Di passaggio a Rimini

Un giorno di aprile, lungo l’autostrada, risalgo lo stivale. Di là dai finestrini campi incolti e colline deliziose, appena verdi là dove ci sono macchie di natura selvatica, prati, il resto terra, terra agra, arata e alti calanchi. La Romagna è soprattutto questa regione di colline e agricoltura, ma il turista, chiuso nei suoi circuiti, tende a ignorarlo.

Decido di fare una sosta davanti al mare, esco allo svincolo che indica Rimini. Parcheggio la macchina in una delle strette vie di cemento e hotel a ridosso del mare: appena metto piede fuori dall’abitacolo, l’aria intorno si fa subito leggera. Cammino per la via tra due muri di alberghi, sono uno in fila all’altro: d’estate brulicano di bagnanti, villeggianti, ma ora sono solo finestre sbarrate, vasi d’oleandro e altri arbusti ancora incelofanati. Tutto giace semi chiuso al termine della stagione invernale. Supero la grande passeggiata coi negozi, qui già incontro un flusso consistente di turisti che riempiono il viale e i suoi ristori. Oltrepasso la cortina densa di cemento e sbuco davanti agli stabilimenti balneari.

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In primavera fa proprio uno strano effetto venire nella capitale del turismo balneare italiano, bagno di sole per tanti dei nostri nonni, lido dei proletari d’Italia: non c’è nulla di quel che vi si vede in agosto. Non ci sono bandiere, passerelle, ombrelloni, giocatori di bocce, cocktail sulla spiaggia, non c’è il vociare che riempie i miei ricordi d’infanzia e nemmeno la solita musica dozzinale. In questi giorni di fine aprile, al massimo, s’incontra il movimento lento di qualche bagnino impegnato a conficcare a terra le prime file di piantane su cui poi verranno fissati gli ombrelloni.

Ci sono venuto per anni qui, d’estate, da bambino, e sono curioso di riscoprire ancora una volta questo posto. Nel dopoguerra questa riviera fu uno dei tanti epifenomeni del boom economico italiano, forse uno dei più significativi e longevi. Rimini nacque come apice del modello di vacanza fordista: di massa e organizzatissima. Doveva essere l’occasione per l’ampia manovalanza del triangolo industriale di ritemprarsi dalle fatiche di un anno in fabbrica. Ricordo le numerose corriere organizzate che, puntualmente, durante le estati degli anni ’80, partivano dalla Brianza cariche di famiglie da portare sulle spiagge romagnole. Oggi qualcuno di quei pullman dalla Brianza c’è ancora, ma sempre più vuoto. Per tanti è cambiato il modo di far vacanza.

Di quel modello antico, da queste parti, si conservano tracce consistenti, lo stile di vita in vacanza, ad esempio: la grande massa degli alberghi ancora irregimenta la vita dei villeggianti coi ritmi della pensione completa: colazione fino alle 10, pranzo alle 13, cena dalle 19. La spiaggia, durante l’estate, ancora si riempie e si svuota al ritmo scandito dalla somministrazione dei pasti. Dentro questa struttura giapponese, fatta di cemento, camerette, giochi da spiaggia, bagnini marpioni, pedalò e orari da fabbrica, stanno però cambiando tante piccole cose. Percorrendo la via dei negozi, la prima lingua che campeggia su menù, insegne e pubblicità è il russo. I caratteri cirillici sopravanzano d’importanza persino l’inglese. I russi sono i nuovi clienti. I capelli biondissimi che fino agli anni ’90 qui erano di austriaci e tedeschi oggi vengono per la maggior parte dall’est. Il nuovo Mar Nero della borghesia russa è la riviera adriatica. Entro in un bar e leggo sul giornale locale che già a fine aprile all’aeroporto di Miramare – dieci chilometri dalla città – giungono due voli giornalieri dalla Russia; durante l’inverno si era temuto di perdere alcuni contatti favoriti coi tour operator di Mosca, ma il pericolo pare scampato.

Lungo la passeggiata sul mare un pannello indica le intenzioni dell’amministrazione comunale di attuare un piano strategico per il ridisegno della zona della passeggiata lungomare. Un lifting da archistar al sapore di Expo. La nuova urbanistica, che vede la controparte pubblica ormai incapace di incidere in modo efficace, anche qui affida progettazione e realizzazione all’intervento di privati. Al bar parlo con un tizio che mi dice che non c’è aggregazione e che non se ne farà nulla, non c’è una mentalità imprenditoriale pronta a farsi carico di una simile operazione e a far convergere fondi su quel tipo di progetto. Si chiede a tutti gli operatori economici di compartecipare le spese per il restyling della città marina, l’ente pubblico dovrebbe fare da regia. Sono sempre molto scettico quando mi si dice che chi investe capitali dovrà poi lasciare le decisioni ad altri. Il mondo, da quanto posso vedere, non funziona esattamente così. Mi arrendo a considerare che, anche in questo paesaggio un po’ anni Sessanta, la triste contemporaneità sta facendo il suo ingresso e dell’Emilia Romagna, che era il modello, il miglior laboratorio dell’urbanistica italiana, non si hanno che (qui a Rimini, tristi) ricordi.

