A Granada

Arrivati a Granada dopo i giorni piovosi di Hornos sembra di cambiar paese . I raggi d’oro del pomeriggio granadino invitano a stare fuori anche se siamo alla fine di dicembre. Che città Granada! Una città tanti paesi, i suoi quartieri di case basse morbidamente sdraiati sulle colline.

Parcheggiare in centro è un problema o è costoso e allora lasciamo l’auto un paio di km fuori, verso l’ospedale. Con gli zaini in spalla facciamo ingresso da Zaidìn, il quartiere multietnico di Granada: ombre cinesi veloci e basse, ragazzi col collo taurino dell’Est, ampia comunità magrebina. Pochi passi e già mi pregusto un té alla menta in uno dei localini multicolor che danno sul bazar più o meno moderno.


Ora siamo in centro: si respira un’aria anni ’90, osservo attorno a me un pezzo di mondo che ho visto crescere quando ero a scuola. Si vedono in giro le frange più colorate del movimento altermondista. E io sono così, anche nei cliché – calzette colorate, treccine, dread, lentiggini, giocolieri, gente che suona ad ogni angolo di strada, gente nei bar, molta gente nei bar – anche nei cliché cerco pervicacemente e disperatamente i segni di una non omologazione al tempo corrente. Qui sembrano avere cittadinanza in tanti e tra loro anche la vecchia figura dei perdigiorno, reietta del capitalismo somatico. Granada città santa quindi? Non so; di certo, dopo Tbilisi, la seconda gemma urbana del 2017.


Saliamo a Albaicin, quartiere moresco, e da lì a Sacromonte, quartiere gitano. Sacromonte sembra Berat, in Albania (va detto, in primo luogo, Berat è un posto che ho nel cuore e, va detto, in secondo luogo, anche questo: tendo ad analogie piuttosto libere che altri e più giovani potrebbero definire “analogie un po’ alla cazzo”).


Piccole vie acciotolate, case basse, finestrelle rilucenti al tramonto, i Gispy Kings che scaldano l’aria tiepida durante i giorni della Navidad. Ci affacciamo oltre il muretto che accompagna la passeggiata: subito sotto di noi un groviglio d’erba e cataste di legna e fichi d’india, in secondo piano, ormai avvolto nell’ombra della stretta valle che divide la collina di Sacromonte da quella su cui sorge l’Alhambra, si fa larga il rio Darro, che entra in città. Nel quartiere ci sono tavolini per ogni stradello e un paio di signori che hanno appiccato il fuoco dentro un bidone di metallo. Preparano una brace? Si scaldano alla vecchia maniera delle meretrici? Non importa, è già bellissimo così, senza saperlo.


Davanti a noi tra le nuvole rosa e la luce gambero del tramonto, imponente come un’acropoli di Atene, sta “La rossa”, l’Alhambra. Dalle sue geometriche e imponenti cubature si vedono le palme e dietro le palme le nevi della Sierra Nevada. Non so in quanti altri posti al mondo si possano tenere in un solo sguardo le palme e la neve; per me è la prima volta e sembra cosa rara. Dai giardini del sultano guardo la neve lassù, in alto ai 3.500 metri del Mulhacén, e penso che un’altra cosa strana di questa città è che guardando verso le montagne si guarda anche verso il mare, che è vicino vicino ma non si sente.

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Hornos

Da Caravaca de la Cruz, che si spaccia come quinta città santa del mondo cristiano e che merita una visita, ma solo se ci si passa di fianco, dovremmo raggiungere Hornos in un paio d’ore. La strada da percorrere sembra piuttosto arzigogolata sulle mappe, ma in vero implica una sola svolta.

Si parte immettendosi sulla RM-730 e si gira a destra dopo un centinaio di km per prendere la A-317, che attraversa le montagne e va diretta ad Hornos. La prima è una strada a scorrimento veloce che si percorre ammirati, guardando la lingua scura d’asfalto adagiarsi e ondeggiare tra colline lunghe, quasi impercettibili, e altipiani a perdita d’occhio.

