Rumiz

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Eccomi qui con Paolo Rumiz; scrittore di viaggio di quelli che, di solito, leggo in classe ai miei studenti.
In occasione del suo passaggio a Monza, sono tornato, dopo tanto tempo, a scrivere qualcosa per Vorrei.

Alla mano, tranquillo, di quella tranquillità di chi ha abitudine a viaggiare scomodo e si sente in vacanza quando la vita torna alla normalità. Ho proposto di sederci in corridoio su un vecchio divano, in mezzo alla gente che lentamente entrava e riempiva il teatro. Ha accettato l’invito, si è seduto e ha risposto  alle domande con lentezza, nonostante lo aspettassero sul palco, nonostante il via vai che avevamo attorno. Abbiamo parlato per più di venti minuti con il mio ginocchio sinistro che toccava il suo destro. Strano violare la “distanza sociale” e a suo modo significativo.

Buona lettura.

Timbuktù

Timbuktù è un film di grandi bellezza e attualità, visto che dagli attentati di Parigi in poi si è tornati molto a parlare di fondamentalismo religioso.

Ci sono tanti buoni motivi per andarlo a vedere, ma mi limito a sottolinearne uno: fa comprendere meglio la distanza tra mondo islamico e integralisti. In Occidente, in molte occasioni, tendiamo con superficialità ad accostare il fondamentalismo a una rivolta contro il colonialismo europeo, una reazione che nasce dall’interno delle comunità. Il regista  suggerisce invece un altro quadro: siamo di fronte a un’oppressione che arriva da fuori e utilizza una supposta fede, in modo strumentale, per sottomettere nuove popolazioni.
Tratteggia questa immagine con intensità, ma senza che la narrazione diventi cruenta, senza far leva sull’orrore o sulla paura. Anzi, la sensazione, infine, è che   un paesaggio regale e la dignità civile resistano, prevalgano sull’idiozia del nuovo dominatore.

La scena della partita a calcio (senza pallone), da sola, vale il biglietto di ingresso.

Stato di guerra

Le modifiche alla Costituzione discusse (in condizioni che, per essere elegante, definirò inadeguate) negli scorsi giorni contengono tante sorprese. Sorprese, sì, perché la Carta costituzionale è stata modificata in assenza di un dibattito aperto che potesse renderci edotti dei contenuti messi in discussione. Se vanno in porto le modifiche proposte da Renzi, tra le novità avremo anche questa: un solo par­tito poli­tico (che potrà avere la mag­gio­ranza asso­luta alla Camera anche con una mag­gio­ranza rela­tiva dei voti dell’elettorato) avrà il potere di dichia­rare lo «stato di guerra».

Una modifica che snatura le avvedute (e come poteva essere altrimenti dopo trent’anni di guerra?) scelte del 1947, se teniamo in debito conto che  la nostra Costituzione prevede la guerra solo come strumento eccezionale da adoperare quale “ultima spiaggia” per difendere il suolo nazionale qualora  sia aggredito. L’eccezionale gravità in cui si va a dichiarare lo «stato di guerra» in democrazia, va da sé, suggerirebbe allora che la decisione sia la più con­di­visa pos­si­bile.

Stiamo parlando di teoria, ahinoi. In pratica, niente di nuovo. Dall’unificazione a oggi, in un secolo e mezzo, vado a memoria, conto 12 o 13 conflitti internazionali a cui l’Italia ha preso parte. In ognuno di questi il nostro paese era aggressore; mai aggredito. Insomma, la storia degli oltraggi all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”) è molto lunga e nonostante questo pare non insegni granché. Alle porte bussano già nuovi e insulsi istinti bellici. Ora sarà persino più semplice soddisfarli.

L’Europa alla guerra?

Ucraina: dopo l’incontro a Washington con la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente statunitense Barack Obama ha detto che la Russia ha violato gli impegni presi negli accordi di Minsk e che l’Ucraina ha il diritto a difendersi.

