Viaggi diversi (per la scuola)

Mentre eravamo sulle coste dello Yorkshire, camminando nel vento gelido della sera, andando di pub in pub, Orietta mi dice: «Certo che queste cose che mi stai raccontando sono belle, ma non le sa quasi nessuno; sarebbe meglio ne parlaste a scuola. Trovate il modo di farlo sapere». Mi è suonata un po’ come una sveglia alle tre di notte: a volte si è così ben immersi in quel che si sta facendo, a cui si lavora giorno dopo giorno, che ci si dimentica di guardare da fuori. Ho pensato che se anche lei, che pure lavora nelle mie stesse classi, non sa molto, forse qualche cosa per comunicarlo al mondo, questo progetto, la dobbiamo fare.

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Laboratori pomeridiani

Viaggi diversi, la filosofia

Quest’anno abbiamo dato avvio a una specie di laboratorio – che nei miei pensieri sarebbe bello diventasse un’officina permanente – chiamato “Viaggi diversi”. E’ al suo primo anno di vita, ma eredita un lavoro su di me, e sull’idea di scuola che abbiamo in testa, abbastanza lungo. La filosofia che sta dietro a questo progetto è riassunta nella celeberrima frase di Armand Fremont: “Il geografo ha le scarpe sempre sporche di fango”, che era un bel modo di dire che la geografia o è fuori, sul campo, o si interessa di capire la realtà, quella intorno e quella lontano, andando a vedere – a studiare, a cercare – o non è. L’idea che sta dietro a questo progetto è che se il viaggio d’istruzione deve avere senso, ce l’ha quando abbandona la forma fantozziana della “gita dell’Inps” per abbracciare quella di un viaggio vero. E per fare che una gita diventi un viaggio, prima di tutto bisogna fare degli studenti dei viaggiatori; o, tradotto in altri termini, un tantino meno retorici, renderli qualcosa di diverso da un gregge annoiato o imbesuito da far transumare lungo la Rambla di Barcellona. Se gli alunni diventano un gruppo di individui che preparano e guidano il loro percorso, delle volte, capita che, oltre a “farlo”, lo vivano anche, e persino smettano per qualche ora, per qualche giorno, quel ritiro solitario dietro gli specchietti retroilluminati dei loro telefoni per uscir fuori a veder le stelle.

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Acropoli di Atene, Grecia 2018

Un’idea che affiora dalle acque dell’Egeo

Avendo poco budget e molte ambizioni, lo scorso anno abbiamo provato, con Marilena, collega di storia dell’arte e la allora 3^D, a mettere in piedi un viaggio da nord a sud della Grecia fatto solo con mezzi pubblici. L’avventura riuscì: un gran lavoro didattico e una piccola grande trasformazione in ognuno dei partecipanti, prof compresi. Decidemmo, l’ultimo giorno, ancor prima di fare ritorno, seduti davanti ai barbagli del mare, che avremmo trovato il modo di replicare e valorizzare quell’esperienza.

All’idea di base, quella di rendere le gite dei viaggi, si è aggiunta anche l’esigenza di trasformare l’alternanza scuola lavoro in percorsi di maggiore qualità. Spesso, infatti, i ragazzi dell’indirizzo turismo qui in provincia finiscono in agenzie piccole, con uno o due operatori, che non hanno tempo di seguirli adeguatamente, con esperienze che in conclusione si rivelano mediocri. Viaggi diversi vuole essere una proposta per provare a fare alternanza scuola lavoro portando gli esperti dentro la scuola – in un contesto che, al contrario dell’agenzia, mette al primo posto la didattica – e fare uscire gli studenti sui territori, di modo che misurino il mondo con il loro passo.

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Il lavoro a scuola e anche fuori da scuola grazie alle classi digitali

Un percorso di preparazione lungo un inverno

Il progetto in questo primo anno di vita si rivolge a tre classi dell’indirizzo turismo, due terze e una quarta, che hanno il compito di conoscere e perlustrare tre mete.

I ragazzi delle classi terze hanno potuto scegliere se lavorare – a seconda del budget a disposizione – sulla Grecia o sull’Armenia o se astenersi e fare, al posto del viaggio finale, un’esperienza di alternanza scuola lavoro in Brianza. Gli studenti della quarta, già esperti della Grecia e di altre esperienze, hanno chiesto di lavorare sul Marocco.