Intorno qualche masseria e uliveti che sfumano lungo la linea dell’orizzonte, che qui appare (per noi che stiamo in fondo alla Brianza) di vastità inconsueta. La seconda è invece una strada forestale curvosa che si inerpica in mezzo alle montagne del parco nazionale della Sierra de Segura y Cazorla. Se il paesaggio della prima sembrava spopolato, il paesaggio della seconda è da limitare delle terre conosciute: non una casa e non un’auto per chilometri. Salendo di quota, il pomeriggio solivo dell’altopiano si trasforma in vento e nubi basse tra le creste. In località Puerto del Pinar, 1600 metri di altezza, con la strada che zizaga sul confine tra Castiglia e Andalusia, siamo colti da una piccola bufera di neve. Sembra attaccare, la strada imbianca e – qui non ci nascondiamo – iniziamo a fare pensieri lugubri: notte da passare ammassati dentro una Seat Leon in attesa che qualcuno ci venga a estrarre da sotto la coltre nevosa. Vendendo i nostri volti tesi, a lato della strada, dove la Leon sfreccia a 15 km orari, le capre ci guardano interdette.
Perdiamo quota e la neve, fortunosamente, diventa pioggia. Ancora quaranta minuti di curve e nuvole e saremo a meta.

A Hornos la strada sfiora il vecchio borgo arroccato. Ci aspetta in piazza Manolo, un ometto elegante, vagamente british, con tanto di ombrello, è un’emissario del nostro padrone di casa, Jesus. Con andatura ciondolante ed ombrello al braccio ci conduce prima ad un parcheggio fuori dalle mura e poi dentro le mura fino alla nostra abitazione (che attualmente si chiama Appartamento El Volaero, ma presto cambierà nome in El Portalon de Hornos). La casa è bella, ha un terrazzino e delle finestrelle affacciate sulla valle piena di ulivi. Dentro è di legno e terracotta, ha un bel camino e ampie stanze. Ci diciamo che si potrebbe rimanere anche per una settimana.

Hornos, 900 metri di altezza, conta all’ultimo censimento poco più di 600 abitanti e un territorio di 120 km quadri. La profonda provincia di Jaén ha, insomma, una densità abitativa di 4 abitanti-chilometro-quadro che sfida la Mongolia. Case bianche, pioggerellina lieve e raggi di sole che ogni tanto irrompono tiepidi tra le nuvole, odore di legna…


Siamo nel cuore del parco nazionale di Cazorla, che scopriamo essere il più grande della Spagna. Uno degli ultimi rifugi in Europa dove nidificano i grifoni. Saliamo fino al Castello da cui si gode una bella vista sul piccolo abitato. In un gabbiotto appena fuori dall’ingresso della fortezza c’è una coppia di signori, lui si chiama Miguel e sembra Lucio Dalla. Esce dalla sua scatola di vetro e ci viene incontro. Chiediamo informazioni su passeggiate da fare in zona. Cordiale e di occhio vispo ci dà qualche suggerimento, ma ci tiene a specificare che: “domani le previsioni danno acqua e non sarà la giornata giusta per fare passeggiate”. Data la gentilezza appassionata di Lucio Miguel, promettiamo di tornare il giorno successivo per una visita al castello.

Ceniamo nell’unico ristorante aperto, sulla strada principale, si chiama Raisa. La sera fa da bar per i locali, che stanno a bere appollaiati al bancone sopra un tappetto di bustine di zucchero usate. Il proprietario, un bell’uomo rubicondo di mezza età, ci conduce ad un tavolo in fondo alla saletta, ma ci fa cenno di aspettare un secondo prima di sederci. Sparisce. Poi lo vediamo fare slalom tra gli avventori con una pala piena di braci ardenti tra le mani. Si dirige verso di noi – che guardiamo la scena con un misto di curiosità ed apprensione – scosta la tovaglia lunga fino al pavimento e butta la brace in un apposito contenitore alla base del tavolo. Per la prima volta nella nostra vita ci sediamo, così, ad un tavolo riscaldato. Prima ancora di ordinare atterra in tavola un vassoio di spezzatino di maiale offerto dalla casa. Il pasto è lauto e a buon mercato, alla fine della cena vorremmo un amaro locale. Proviamo ad intenderci. Ne beviamo uno scuro. Osea sentenzia che il gusto è tra la liquirizia e il Braulio. Ne ordiniamo un altro giro sempre allo stesso cameriere per capire meglio. Solo la sera successiva scopriremo di aver bevuto tre giri di ottimo Jagermeister (Germania, primi del Novecento). Buona notte Andalusia.

