Cartoline dal Turkestan – Arslanbob e il bosco di noci

Ripartiamo da Osh e ci addentriamo in un territorio ancora più brullo. Il paesaggio a grandi macchie di colore sembra una divisa mimetica stesa a cuocere al sole.

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La strada sale tra le pieghe della terra. Mentre cantiamo tutti insieme “No woman no cry”, Aziz accelera e frena in continuazione, impegnato a superare pecore, vacche e cavalli che a banchi invadono la strada. Bambini di neanche 10 anni guidano le greggi in sella ai loro asini. Piú in là, altri della stessa età giocano e si fanno il bagno nel fiume. Penso a noi, all’Italia, al mio lavoro, alla scuola, ai banchi, ai quattordicenni, ai problemi sentimentali, esistenziali. E poi riguardo questi bambini con la maglietta sdrucita e le ciabatte di plasticone che col frustino cavalcano il ronzino. Come cantava Franco Battiato: mi sembrano felici, mi sembrano felici.

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Arrivando al villaggio di Arslanbob incrociamo vecchie Lada scarburate, asini che vagano tra le case, pensiline dell’autobus a cui non arriverà mai nessun autobus (ma una volta al giorno un furgoncino sgangherato). Il paesino è contornato da monti di roccia, i Khrebet Babash-Ata, che superano i 4000 metri e abitato al 90% da uzbeki. Il confine uzbeko è vicinissimo e in questi villaggi sono i kirghisi ad essere minoranza.
Apecar con due panchine ancorate al cassone, ondeggiando pericolosamente sopra le buche del sentiero, portano rugose signore dall’alto al basso del paese e viceversa. I foulard delle anziane donne, legati in testa, correndo sul trabicolo a motore, fanno bei lampi di colore.

Il luogo, da queste parti, é relativamente conosciuto per due motivi: le cascate sopra al villaggio, molto apprezzate dai gitanti kirghisi – che amano fare la coda per farsi fotografare appesi a un ponticello di ferro – e il bosco di noci piú esteso al mondo (60.000 ettari).

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Nel paese la CBT ha un suo piccolo centro informazioni, ben gestito e utilissimo per chi voglia fermarsi, fare delle escursioni e magari essere ospitato in famiglia. Noi finiamo ospiti di una accogliente famiglia di cultura uzbeka. I nostri ospitaleri abitano in una casetta vicina a un ruscello. La casupola é di legni bianchi e azzurri, con vetrate luminose, tende colorate, contornata da un bel giardino selvatico in cui vivono insieme conigli, fiori, tacchini, gatti e polli. In fondo, oltre un filare di rose, un bel tapchan sotto a un bersò, isola di piacere e frescura per chi vuole bersi un té o leggere un libro in pace col mondo.

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Prendiamo un furgoncino che ci porta piú a monte, fino all’ingresso delle cascate. Le cascate si rivelano il tipico luogo di intrattenimento dal pessimo gusto “chinese”: un sentiero di cemento nel bosco, cosparso di bancarelle che vendono tutte le stesse cose (collanine, mela disidrata in formato “grattuggiata” o “cellophane”, erbe medicali, palline di formaggio essiccato) e le cascate colonizzate da una coda di kirghisi in fila per farsi fare una foto.

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Andiamo a dare un’occhiata e, un po’ interdetti, proseguiamo oltre. Il sentiero che sale nel cuore del bosco di noci, al contrario, é deserto. Incontriamo solo due tedeschi che con una coperta si sono buttati a leggere nel prato.

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Il bosco si estende per interi versanti di collina e tiene in sé esemplari di noce secolari. Si sale per una ventina di minuti fino ad arrivare a un pianoro ai piedi delle cime piú alte. Contadini sfalciano a mano e imbastiscono enormi covoni, i più grandi che io abbia mai visto. Camion talmente colmi da sembrare funghi trasportano debordanti quantità di fieno.

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Con la luce del sole che ormai filtra orizzontale tra le grandi verdi foglie dei noci, ci affacciamo da una specie di balcone di roccia naturale sopra il paese. Il paesaggio minerale intorno ricorda, in miniatura, alcune rocce delle Meteore o la arida Tracia bulgara. Paesaggi estivi, leggeri e asciutti; che fanno bene all’anima.