A ottobre, trovandoci un pomeriggio a settimana con ogni gruppo, abbiamo lavorato alla progettazione dei tre itinerari. Prima un lavoro di conoscenza generale del territorio, poi lo studio dei vincoli logistici e la stesura di alcune idee di massima da mettere a confronto, infine il lavoro su un unico itinerario di dettaglio.

Ora, sul finir dell’inverno, ci avviamo alla preparazione professionale con diversi momenti di professionalizzazione. Un corso di scrittura di viaggio, tenuto da un giornalista del Touring Club Italiano – Touring che, tra l’altro, ci ha conferito il patrocinio per l’alta valenza didattica del progetto. Gli studenti avranno occasione di conoscere le regole base per scrivere un buon articolo di viaggio e imposteranno un lavoro che andrà poi realizzato una volta sul campo. Parallelamente, andrà in onda un corso di video-making tenuto da un esperto del settore: nel 2019 i linguaggi dei media sono tanti e limitarsi all’articolo scritto non basta più.

In primavera, infine, arriverà un’altra infornata di pomeriggi per approfondire i contenuti e preparare gli studenti a fare da accompagnatori e guide turistiche durante lo svolgimento del viaggio (la ricompensa, la motivazione, per svolgere un discreto monte ore fuori dal consueto orario scolastico).

Alla fine del percorso invernale gli studenti dovrebbero aver totalizzato 80 ore di lavoro / formazione, le restanti 40 le spenderanno lungo il percorso, nella settimana di viaggio. Viaggio in cui i docenti accompagnatori si trasformeranno in turisti/valutatori, lasciandosi guidare dai giovani alla scoperta dell’itinerario, valutandone le capacità di approfondimento, di comunicazione (anche nelle lingue comunitarie che studiano), di gestione del gruppo e degli aspetti logistici (check-in alberghieri o aeroportuali, ec).

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L’Ararat dietro il monastero di Khor Virap


Tre mete diverse

La Grecia viene riproposta anche nel 2019. Da lì tutto è nato e lì era giusto tornare, con un itinerario arricchito: tanta storia e tanta arte – tra Atene, Salonicco, Delfi e Corinto -, un po’ di sano trekking (alle Meteore), un affaccio sul mare nella prima capitale Nauplia.
Nel viaggio in Grecia gli studenti si concentreranno soprattutto nel fare da guide turistiche in italiano e in inglese, accompagnando i docenti da nord a sud del Paese.

L’Armenia è un’idea nata lo scorso anno grazie a un contatto della Dirigente del nostro istituto con l’Ambasciata armena in Italia. Quest’estate per capire meglio, come si deve per il geografo, sono andato a vedere se la cosa si potesse fare: con qualche complessità, ma la risposta è stata sì, si può.
Andiamo in Armenia con gli studenti di terza che ci faranno da guide nelle valli e sulle montagne del Caucaso: tra i vignaioli di Khor Virap ai piedi dell’Ararat, al solitario monastero di Kazbegi dove soggiornò Puškin o sul Lago di Sevan ad incontrare i pescatori di trote del locale presidio Slow Food. Torneremo infine dalla Georgia, perché è bella, ma soprattutto perché costa meno.
Andare nel Caucaso significa andare a vedere una regione dove il turismo muove ora i suoi primi passi, un luogo in cui si capisce bene che effetti ha (positivi e negativi). Andare nel Caucaso vuol dire andare ai confini d’Europa e, dal bordo dell’Asia e della Russia, guardare verso casa, allargare la prospettiva. Conoscere una cultura altra. Una scommessa, di certo, per noi docenti e ancor più per i ragazzi.
I giovani partecipanti, oltre a fare da guide, proveranno a raccontare le nostre vicende con un diario di viaggio.

Da ultimo, il Marocco. Alla fine del maggio scorso, la 4^D, tornata dalla grande esperienza greca, aveva chiesto espressamente che potesse essere il Marocco la successiva tappa del nostro comune tirocinio da viaggiatori. Anche questa volta, per un caso fortuito, ho avuto modo, nell’agosto scorso – grazie agli amici di Progettomondo MLAL – di partire per il Marocco e fare un sopralluogo. Giorno dopo giorno mi sono convinto che i temi di interesse per un viaggio con gli studenti fossero moltissimi e rientrato a settembre ho confermato ai ragazzi della 4^D che avrebbe avuto senso provarci.
Con Marilena e con la 4^D abbiamo lavorato tutto il mese di ottobre ipotizzando due itinerari: uno da Marrakech verso l’Andalusia, l’altro dall’oceano al deserto. Li abbiamo guardati e riguardati. Abbiamo scelto il deserto. Andremo da Essaouira fino a Merzouga, incontrando le molte facce del Marocco, e poi, lungo la strada, associazioni, artigiani, musicisti e realtà del turismo responsabile locale. I ragazzi qui saranno chiamati a fare interviste e a scrivere un reportage. Mentre le pagine si scriveranno, conosceremo un’altra cultura, cercheremo di capire, e vedremo come, anche dall’altra parte del Mediterraneo, sempre più persone stiano puntando su modi di pensare e fare turismo etici e responsabili.

