Dove i treni passano ancora lenti

treni_lenti

Nostalgia carica di amarezza quella per i vecchi treni, le stazioni di una volta (non solo quelle monumentali), gli scompartimenti in cui si poteva parlare o sonnecchiare senza che nessuno urlasse nei cellulari, gli incontri inaspettati, gli addii in banchina, l’ultimo contatto attraverso il finestrino. Non ci sono più nemmeno ferrovieri orgogliosi del proprio lavoro, come nel film di Germi.
È un mondo che non c’è più. E quando c’è è in degrado, subisce gli effetti dell’invecchiamento, non funziona, o se funziona può essere pericoloso. Le linee locali sono state massacrate, i collegamenti minori soppressi, è molto più lungo e difficile spostarsi da Aosta a Torino o da Roma ad Ancona o da Milano a Mantova, di quanto lo fosse qualche decennio fa. O di quanto sia oggi spostarsi da una capitale europea all’altra. Hanno chiuso quasi tutte le sale d’aspetto. Le biglietterie sono state sostituite da distributori automatici. Come pure i caffè.
Certo sono fantastici i treni ad alta velocità. E le loro stazioni che somigliano ormai ad aeroporti, anche quando sembrano magnifiche cattedrali nel deserto (vi è capitato di passare per la nuova stazione di Reggio Emilia?). Oramai fanno concorrenza, e giustamente agli aerei. Tutto si rottama. Ma quel che più duole è che dei vecchi treni sia finita rottamata anche la poesia.
Non è un problema solo italiano. Il declino delle vecchie ferrovie era iniziato, in tutta Europa, negli anni ’50. Per le lunghe distanze non avevano retto alla concorrenza del trasporto aereo, specie dopo l’entrata in scena dei jet. Per le distanze più brevi erano state soppiantate dall’auto. In America era successo già prima della guerra. E se non c’era l’auto c’erano gli autobus Greyhound. A cavallo tra ‘800 e ‘900 si erano progettati collegamenti ferroviari da un capo all’altro d’Europa. L’Orient Express avrebbe dovuto condurre non solo a Istanbul, ma fino a Baghdad, e, con una diramazione, fino in Arabia. Si erano costruite stazioni bellissime, tipo quella di Haydarpasha, sulla sponda asiatica del Bosforo.
Sono passato da più stazioni ferroviarie che camere d’albergo. Da bambino, appena immigrato da Istanbul mi aveva impressionato la grandeur della Stazione centrale di Milano. Da vecchio mi è incomprensibile perché ci abbiano messo tanti decenni a rinnovarla e, ancora di più, perché la Stazione Termini di Roma sia restata per anni un cantiere impraticabile. In America ho viaggiato, coast to coast, su treni che mi parevano lentissimi. Ma avevo fatto in tempo a vedere ripristinate all’antica gloria la Grand Central di New York e la Union Station di Washington. Ho viaggiato su treni affollati all’inverosimile, con contadini, galline e biciclette nella Cina di Mao. E poi sui treni a 400 chilometri all’ora, senza la minima vibrazione, della Cina di oggi. Ma nelle sale d’aspetto e sul piazzale della Stazione di Pechino ho visto più poveracci che dormivano per terra di quanti se ne vedessero quando si stava peggio. Avevo visto, negli anni ’50, gli immigrati dal Sud che si passavano le valigie legate con lo spago dai finestrini. Ma ora vedo altri migranti ricacciati dai treni perché hanno la pelle scura.
Molto, ma molto di più di quel che ho visto di persona l’ho ho letto nei libri e visto al cinema. Se ne era persa la poesia, il racconto. Che invece è la materia delle foto di Andrea Frazzetta su quel che resta dei nostri treni marginali.