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Di nuovo a casa, mentre il pane cuoce nel forno di argilla e la zuppa è sul fuoco, giochiamo un po’ a palla con la piccola di famiglia, dal viso vispo e intelligente, e i vestiti coloratissimi. A cena si serve per tutti “Mastava” il piatto nazionale kirghiso: senza troppa fantasia, una zuppa con pezzi di montone, patate, peperoni e aglio, tanto aglio.

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Tino si addormenta leggendo sul tapchan, io e Jacopo condividiamo a sorpresa la stanza con il nostro accompagnatore, da tutt’intorno la casa ci culla il rumore dell’acqua che scende dalle  montagne.

Alle 23, la voce lontana del muezzin interrompe il paesaggio sonoro fatto di  gorgoglii, richiami notturni e frinire d’insetti, li sovrasta per un lungo momento, creando un’atmosfera  quasi irreale.
Impressioni sottili, semplici, qui non certo eccezionali, che però so già, senza sapere come, resteranno nella memoria.

Cartoline dal Turkestan – Il mistero di Osh

A Sary Tash cala la sera. Il picco Lenin con i suoi 7000 metri di altezza svetta in fondo all’altipiano, si tinge di rosa. Un bel vento freddo  lucida il cielo.
Intorno si muove una vita rada: dei bambini vendono il latte dentro a bottiglie di coca cola, una ragazza lava panni al ruscello, un’altra cucina dentro a un container. Un altro mondo.

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Mi aggiro con Jacopo per il paese. Meno quella principale le strade sono sterrate, non esistono recinzioni. Le case sono in muratura e hanno tetti spioventi di lamiera. Una vecchia ambulanza di epoca sovietica é parecheggiata nel centro del villaggio, di fianco a una baracca che, a naso, sembra qualcosa di simile a un ambulatorio.

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A cena a gambe incrociate sul tapchan, tra tappeti e cuscini coloratissimi, mangiamo un piatto di montone e patate. Aziz ci racconta qualcosa in piú di lui: ha una moglie e due bambine, la compagna insegna inglese e questo l’ha aiutato ad imparare in fretta. É maestro di arti marziali e per questo, sottolinea, non teme di girare da solo per le strade di Osh (città che non gode di buona fama!). Ha studiato ecoturismo all’università di Bişkek, ma dice che per questo genere di temi il paese non é ancora pronto (sapessi noi), quindi per ora si limita a far l’accompagnatore per la CBT, e poi a mandare avanti una serie di altre attività parallele per mettere insieme un reddito decente. Ad esempio, ha 480 galline, Aziz, e vive anche grazie alla vendita di uova. Sta cercando di imparare lo sci per poterlo insegnare nelle vicine località che ospitano piste. Del resto, qui d’inverno mediamente cadono due metri di neve e qualsiasi  altra forma di turismo si estingue. Un vero tuttofare, insomma. Rappresentativo di tutto il popolo kirghiso? No, a stare a sentire lui c’è grande indolenza nei suoi coetanei, rassegnati al corso delle cose.

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Scendiamo di quota attraverso canyon di argilla dai rossi impressionanti. Fermi a una pompa di benzina (che ha finito il gasolio) incontriamo una famiglia di francesi, una coppia con due bambini in sella a delle specie di tandem.

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Incontrare degli occidentali su queste strade é un fatto raro e così fermiamo le rispettive corse per scambiare due chiacchiere. Spieghiamo del nostro piccolo itinerario e loro ci spiegano del loro grande viaggio: un anno di stop, prima tre mesi per andare in bici dalla Mongolia al Kazakistan e poi trasferimento in Nepal, per passare i restanti nove mesi come cooperanti in un progetto di volontariato internazionale. Non si tratta di superuomini, né di matti. Sembra una famiglia normale; i bambini per nulla sconvolti dal grande itinerario che stanno affrontando.
Sinceramente non so se vorrei imbarcarmi in una cosa del genere, soprattutto coinvolgendo ipotetici ignari pargoli, ma ammetto che incontrare persone che prendono decisioni di questo tipo, in un mondo sempre piú orientato verso altre priorità e altri obiettivi, mi dà ossigeno. Stimo l’apertura mentale di chi fa una scelta così: nel nostro contemporaneo, chiudere baracca per un anno, di per sé, ha già la dignità di un atto rivoluzionario.

