Parlare di libri

La parola “cultura” si associa sempre di più alla parola “eventi”. Da che sto dentro a una scuola penso sempre più spesso al fatto che un “lavoro culturale” serio abbia bisogno di tempi lunghi, relazioni e costanza (che non sempre – di rado? – combacia con la logica degli eventi).
Ecco perché mi sembra proprio una cosa di gran valore che nasca un nuovo gruppo di lettura qui a Casatenovo.

Dare senso al viaggio

 

La scorsa settimana ho fatto due chiacchiere con Alfredo Somoza per farmi raccontare qualcosa del suo ultimo libro.

Parliamo del punto di vista da cui si parte: il turismo di massa è orientato esclusivamente alla soddisfazione del cliente. Il turismo responsabile mette al centro la comunità, propone esperienze di viaggio non esclusivamente su misura di chi si sposta, ma anche delle comunità che ospitano. 

Il tragicomico concorso scuola 2016

Oggi sulle pagine di Vorrei raccontiamo come verranno selezionati i nuovi insegnanti della scuola pubblica italiana. E meno male che il Caro Matteo dice sempre che sulla scuola non si scherza, pensa se avesse detto il contrario.


La scorsa estate la riforma chiamata “Buona Scuola” venne votata di fretta e a maggioranza risicata. Sia in parlamento che fuori il Presidente del Consiglio andò avanti come un treno, nonostante quasi ovunque al di fuori degli ambienti renziani si sottolineassero le molte pecche della riforma (vedi qui o qui, per due critiche ragionate). Nei momenti di “concertazione” ricordiamo il premier brandire la cancellazione delle assunzioni, come spauracchio per i docenti precari, qualora la riforma non fosse passata. Un modo molto elegante e intelligente di amministrare un tema prezioso e complesso, non c’è che dire.

Questa scuola è buona?

A settembre abbiamo iniziato a vedere i risultati di cotanta fretta: doppia ripubblicazione delle graduatorie dei docenti precari con giri di valzer che, nella peggiore delle ipotesi, hanno portato in classe, in tre mesi, tre insegnanti diversi.

La Buona Scuola doveva essere la riforma utile a mettere un punto al precariato e a garantire finalmente nella – in precedenza pessima? – scuola italiana metodi chiari e valutazione.

I precari ci sono ancora e ci saranno anche negli anni a venire. Se è vero che questo tragico anno era un anno di transizione, gli immessi in ruolo non basteranno a coprire le esigenze future. Senza entrare nel dettaglio, bastino due conti: a fronte di 160.000 immissioni in ruolo nel mondo della scuola ogni anno si superano abbondantemente i 20.000 pensionamenti. Le riserve insomma sono scarse e soprattutto, lo vedremo a breve, sono distribuite a casaccio.

La guerra tra poveri

Cominciamo col dire che le assunzioni sono state effettuate attraverso un doppio canale, approssimativo e totalmente discriminatorio. Si poteva ragionare sugli anni di servizio degli aspiranti al ruolo, sulle materie che richiedevano l’effettiva immissione di nuovi docenti, su modalità di valutazione effettive del lavoro svolto in classe, si è preferito usare il criterio puramente amministrativo dell’anno di abilitazione. In questo modo si è aperta la strada a una serie di assurdità: ad esempio, l’ultimo docente della graduatoria di scienze degli alimenti si è ritrovato in ruolo e magari senza aver mai visto un’aula, mentre colleghi che occupavano cattedre vacanti da dieci anni sono stati messi alla porta e destinati al concorso farsa che analizzeremo fra poco.

Coloro che si erano abilitati prima del 2009 sono entrati in ruolo senza dover superare altre selezioni: è stato ritenuto sufficiente, per guadagnare una cattedra, il titolo di abilitazione. Ovviamente i docenti presenti nelle graduatorie degli abilitati pre-2009 non erano equamente ripartiti tra le materie o a seconda delle esigenze del sistema scolastico. Tutt’altro. Ad esempio, nelle graduatorie si trovavano il 50% di insegnanti della materia X e nemmeno uno della Y. Per far fronte alla situazione dei docenti che eccedevano il numero di cattedre disponibili, sono stati creati dei posti ad hoc, definiti “di potenziamento”, demandando ai presidi il compito di capire come utilizzare i docenti in più in arrivo. Praticamente, insegnanti mandati allo sbaraglio e assunti senza un chiaro disegno strategico all’interno del sistema scolastico. Questi colleghi “di potenziamento”, oggi, loro malgrado, si ritrovano spesso parcheggiati nelle aule insegnanti della Penisola, fanno qualche ora in compresenza, svolgono l’ora alternativa alla religione cattolica e coprono le ore buche dei colleghi assenti.

