuele Giordana: giornalista, reporter, voce storica di Radio3, una delle penne che meglio (“dal campo”) ci hanno raccontato l’Afghanistan di questi anni.
Il punto di partenza della nostra chiacchierata sarà il suo ultimo libro: “Viaggio all’Eden”, Laterza. La destinazione d’arrivo la decideremo insieme lungo il percorso! Di certo, parleremo di viaggi, di anni Settanta, di voglia di andare (di ieri e di oggi), di geografie del mondo che cambia.

 

 

Dopo la neve – Bacău e le ossa del realsocialismo

Bacău sta nella parte meridionale della Moldavia romena, in mezzo a campi arati che dopo mesi di gelo e di neve, al primo tepore, sembrano torbiere zuppe d’acqua. Planando sopra le lamiere rosse e blu dei tetti una lieve nebbiolina attenua anche i colori più sgargianti. Vista dall’alto, oggi, Bacău sembra un villaggio fatto di Lego.

Da dentro ci si fa un’idea decisamente meno felice: sembra di camminare in mezzo a una città abbandonata da trent’anni, tra le grigie ossa del socialismo reale. L’apertura al mercato – se così si dice – qui ha riempito lo scheletro della interminabile periferia comunista con una fioritura di sgangherate insegne a colori, ma non ha modificato di un millimetro la struttura della città.

Camminando per viale Mărășești, la Prospettiva Nevskij (povera) di Bacău, si fiancheggia uno stradone a più corsie contornato da spaziali monumenti al cemento armato, che in scala di grigi puntano dritti sulla cattedrale ortodossa. C’è il teatro comunale, unico edificio antico e decoroso del corso, ora purtroppo coperto dalle impalcature dei lavori di ristrutturazione, c’è un casinò, ci sono i nuovi locali pacchiani finto chic, un posto coperto da gigantografie con sopra accostate la facce di Gandhi e di Trump (?!), e dei negozietti di alimentari che, per varietà e densità, sembrano il riassunto in 5 metri quadri di un ipermercato.

In mezzo ai casermoni che tengono duro nella corsa di resistenza contro il tempo, lo spazio urbano è pieno di vuoti, di assenze. Girando su calea Bacovia, tra la stazione di polizia e la mensa militare, gli spazi di abbandono abbondano: case senza più padrone, cucce senza più cani, roveti che avvolgono carcasse d’auto, antichi ed eleganti edifici implosi, tetti caduti, finestre rotte, muri colassati. Difficile da credere, specie vedendo la vita cittadina che senza fare una piega gli scorre attorno. Spingendosi ancora oltre, fino ai margini dell’abitato, le laterali si fanno di fango e i ragazzini giocano a schizzarsi tirando sassi nelle pozzanghere della via.

Leggendo qualche articolo qua e là si capisce meglio come mai la città non abbia avuto, come altri luoghi in Romania, una seconda possibilità, una nuova vita. Questo distretto industriale più di altri ha subito il contraccolpo alla fine del regime e due ondate migratorie, la prima negli anni ‘90, alla caduta di Ceausescu, e poi la seconda dal 2008, con l’ingresso del paese nell’Unione Europea, l’hanno svuotato. Così, Bacău oggi ospita 145.000 abitanti – il livello del 1970 – dopo essere arrivata a toccare quota 250.000 nel 1991.Se la demografia non bastasse, ci sono le storie, i frammenti di vita che emergono nei discorsi delle persone (che spesso parlano italiano). Andrei, per esempio, ha passato otto anni in Sicilia e ha imparato, girando di stalla in stalla, a fare la ricotta; poi è volato a Londra con la promessa di un lavoro nuovo e la speranza di vivere meglio, ma ha trovato solo tanta pioggia e un posto meno accogliente. Messo da parte il gruzzolo necessario è quindi tornato in patria e ha aperto un micro-negozio come fruttivendolo. Lo dice con tono orgoglioso, nonostante la frutta abbia la faccia un po’ triste e il locale sia quantomeno angusto.

La storia di Andrei è una delle tante, di gente che sa l’italiano e racconta di aver lavorato a Genova, a Teramo, a Milano, guidando dalla Romania fino a Torino per anni una o due volte la settimana. Dovremmo avere grande rispetto di queste persone: hanno esperienze di vita spesso straordinarie, che la mia a confronto impallidirebbe.

Le storie di migrazione sono state e sono talmente numerose che a partire dal 2007 è cresciuto un quartiere cinese ai margini del centro per via dei numerosi nuovi operai in arrivo da Oriente. Oggi sono più di 2000. Manodopera asiatica che accetta le 300 euro al mese per un posto in manifattura che i romeni non accettano più. Eccoci qui, davanti ai movimenti del tritacarne globale che qualcuno vorrebbe anche farci credere Babbo Natale.

In una piccola pensione dentro una casa dai fasti antichi, ma rimessa a nuovo, parliamo con Marian. Si può a buona ragione pensare che lui faccia parte della nuova borghesia cittadina: una figlia che studia architettura a Bucharest, l’altro che lavora a Londra come analista finanziario, lui ha lasciato in anticipo il lavoro in banca e ha messo su una pensione che sembra girare, soprattutto – dice – grazie a gente che si muove per lavoro e affari. Turisti stranieri niente? Non molti, non tanto, direi di no, balbetta sommessamente, quasi dispiaciuto di non poter rispondere sì alla nostra domanda.

Per cenare in un locale che non sia tremendamente ‘alla moda’ tocca spingersi ai margini del centro, lungo una specie di tangenziale, dietro Mc Donald’s, sta un ristorante che sembra una stalla in mezzo a stecche da dieci piani di granitico cemento. Per quattro euro a testa, una cena soddisfacente e una zuppa ai funghi che dà il gusto a questa nuova campagna romena.

La nostra fermata a Bacău è rapida, siamo diretti a nord, nei Carpazi, verso le gole di Bicaz. Il mattino dopo siamo già on the road. Saliamo su un taxi chiedendo di raggiungere l’autogara, la stazione da cui partono i furgoni. Faccio l’involontario gesto di allacciarmi la cintura di sicurezza e taxi-driver – sessanta portati male, giubottino di pelle, occhio affilato come una lama e baffo da giannizzero – mi fa no con il dito. ‘Romania!’, dice. ‘Niente cintura’.
E quindi niente. Sento già i vostri rimbrotti, ma non riesco a non pensare che trovo simpatici, se non intriganti, questi modi da smargiassi. Giunti alla stazione, piena di bus e furgoni diretti ad ogni angolo del paese, il vecchietto parcheggia, scende e ci fa cenno di seguirlo. Ancor prima di pagargli la corsa, ci porta sin dentro al furgone diretto a Bicaz e ci mette a sedere.
Paghiamo. Poi prima di andarsene sulle sue scarpe nere lucidate, si raccomanda con l’autista di farci scendere nel posto giusto, ricordandomi sempre perchè amo questo paese e torno a cercare qui.
Terra che avrà pure un rapporto difficile con le regole, ma che conserva un modo di essere uomini, nel senso di umani, che guardo con ammirato rispetto.