Il “caso dei cartografi”

Un paio d’anni fa siamo stati al monastero di David Garedja, al confine tra Georgia e Azerbaigian. Un bel posto. Facemmo una passeggiata di un paio d’ore, c’è un sentierino per capre sul crinale della montagna che separa i due paesi e ospita un complesso di chiese e abitazioni trogloditiche usate in passato dai monaci per il ritiro e la preghiera. La situazione era già incerta, bisognava schivare qualche militare di guardia lungo il sentiero, ma niente di più.

L’area in questione (luglio 2018)

Oggi non ci potremmo tornare con la stessa facilità, per quello che ormai è stato definito “il caso dei cartografi“. La vicenda risale al 2007 – è saltata fuori qualche mese fa, strumentalizzata durante la corsa alle elezioni che si sono tenute a fine ottobre in Georgia – ma ha radici, come spesso accade da quelle parti, in periodo sovietico, quando il confine tra le due repubbliche venne ridefinito su indicazioni di Mosca, creando cartografie discordanti e conseguenti spazi di rivendicazione ambo i lati.

Nel 2007 due cartografi georgiani chiamati ad aggiornare la carta nazionale hanno fatto riferimento a una cartografia di base “sfavorevole” cedendo più di 3000 ettari di territorio al vicino Azerbaigian. La cosa forse sarebbe anche potuta passare sotto traccia se non fosse che l’incerto confine è andato a riposizionarsi proprio a ridosso del monastero, separando l’odierno edificio dal complesso di chiese rupestri antistante; complesso che, ça va sans dire, per il governo georgiano è interamente nel proprio territorio e parte integrante del patrimonio culturale nazionale.

Che sia nata per bagarre politica o altri motivi, tant’è, ora è in corso un processo e pare che i due cartografi rischino fino a 15 anni di carcere nel momento in cui il presunto errore venga accertato.

Poi avete anche il coraggio di chiedermi perché mi interessa il Caucaso!

Dietro l’angolo

La voglia di far ripartire Viaggi Diversi – bruscamente interrotto lo scorso febbraio, con in mano la sacca, in partenza per la Romania – mi e ci ha fatto soffriggere in questi mesi. Da settembre scrutiamo vanamente l’orizzonte in attesa di segnali, qualcosa che ci faccia intuire come andranno a finire le cose. Un’ostinazione un po’ fanciulla che ognuno di noi, a suo modo e in campi diversi, penso stia provando in questo periodo.

Chiusa definitivamente la prospettiva di varcare qualsiasi confine, per levarci dai dubbi e perché una primavera imprevedibilmente senza zone rosse non ci colga impreparati, abbiamo pensato che, se tornare nel Caucaso quest’anno sarà impossibile, vada almeno per il Monte Barro. Così tra una spolverata di ottimismo e qualche risata, abbiamo messo a fuoco una cosa che ci girava in testa già da un po’: aprire una sezione di Viaggi Diversi dedicata ai luoghi della nostra vita più o meno quotidiana.

Questo territorio – più che altro la sua gente – non si immagina di poter essere turistico, ha sempre pensato a lavorare e fatturare con fabbriche e uffici. Eppure di bello, sorprendente e inesplorato ce n’è, fossimo in Francia probabile che ce la tireremmo come una località turistica a tutti gli effetti.

Bene, se il tempo pandemico ci condannerà a restare a casa, ma sarà sufficientemente buono da permetterci di uscire “in giardino”, prepariamoci a questo esperimento collettivo: cambiare sguardo, guardare con altri occhi la terra che abitiamo. Il bello, il curioso, l’insolito sono oltre la siepe di casa.

In due righe, questo sarà Viaggi Diversi 2020, versione “dietro l’angolo”.


La cattiva retorica dell’insegnante missionario

Poche righe che contengono molta verità quelle nell’articolo uscito qualche giorno fa su Il Manifesto dal titolo: “La cattiva retorica dell’insegnante eroe e missionario“. Vi invito a leggerlo.

Come docenti siamo immersi in un rumore sempre più disturbante. Innumerevoli e sempre crescenti formalità, autonomia ormai ridotta ai minimi storici, una gran quantità di impegni poco o per nulla utili e con la digitalizzazione forzata e primitiva dei tempi che corrono, un profluvio di stimoli quasi ingestibile.