La mattina piove, ma soprattutto le nuvole sono basse e si sono mangiate il paesaggio. Sprezzanti delle intemperie ci rechiamo a Segura de la Sierra, a 1200 metri. Dal castello di Segura, dicono le guide, si gode di un panorama a 360°, il più bello dell’intero parco. Ma le intemperie sono sprezzanti con noi e una volta sulle mura del castello non si vede più nemmeno il portale d’ingresso. Siamo nel vento, completamente avvolti da una fitta e bagnata nebbiolina.

Rientriamo alla base, senza paesaggio in tasca, ma piuttosto divertiti. Avendo buon tempo, ci fermiamo a metà strada per pranzare, in un villaggio agricolo che senza molta fantasia si chiama Rihornos. Ci sono due ristoranti sulla strada che taglia l’abitato. Entriamo in quello più pieno, tutti i tavoli sono gremiti, i gestori non ci filano e gli astanti ci guardano come fossimo alieni. Che così su due piedi vien da pensare non sia una zona tanto turistica. Cambiamo lato della strada e ci sediamo in un ristorante che sembra il bar di Campofiorenzo. Come sempre non abbiamo grandi esigenze: pechuga de pollo para todos e via andare.

Tornati a Hornos saliamo al castello dove ci aspetta Miguel. Dalle mura del castello si vede un lago artificiale, l’Embalse del Tranco; le acque che la diga blocca sono quelle del Guadalquivir, fiume importante che nasce da queste parti per poi sfociare dall’altro capo dell’Andalusia. Lo specchio d’acqua sembra smagrito, in fase di prosciugamento. Miguel dice che è grigia: “non piove da mesi”, lo dice con fare preoccupato e involontariamente beffardo a noi che prendiamo acqua dalle 8 del mattino.
Nel frattempo siamo entrati nel castello, che scopriamo ospitare un modernissimo museo dell’astronomia e persino un planetario. La storia è molto bella e ce la racconta il nostro cicerone: lui e la moglie, appassionati di astronomia, lasciano la città (Granada) una ventina di anni fa, per venire a fare i custodi del castello quassù. Data la passione per le stelle e approfittando dello scarsissimo inquinamento luminoso della zona, iniziano a organizzare serate di osservazione astronomica sul torrione del castello e nel frattempo partecipano a diversi bandi europei per la riqualificazione del patrimonio storico. Ne vincono uno nei primi anni duemila, restaurano l’edificio e lo riqualificano facendone spazio per un museo di astronomia (splendidamente divulgativo) e un piccolo planetario che hanno chiamato Cosmolarium.


Mi avvince sempre la storia di chi sceglie di andare a vivere al confine, verso qualche margine. Penso a che giornate passeranno quassù questi due. Non riesco bene a immaginarmele. Vuote? Poetiche? Normali? Lente? Uguali o sempre diverse?
Mi viene solamente da riflettere, guidato da un pensiero istintivo, che qui forse le giornate contengano più tempo.

Racconti del Caucaso a Barzanò

«Cucinare è compito delle donne, ma i shashlyk vengono preparati dagli uomini. Lo stesso per il vino, che è una faccenda troppo seria per essere lasciata alle donne. Il vino è l’essenza della vita, è la terra, il sole, l’amore. Qui si usa accogliere i nuovi arrivati con il pane e il vino. Date al georgiano un po’ di pane, del vino e un commensale, e lo renderete felice. Metà dei proverbi georgiani non parlano che di questo.
Sugli usi georgiani relativi al bere girano leggende da tempo immemorabile. Il gesuita polacco Jan Taddeusz Krusinski che, come missionario, soggiornò in Persia e in Transcaucasia all’inizio del 17° secolo, scrisse nella sua dissertazione “Tragica vertentis belli persici historia”: “quando il tamada alza in aria il calice inizia a gesticolare in modo talmente vivace e la sua faccia assume una tale espressione da fare quasi credere che stia rendendo al vino una sorta di omaggio. […] Il georgiano beve fin dalla culla: qui ai neonati si dà da succhiare il dito intinto nel vino affinché si abituino al sapore”.
Verso la metà del 19° secolo Mateusz Gralewski annotava che nella sola Tbilisi si consumavano 8 milioni di bottiglie di vino all’anno, il che equivaleva a circa 800 bottiglie procapite (senza contare donne e bambini che pure bevevano)!»