Questa è una nota di agenzia diffusa ieri, che fa seguito all’incontro tra Merkel e Obama avvenuto poche ore prima. Poche righe dal significato profondo, come è profonda la spaccatura che stanno a indicare. Un elemento inedito sulla scena internazionale e segnatamente su quella inerente gli affari ucraini. Germania e Francia temono l’escalation di violenza – che potrebbe riportare anche le potenze occidentali in  una guerra interna all’Europa – e dicono no alla fornitura di armi che Obama vorrebbe inviare a Kiev per sostenere la riconquista delle zone attualmente occupate dai filo-russi.

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Merkel e Hollande non ci stanno, avvertono il rischio. Nei giorni scorsi si sono recati  a Mosca per incontrare Vladimir Putin e negoziare. La tensione della guerra alle porte di casa ha probabilmente dato da pensare alla diplomazia europea – finora poco accorta nei movimenti rispetto agli affari “interni” di Kiev – tanto da far muovere insieme la coppia franco-tedesca, che di certo non si ama, e farla parlare molto a lungo con Putin.

Il ripensamento ha prodotto insomma una spaccatura rispetto alla condotta mantenuta finora dall’Unione Europea, portando in evidenza quanto era stato sottolineato dagli analisti più attenti già dodici mesi fa (ne parlavamo qui e qui): che l’interesse statunitense e quello europeo, in questa partita, divergono ampiamente.

Una distinzione di condotta che dovrebbe apparire dall’inizio della vicenda scontata e salvifica e che, invece, visto lo storico guinzaglio che lega la UE agli USA e ai suoi apparati affini (NATO, FMI, ec), per emergere ha impiegato un intero anno di guerra.

Merkel, dopo la visita a Mosca, si è poi spostata a Washington per spiegare a Obama la situazione e il suo nuovo punto di vista, un punto di vista non gradito alla Casa Bianca, che deve fare i conti con la pressione dei poteri forti a stelle e strisce e la crescita di gradimento delle opzioni repubblicane.

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La situazione geopolitica attorno all’Europa, come illustra la carta qui sopra, tratta da Limes, è oggi quanto mai complessa. Siamo in una fase di disordine controllato(?) che è in corso da anni e va letto, a parere mio e di altri meglio informati di me, all’interno della strategia americana di controllo globale, ovvero teso a contrastare l’affermazione di altre potenze che possano esercitare un ruolo superiore a quello di potenze regionali.

Un piano avviato a partire dai primi anni ’90, approfittando dell’implosione dell’URSS e degli spazi di manovra creatisi  nell’Asia Centrale. Un progetto difficile sin dall’inizio e  che ora sta incontrando alcune grosse opposizioni. Assecondare questo progetto ancora una volta, per noi, noi europei, potrebbe avere un prezzo più caro del previsto.

In Asia bollono in pentola molte cose: c’è la Russia neo-imperiale di Putin, che tenta di recuperare spazio vitale,  la Cina, che vuole abbandonare presto il suo ruolo di potenza macro-regionale ed entrare di diritto sullo scenario globale, l’Arabia Saudita, che fa scendere il valore del greggio per colpire Iran e Russia, ma crea tensioni internazionali, anche con Washington, storico partner.

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Interessante, per inquadrare meglio anche la questione ucraina – e ve lo propongo per questo -, un passo che si trova in un ottimo libricino che ho appena finito di leggere: “Il Caucaso” di Aldo Ferrari. Sentite cosa scriveva Ferrari nel 2005…

Alcuni anni fa il sempre influente Brzezinski ha indicato con molta chiarezza quale debba essere in questa regione, definita i “Balcani dell’Eurasia”, la strategia degli Stati Uniti: “evitare il riemergere di un impero euroasiatico che potrebbe ostacolare gli obiettivi geostrategici americani”. Anche senza attribuire agli scenari disegnati in quest’opera il programma ufficiale dell’amministrazione statunitense, non v’è dubbio che, dopo la dissoluzione dell’URSS, Washington ha condotto, soprattutto a partire dal 1994, una politica di penetrazione massiccia nella regione.