Al primo giro tutto è in divenire, molto è da migliorare. Le difficoltà non mancano, specie quando si ha a che fare con il grande arsenale burocratico della pubblica amministrazione e con una scuola che vive una lenta transizione tra le rigidità del Novecento e l’incerto futuro liquido. C’è però la grande energia positiva del fare qualcosa che è al suo primo giorno, nel cercare un cammino dotato di luce e di senso che porti fuori da questo periodo che, non so a voi, ma a me pare un po’ ombroso.

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La Russia raccontata da Paolo Nori

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Nel 2008 ero a presentare un libro in Toscana e avevo detto che, a studiare una lingua straniera, uno si accorge di cose dell’italiano che non aveva ma notato, e che mi sembrava che la cosa fosse particolarmente vera con il russo, per via del fatto che il russo e l’italiano sono molto diversi; l’italiano, per esempio, per la maggior parte degli italiani, per mia nonna, per dire, che era nata nel 1915, era stata prima una lingua scritta, imparata a scuola, poi una lingua parlata (mia nonna, quando è nata, la lingua che parlava, la sua lingua madre, era il dialetto parmigiano), mentre il russo, per tutti i russi, è prima una lingua parlata poi una lingua scritta (i russi hanno l’alfabeto solo nel IX secolo dopo Cristo e in Russia non esistono i dialetti, il russo di Mosca, di San Pietroburgo e di Vladivostok è praticamente lo stesso).

Proprio andando a Vladivostok, sulla transiberiana, a un certo punto era montato sul treno un saldatore che citava l’Onegin, il romanzo in versi di Puškin, con una naturalezza che mi aveva stupito ma che, a pensarci, non era per niente stupefacente, perché l’inizio dell’Evgenij Onegin, il romanzo in versi di Puškin, scritto ai primi dell’ottocento, che può essere considerato l’inizio della letteratura russa moderna, quell’inizio lì, «Moj djadja samych čestnych pravil, kogda ne v šutku sanemog, on uvažat’ sebja sastavil, i lučše vydumat’ ne mog», che in italiano può esser tradotto approssimativamente «Mio zio, che aveva dei princìpi molto onesti, quando si è ammalato per davvero, ha preteso che tutti lo rispettassero, e non poteva aver miglior pensiero», quell’inizio lì, in Russia, lo capiscono anche i bambini, invece una poesia italiana contemporanea all’Onegin, non so, il cinque maggio, di Manzoni, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», questi versi qui, se li dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, adesso quando torno a Bologna voglio provare, avevo detto quella volta lì, e pensavo che l’avrei letta a mia figlia, la Battaglia, che allora aveva cinque anni.
Dopo mi ero scordato.


Mia nonna, che aveva fatto la seconda elementare, con l’italiano lei non aveva un rapporto, non so come dire, sereno, non lo sapeva benissimo, faceva degli errori, per esempio il boiler lo chiamava «Bolide».


Dopo un’altra volta, ero in giro a presentare un libro, avevo parlato ancora di come erano diversi il russo e l’italiano, e del fatto che i primi versi dell’Onegin, in Russia li capiscono anche i bambini, invece, per dire, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», se lo dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, adesso quando torno a Bologna voglio provare, avevo detto quell’altra volta lì. Dopo mi ero scordato.


Un’altra volta ancora, ero in giro a presentare un libro, avevo parlato di come sono diversi il russo e l’italiano, e del fatto che i primi versi dell’Onegin in Russia li capiscono anche i bambini, invece, per dire, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», se lo dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, «Adesso quando torno a Bologna voglio proprio provare», avevo detto quella volta lì.
Dopo poi ero tornato a casa, avevo preso la Battaglia, le avevo detto: «Ascolta, adesso ti dico una cosa e tu mi dici quello che capisci».
«Va bene», mi aveva detto lei.
E io le avevo detto: «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», e poi le avevo chiesto: «Cos’hai capito?».
E lei ci aveva pensato un po’ e poi mi aveva detto: «Che lui è lì, in piedi, che gioca a memory respirando».
Ecco.