Nello sciame

Letteralmente rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi, questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine ‘spettacolo’, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, al quale manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. Una società senza rispetto, senza pathos della distanza sfocia in una società del sensazionalismo.

[…]

Oggi domina una totale assenza di distanza, nella quale l’intimità è messa in mostra e il privato diventa pubblico. L’assenza di distanza porta a una commistione di pubblico e privato: la comunicazione digitale favorisce questa esibizione pornografica dell’intimità e della sfera privata. Anche i social network diventano spazi di esibizione del privato.

[…]

Le ondate di indignazione sono molto efficaci nel mobilitare e nel tenere desta l’attenzione. Per via della loro natura fluida e volatile, tuttavia, non sono in grado di strutturare il discorso e lo spazio pubblico. Per questo scopo sono troppo incontrollabili, imprevedibili, instabili, effimere e amorfe. Montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente. Le ondate di indignazione si sviluppano spesso di fronte a degli avvenimenti che hanno una rilevanza sociale e politica ridotta.

La società dell’indignazione è una società sensazionalistica, priva di compostezza, di contegno. L’insistenza, l’isteria e la riottosità tipiche della società dell’indignazione non ammettono nessuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso. Le ondate di indignazione presentano un’indicazione minima con la società, dunque non costruiscono alcun Noi stabile, che mostri una struttura di cura per la società nel suo complesso.

[…]

Oggi non abbiamo altro tempo al di fuori di quello lavorativo: ce lo portiamo dietro, così, non solo in vacanza ma anche nel sonno. Poiché serve alla rigenerazione della forza lavoro, anche il riposo non è nient’altro che una modalità del lavoro.

Certo, oggi siamo liberi dalle macchine dell’epoca industriale che ci schiavizzavano e sfruttavano; i dispositivi digitali tuttavia producono una nuova costrizione. Ci sfruttano in modo ancor più efficiente perché – grazie alla loro mobilità – trasformano ogni luogo in un posto di lavoro. La libertà della mobilità si rovescia nel fatale obbligo di dover lavorare ovunque. Nell’epoca delle macchine, già soltanto per via dell’immobilità di quest’ultime, il lavoro era circoscritto rispetto al non lavoro: il posto di lavoro, sul quale ci si doveva appositamente recare, era nettamente separato dai luoghi del non lavoro. Oggi questa distinzione è stata completamente abolita in molte professioni. Così, non possiamo più sfuggire al lavoro.

Dagli smartphone, che promettono più libertà, deriva una costrizione fatale: la costrizione a comunicare. Nello stesso tempo abbiamo un rapporto quasi ossessivo, coatto con il dispositivo digitale. Il digitale conta e calcola continuamente, assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le “simpatie” vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente ci significato: oggi tutto viene trasformato in qualche di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così tutto ciò che non è contabile cessa di essere.

[…]

Il comprare non presuppone alcun discorso: il consumatore compra ciò che gli piace. Segue le proprie inclinazioni individuali. Mi piace è il suo motto. Egli non è un cittadino: il cittadino si caratterizza per la responsabilità nei confronti della comunità, che invece manca al consumatore. Nell’agorà digitale, nella quale seggio e mercato, polis ed economia coincidono, gli elettori si comportano come consumatori. E’ prevedibile che internet sostituita definitivamente il seggio elettorale. A quel punto, votare e comprare avrebbero luogo sul medesimo schermo, ossia sullo stesso piano di coscienza. Gli spot elettorali si mischierebbero a quelli commerciali. Anche l’attività di governo si avvicina al marketing: il sondaggio politico assomiglia, allora, a una ricerca di mercato. Gli umori degli elettori vengono esaminati mediante il data mining. Umori negativi sono risolti attraverso nuove, allettanti offerte; qui non siamo più agenti attivi, non siamo più cittadini, ma utilizzatori passivi.