Osh, meno di 300.000 abitanti, e 3000 anni di storia alle spalle, é la seconda città del Kirghizistan. Nemmeno cinque anni fa per le sue strade si sparava, come del resto lo si faceva e ancora lo si fa in altre zone del Fergana.
La Valle del Fergana, racchiusa tra le imperiose catene del Tian Shan, del Pamir e, a sud, dell’Hindu Kush, é il piú popolato altipiano agricolo fertile dell’Asia Centrale, terra che i sovietici videro bene di spezzare in tre parti (uzbeca, tagika e kirghisa) al fine di non dare a nessuna delle comunità locali un margine di sviluppo sulle altre. La divisione era il presupposto per il controllo; da sempre, quindi, nella valle ci sono conflitti etnici a tensione variabile.

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Ad Osh oggi non si spara piú, ma la città è povera e porta i segni morali e fisici degli scontri passati e del declino economico segnato dalla fine dell’impero sovietico. In città gli uzbeki sono maggioranza relativa (48% Uzbeki, 43% Kirghisi) e le tensioni talvolta si ripropongono. In centro  campeggiano ruderi, cantieri a cielo aperto, degrado diffuso. Guardando la città dall’alto della montagna di Salomone si ha l’impressione di un grande villaggio, più che di una città dal passato fiorente. C’é un bazar oggi completamente scombinato da una serie di lavori infrastrutturali che coinvolgono il centro: bancarelle infilate dentro palazzi in costruzione, tunnel sotteranei, container addossati o lungo il fiume. Il bazar sembra, comunque, l’unico vero centro di relazione e lavoro della città. Andandocene Tino sospira: ‘quando arriverà un centro commerciale anche qui, sarà finita’. Amaramente vero, il bazar da queste povere parti “é” spesso “il cuore” della città; rompere i legami che si sviluppano in questo ambiente potrebbe equivalere a tagliare il filo che lega tra loro i secoli di queste comunità.

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Aggirandoci in un parco incontriamo un gruppo di ventenni indiani. Ci incuriosiamo e così iniziamo a chiacchierare. Scopriamo che sono tutti studenti di medicina al primo anno dell’università kirghisa. Vengono qui perché da queste parti laurearsi é piú semplice e meno dispendioso. Le lezioni inoltre sono in russo e in inglese e questo favorisce l’afflusso di studenti anche da altri paesi della regione come Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka.

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Nel Fergana, come in generale nel sud del paese, gli impulsi dell’Islam si fanno piú vivi, si vede birra in giro con minor frequenza (elemento che ricerchiamo sempre con attenzione!) e torna a irrompere in città il richiamo del muezzin.

Città difficile da stanare Osh, senza un centro definito, con una popolazione meticcia. Bisognerebbe fermarsi di piú, addentrarsi, conoscere qualcuno del luogo che sappia parlarcene.

Il mattino della nostra partenza, verso le sei, tuona per le vie del centro un concerto itinerante di musica simil-balcanica: ottoni e percussioni suonano rompendo la notte e facendo entrare il giorno nelle nostre stanze. Tutti svegli col frastuono che si avvicina e si allontana; ulteriore elemento che ci fa ripartire con in testa più di qualche interrogativo su questa città.

Cartoline dal Turkestan – Giornata alla frontiera

Sveglia alle 6 e partenza a tutta per arrivare in tempo alla frontiera cinese. Le frontiere da queste parti chiudono a mezzogiorno per una lunga pausa pranzo che termina per solito tre ore piú tardi. La pausa comprende anche un tempo per il sonnellino e termina con una sveglia di campo, udibile perfettamente anche dall’esterno. Dopo la sveglia i soldati si intruppano ed escono sul piazzale, enunciando stupide frasi collettive. “Siete dei sacchi di merda?” Sissignore siamo dei sacchi di merda!” e via dicendo. Tutto questo mentre tu aspetti da tre ore uno che ti guardi il passaporto, che solitamente nemmeno é in grado di leggere, e ti faccia segno di procedere.