Rispetto e merito, non pervenuti

Gli altri, gli abilitati post 2012 (tra il 2009 e il 2012 si è verificata una sospensione dei corsi abilitanti), sono stati indirizzati verso il concorso che si sta svolgendo in questi giorni. Per loro quindi il titolo di abilitazione non vale da solo l’accesso al ruolo.

Sul concorso in atto in questi giorni ci sarebbe veramente molto da dire, ma per sintesi mi soffermerò solo sulle note più stonate. Anzitutto, questo concorso è la riprova che merito e competenza in questa “Buona Scuola” non trovano albergo ed è dimostrazione ulteriore di assenza di responsabilità politica di questa classe dirigente che sembra vivere di soluzioni superficiali e arroganza.

Partiamo dalla pagina che sul sito del Ministero dell’Istruzione presenta il prossimo concorso a cattedra. 
Si leggono cose come: «Iniziamo a precisare che affrontare un concorso a cattedra di questo tipo non è semplice. Ne sanno qualcosa tutti i candidati che hanno partecipato al precedente bando di concorso. Il fatto che non sia facile non deve però preoccuparvi o allarmarvi.
In realtà nulla è facile! Se siete arrivati fino a qui, pronti a cimentarvi con il maxi concorso scuola 2016, di certo avrete affrontato tante sfide, forse ancora più complesse. L’importante è essere consapevoli delle proprie capacità, della propria preparazione e delle proprie lacune».

E’ una delle tante. In definitiva in questa pagina il docente viene trattato come un deficiente, una pagina di stucchevole paternalismo che da sola sarebbe sufficiente a farsi un’idea di quale sia la considerazione del datore di lavoro nei confronti dei suoi dipendenti. Ma il meglio viene fuori accostando a queste pagine pubbliche e “friendly” i documenti “per addetti ai lavori” che il Ministero ha prodotto e continua a produrre. 
Un capolavoro di costante disumanizzazione.

La prima prova

Facciamo un ulteriore passo avanti. La prova scritta che apre questo concorso vedrà fronteggiarsi i docenti in una corsa contro il tempo della durata di due ore e mezza. In questo tempo il candidato deve rispondere a 8 quesiti. Fatti i conti, si hanno a disposizione 15 minuti per rispondere a domande di didattica che prevedrebbero ragionevolmente meditazione e tempi di risposta più estesi. Preparare una lezione non è, come forse pensano i più, robetta da dieci minuti. Preparare una lezione – specie una lezione che dia conto del nostro saperci fare – può richiedere anche diverse ore di lavoro: ricerca, selezione, analisi del contesto, pensiero sulla metodologia più adatta. Un compito che parla di contenuti e didattica e chiede risposte in 15 minuti è semplicemente una farsa. Valutare dei professionisti su delle risposte rabberciate in fretta e furia è umiliante e nella migliore delle ipotesi – come hanno sottolineato lucidamente altri e più qualificati di me – servirà a selezionare buoni dattilografi.

Navigazione a vista

Se questo non bastasse ci sono altri aspetti a far da corollario a questa comica situazione.

Le commissioni d’esame vengono spesso definite il giorno prima della prova scritta di materia, precettando a forza insegnati, dirigenti, presidi in pensione. Pare infatti che per il misero compenso previsto non siano stati molti i docenti ad autocandidarsi al ruolo di giudici.

I candidati che hanno sostenuto la prova scritta da due o tre settimane, peraltro, non sanno ancora se e quando avranno dei responsi; se e quando sosterranno un esame orale: in giugno, in luglio, a settembre; se e quando i vincitori potranno fattivamente essere chiamati a lavorare. Si naviga a vista, insomma, ma per i docenti precari questo è il minore dei problemi: sono allenati.

Chi valuta cosa?