[…]

Nel panottico digitale non è possibile alcuna fiducia, che anzi non è neppure necessaria. La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni più precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido informazioni è nociva per la fiducia. Vista in questa luce, l’odierna crisi della fiducia è causata anche dai media. La connessione in rete facilita a tal punto la raccolta delle informazioni che la fiducia come pratica sociale perde sempre più significato e cede al controllo. Così la società della trasparenza presenta una prossimità strutturale alla società della sorveglianza: dove le informazioni possono essere procurate in modo estremamente facile e veloce, il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo e alla trasparenza. Da qui deriva la logica dell’efficienza.

Ogni click viene registrato, ogni passo che compio diventa ricostruibile. Ovunque dietro di noi lasciamo tracce digitali: la nostra vita digitale si imprime fedelmente nella rete. Attraverso il controllo, la possibilità di protocollare l’intera vita sostituisce integralmente la fiducia. Al posto del big brother c’è il big data: questo protocollare l’intera vita porta a compimento la società della trasparenza.

Giornate del Caucaso – Come un’ultima discesa in bicicletta

A Kutaisi non saremmo venuti se non avessimo dovuto prendere da qui il volo del ritorno. In questi casi c’è sempre il privilegio di arrivare in un luogo con gli occhi puliti, senza aspettative. Quando si arriva in un posto di cui non si ha un’immagine mentale o di cui non si è sentito dire (ai tempi dell’internet è un privilegio che va in un certo senso coltivato), si arriva nelle migliori condizioni per immergersi e assorbire senza filtri. Non si rimane quasi mai delusi, in questi casi.

La lezione la scrisse già un grande maestro e la sintetizzò in una delle sue pagine più note: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare.

E così Kutaisi, col suo clima umidiccio e i grandi viali alberati, ma senz’arte, può diventare un angolo ideale da cui salutare la Georgia, la terra che ci ha accolto e si è lasciata guardare lungo queste settimane. Il capoluogo dell’Imereti, la regione occidentale della Georgia, conta oggi 200.000 abitanti, è una città somigliante a un grande villaggio sparso su quattro o cinque colline all’inizio della pianura della Colchide. In mezzo alle case, con il suo colore grigio chiaro, scorre il fiume Rioni.

 

Arrivati alla stazione degli autobus, cerchiamo un taxi per raggiungere il centro. Con una leggiadra camiciola bianca a righe e dei bei pantaloni eleganti, consunti dal tempo e portati con tono naif, ci lasciamo convincere da un vecchietto canuto. Dal finestrino della sua Lada, fa degli ampi gesti con la mano, come a farci segno di seguirlo senza indugio. Là in mezzo, tra mille altri tassisti, sono lui e la sua elegante berlina a convincerci.

Saliamo sulla macchinina, la prima dopo molto tempo che vediamo conservata con cura, ancora in stato di grazia. Le esili porticine non sono più di due fogli sottili di lamiera, dentro sembra una scatola di vetro, con una luminosità che nelle auto moderne – con la loro banale e tronfia pesantezza – è difficile trovare.

Scorriamo tranquilli per le vie semi vuote nella città d’agosto. Il nostro autista si rivela presto un vero e proprio cicerone. Si ostina a raccontarci fatti e luoghi della città in georgiano, indica i palazzi, i monumenti, i parchi, le scuole, come se potessimo capirlo. E qualcosa, talmente è forte la passione del racconto, capiamo davvero.

Ci porta all’indirizzo indicato e ci dice che se vogliamo fare un giro nei dintorni lui è a disposizione. Elenca una serie di mete a portata di Lada, appena fuori città. Un uomo così bello e la sua auto così elegante ci sembrano da subito il modo migliore per salutare il nostro ultimo giorno georgiano.

Proviamo a metterci d’accordo: ci dice che ora deve andare a casa a mangiare e a fare un riposino, ma che per le quattro può tornare a prenderci allo stesso posto. Ci diamo appuntamento per il pomeriggio con una forte stretta di mano e quasi si dimentica di farci pagare la corsa.