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La crisi non si vede solo dalla decadenza delle istituzioni pubbliche. Giro ancora una pagina del giornale e leggo che la Corte di giustizia europea si è pronunciata circa l’impossibilità di prorogare oltre il 2015 le concessioni degli stabilimenti balneari presenti da più di mezzo secolo sulla costa romagnola, se non attraverso un bando di concorso. Oggi i proprietari degli stabilimenti balneari sono in genere famiglie romagnole che negli anni Sessanta, chi per lungimiranza, chi trascinato a forza per rispondere alla crescente domanda turistica, avevano preso in carico gli stabilimenti che ancora oggi offrono i servizi di spiaggia (ombrelloni, lettini, docce, ec). Un sistema che è stato in salute per più di mezzo secolo, fornendo un enorme servizio alle folle turistiche e una vera miniera d’oro per le tasche dei romagnoli.

Ora dal Lussemburgo, sede delle corte di giustizia europea, con la solita retorica della concorrenza, esplode una sentenza pronta a far crollare l’intero sistema: l’affidamento della gestione degli stabilimenti deve essere messo a gara. I bagnini ovviamente sono molto preoccupati e per il primo maggio hanno organizzato una manifestazione. “Chi vincerà la gara?” si chiede un bagnino appoggiato al suo cabinotto davanti al mare. “Ovvio: per vincere bisognerà offrire migliorie, ad esempio, impegnare capitali per sostenere quel progetto di riqualificazione che il comune chiama piano strategico per la città, ma che finirà per espropriare la costa ai romagnoli. I grandi colossi del turismo internazionale avranno i capitali per fare offerte decisamente superiori alle nostre e finiranno col lottizzare tra loro le proprietà degli stabilimenti. Le sembra concorrenza questa? Stiamo svendendo il lavoro di anni e il nostro futuro a compagnie straniere”. La concorrenza e tutte le palle che ci raccontano ogni giorno i nostri governi, anche quelli di finta sinistra, mi hanno veramente stancato. Stanno distruggendo ogni spazio di stabilità, di possibile relazione con le persone e coi luoghi, cadono una ad una le comunità; con i loro argomenti ritriti ci stanno precarizzando la vita, non solo il lavoro. Non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità prevede che entro il 2020 la depressione diverrà la seconda causa di malattia a livello mondiale. Non so se questo sia il disegno di massima dei gruppi di potere, non amo le teorie del complotto, ma certo so che questo è il risultato di questa malintesa idea di concorrenza bocconiana, di una classe di politici senza un briciolo di cultura umanistica. Non posso che sentirmi vicino alle parole del bagnino appoggiato alla sua cabina davanti al mare.

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Che tristi tempi, lo strapotere del mercato rende inquieti anche i luoghi di villeggiatura. Non ci sono più angoli di Paese salvi, forse qualche valle d’Appennino dove gli echi della pianura arrivano solo come bagliori lontani, forse lassù si vive pensando a cose più serie. Io intanto faccio ritorno alla spiaggia, voglio concedermi una passeggiata prima di rimettermi in autostrada tra le luci della sera.

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Il sole scende lento sul mare, dietro il porto e la grande ruota panoramica dal sapore vagamente retrò. Che posto strano di questa stagione Rimini, continuo a pensare tra me. E’ l’ora in cui la luce rossastra che taglia il quadro da ovest rende intensi i colori della sabbia e del mare. Persone assorte camminano su e giù tra la spiaggia e il molo, due ragazzi portano a mano le biciclette e vanno verso il tramonto, le coppie sembra scendano al mare a chiedere che ne sarà del loro futuro.

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Che possiamo dirgli mare? Visto il casino che c’è in giro, visto che a perseguitarci ci pensano già l’incultura e i poteri stolti, viviamo fino in fondo questi giorni di colore intenso, rendiamo umano il tragitto, i passi di oggi.