Manzoni, e quelli che scrivevano in italiano nell’ottocento, non avevano lo strumento, per farsi capire; Settembrini, nel 1870, finiva le sue lezioni sulla letteratura italiana augurandosi che l’italiano sarebbe diventata una lingua viva. Questo significa, come nota De Mauro, che l’italiano allora era una lingua morta, nel 1870, nove anni dopo l’unità d’Italia.
Ma come mai l’italiano era una lingua morta e il russo invece era una lingua viva? Come mai, non lo so.


Quello che so è che il russo, la lingua di Puškin, è prima una lingua parlata, e poi una lingua scritta, e che i russi, come ho già datto, fino al IX secolo non hanno neanche l’alfabeto (la missione di evangelizzazione di Cirillo e Metodio, che inventano l’alfabeto glagolitico, che poi verrà ribattezzato, dai discepoli di Cirillo, cirillico, è dell’846), e quindi quando i russi scrivono, adesso semplifico ma un po’ è così, scrivono usando una lingua che tutti i russi parlano e che conoscono tutti, invece gli italiani che si mettono a scrivere, nel 1861, scrivono in una lingua che, secondo le stime di De Mauro, parlava il 2 e mezzo per cento degli italiani.


Questo vuol dire che il 97 e mezzo per cento degli italiani non sapevano l’italiano, e per i loro discendenti, ivi compresa mia nonna, e i nostri nonni, e i nostri padri, la lingua madre, «quella cui i bambini vengono abituati da chi sta loro accanto quando per la prima volta cominciano ad articolare distintamente le parole», dice Dante, la lingua madre, non era l’italiano, era il dialetto, e l’italiano, per loro, era lingua della scuola, che imparavano a scuola, che imparavan sui libri, e questa differenza tra la lingua che leggiamo nei libri e la lingua che parliam tutti i giorni è una differenza che ce la portiamo dietro fino ad oggi, anche se non è evidente, perché a noi sembra naturalissimo che dentro nei libri ci siano scritte delle cose diverse da quelle che sono dette per strada, e invece non è naturale per niente, secondo me, è la situazione che si è creata in Italia per via di un fatto stranissimo che per qualche decennio, una quindicina, dall’unità d’Italia in poi, il fatto di conoscere bene l’italiano, in Italia, non era una cosa normale che succedeva a tutti i madrelingua, era una cosa speciale che succedeva a chi aveva avuto la possibilità di studiare, e mia nonna, per dire, che veniva da una famiglia povera, e che erano diciassette fratelli e sorelle, era andata a lavorare, a servizio da un generale, che aveva nove anni, per aiutare in famiglia, e per quello non era riuscita a studiare, aveva fatto la seconda elementare, e quando sentiva, per radio, per televisione, qualcuno che faceva un discorso difficile, con un lessico complicato e una sintassi articolata che lei non capiva molto bene, la sua reazione, di solito, era ammirata, diceva: «Ha parlato come un libro stampato», perché i libri stampati, secondo lei, erano scritti da quelli che avevano studiato e erano da ammirare, perché sapere l’italiano era un segno distintivo, voleva dire avere studiato e esser stati bravi a scuola, questo in Italia all’epoca di mia nonna, dagli anni dieci agli anni novanta del novecento, invece in Russia, cento anni prima, intorno al 1820, la situazione era come ribaltata. Perché quelli che avevano studiato, erano anche lì una minoranza, della popolazione, ma era una minoranza che conosceva meglio il francese del russo, perché i loro educatori erano quasi tutti francesi e la lingua che usavan tra di loro, sia nella conversazione che nella corrispondenza, era il francese.


Cosa che è evidente da molti romanzi russi dell’ottocento, come Anna Karenina, per esempio, dove le donne della famiglia del fratello di Anna, la famiglia Bolkonskij, quando si rivolgono alla mamma non dicono «mama» (in cirillico: мама, il cirillico è facilissimo, si impara in ungiorno), non usan la parola russa, dicon «maman», segno evidente del fatto che la loro lingua madre, «quella cui i bambini vengono abituati da chi sta loro accanto quando per la prima volta cominciano ad articolare distintamente le parole», non era il russo, era il francese.