Noi intanto ci risistemiamo da Acinio, il tizio che ci aveva ospitato la prima notte, quella bellissima prima serata passata mangiando anguria, formaggio e bevendo vino. Ci aveva conquistati ed eccoci qui, siamo tornati. Non c’è citofono o campanella, ma il cancello è aperto e le porte di casa pure – come sempre in questo paese della tranquillità – e noi che nei giorni ci siamo fatto un po’ più georgiani, sappiamo che non c’è niente di male ad addentrarsi da soli nella proprietà altrui. Entriamo in casa e troviamo tutta la famiglia di Acinio al completo, ma non lui. Dei famigliari nessuno parla inglese, ma con le espressioni e i gesti si possono dire tantissime cose e così cerchiamo di spiegarci: siamo già stati qui, abbiamo parlato con vostro figlio, dovremmo aver prenotato una stanza. La prenotazione che avevamo fatto mettendoci d’accordo con Acinio, ovviamente, non risulta, ma “no problema”. Ci portano al piano di sopra e ci ridanno la nostra bella stanza da tre, piena di finestre e di tende che svolazzano nell’aria calda e luminosa del pomeriggio.

Usciamo per mangiarci l’ultimo dei kachapuri. Qui a Kutaisi se ne fa una versione imperiale con formaggio dentro e pure sopra, la pasta è più panosa e meno fritta rispetto alla versione diffusa nella parte orientale del paese.

Nel primo pomeriggio facciamo un giro al mercato locale. Amo i mercati delle città: sono una bussola. Da come sono fatti i mercati si capisce quanto è vicino l’Oriente. Il mercato di Kutaisi è, in vero, diffuso, sparso ad ogni angolo della città. Ogni vicolo, ogni ponte, ogni sottopassaggio, è pieno di vecchiette che vendono ogni bendiddio. Formaggi, frutta e verdura, montagne di churchkhela (dolciume tradizionale georgiano fatto con noci, nocciole, mandorle e frutta essiccata di vario tipo, che vengono infilzati in una gugliata di filo e immersi a più riprese in un succo di uva condensato), fiori, verze, scarpe, scialli. Ogni angolo della città è mercato e il mercato significa zona di scambio commerciale, ma anche di relazione sociale; è il mercato in oriente qualcosa di simile alla piazza nel meridione d’Italia.

A Kutaisi esiste però anche un vero e proprio bazar, una zona dedicata esclusivamente alla compravendita. E’ un mercato coperto nel cuore della città, alla fine del parco che si stende tra la piazza centrale e il fiume. Il bazar di Kutaisi è più bello di molti dei bazar rimasti in attività lungo la via della seta (più bello, ad esempio, del mercato di Tbilisi stessa). È piccolo, ma densissimo, e si svolge sotto un ampio porticato, avvolto da una quasi penombra. Tante file di banchi vendono, divisi per zone, vari prodotti: carne, pesce, frutta, verdura, spezie, vestiario, stoffe. In ogni zona diversi venditori condividono lo stesso lungo bancone e offrono gli stessi prodotti, praticando gli stessi prezzi e offrendo gli stessi identici sconti. Anche da questo funzionamento, per noi poco comprensibile, si può capire che il bazar non è uno spazio regolato dalle leggi del “nostro” mercato: il mercato orientale ha in sé qualche cosa di diverso, di più complesso, che temo si perda nella notte dei tempi.

Con cinque minuti di anticipo il nostro elegante tassista dagli occhi chiari parcheggia la Lada davanti alla porta di ingresso. Usciamo per andare a fare un piccolo tour sulle colline fuori città, dove stanno alcuni dei monasteri tra i più importanti del paese. Il primo è raggiungibile direttamente dal centro, anche a piedi: la cattedrale di Bagrati. Dell’undicesimo secolo, annoverato tra i capolavori dell’architettura medievale, l’edificio è stato recentemente ricostruito dopo secoli di rovina. Dal prato che sta davanti alla cattedrale si gode una panoramica vista sull’intera città di Kutaisi. Una veduta dall’alto che fa capir meglio l’anomalia della città.