5 maggio

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Sciopero del mondo della scuola, 5 maggio. E’ stata una bella giornata, viva.
Spero che la grande partecipazione e unione di oggi non vengano stupidamente, e per l’ennesima volta, bollate con l’etichetta di resistenza al cambiamento. Io sono il primo a cercare miglioramenti quotidiani. Ma cerco visioni e strumenti per un cambiamento serio, profondo, vero, senza slogan, con sobrietà e competenza; la promozione di una scuola che sia laboratorio di cittadinanza, argine al laissez-faire dilagante, culla di pensiero critico.
Una scuola che non forma soldatini pronti alla guerra, ma persone che sappiano interrogarsi sul loro prendere o meno parte alle guerre che gli vengono proposte. Che sappiano distinguere le battaglie giuste, da quelle che no.
Le proposte della Buona Scuola sono piccole e presentate con tono arrogante: vanno dalla parte opposta. Alcune delle ragioni le ho spiegate dettagliatamente ieri e vi rimando a quelle.
E adesso calate le bandiere e gli slogan governativi si riprenda una discussione seria (non a quiz e crocette) delle necessarie misure di manutenzione dell’esistente.

Domani sciopero: ecco perché.

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Oggi prenderò parte allo sciopero degli insegnanti.
Vorrei far capire a quanti più lettori possibili perché ritengo necessario mettere in discussione il disegno di legge proposto dal Governo, in “poche” e spero chiare parole; mi auguro che, in questo modo, anche chi è lontano dalle dinamiche interne alla scuola abbia qualche elemento  in più per riflettere.
Mi soffermerò su tre elementi principali.

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Primo elemento: la questione assunzioni.
Questa riforma nasce da una sentenza della corte europea che obbliga il governo italiano a stabilizzare quei docenti assunti e licenziati per più di 3 anni consecutivi. 250.000 persone in totale, un esercito che in questi anni ha tenuto in piedi il sistema scuola: in alcune scuole il personale precario supera quello di ruolo, giusto per comprendere di che stiamo parlando.
Di queste 250.000 persone,  la promessa,  nell’autunno scorso, fu di assumerne 150.000 entro settembre 2015. Operazione  impossibile per tempi tecnici e copertura finanziaria. Da quella quota siamo oggi arrivati a 50.000 e voci accreditate dicono ci sarà un’ulteriore diminuzione. Per misurare la reale portata dell’iniziativa, peraltro, bisogna tenere in conto che l’anno prossimo saranno pensionati più di 35.000 insegnanti, che andrebbero – riforma si riforma no – naturalmente sostituiti.
Il disegno di legge cita numerose volte ‘merito’ e ‘valutazione’, ma non dice mai cosa il governo intenda con questi termini. Proviamo a desumerlo dalle proposte: i primi ad essere assunti saranno i docenti presenti nelle graduatorie ad esaurimento, cioè coloro che hanno quale unico merito di essersi abilitati prima del 2008. Questione quindi meramente anagrafica. Chi si è abilitato dopo: niente. Anche se nelle graduatorie ad esaurimento, su alcune classi di concorso, c’è chi non ha lavorato un solo giorno a scuola, c’è chi nel frattempo ha avviato un’altra attività.  Valutazione? Merito? A mio parere qui non ve n’é traccia.
I futuri assunti continueranno ad essere invece reclutati tramite concorso, cioè proseguendo una tradizione irrazionale, specie se si pensa al fine dell’assunzione. Il sapere, ammesso che un concorso possa valutarlo in quattro ore, è solo una delle qualità di un insegnante. Al primo posto, ad esempio, potrebbero essere inseriti test attitudinali per escludere i docenti con problemi di relazione che oggi sono presenti nel mondo della scuola e che hanno superato brillantemente un concorso.

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Secondo elemento: la questione dei presidi che decidono tutto.
La scuola, lo ribadisco da tempo, non è un’azienda, non produce servizi che si possono contare, facilmente misurare. La scuola è un organismo  complesso ed è, in primis, un luogo di relazioni tra persone, un luogo pubblico, un spazio in cui non si formano lavoratori, ma cittadini. Organizzare un serio sistema di valutazioni deve opportunamente passare attraverso il coinvolgimento  e l’intervento di più voci (preside, comitato di controllo interno, ispettore, famiglie) e la valutazione deve essere non ante o post, ma in itinere.
Il disegno di legge, invece, avanza in modo meno democratico, e quindi meno adatto a creare una buona scuola: pone diverse delicate materie contenute nel disegno di legge in delega al governo.
Tra le materie delegate c’è anche la riforma degli organi collegiali, cioè quelli che oggi definiscono le linee di indirizzo sulle quali la scuola si muove e che sono decise insieme dall’intero corpo docente. L’idea di affidare al preside – e, in ogni caso, ad una o poche persone – il controllo, la valutazione e magari anche le decisioni in merito all’offerta didattica della scuola rappresenta culturalmente un passo indietro, oltre che, per chi conosce la realtà degli istituti e dei licei, qualcosa di evidentemente irrealizzabile.