Nel 1822, prima di mettersi a scrivere in prosa (avrebbe poi previsto, per la fine della propria vita, di deviare sempre più spesso verso «l’umile prosa»), in un appunto intitolato Sullo stile, Puškin scrive: «Una volta D’Alembet disse a La Hapre: non elogiatemi Buffon, una persona che scrive: La più nobile tra tutte le acquisizioni umane fu questo animale superbo, focoso, ecc. Perché non dire semplicemente: cavallo? E cosa dire allora dei nostri scrittori – continua Puškin – che ritenendo cosa meschina lo spiegare con semplicità le cose più normali, pensano di ravvivare una prosa infantile con aggiunte e logore metafore? Costoro non diranno mai: Amicizia senza aggiungere: codesto sentimento sacro, la cui nobile fiamma, ecc. Bisogna dire: la mattina presto, e loro scrivono: Non appena i primi raggi del sole che sorgeva rischiararono le contrade orientali dell’azzurro cielo: – ah, che novità, che freschezza! È forse meglio perché è più lungo? Leggo la recensione di un amatore del teatro: Questa giovane allieva di Talia e Melpomene, generosamente dotata da Apollo… Dio mio! Ma scrivi: Questa brava giovane attrice, e continua così, sta pur sicuro che nessuno presterà attenzione alle tue frasi, nessuno ti dirà grazie. Un vile zoilo, la cui mai sopita invidia riversa il suo soporifero veleno sui laure del Parnaso russo, la cui spossante ottusità può essere paragonata soltanto all’insaziabile cattiveria… Dio mio!, perché non dire semplicemente cavallo?».
Ecco.

Niente, io l’ho trovato un libro fantastico e ve lo consiglio.

Parole per la geografia

Negli anni davanti a te (insegnante) passano migliaia di ragazzi. Sono studenti, ognuno con le sue inclinazioni, fragilità, intelligenze, difetti, tic, ma tutti dentro lo stesso ruolo, la stessa classe. Solo dopo, quando sei arrivato a un certo punto, sai di aver parlato della geografia a giardinieri, guide turistiche, panettieri, avvocati, estetiste, altri insegnanti, baristi. Qualche volta anche a poeti.
Così, un po’ per caso, un po’ perché alcune connessioni rimangono nel tempo, ti ritrovi un video di Gaia che ti parla della geografia che avevi nel cuore a vent’anni e che ti ha portato a finire dentro una classe, dentro una scuola, dentro un paese, a provare a testimoniare quella passione lì in tanti modi. Solo che lei la dice meglio e ti fa riflettere, se già i dubbi non fossero sufficienti, sulla reale essenza di quel che andrebbe trasmesso quando parliamo di quella cosa lì, così lontana dalle capitali a memoria, sfuggente, eppure per tutti così presente, che noi chiamiamo geografia.

Da questa parte del mare – Le rotte verso nord

Il giorno seguente ci spostiamo tutti insieme a Oujda, per partecipare al funerale in rito islamico del giovane Halim.

In Marocco la convivenza tra chiesa cristiana e Islam è di non interferenza. Un musulmano non può frequentare la chiesa cristiana e un cristiano non può entrare in moschea, ma della chiesa è accettata la presenza e data libertà di azione per i rapporti con i suoi fedeli.

Noi restiamo fuori dalla moschea, ma dopo la preghiera accompagnamo alla sepoltura il feretro del giovane, che era ospite al campeggio ormai da qualche mese. Alla sepoltura con rito islamico, segue un momento di preghiera cattolico. I compagni di campeggio di Halim partecipano ad entrambi con estrema intensità, qualcosa che è difficile scrivere.

Tornati in parrocchia, Padre Antoine ci accompagna in un giro per la struttura: “Abbiamo cercato di riadattare gli spazi al meglio per accogliere i giovani in arrivo. Nel solo mese di giugno abbiamo avuto più di 100 arrivi. Molti si fermano pochi giorni, qualcuno dei mesi, altri restano in Marocco definitivamente”.

La procedura è sempre la stessa: “Per prima cosa chi arriva da mesi di vita difficilissima ha bisogno di lavarsi ed essere visitato, per capire se ci sono specifiche esigenze mediche. Poi necessita un pasto caldo e un posto letto. Nei giorni seguenti la persona viene inserita nella vita della comunità. Sono ragazzi a cui spesso serve riguadagnare le regole base dell’interazione sociale, cose semplici come un “grazie” e un ”prego”, l’attenzione al vicino di tavolo, cose che si sono perse nel percorso di orrore e barbarie che hanno vissuto fino a lì (un percorso che può durare da mesi a due o tre anni). I giovani imparano a cucinare e mangiare insieme, occuparsi degli altri e mantenere in ordine gli spazi comuni. Poi arriva il momento di riflettere insieme sul percorso che stanno facendo, su cosa è importante per loro. A seconda delle loro capacità e inclinazioni cerchiamo di offrire delle possibilità di formazione professionale in loco: elettricisti, muratori qualificati, piastrellisti, installatori di pannelli fotovoltaici e così via.