Senza un riconoscibile centro e con una densità abitativa molto bassa, sembra quasi di guardare un parco alberato da cui spuntano moltissime casette e pochi casermoni. Si legge sulle guide che un tempo fuori città esistevano anche delle aree industriali, ma sono state inghiottite dal crollo dell’URSS, che se le è portate con sé nella tomba.

Risaliti sul taxi, abbandoniamo per dolci curve la città fino a raggiungere il monastero di Gelati (con la g dura, non quella di ‘gelati alla panna’). Posto in panoramica posizione sulle colline a una decina di chilometri dalla città, per lungo tempo il monastero rimase uno dei principali centri culturali della Georgia medievale. Era dotato di un’accademia in cui lavoravano scienziati, teologi e filosofi. Il complesso aveva raggiunto un’importanza tale da meritarsi appellativi come ‘il secondo Monte Athos’, o ‘la seconda Gerusalemme’. Nel monastero ci fa da guida il nostro tassista. Parla con il solito entusiasmo delle storie e del patrimonio del paese, noi lo seguiamo ammirati anche se capiamo un decimo di quello che ci vuol dire! Scandisce con autorità tappe e tempi di visita e quando ci lascia qualche minuto per osservare gli affreschi nelle tre chiese del complesso, instancabile intavola la discussione con qualche georgiano di passaggio o con altri turisti.

I turisti, in vero, qui sono pochissimi e l’atmosfera né giova: la luce del tardo pomeriggio e il paesaggio circostante, rendono questo angolo incantevole. Il complesso ospita ancora oggi una comunità monastica: aggirandoci attorno agli edifici vediamo i monaci seduti qua e là ai quattro angoli del grande giardino; l’aria che si respira guardandoli smanettare al cellulare o mentre bevono il caffé però non è esattamente quella gloriosa da seconda Gerusalemme.

Appena fuori dal monastero il nostro cicerone apre il baule della Lada e tira fuori delle pesche. Ce le offre, con un gesto che esprime in un istante lo spirito di questa terra, dove – al di là dei piloti da formula uno e della terribile legge della strada – si trovano ad ogni angolo buon umore e gesti di accoglienza e fiducia nel prossimo.

Noi, per non fare sgarbo al nostro tassista non possiamo, ma se venite fino a qui, all’uscita dal complesso monastico, sulla destra, potete imboccare una sterrata che conduce, in quattro o cinque chilometri, fino al piccolo monastero di Motsameta. Può essere l’occasione per godervi un po’ la collina e i piccoli villaggi che vi sono disseminati.

Ripartiamo verso la città. In discesa, a motore spento – ché la benzina per chi vive con poco è cosa preziosa –, con i finestrini abbassati, scendiamo i tornanti che riportano in pianura con la sensazione di essere su una bicicletta. Davanti a noi si stendono la pianura della Colchide, il percorso del fiume Rioni e le colline di Kutaisi. Dopo tanta strada fatta a rotta di collo, scendiamo portati da un traghettatore gentile, con l’arietta che solletica la faccia e una velocità che consente di non temere un arresto cardiaco, respirare e guardare il paesaggio.

Le giornate del Caucaso si chiudono qui, con questa immagine che vale tutta la leggerezza di questi giorni. Sono stati giorni di sopralluogo, un primo contatto, una perlustrazione. Abbiamo trovato un paese di vera grande frontiera, a cavallo tra Europa e Asia, tra Est e Oriente. Un terra che, a differenza degli altri paesi ex sovietici visitati in questi anni, sta per affrontare uno sviluppo turistico forte, con il bene e il male che questo comporta e che ho cercato di raccontarvi nei giorni passati.

Le giornate del Caucaso, se la fortuna ce lo concede, torneranno. Avranno seguito magari fra due, cinque, dieci anni. Il Caucaso è ancora lungo: ci sono l’Armenia e l’Azerbaigian, l’arcipelago di piccole repubbliche in conflitto con per l’indipendenza e, perché no, un ritorno in Georgia. A queste “giornate”, insomma, se il vento alle spalle continua a soffiare, ne potranno aggiungere altre.