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Terzo elemento: la mancanza di educazione.
L’idea di Renzi è stata quella di trasformare una procedura di infrazione in un’occasione da vetrina, dichiarando che è ora di rivoluzionare la scuola. La riforma nasce quindi da un tentativo di maquillage, da una specie di inganno ottico.
Peccato che la nostra scuola, che è buona, abbia bisogno di una seria manutenzione, non di rivoluzioni o capovolgimenti. Ne hanno bisogno i muri degli edifici scolastici, quasi tutti sotto gli standard di sicurezza previsti dalla legge: peccato che il Def tolga quasi 500 milioni di euro all’edilizia scolastica e li assegni  alle scuole private.
Ne ha bisogno la didattica: assicurando ai docenti classi con meno di 22 alunni (come proposto nella LIP), assicurando agli alunni docenti che conoscano la loro materia e sappiano insegnarla (e non biologi mandati a insegnare geografia economica, o professori di matematica mandati ad insegnare informatica), creando quelle occasioni di lavoro condiviso con le quali davvero si può elevare il livello della didattica e dell’offerta, come ad esempio reinserendo le  ore di compresenza.
Si parla di soldi da destinare al merito nel disegno di legge. Chi si impegna molto all’interno della scuola già oggi può essere ricompensato attraverso il fondo per i progetti di istituto, peccato che il governo abbia tagliato drasticamente le risorse e chi fa progetti per il potenziamento dell’offerta formativa, oggi, è nella maggior parte dei casi poco più di un volontario.

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Insomma, l’elenco delle contraddizioni potrebbe andare avanti ancora a lungo, ma per rispetto del lettore e della sua pazienza cerco di tirare le somme.
A mio modo di vedere, l’aspetto più grave di tutta l’operazione resta la mancanza di rispetto verso la classe docente (che dalle parole di Renzi e del suo entourage emerge sempre come un gruppo di ostili a cui “va spiegata” la riforma perché non l’han capita) e verso lo stato democratico. In democrazia la forma è sostanza e portare avanti una riforma della scuola a colpi di mano, delegando materie delicate (persino il contratto di lavoro) all’esclusiva del governo, non condividendo il percorso con le altre forze politiche, con i professionisti del settore e le loro rappresentanze, è mancanza di serietà e senso del ruolo.
Ulteriormente, qui, oltre a scarsa cultura istituzionale, ci troviamo davanti persino arroganza. Ultimo caso, proprio l’altro ieri, stizzito dalle contestazioni verso le proposte contenute nel ddl, il Presidente del Consiglio ha minacciato i docenti affermando che: “se il mondo della scuola continuerà ad essere ostile salteranno le assunzioni promesse”. Le assunzioni dei precari, di cui al punto uno,  usate alla stregua di un’elargizione. Uno spiacevole tentativo di ricatto. Un motivo che, da solo, è valido per essere in piazza oggi a Milano.

 

L’Expo e la (in)capacità di discernere

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Ho scelto di proposito di osservare 48 ore di silenzio sui fatti di Milano. Penso sia una utile pratica di igiene intellettuale per ogni evento che finisce per essere iper-mediatizzato.

Quasi nessuno si è risparmiato dal renderci nota la sua (sacrosanta) indignazione contro il blocco nero (o chiamateli come volete voi). E ancora vedo link, madri di Baltimora, mezzi analfabeti intervistati, girare tra blog e bacheche.
Benissimo. Se non che, mi pare quei link e commenti abbiano finito con l’oscurare quasi completamente le ragioni di chi era in piazza a farci presente che, dietro ai lustrini, Expo nasconde anche lati poco piacevoli, poco coerenti o semplicemente sporchi.

Con sincero rammarico noto come in pochi abbiano avuto voglia, capacità, buon senso, di separare l’azione del blocco nero dalle (sacrosante) ragioni di chi aveva scelto di andare in piazza a manifestare – fossero anche diverse dalle nostre – le proprie ragioni contrarie all’esposizione globale. Molti commentatori della domenica sono persino caduti nel brillante giochino degli specchi, trasformandosi in paladini difensori di Expo a prescindere: Expo il povero aggredito, Expo orgoglio italiano da non macchiare.
Questa gran quantità di commenti e link mi ha dato da pensare, specie in relazione al silenzio che ha coperto le ragioni vere dei NoExpo.