Molti di loro davanti a questo bivio scelgono di rimanere in Marocco e darsi un’opportunità di formazione, abbandonando l’idea che la soluzione unica sia rischiare il salto (senza reti) verso l’Europa”.

Durante la visita agli spazi, lasciamo diverse valigie piene di vestiti che abbiamo raccolto nelle settimane precedenti alla partenza. Padre Antoine ci ringrazia: “con il numero di arrivi che avete sentito tutti questi abiti ci saranno molto utili. Qui d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo: serve di tutto”.

Per la sera ci offriamo nuovamente di preparare una pizza: mentre siamo seduti cercando di capire come operare in cucina, abbiamo occasione di parlare un po’ con alcuni dei migranti ospitati in parrocchia.

Ci raccontano la loro storia: due sono della Guinea, uno del Camerun, un altro del Senegal. Qualcuno è felice di raccontare, altri sfuggono alle domande e hanno occhi che parlano per loro e dicono degli orrori a cui hanno dovuto assistere lungo la rotta che li ha portati qui.

Le storie hanno diversi punti in comune: partono dai paesi d’origine a sud del Sahara, dove si paga una cifra attorno alle 150 euro per farsi portare in Mali. 150 euro in quei paesi equivalgono alla paga di tre mesi. Arrivati in Mali si viene rinchiusi in case che i ragazzi chiamano “foyer”. Qui chi ha i soldi può attendere una delle prossime partenze. Gli altri vengono trattenuti e obbligati a contattare le famiglie affinché inviino loro i soldi necessari. Le famiglie vengono minacciate e se i soldi non arrivano i ragazzi possono essere semplicemente abbandonati nel deserto al loro destino.

Un altro modo per raggranellare le somme necessarie è quello di provare a lavorare lungo le varie tappe del viaggio. I lavori che si possono ottenere da migranti di passaggio sono però spesso schiavistici, pagati poco o niente, pericolosi. Moussa ci dice: “puoi lavorare per gli arabi, ma non c’è certezza di essere pagati. Ci sono ragazzi che hanno lavorato per mesi senza poi vedere alcun soldo. Oppure puoi lavorare per i cinesi: pagano sette euro al giorno, ma chiedono di lavorare fino a 14 ore. Io ho lavorato per loro nel cantiere per costruire un tunnel autostradale in Algeria: chiedevano ritmi insostenibili e soprattutto le condizioni di lavoro erano pericolose. A un certo punto non ce l’ho più fatta a sopportare fatica e paura e ho deciso di andarmene”.

Dalle città maliane servono altre 250 euro per raggiungere il nord dell’Algeria e avvicinarsi al mare. Il viaggio per le vie del deserto avviene su pick up carichi all’inverosimile. Si viaggia anche in 12/14 persone. Se il mezzo prende una buca e qualcuno cade la marcia non si ferma.

Arrivati a nord dell’Algeria i ragazzi si rendono ben presto conto che la situazione è a rischio per i frequenti rastrellamenti organizzati dalle autorità algerine, la via più facile per l’Europa diventa così il Marocco. Altri foyer, altri soldi da pagare per passare il confine. Chi non ha soldi si accampa nella foresta nei pressi della frontiera e tenta passaggi disperati. Due dei ragazzi che si stanno raccontando sono stati catturati dalla polizia di frontiera marocchina che, però, non li ha respinti: li ha spogliati di tutto e li ha lasciati proseguire.

Mentre i ragazzi raccontano Padre Antoine, recatosi in stazione per accompagnare uno studente, torna con un nuovo ragazzo: “lo abbiamo trovato disorientato e senza un soldo in tasca e gli abbiamo offerto ospitalità”. Ci rendiamo conto che questo lavoro prosegue così 24 ore su 24.

A un certo punto Paolo domanda: “Ma avevate idea di quali ostacoli e sofferenza vi avrebbero atteso lungo la strada? Eravate informati?”.

La risposta di tutti e quattro è no, non sapevamo. Le notizie che girano a sud del Sahara sono diffuse ad arte dai trafficanti e alimentate dalle false buone notizie che manda a casa chi ha raggiunto l’Europa e deve dimostrare agli occhi delle famiglie di origine di “avercela fatta”, di aver avuto successo. Cattiva informazione che ha un gran nemico naturale: una scuola fatta bene, un buon livello di istruzione.