Sono 200 e piú chilometri di risalita, che ci riporteranno alla quota 3000 del passo Irkeshtam.
Passiamo un primo check point velocemente e alle 9 del mattino siamo già alla frontiera vera e propria, poi ci saranno da affrontare i restanti 80 km, per arrivare al confine vero e proprio.

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Ma é qui che inizia una giornata dai tratti surreali.
La frontiera che porta al passo Irkeshtam é gigantesca, preceduta da un chilometro di viale con lampioni scenografici, strada a sei corsie (completamente deserte), manco fosse il lungo mare di Bahia. Intorno ci sono solo chilometri e chilometri di sabbia e monti di roccia altissima, un paesaggio lunare.

Arrivati alla coda di camion (turisti a queste frontiere se ne vedono raramente: tutto traffico commericiale) pervade il piazzale della musica dance ad alto volume. Ci chiediamo chi sia quel pazzo che, con quel volume, viola l’austerità dei siti militari cinesi, per solito rigorosi, ottusi, austeri.
A ben guardare pare si stia preparando una specie di festa. E la musica viene proprio dal palco in allestimento.

La celebrazione ci viene confermata da un inserviente: la frontiera resterà chiusa per due ore a causa della big celebration a cui tutto il personale deve partecipare.
I camionisti kirghisi, probabilmente abituati a queste attese, sono già seduti per terra tra i loro camion a giocare a carte.

Nel piazzale assolato, che – va ricordato – è un posto lunare in mezzo al deserto, iniziano ad arrivare membri del partito, ufficiali in divisa, gerarchi, drappelli di soldati in uniforme. Intorno, altri militari con scudi e manganelli pronti a stoppare i refoli di vento e sabbia che giungeranno dal deserto circostante…

Mentre le autorità prendono posto, noi scendiamo dal nostro furgone e ci appoggiamo al cofano restando a guardare. Nel giro di trenta secondi siamo avvistati: un ufficiale ci viene incontro e ci annuncia che siamo ufficialmente invitati a prendere parte alle celebrazioni: siamo loro ospiti. Tentenniamo, ma il nostro autista sottolinea la parola “ufficialmente”: si deve andare.
Fanno sloggiare quattro soldati semplici e in sessanta secondi netti ci troviamo accomodati tra le primissime file.

Un piazzale in mezzo al deserto, musica tamarra, miriadi di fotografi e videoamatori, la security, un centinaio di uomini in divisa, rigidamente seduti in platea. E noi quattro, vestiti come degli scappati di casa, dopo tanti giorni di viaggio.  Molto bene. Cos’altro potrà succedere?

Inizia la manifestazione:  una coppia di conduttori  parlano alternandosi, come a quegli spettacoli di fine anno delle  scuole elementari (almeno quelle che ho fatti io  vent’anni fa). Una battuta il maschio, una la femmina. Quando i due devono enfatizzare qualche passaggio del loro discorso prestampato, leggono in contemporanea la battuta. L’effetto é tragicomico.
Mai dire banzai“, per chi lo ricorda, faceva meno ridere.

Dopo le presentazioni delle autorità, si dà il via ad uno spettacolo folk kirghiso (perché, si deve capire bene, il Partito ha a cuore anche le minoranze sfigate). Con abiti tradizionali e canti corali in playback, lo spettacolo é un orrore che ai cinesi – lo avevamo già intuito l’anno  scorso lungo il fiume Azzurro – piace da matti. Noi intanto tratteniamo a forza le risate… l’impegno é massimo: tutti i serissimi occhi a mandorla ci sono puntati addosso.

Dopo un’ora di discorsi delle autorità – anch’essi  prestampati e validati dall’alto –  che lodano l’egregio funzionamento delle frontiere e la loro nuova vocazione al turismo, si termina con distribuzione della mascotte del nuovo progetto di accoglienza turistica “Nihao” (che significa, con la consueta originalità: “Ciao”) e con le foto di rito.

Appena liberati dal piazzale rovente e dal patetico spettacolo, ci sfiliamo rapidi verso il nostro furgone. In fuga verso una collettiva risata liberatoria.
Non facciamo dieci passi che un ufficiale ci riprende e ci dice: foto, foto, foto, bisogna fare le foto!