Abbiamo certamente delle colpe, ma sarebbe facile cavarsela così. Provate a fare due conti: io (io come tantissimi altri) ho 8 classi, duecento studenti, una cinquantina di colleghi, una variegata serie di impegni legati a progetti di alternanza scuola lavoro, all’orientamento, agli open day, al dipartimento di materia e ad altre cose che ora non mi sovvengono.

Moltiplicate per i numeri sopracitati le verifiche, i compiti, le interrogazioni, i consigli di classe, i colloqui, un banale tentativo di interazione umana (parlare di “attenzione” farebbe sorridere) con gli studenti. Tutto questo finisce per comprimere (distruggere?) il tempo da dedicare al nostro vero e si auspica prezioso lavoro, nonché la freschezza, la vena creativa e comunicativa che sono i canali attraverso cui tutto passa. Non parliamo del tempo per studiare, sembra ormai quasi un lusso. Un lusso, sia chiaro, che mi concedo e rivendico.

Ben coperta dalla retorica della scuola al primo posto (ma chiusa), la scuola sta scomparendo. Ho la netta sensazione che sia tempo di fare qualcosa e scrivere un post qui, mi rendo conto, sia un po’ pochino. Idee?

L’educazione civica a scuola non serve

Da quest’anno è stata reintrodotta “educazione civica” a scuola, dalla primaria alla secondaria di secondo grado. In molti hanno parlato di “giornata storica” al momento della sua approvazione in Senato; a me sembra l’ennesima proposta vuota lanciata sulla gobba di dirigenti e docenti solo per il gusto di poter dire che si è fatto qualcosa per la scuola (fa niente se ci sono in sala d’attesa un altro centinaio di priorità più importanti).

Provo a riassumere per i non addetti: se ne deve fare almeno un’ora alla settimana (33 ore in un anno scolastico), la materia si inerisce come nuova e si aggiunge alle altre, ma sono i docenti già in servizio a insegnarla (cedendo ore della loro materia); si dovrebbe parlare di temi afferenti alla sostenibilità, alla cittadinanza, alla Carta costituzionale; ogni scuola è libera di organizzarsi come crede (purché sia gratis).

Tra le cose che non mi vanno di questa proposta eccone tre:

  1. La scuola o è educazione civica o non è. I temi proposti dalla nuova materia sono già ampiamente trattati e contenuti in molte altre discipline e viene da chiedersi se coloro che hanno avanzato la proposta abbiano contezza di cosa si faccia dentro le aule scolastiche. Il messaggio che si veicola con questa introduzione forzata reitera l’idea che la scuola insegni nozioni totalmente sconnesse dalla realtà, ferri vecchi, che ci voglia una materia, finalmente, per parlare della realtà che ci sta attorno e per far crescere giovani cittadini.
  2. L’educazione civica non è cosa che si possa insegnare predicando. Servono adulti capaci, appassionati, curiosi, coerenti, che sappiano essere punti di riferimento per come si muovono nello studio, a scuola e nella vita. Essere è molto più utile che dire come si deve essere.
  3. Terzo punto. Ancora (ancora!) una volta siamo alle nozze fatte con i fichi secchi. Si “lancia la sfida alla scuola” – che già naviga nei problemi – lasciando ai docenti di coordinarsi, decidere, “autotassarsi”, ovviamente senza un euro di risorse aggiuntive in più.

Scrivo queste righe giusto per darvi un altro possibile sguardo sul provvedimento che, stando alle dichiarazioni romane, rischia di passare come un evento che tutti aspettavamo con ansia e da tempo. Scrivo e poi torno a lavorare perché, come sempre, anche questa volta, faremo del nostro meglio per rendere organico, sensato, proficuo l’ingresso di questa nuova presenza dentro il variopinto palinsesto della scuola.

Valutazione e merito nella scuola. Due letture.

Ho letto questi due libri ultimamente (non proprio due letture da spiaggia) e li suggerirei a chiunque voglia entrare a far parte del grande mondo della scuola e dell’università. Analizzano in modo documentato e piuttosto preciso due facce della stessa medaglia: la decisa virata dei sistemi educativi da scuola di cittadinanza a scuola di mercato.