Poi il racconto continua. Una volta in Marocco ci sono diverse sorti possibili condizionate sopratutto dai soldi che si hanno o non si hanno in tasca. Chi non ha soldi si accampa nelle foreste fuori dai confini spagnoli di Ceuta e Melilla, cercando disperatamente di scampare alle retate della polizia marocchina e di riuscire poi scavalcare in un raro momento propizio le reti che recintano i due territori spagnoli in Marocco.

Altri tentano con imbarcazioni precarie e canotti gonfiabili di spingersi in acque internazionali sperando che siano poi la Croce rossa spagnola l qualche ONG a recuperarli. Si tratta di un rischio enorme.

Per chi ha qualche soldo in più i trafficanti organizzano atrraversamenti in barca; come in un menù le cifre variano a seconda del tipo di imbarcazione scelta: più è grossa e sicura e più il viaggio costa.

Per chi ha la spropositata cifra di 2500 euro esiste anche una specie servizio di attraversamento in barche in buono stato e con più tentativi a disposizione. Se un viaggio va male, perché fermato dal maltempo o dalle guardie costiere, si può riprovare. Con queste cifre il servizio diventa professionale: i soldi vengono bloccati su un conto corrente e scalati solo all’arrivo a destinazione.

Noi spendiamo sempre più soldi per irrobustire i controlli e più controlli e difficoltà ci sono e più si alzano i tariffari. I trafficanti si arricchiscono proprio grazie al nostro sistema di controllo. Davanti a queste storie i numeri statistici e i flussi migratori diventano ragazzi che hanno solo voglia di vivere dignitosamente, di avere un lavoro, potersi vestire meglio, mangiare ogni giorno, mandare soldi a casa. I numeri diventano persone e tutti i nostri ragionamenti da lontano si sciolgono come neve al sole. Quando ci decideremo a costruire canali di informazione e corridoi umanitari che evitino la proliferazione di business criminali e tanto dolore e sofferenza? Perché mai un giovane italiano dovrebbe avere il diritto di andare a Londra per guadagnare di più o imparare un’altra lingua e un camerunense no?

Cristiano a nome di tutto il gruppo racconta ai ragazzi di come gli italiani stessi siano stati e siano un popolo di migranti (dal 2011 in avanti, va ricordato, sono più i giovani italiani che lasciano il paese che gli immigrati in arrivo!) e che se anche in questo momento tira una brutta aria, siamo un popolo capace di accogliere e all’interno del quale tante organizzazioni e associazioni come la nostra operano per creare una rete di supporto e diffondere una cultura dell’accoglienza.

Ci ringraziamo più volte per il breve confronto che abbiamo avuto e ci diamo appuntamento poco più tardi per una fetta di pizza insieme. Pensiamo a quanto sarebbe utile per chiunque, di questi brutti tempi, avere l’opportunità di dare un nome e un volto ai “flussi migratori”, guardare in faccia questi ragazzi e ascoltarli.

Da questa parte del mare – Al campeggio di Saidia

Arriviamo a Saidia, piccolo paese costiero prima del confine algerino, che è tarda sera. Ad accoglierci nel camping allestito dietro la chiesa da Padre Antoine Exelmans, ci sono solo una ventina di studenti provenienti da ogni angolo d’Africa; ragazzi che studiano in Marocco grazie a delle borse di studio internazionali e che nel campeggio stanno facendo un’esperienza di conoscenza e condivisione con i migranti che che passano di lì.

Oggi al campo però ci sono solo studenti. Arriviamo in un momento tragico per la comunità di migranti, poche ore prima del nostro arrivo un giovane di 17 anni, Amil, è morto annegato nel mare lì davanti. Padre Antoine e gli altri sono quindi rientrati nella casa accoglienza di Oujda – chiesa sede principale di lavoro per Padre Antoine – a un’ora di strada da lì, per denunciare l’accaduto alle autorità e preparare il funerale.

Nonostante la tragedia gli studenti ci accolgono come veri padroni di casa, ci mostrano le tende in cui possiamo alloggiare, i servizi, ci offrono qualcosa da mangiare.

Il giorno dopo lo passiamo insieme, in attesa di incontrate Padre Antoine di ritorno dalla città con notizie in merito alla cerimonia funebre per Amil.