Sessanta secondi netti e posiamo accanto ad autorità sconosciute, come fossimo la  delegazione occidentale.
Non basta. Ecco arrivare un operatore televisivo,   dobbiamo anche girare un video promozionale, in cui una hostess, che sa tre parole di inglese, finge di spiegarci delle cose. Una sorta di spot che dovrebbe rendere chiara l’amichevole accoglienza che viene riservata agli stranieri alle frontiere della grande repubblica popolare.
Per quattro volte ripetiamo la stessa scena: lei  ci illustra i nuovi volantini con le informazioni in inglese per stranieri, dicendo: il titolo é “nihao” e significa “hello”; noi che annuiamo e sorridiamo come deficienti.

Ci regalano uno dei simpatici gadget “Nihao” e ci spediscono dopo due ore finalmente in frontiera. Passati i controlli, non resta che il confine.

Dopo 80 km in un paesaggio di sola roccia e sabbia, incontriamo qualche chilometro di tir fermi nel sole. Sfiliamo il serpentone usando la corsia di sinistra e ci blocchiamo al cancello in alto al passo.
Le due ore di spettacolo hanno fatto scoccare il mezzogiorno e la lunga, famigerata, pausa pranzo.

Dopo aver sentito per due ore discorsi sulla fondamentale nuova dottrina dell’accoglienza turistica, eccoci fermi per altre due ore e mezza in un luogo assurdo, ad aspettare il militare di turno che ci apra un cancello.

Intorno al passo la situazione é desolante. Il paesaggio naturale sembra quello della Death Valley, ma di fianco alla strada ci sono solo case distrutte, vetri rotti, montagne di immondizia, carcasse di auto. Un bar con delle facce poco raccomandabili in un piccolo antro buio, bambini sporchi.

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Intanto la temperatura sale e non c’é una linea di ombra.
Copiamo i camionisti kirghisi e ci mettiamo seduti a chiacchierare dietro a un tir.

Alle 14.40 suona la sveglia e i militari finalmente compaiono e iniziano la loro esercitazione preparatoria.
Appena apre il cancello, essendo gli unici turisti, passiamo per primi. Da lì in avanti, ci dice il nostro autista cinese, é terra di nessuno: percorrete cento metri a piedi e, arrivati al blocco kirghiso, dite che c’é un autista che vi aspetta dall’altra parte. Poi attendete lì il suo arrivo.

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I cento metri diventano un chilometro di tornanti nel deserto. Incontriamo un uomo a cavallo, altri militari cinesi, qualche corvo, un asino che cerca riparo all’ombra di un muro a secco.
Se la Cina ha realizzato frontiere affette da gigantismo, il blocco kirghiso é povera immagine del paese: una sbarra di ferro sgangherata e una cabina di quelle a cui si pagano i parcheggi custoditi.
Seduto fuori all’ombra del cassotto sta un anziano militare con tratti chiaramente russi. Uno che quando avrà iniziato c’era ancora l’Armata rossa.

Non abbiamo bisogno di presentazioni: ci dice in un intreccio di russo e francese: eccovi, siete i quattro italiani, vi stavamo aspettando; avviso il vostro autista di venire a prendervi qui. Intanto parte la solita sequela di omaggi all’Italia: Ah!  Italia-Ricchi e Poveri, Ah! Italia-Albano e Romina, Ah! Italia-Toto Cotugno. Noi come al solito intoniamo una strofa di “Felicità” e sono tutti contenti.

Arriva il nuovo autista kirghiso. Giovane, col cappuccio in testa, ascolta hip hop e persino parla inglese. Si chiama Aziz e ha 30 anni. Ci porta fino alla frontiera kirghisa vera e propria, intanto il pomeriggio avanza e nonostante i 3000 di altezza fa caldo. Alla modesta frontiera dobbiamo attendere che dieci pulmini, carichi di anziani kirghisi tutti col cappello tradizionale, vengano identificati e mandati oltre.