Siegmund Ginzberg

Morozov e la “rivoluzione dei dati”

Uscito pochi mesi fa, tradotto da Fabio Chiusi, questo libretto mi sembra una lettura importante per capire il presente.L’analisi di Morozov sulla “rivoluzione dei dati” è articolata e ricca di esempi, due mi sembrano le idee centrali:

  • Inutile continuare a distinguere tra virtuale e reale: il virtuale provoca effetti concreti e importanti nel mondo materiale e serve una politica complessiva per capire e governare il presente.
  • Dietro la retorica della sharing economy ci sono spesso mercificazione e riduzione di ogni tema a problema di ordine tecnico. Questa riduzione delle problematiche dalla scala sociale a quella individuale annulla totalmente ogni orizzonte comune e l’idea di qualsiasi politica.

 

«Per trascendere il programma neoliberista, la Silicon Valley, sempre rapida nel mettere a frutto la controcultura, si è appropriata della preesistente retorica dei beni comuni orientata al dono, presentando start up come Uber e Airbnb come parte della cosiddetta sharing economy, in quanto futuro utopico caro ad anarchici e libertari in cui gli individui sono in grado di avere a che fare l’uno con l’altro direttamente, saltando i grossi intermediari. Tuttavia assistiamo alla sostituzione di intermediari di servizi, come le società di taxi, con intermediari dell’informazione come Uber (peraltro sostenuta da quei noti filo-anarchici della Goldman Sachs).
Dal momento che il settore dei taxisti e degli albergatori non gode di grande simpatia il dibattito pubblico è stato impostato nei termini di una lotta tra coraggiosi innovatori e apatici monopolisti al potere. Una rappresentazione così distorta, sebbene non sia sempre scorretta, non tiene conto del fatto che il fatto che le start up della sharing economy operano secondo un modello “pre-welfare”: i lavoratori godono di reti di protezione sociale minime, devono farsi carico di rischi che prima riguardavano i loro datori di lavoro, la contrattazione collettiva è quasi inesistente.
I sostenitori della sharing economy ricorrono a una retorica degna di Friedrich von Hayek per giustificare una simile precarietà: quando avremo rimpiazzato le leggi con meccanismi di feedback – in modo che siano i mercati ad attestare la qualità del guidatore o dell’ospite – potremo fare a meno di ogni regolamentazione preventiva. Come ha detto recentemente l’influente venture capitalist Fred Wilson: “una volta raggiunta una posizione in cui i sistemi si governino e regolino veramente da soli non avremo più bisogno di regolatori”. E saranno meccanismi di feedback ubiqui – in realtà, semplici indicatori di qualità forniti dagli attori nel mercato – a farcela raggiungere.
La digitalizzazione della vita quotidiana e l’avidità della finanza rischiano di trasformare tutto – dal codice genetico alle nostre camere da letto – in valore produttivo. Come ha detto Esther Dyson, membro del board di 23andme, leader nel settore della genomica personalizzata, l’azienda è “come uno sportello bancomat che vi fornisce accesso alla richezza intrappolata nei vostri geni”. Ecco il futuro che la Silicon Valley ha previsto per noi: data una quantità sufficiente di sensori e connessioni internet, le nostre intere esistenze diventano giganteschi bancomat. E chi rifiuta non può incolpare altri che se stesso. L’uscita dalla sharing economy sare
bbe considerata un tentativo di sabotaggio economico e un terribile spreco di preziose risorse che avrebbero potuto accelerare la crescita. Infine, chi si rifiuta di “condividere” sarà visto alla stregua di chi si rifiuta di risparmiare, lavorare o pagare i propri debiti: con una patina di moralità a coprire – ancora una volta – lo sfruttamento.»

Continua a leggere Morozov e la “rivoluzione dei dati”

I giorni di Altamura – Ad Aliano

Da tempo volevo andare al festival della paesologia di Franco Arminio, ma mai avrebbe potuto avere così senso andarci che dopo aver passato una settimana nell’alta Murgia immerso nella vita del posto, con persone che mi hanno saputo consigliare luoghi da vedere, letture da intraprendere, persone da conoscere. Carlo Levi e Tommaso Fiore, ad esempio, ho letto e sto leggendo in questi giorni. Due antifascisti, due meridionalisti, due storici e due geografi. Quanto ne avremmo bisogno al tempo presente.