Cuciniamo insieme la pasta e la pizza, andiamo in spiaggia, chiacchieriamo; insomma passiamo una giornata dove cerchiamo di vivere comunque con serenità. Gli studenti ci raccontano da dove vengono, cosa studiano, quali sogni anno. Ci sono ragazzi provenienti da diversi paesi francofoni dell’Africa occidentale e dal Madagascar. Ingegneri, studenti di medicina ed economia, studenti di legge. Ragazzi seri, educati, con grandi speranze in testa. Piuttosto consapevoli di come vanno le cose nel mondo, per quanto consapevole possa essere un ragazzo di vent’anni. Qualcosa di molto diverso dall’immagine dei giovani africani che più frequentemente arriva in Europa. Una parte fortunata delle loro rispettive comunità, si dirà e certo è così, ma anche il futuro di un continente che, dalle nostre parti, continuiamo a non voler vedere né considerare.

Padre Antoine arriva nel pomeriggio e ci racconta il perché in quel campeggio e a Oujda ha iniziato a intraprendere un’attività di assistenza ai migranti in arrivo dal confine algerino.

“Nel 1994 sono rimasto scosso dalla vicenda del genocidio in Rwanda. Mi sono detto: davanti a una cosa simile non possiamo rimanere davanti alla televisione e continuare a blaterare. Realizzare il messaggio del Vangelo è un’altra cosa. Chiesi al mio vescovo di allora di lasciarmi partire per l’Africa centrale. Lasciai quindi la Bretagna e atterrai per tre anni nella Repubblica Centrafricana, dove mi sono occupato, tra le altre cose, della pastorale giovanile. Sono poi tornato in Francia allo scadere di quei tre anni e ho inziato a pensare a come agire concretamente anche nel mio territorio di origine”.

Antoine non ha dubbi sulle sfide che la chiesa cattolica francese sarà chiamata ad affrontare: “Per me sono due – dice – l’accoglienza dei migranti e il dialogo con l’Islam”.

“Ho iniziato a lavorare in patria sul tema dell’accoglienza e sono andato avanti per tre anni. Dopo qualche tempo ho chiesto al mio superiore di poter tornare in Africa. Credo che solo chi lavora da questa parte del mare comprenda davvero un fenomeno di cui noi vediamo sempre e solo la coda. Così sono tornato prima di nuovo nella Repubblica Centrafricana e poi sono arrivato in Marocco”.

Parliamo ancora un po’ all’ombra delle piante del campeggio, bevendoci un caffè, fatto con materia prima e moka portate in dono dall’Italia.

“Ho iniziato a lavorare qui a Oujda e Saidia perchè siamo molto vicini al confine con l’Algeria. Qui arrivano i ragazzi che scappano dai loro paesi nell’Africa subsahariana. Passano dal deserto, risalgono l’Algeria e poi cercano la via per il Marocco. I motivi sono diversi: il Marocco, con le exclaves spagnole di Ceuta e Melilla e lo stretto di Gibilterra, è la porta più vicina per l’Europa. In secondo luogo, rimanere in Algeria è pericoloso perchè il governo adotta delle politiche di respingimento dei migranti barbare: a volte i migranti vengono presi, spogliati di tutti i loro averi e rispediti verso sud, abbandonati in località nel bel mezzo del deserto, lasciati lì al loro destino”.

Padre Antoine non lo specifica, ma è probabile che il deterioramento della situazione libica faccia il resto, dirottando parte dei flussi migratori più a ovest.

“Così – prosegue il parroco – molti di loro una volta a nord dell’Algeria provano a varcare il confine col Marocco. Se hanno soldi a sufficienza proseguono diretti verso le porte d’Europa, nella speranza di attraversare il mare ed essere accolti in Spagna; altrimenti, una volta superata la frontiera arrivano qui, in città e, o per loro volontà, con il passaparola, o perché li intercettiamo noi, vengono al campeggio o in parrocchia.

Qui non ci occupiamo di favorire il loro passaggio in Europa. Qui diamo un pasto, dei vestiti, umana vicinanza e una ri-educazione di base a persone che dopo mesi di viaggio non hanno più niente, fuori e dentro. Cerchiamo di creare le condizioni per le quali i ragazzi possano fermarsi in un posto sicuro in cui confrontarsi e riflettere, magari arrivando a capire che quel che stanno facendo, se tentare la traversata verso l’Europa, è davvero il loro obiettivo”.

Come venga operata concretamente questa accoglienza e la possibilità di riflettere insieme Padre Antoine ce lo spiegherà il giorno successivo a Oujda.