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Nel frattempo, Aziz ci spiega che la infinita coda di tir é causata dall’adesione del Kirghizistan all’area di libero scambio con Russia, Kazakistan, Bielorussia e qualche altro che ha iniziato a produrre i suoi effetti. Ce ne aveva già parlato la nostra padrona di casa  in quel di Tash Rabat.
La nuova area di libero scambio tra ex sovietici (Unione economica euroasiatica), ha fatto cadere i precedenti accordi bilaterali tra Cina e Kirghizistan e ora i documenti di trasporto per accedere al Kirghizistan devono essere scritti solo in russo: senza documentazione in lingua si rimane fermi. E i tir sono fermi da giorni in attesa che qualcosa si sblocchi.
Scosse della geopolitica del Novecento che ancora si avvertono nella pancia dell’Asia centrale. Altro che globalizzazione e abbattimento dei confini.

Dopo i dieci pulmini di anziani, alle 17 circa, tocca a noi. Si passa in fretta ai controlli. A Tino, che é dietro di me, il tizio del controllo passaporti, dice: “Santino, mafioso name!”. E lui risponde, mischiando russo e inglese: “Da, da, I’m from Sicily!”. Tutti ridono, fortunatamente.

Sembra così che l’estenuante giornata di frontiera sia al termine: siamo di nuovo nel bel Kirghizistan. Corriamo su una strada tra montagne innevate a settemila e montagne piú basse e brulle. Ci infiliamo in gole e canaloni, fino a sbucare sopra un bellissimo tavolato verde, pieno di yurte e pascoli. Alla fine di quell’altipiano, proprio alle falde del Picco Lenin (7.700 metri di quota) ci fermiamo a Sary Tash, un villaggio di contadini con una atmosfera incredibile. Tra le luci calde del tramonto, i ruscelli, le piccole abitazioni scalcinate, il bestiame e una visuale aperta sui grandi ghiacciai da fare impressione.

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Siamo ospiti per una notte di una famiglia, che ci offre due locali di casa dove dormire  per terra su dei materassini. La casa é pienissima di tappeti e cuscini colorati, dalle finestre si vedono pascoli e infondo ai prati le alte cime. Cartoline.
Ci accolgono, come d’uso da queste parti, con té, pane e marmellata:  riprendiamo un tempo morbido dopo la giornata paranormal, e poi, prima di cena, usciamo a fare due passi per le strade sterrate del villaggio.

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Si potrebbero dire molte cose di queste micro comunità rurali, ma passeggiando, questa sera, quel che mi colpisce é soprattutto l’enorme quantità di bambini che girovagano e  giocano per queste strade. Questi paesi sono poveri e affrontano problemi anche gravi, eppure sono paesi giovani, che crescono e danno un’idea di vita che si rigenera.

Cartoline dal Turkestan – Autogrill del Pamir

Tashkorgan sembra uno di quegli avamposti sovietici nella remota penisola di Sakhalin, un posto che sfida le leggi della sopravvivenza umana e del buon senso. Storico insediamento lungo la Via della Seta verso Kashgar, è oggi stato elevato dai cinesi a  “paese autogrill” lungo la Karakorum per spezzare il viaggio sul grande piano del Pamir.

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L’arrivo é surreale come  surreale é l’intero contesto: dopo chilometri di sabbia e roccia, qualche yurta, qualche relitto di auto o camion e tanto vento, il paese viene anticipato da un chilometro di lampioni che sembrano formare un grande colonnato in pieno stile URSS.

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Il paese é composto da una parte vicina alla strada con enormi hotel pacchiani, costruiti massimo dieci anni fa, con quel gusto e quella qualità tipicamente cinesi (quindi già cadenti e scalcinati), e una zona piú interna dove vive la comunità locale, in casette  arrabattate alla bell’e meglio per far fronte ai nove mesi di gelo e neve che si devono mettere in conto da queste parti.

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Col consueto spirito geografico non ci fermiamo in hotel e ci addentriamo  per le vie del proto paese. Si tratta di una comunità prevalentemente tagika,  maltrattata dalla storia e isolata dalla geografia. Aggirarsi in centro significa sfidare sguardi: occhi e occhiatacce di chi é disabituato (e poco felice) a vedere lo straniero e il diverso fuori dalle proprie porte.

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Monumenti del regime, macerie, giovani guitti, furfanti, vecchi ubriachi, cani randagi, militari: un posto che supera in immaginario certe vecchie canzoni di Tom Waits.