DSCF6603-001
Continua a leggere I giorni di Altamura – Ad Aliano

I giorni di Altamura – Dopo Aliano

Stiamo tre giorni appollaiati con una tenda sopra un calanco. Siamo venuti al festival di paesologia organizzato da Franco Arminio ad Aliano.

Aliano, paese d’esilio di Carlo Levi. Attraversare la Basilicata significa incontrare Carlo Levi a molti incroci. L’incontro per me più stupefacente a Matera, potendo ammirare il suo “Lucania ’61” custodito dentro palazzo Lanfranchi. Davanti al grande quadro che riassume in pochi metri le vicende amare e forti di un’intera terra mi sono emozionato. Poco dopo mi sono ritrovato nella difficile situazione di doverne spiegare il significato a due ateniesi di passaggio. La fratellanza mediterranea ha supplito laddove l’inglese non arrivava.

DSCF6398-001

Aliano, due colli di argilla, uno vissuto e uno abbandonato, dopo le fratture scomposte derivanti dal terremoto dell’Irpinia, 1980. Del festival parlerò poi, devo ancora elaborare.

Mentre ad Aliano scorre il festival la terra trema più a nord tra spavento e tragedia. Girando la Basilicata in questi giorni i conti con la crosta dura e ostica li abbiamo fatti più volte. Tra Lucania e Irpinia i segni delle precedenti grandi scosse sono cicatrici lì da vedere. 1980, anni ’90, 2000 e così via.
L’Africa spinge a sud e ci sposta verso i Balcani, qualche doloroso sobbalzo ogni tanto per spostare la penisola sarà inevitabile. Non so come se ne esca, i paesi a rischio nel centro Italia – a pensarci – sono tanti.

DSCF6877-001

Lasciamo Aliano dopo tre giorni di visite e incontri, rientriamo ad Altamura carichi di storie e di luoghi.
C’è un’ultima sera e poi domattina, nell’aria fresca e vuota, un’impressione di settembre, me ne andrò da solo da un luogo in cui mai mi sono sentito solo.
Ceniamo insieme un’ultima volta, dopo aver cenato insieme tra le chiese rupestri alla masseria Jesce, in campagna durante il “pecora alla rezz’aul national day”, davanti ai calanchi ad Aliano. Sono con Antonio e Caterina le due anime che hanno reso possibile questa significativa deviazione a sud. Le ringrazio profondamente. Mi hanno regalato davvero una breve ma intensa immersione che temo non mi abbandonerà, che ha creato un legame con un angolo d’Italia dove fare ritorno.

DSCF7012-001

Do indicazioni sul funzionamento della stazione a una ragazza altamurana e mi sento già cittadino. Intorno nuvole e vento fresco accompagnano l’attesa del trenino per Bari centrale.
Oggi risalgo con calma verso nord. Dispiaciuto – ché non mi piacciono quasi mai le conclusioni – ma anche curioso delle prove a cui vado incontro. Per prepararmi ai prossimi giorni ho scelto come sempre la strada mia e non quella degli altri.
Ieri ho passato un’ora al telefono con una collega geografa che è la prima tra gli interrogati nel concorso per la nostra amata materia. Le è venuta fuori una traccia sull’agricoltura e ci siamo confrontati, cercando di dare senso a un passaggio che, per l’ennesima volta in questo percorso, molto senso non ha.

DSCF6198-001

Io vorrei scrivere della Basilicata, della murgia, del falco e del calanco, della luna, delle pagnotte di Altamura. Parlare della geografia commossa e felice dell’Italia interna. Delle ragazze che mangiano con gioia. Parlare della bellezza dei luoghi che non ti aspettano, ma che se per caso ci arrivi ti accolgono. Della fortuna dei luoghi imperfetti, che sono così tanto più umani.