Un problema più serio sembra invece quello legato alla composizione delle sopracitate commissioni. Saranno infatti colleghi di ruolo, spesso più anziani, o persino in pensione, a valutare le competenze in materia di didattica dei colleghi precari. I docenti più anziani sono entrati in ruolo, nella maggior parte dei casi, senza aver fatto corsi di abilitazione e senza aver sentito parlare di metodologie o didattica. La loro era la scuola dei contenuti, la diffusione di metodologie e didattica su larga scala nel percorso di formazione degli insegnanti appartiene agli ultimi vent’anni o forse meno. Sulla base di cosa valuteranno le raffazzonate risposte che parlano di cooperative learning, di flipped classroom, della differenza tra didattica personalizzata e individualizzata? Boh, sinceramente non ho risposte. Qualcuno persino sostiene che a correggere le prove sarà in primo luogo un lettore informatico che verifica la presenza di alcune “parole chiave” nelle risposte. Non ho fonti certe al riguardo, ma se fosse così giungeremmo davvero alla mortificazione personale, oltreché professionale, dei partecipanti.

Il panettiere, gli ingredienti, la ricetta e l’insegnante

Per concludere, a monte di tutto questo discorso, resta il primo e più grande interrogativo: è il concorso – pensato e formulato come è avvenuto in questi anni – un buon modo per selezionare bravi insegnanti? Io credo di no. Questi concorsi chiedono al panettiere di scrivere velocemente la ricetta del pane e pretendono di scegliere bravi panettieri sulla base di questo rapido scritto.

Il lavoro dell’insegnante non è da meno, è fatto di tante dimensioni (i contenuti, le abilità, le competenze relazionali) e si basa su qualità e capacità che emergono esclusivamente sul campo. Il concorso nella forma di prove scritte e orali che durano qualche ora può al più valutare quali siano le conoscenze in mio possesso. Può controllare l’elenco degli ingredienti, senza verificare che io li sappia davvero scegliere e sappia farne pane.

Bisognerebbe assaggiarlo, il pane; e per assaggiare “il pane” degli insegnanti bisognerebbe valutarli in classe, mentre lavorano con i loro studenti.

 

Paradigma di ingiustizia

Su Vorrei oggi l’ultima puntata del ciclo di incontri sul Medioriente.

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Si conclude con una relazione di Cecilia Dalla Negra, sulla questione palestinese, il ciclo di incontri dedicato al Medioriente organizzato da L’Altra Via e la Comunità di Via Gaggio. Giornalista per l’Osservatorio Iraq, Medioriente e Nord Africa, da anni frequentatrice dei territori palestinesi, Dalla Negra ha parlato di terza intifada, generazione Oslo, colonialismo di insediamento e indifferenza della comunità internazionale. Di seguito i passaggi fondamentali della sua relazione.

Cecilia Dalla Negra inizia premettendo che oggetto della serata non sarà l’analisi di un conflitto, ma di una occupazione. Parlare ancora una volta della Palestina, dice: «è importante, lo è sempre, perché la condizione dei palestinesi è paradigmatica di ogni situazione di sopruso e ingiustizia e deve interessare per questo a ciascuno di noi».

Il mandato britannico

«Volendo fare sintesi della vicenda palestinese bisognerebbe partire almeno dal 1917, anno in cui le forze occidentali procedono alla divisione del medioriente. In questo contesto la Gran Bretagna pone sotto il proprio controllo i territori palestinesi e contestualmente il ministro britannico Balfour si esprime a favore di un  nucleo di insediamento ebraico in Palestina. Comincia in quel momento l’immigrazione della popolazione ebrea verso la Palestina, che raggiungerà il suo apice dopo la seconda guerra mondiale».

«Il mandato britannico ha inizio formalmente nel 1922 per durare fino al 1948. Nel 1947 per risolvere una situazione di crescente tensione tra israeliani e palestinesi viene coinvolta l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che propone un piano di spartizione del territorio iniquo. L’ipotesi di spartizione propone di destinare agli israeliani – 6% della popolazione complessiva della regione – il 56% del territorio. Il piano ovviamente viene rifiutato dai palestinesi.

Nello stesso anno Israele si autoproclama stato. Questa proclamazione nella storia palestinese darà inizio alla “catastrofe” o “nakba”, come la chiameranno in seguito i palestinesi. 456 villaggi palestinesi vengono distrutti in poco tempo. E’ l’inizio della colonizzazione illegale degli israeliani sui territori palestinesi. Oggi si contano 5 milioni di profughi palestinesi che vivono nei campi di accoglienza di Siria, Libano e Giordania; molti altri palestinesi sono finiti ai quattro angoli del mondo». Continua a leggere Paradigma di ingiustizia