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Ci ostiniamo però nella ricerca di un contatto più vero e attirati da un bel giardinetto esterno ci fermiamo a quel che sembra un ristorante.
Entrati nel giardino ci troviamo attorniati da un nugolo di ragazzetti mezzi sporchi e da una signora (presumibilmente la madre) con cui cerchiamo di comunicare. Da una baracca – che scopriamo poi essere la cucina – salta fuori anche un ragazzo un po’ piú grande, sulla ventina, che parlicchia l’inglese. Alcuni dei ragazzini, che ci stanno attorno come un pubblico divertito dalla situazione, hanno delle strane croste sulle mani. Presumiamo sia scabbia. Il livello di preoccupazione per la pulizia del luogo cresce.
Mangiamo comunque lackhman e riso. Non siamo venuti qui per vivere di merendine. Risultato: il giorno seguente  stiamo tutti piú o meno male; paghiamo il conto due volte.

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Andiamo a dormire nel nostro grande hotel desolato. Con un paio di cinesi, siamo gli unici ospiti. Le stanze hanno colori scuri, grigi, marroni, moquette sporca ai pavimenti; con il loro mobilio finto d’epoca questi locali ricordano certi hotel del partito, quelli che a Mosca,  negli anni buoni, usavano per ospitare le delegazioni internazionali e che oggi, in tante città ex sovietiche, giacciono in stato di semi abbandono.

Il mattino dopo riprendiamo la via verso il Kunjherab. Intorno a noi   il paesaggio si fa sempre piú disabitato. Le grandi cime, i ghiacciai monumentali, il cielo di nubi basse e scure, pochi intrepidi animali, il nevischio. Sfioriamo la porta dell’Afghanistan.

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Arrivati al passo scendiamo per guardarci attorno e fare due foto. Tira vento e piove ghiaccio, ci siamo solo noi, un’auto di cinesi e un branco di cani randagi, che si combattono tra loro a morsi.

Come sempre, davanti ai luoghi militari non é consentito fare  foto. Tino viola la regola fotografando in direzione della frontiera e d’un tratto i militari, mitra alla mano, escono fuori di corsa urlando in cinese di andarsene al piú presto. L’autista ci avverte di non scherzare e di darci una mossa.

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Ha breve vita la nostra visita al passo stradale piú alto del mondo. Pazienza, domani é un altro giorno (e con un altro passo, per valicare e tornare in Kirghisia).

Cartoline dal Turkestan – Verso il Pakistan

Lasciamo Kashgar per due giorni, missione: seguire la Karakorum Highway fino al suo limite cinese, il passo Kunjerhab che poi, si dice, sia il passo piú alto del mondo con i suoi quasi cinquemila metri di valico.

Partiamo di mattina con un autista  di poche parole e tante telefonate. Un bel cappellino giallo in testa, il ragazzo sta al telefono per le prime due ore di viaggio, lasciandoci ascoltare le calde sonorità turche del linguaggio uigur. Sembra di stare molto lontani dalla Cina.

Prendiamo poi a salire per la Karakorum Highway, la strada si fa da subito molto impegnativa: le telefonate prima si diradano e poi cessano.

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La Karakorum é una grande strada in alta quota che collega  Cina e Pakistan, tutto il traffico commerciale nei due versi di questa direttrice non ha altra scelta che riversarsi qui. I cinesi ci hanno lavorato sopra mica male e pian piano  stanno trasformando la strada nella grande infrastruttura che il nome evoca. Fino a dieci anni fa o poco piú si trattava interamente di una pericolosa sterrata, dissestata e spesso a strapiombo, carica di tir e bilici.

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Oggi di quella strada terribile rimangono i primi venti chilometri di salita, che da Kashgar e i suoi 1300 metri di altitudine, portano ai 3000 e rotti dell’altipiano del Pamir. Questi primi  chilometri  corrono in una specie di gola, di canyon di ghiaia,  sul  fondo della gola confluiscono  fiumi che raccolgono le acque di scioglimento dei ghiacciai sovrastanti, tutte cime da settemila e piú.

La corsa in auto é da sudori freddi.
Saliamo in una specie di quadro lunare devastato. Tutti e quattro concordiamo sul fatto di non aver mai visto uno scenario del genere, così derelitto. Guardandolo pensiamo a paesaggi di guerra: Afghanistan, Iraq. Non si capisce bene se sia una strada aperta tra le morene di grandi ghiacciai, tra delle immense cave o nel mezzo di fronti e trincee.