[…] Il colossale progetto di un nuovo asse geo-economico mirante a collegare il petrolio e il gas dell’Asia Centrale con il Mediterraneo, tende in effetti a ridurre o eliminare del tutto il ruolo tradizionale di Mosca. E’ in questo senso che va letta l’insistenza degli Stati Uniti per la costruzione di vie di transito energetico miranti ad escludere la Russia.

[…] Secondo la maggior parte degli studiosi, proprio la competizione politica, strategica ed economica – non cruenta, ma reale – tra USA  e Russia nei paesi post-sovietici del Caucaso (e dell’Asia Centrale) costituisce il dato saliente  delle dinamiche dell’intera regione. Uno specialista tanto acuto quanto schietto come Stephen Blank ha scritto esplicitamente: “Gli Stati e gli analisti possono certo parlare di relazioni internazionali come se regnasse un  nuovo ordine liberale. Ma, come in precedenza, essi agiscono in base ai consolidati parametri del realismo e delle Realpolitik. La ricerca dell’energia, la fonte delle discussioni sul nuovo great game tra Russia e Stati Uniti, non può essere compresa o separata dalle più tradizionali e competitive geostrategie miranti a integrare la grande regione del Caspio in un’ecumene occidentale o russa”.

Si tratta di scegliere insomma. L’idea di un mondo governato da una sola superpotenza sembra al tramonto: siamo in troppi e con troppe ambizioni. E’ tempo di trarne le conseguenze e di ragionare diversamente. L’Europa però pare non abbia negli ultimi tempi  la possibilità di ragionare  né, conseguentemente, di scegliere, persa com’è nella sua pluralità di voci che, almeno fino ad oggi, non si sono mai ridotte a unità, nemmeno su questioni delicate come quella ucraina.

Tristemente ironico, al proposito, l’editoriale di oggi di Lucio Caracciolo su Limes che ipotizza una nuova Yalta – una nuova soluzione concordata dai più forti per garantire un ordine mondiale – e ne verifica al contempo l’impossibilità.

Al vertice di Minsk dei prossimi giorni l’Unione Europea, come ricorda in questo intervento Bernard Guetta, non si gioca solo la pace ucraina, ma la possibilità di ricompattarsi e rilanciare, in un momento quanto mai difficile, la propria azione politica. Se la crisi ucraina verrà risolta, l’Unione Europea e la Federazione Russa potranno cominciare a organizzare una cooperazione economica fruttuosa per entrambi, gli occidentali potranno contare sull’appoggio di Mosca in Medio Oriente e l’Unione, nell’ambito della sua alleanza con gli Stati Uniti, potrà affermare la sua capacità di tutelare autonomamente i propri interessi economici e strategici e smarcarsi, almeno in parte, dalle scelte della Casa Bianca.

A noi comuni cittadini, davanti a questo grande e conflittuale scenario geopolitico, restano tre opzioni: ci si può ridurre alla rassegnazione, incrociare le dita sperando di sfangarla o darsi da fare. Io opto per l’ultima alternativa: sarebbe già qualcosa riprendere a parlare di questioni che sono rimaste per mesi sotto  silenzio. Gli anticorpi alla guerra e alla cattiva politica si trovano nella conoscenza dei fatti e  nella pressione che un’opinione pubblica correttamente informata può ancora esercitare.