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Il primo “Contro l’ideologia del merito” mette a fuoco quale brodo di coltura accompagna l’avvento della didattica delle competenze. Un modello che, dietro la retorica delle metodologie attive e dell’innovazione, piega tutto verso flessibilità, adattamento, auto-imprenditorialità, scaricando sul singolo individuo la responsabilità del proprio successo o fallimento.
Ci avverte Boarelli, l’autore, siamo davanti a due inganni da segnalare subito.
Il primo: la straordinaria somiglianza tra il lessico e i valori dei documenti del mondo delle imprese e quelli dell’universo dell’istruzione, illuminano una scuola che depone le armi e con loro l’idea di sviluppare saperi critici (analisi delle cose che non vanno e revisione migliorativa dell’esistente) diventando il principale strumento per addomesticare allo status quo. Adattarsi è cosa utile se bilanciata da visione critica e capacità di proposta alternativa, se resta sola diventa anticamera di omologazione, incapacità di prendere posizione, zerbinismo.
Lo abbiamo visto nelle recenti maturità, con quelle sempre uguali presentazioni delle esperienze di alternanza scuola lavoro, in cui le nostre ragazze e i nostri ragazzi -parole loro – sono sempre: “cresciuti molto umanamente e hanno sviluppato le loro soft skills”. La prima riflessione davanti a questo teatrino è legata al fatto che c’è talmente poco da dire su queste esperienze che alla fine tutti sono stati costretti a ripetere le solite tre formulette vuote. La seconda è che – lo so per certo dai diretti interessati – molti di loro hanno edulcorato affinché non ci fossero intoppi. Quei casi fanno pensare che la scuola sotto sotto inviti non solo a non prendere posizione, ma premi pure chi “vende” con maggior furbizia. Certo poi i docenti fanno i loro conti, sanno chi hanno davanti, valutano secondo scienza e coscienza, ma intanto lo spettacolino è andato in scena, con la collaborazione di tutti, e il substrato culturale che lo accompagna fermenta e lievita.
Il secondo inganno dell’ideologia meritocratica, scrive Boarelli, è questo: l’idea che tutti partano con gli stessi strumenti e che quindi la capacità di mettere a frutto i propri talenti dipenda, in ultima analisi, solo dalle proprie capacità. “Decidi, scegli e agisci in autonomia”, dice la teoria. Se fallisci nella vita, evidentemente, è perché non hai sviluppato a sufficienza le tue competenze: insomma, non hai meritato. Spariscono i contesti familiari, culturali, sparisce la società in cui siamo inseriti, un ragionamento su come funzioni. Ogni insegnante onesto intellettualmente potrà raccontarvi di come, invece, la reale capacità degli studenti dipenda solo in minima parte dal contributo diretto della scuola e molto da altre variabili esterne.
Il secondo libro “La tirannia della valutazione” completa il quadro: la società di mercato vive anche una eterna ossessione per la misurazione. La misurazione – che spesso si vuol vendere come oggettiva e innocua raccolta di informazioni (Invalsi) – crea però una didattica che segmenta il sapere e automatizza i processi, elimina ogni problematicità dal percorso, come se la conoscenza fosse una serie di pilloline che si possono bere con un bicchier d’acqua.
Nella scuola, in particolare, sostituire la valutazione con la misurazione significa quantificare dei valori che sono in larga parte qualitativi. L’idea di fondo è quella della banalizzazione da pensiero social: un blog riceve molti “mi piace”? Vuol dire che è di buona qualità e merita di essere frequentato. “Pollice su” e “pollice giù” e spariscono le infinite sfumature del reale.
Angelique Del Rey si spinge oltre: la scelta dei parametri da misurare rende chiaro come la valutazione non sia né neutra, né oggettiva, e anzi esprima un enorme potere di modellamento deciso dall’alto: se la scuola buona è quella con pochi bocciati e si mettono gli istituti in classifica tra loro sulla base di simili parametri, si compie un atto dal valore politico enorme, che cambia i connotati alla società intera.
Spesso la trasparenza – mi è capitato già di scriverlo qui – è solo una foglia di fico messa sopra la mancanza di fiducia nel prossimo, nel suo valore di persona e di professionista. In un mestiere di relazione come è l’insegnamento, deve essere all’interno di questa dinamica dialogica che avviene la valutazione. La didattica delle competenze crea invece i presupposti per la delegittimazione del valore della persona (docente e studente) e per l’esautorazione degli stessi dal loro ruolo. Nei test Invalsi studenti e docenti, sono studenti-oggetto e docenti-oggetto, misurabili astrattamente come la temperatura dell’acqua.
Al netto delle mie semplificazioni, delle sfumature e possibili visioni, lasciatevi interrogare dalle righe di questi due autori. Sono un buon punto di partenza almeno per fare un po’ di pulizia dal punto di vista concettuale.
Per approfondire: quiqui