La geomorfologia é tra le peggiori: pareti di pietra e argilla che continuano a franare ad ogni angolo e rendono la strada una corsa tra le buche e le deviazioni; flussi d’acqua impetuosi scendono verso valle, invadendo spesso coi loro rivoli la sede stradale.
Pesanti tir arrancano in salita alzando una gran quantità di polvere. Vanno superati al piú presto e nelle condizioni meno ideali, per poter tornare a vedere e respirare.

I cinesi hanno aperto enormi cantieri – attualmente operativi su tutti e venti i chilometri di salita –  per realizzare una sopraelevata che, attraverso ponti e gallerie, dimezzi i tempi di percorrenza della grande via. Per ora ci sono enormi ruspe,  cave di ghiaia, e i primi mega piloni che come totem punteggiano il panorama della stretta valle. La gola é immersa nelle polveri, entrati lì in mezzo il sole non si vede piú e il cielo diviene pallido.

Il nostro autista – ma noi con lui – suda aggrappato al volante mentre supera camion e auto semi distrutti. Si getta fuori strada in aree di cantiere sgombre per evitare  frontali con i veicoli che scendono nel verso opposto (facendo slalom tra le macerie invadono spesso l’altra corsia).  Corre veloce nei pezzi a strapiombo quando la strada é sgomba, si arresta bruscamente quando dal chilometro di parete che sta sopra le nostre teste rotola per strada una minifrana di massi.

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Mentre si sale e si snocciola un rosario mentale di salvezza, penso sia veramente cretino fare da turisti questa strada. Consiglierei di aspettare che i cinesi finiscano la  sopraelevata che, seppur made in China – quindi con materiali da discount dell’edilizia – vi darà qualche possibilità in meno di restare bloccati da un incidente.
Penso anche ai poveracci che devono affrontarla, e che l’hanno affrontata in condizioni peggiori, per lavoro, ogni giorno. Quasi ogni auto che  frequenta  questa strada, come ad esempio il nostro furgone, ha i cristalli crepati per aver ricevuto qualche sasso dal cielo.

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Proseguiamo la salita: operai cinesi piazzano candelotti di dinamite per far saltare un pezzo di versante, mega gru e carriponte montati in loco – e non si sa in che modo – per l’occasione erigono piloni di dimensioni sconcertati nel greto del fiume, famiglie in moto – lui, lei e in mezzo i bambini – scendono con foulard in faccia, senza mezzo casco, nella polvere e danno un senso amaro  della realtà del mondo. Operai dei cantieri vivono sul luogo di lavoro dentro a container; di fianco, poco distanti, abitanti della valle che vivono ancora in baracche di fango e lamiere e oggi respirano sabbia. 
Ogni tanto si incontra qualche cammello che in quel carnaio, tra cantieri, ruspe, rifiuti, carcasse d’auto ed esplosioni, vaga smarrito.

Butto un occhio alle pareti di roccie e argilla che abbiamo a novanta gradi sopra di noi e penso che per non ricevere un masso in testa, anche a questo giro, bisognerà aver vinto alla lotteria.

Arrivati in alto, come a un davanzale, ci si apre davanti, con una visione di bellezza eclatante, la prima propaggine del Pamir: un enorme lago blu ai cui bordi sorgono dune sahariane. Sulle alte colline di sabbia, carovane di cammelli si muovono portando in gita i turisti.

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Costeggiando il lago, l’altopiano si amplia tra  montagne d’oro caratterizzate da evidenti calanchi. Il cielo, svanita la polvere, é ora di un azzurro smalto; bianche nuvolone di panna, come greggi, lo attraversano.

In breve raggiungiamo un  arco che riporta l’ingresso nella provincia autonoma tagika del Pamir cinese. Una non numerosa comunità di tagiki, emigrati in territorio cinese che risiedono prevalentemente a Tashkorgan, paese che ospiterà la nostra sosta lungo il percorso verso il passo Kunjerhab.

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Ci fermiamo  a Tashkorgan verso le 18, il sole é già dietro le creste e nell’aria c’è una strana luce cinerina. Ci troviamo a 3.500 metri di altezza, da qui mancano due ore di salita al passo.