Ci ho riflettuto e credo del tutto normale sia andata così: in questo paese, oggi, a partire dai commenti dei nostri rappresentati istituzionali – dal presidente del consiglio in giù – i manifestanti di Milano, quelli che hanno preso civilmente parte a un corteo, vengono liquidati come “guasta feste”, individui incapaci di sostenere la grande occasione di rilancio in cui l’Italia mette in vista i suoi tesori più cari.
Chiedere come possano stare insieme McDonald’s e alimentazione di qualità, il tema della fame con quello del lusso, la promozione del paesaggio italiano col sacrificio di terre vergini, Monsanto e i diritti dei contadini di mezzo mondo, le opere d’arte con (e dentro) la mensa dei visitatori, si riduce quindi, oggi, in questo Paese, a semplice incapacità di visione strategica.
Expo è la grande celebrazione dei contenuti che si svuotano di ogni senso: acquistate, consumate e non rompete i coglioni. Dobbiamo applaudirla e subito dopo tornare a casa a criticare i giovani che non hanno valori, che non colgono il senso del patrimonio culturale, né tanto meno delle istituzioni, che vivono senza un orizzonte. Capito?

Proviamo a collegare i puntini e farci due domande.
Buon viaggio a tutti.

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Natura da vivere – 1^ Festa del Parco dei Colli Briantei

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Il Parco dei Colli Briantei è un progetto a cui crediamo da un po’.
Dopo aver approvato in consiglio comunale la sua estensione anche al territorio di Casatenovo, ci sembrava il caso, insieme al direttivo e all’assemblea delle associazioni del Parco, di organizzare un momento di festa. Una “tre giorni” che è, vuole essere, condivisione del cammino fatto, delle ricchezze che abbiamo attorno e della strada da fare in futuro.

La festa si svolgerà dal 15 al 17 maggio in Villa Mariani a Casatenovo (LC): cliccando qui potete scaricare il volantino completo.

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Il venerdì e il sabato saranno interamente dedicati ai tesori naturalistici del Parco, la domenica il tema centrale sarà quello dei “Segni del Sacro”, il patrimonio religioso ancora oggi custodito tra cascine ed edicole nelle nostre campagne.
La prima serata aprirà le danze con un confronto tra le voci di chi vive il parco per i motivi più diversi: sportivi, educatori, fotografi, agricoltori, abitanti, sono invitati a portare sul palco l’esperienza che quotidianamente fanno del parco. Il dialogo sarà animato da Marzio Marzorati di Legambiente Lombardia e verrà intervallato da performance musicali dell’Atelier ProArt di Brugherio.

A partire da venerdì, all’interno di Villa Mariani, verranno esposte, una mostra sui funghi del Parco a cura del Gruppo Micologico Naturalistico di Usmate Velate, una mostra sulle rondini del Parco e alcune delle migliori immagini di fauna e flora del Parco a cura di fotografi professionisti di livello nazionale come Danilo Porta, Luca Fantoni e Alberto Canobbio. Gli stessi autori terranno un piccolo laboratorio di fotografia nel pomeriggio di sabato e presenteranno il loro ultimo impressionante lavoro fotografico sulla fauna e la flora di Brianza, sabato 16 maggio, alle ore 21, presso l’Auditorium “G. Fumagalli” di Villa Mariani.

La domenica si aprirà con l’escursione alla ricerca dei “Segni del Sacro” a cura dell’associazione “Sentieri e Cascine”. Partenza e arrivo previsti dal parco di Villa Mariani. Si percorreranno alcuni chilometri tra campi e cascine di Casatenovo, soffermandosi su segni conservati nel patrimonio rurale esistente e testimonianze dirette degli abitanti.

Il pomeriggio di domenica sarà tutto dedicato alle famiglie, con un piccolo mercato di produttori agricoli locali, due laboratori di educazione ambientale a cura della Associazione “Le libellule” rivolti a bambini e ragazzi e, alle 17.30, da un fantastico viaggio, per grandi e piccini, a cura di Marco Monguzzi, tra i miti e leggende delle piante che popolano i nostri boschi.

Per concludere in festa, la parte finale della giornata, a partire dalle ore 19, grazie alla collaborazione dei produttori agricoli e dello chef Giorgio Cabella, sarà dedicata ad un aperitivo a base di prodotti locali di stagione e da uno show cooking, dal vivo, nel giardino di Villa Mariani. Per quest’ultimo occorre prenotare scrivendo i nominativi dei partecipanti a vallenava@gmail.com entro il 12 maggio.

Vi aspettiamo!