La custodia del fuoco

«“La dittatura aveva organizzato due strutture repressive: una legale e l’altra illegale. La prima, con un bel teatrino di tribunali e carceri, serviva da copertura agli assassini. Agivano in gruppi perfettamente organizzati e coordinati, che i militari e la polizia chiamavano “operativi”, la gente patotas. Quasi sempre si trattava di gruppi misti di appartenenti ai vari corpi dell’esercito e delle forze dell’ordine. Per non essere riconosciuti si chiamavano tra loro con nomi di battaglia: Fragote, Raviol, Chacal, Chispa, Ratòn…” riprese a raccontare dopo aver riempito d’acqua il bollitore. “Arrivavano a qualunque ora della notte e del giorno. Mascherati e armati entravano nelle case sfondando la porta, urlando e sparando. Portavano via sempre qualcuno, a volte famiglie intere. Quando trovavano dei bambini, se non erano morti durante la sparatoria iniziale portavano via anche loro. Raramente li lasciavano ai vicini, o li abbandonavano per strada. Se erano neonati o molto piccoli, li vendevano o regalavano a famiglie di militari e poliziotti che non potevano avere figli. Quando però la patota sequestrava una donna incinta, il cattolicissimo esercito argentino, con un controllo medico costante perché non morisse o abortisse a causa delle torture, si premurava di tenerla in vita fino al parto per poi strapparle il neonato partorito su qualche tavolaccio o lurido pavimento di una cella e regalarlo o venderlo al miglior offerente. C’era addirittura un tariffario. I prezzi variavano a seconda della bellezza della madre e del suo stato sociale…” “ E poi?” “A quel punto la madre veniva eliminata. Come tutti gli altri.” “E le donne sapevano che avrebbero fatto quella fine?” “Si. Incredibilmente i casi di aborto furono davvero pochi. Sopportarono tutto con grande coraggio, attaccandosi alla vita con le unghie pur di portare a termine la gravidanza. Dare la vita a quei bambini era il loro testamento. Un atto d’amore…  e di ribellione…” “Estela” lo interruppi, “ mi ha detto che sua figlia Laura è stata assassinata. Non ha usato il termine desaparecido. Come mai?” “Perché è stata ritrovata. I famigliari te lo spiegheranno nei particolari. E’ una vicenda molto lunga… e crudele. Dopo il parto la portarono in una strada deserta e le spararono. Non ricordo se alla nuca o in faccia. Sicuramente il secondo colpo al ventre, con un fucile a pompa, per tentare di occultare la maternità”.»

Questa è una pagina tratta da “Le irregolari” di Massimo Carlotto. Un libro che ripercorre in modo intenso e dettagliato alcuni degli anni più neri della storia argentina, quelli della dittatura fascista e della sistematica desapariciòn di oppositori politici ma anche di semplici civili e, al contempo, pagine che raccontano la lotta delle Nonne e delle Madri di Plaza de Mayo per ottenere giustizia dopo quegli anni infami e ritrovare i propri figli scomparsi. La propongo alla vostra lettura oggi, 27 gennaio, Giornata della Memoria, per due motivi. Il primo motivo: per ricordare che il nazismo di Hitler è stato solo una delle molte forme in cui l’uomo ha manifestato e manifesta il suo lato bestiale. Un lato sempre presente, che oggi troviamo nelle violazioni della vita in Arabia Saudita, in Siria, in Palestina, solo qualche anno fa nella caserma di Bolzaneto, a Genova. E mi fermo: l’elenco sarebbe troppo lungo. L’elenco delle orrende torture, delle macellazioni di persone vive, dei sepolti vivi, degli stupri di ragazze, degli strappati alle madri, alle famiglie, dei figli venduti. Nelle pagine di Carlotto viene raccontato tutto questo orrore, mesi e mesi di efferatezze e violenze, di cancellazione dei diritti umani  e delle identità. Sanguinarie crudeltà, tali e quali a quelle della seconda guerra mondiale e ben più recenti. E’ uno dei molti esempi purtroppo possibili ed è lì per sottolineare un dato di fatto: Auschwitz non fu un errore della storia, ma fu una costante (in forme neanche tanto diverse) nella storia. Non fu un errore dell’Uomo, ma parte dell’Uomo. E quando leggo assurdità come questa credo sia il caso di ribadire che la difesa dei diritti umani deve esercitarsi contro ogni fascismo, contro ogni  nuovo colonialismo.

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Mahler diceva della tradizione che essa: «non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco», è un concetto che mi piace molto e che, prima di tutto come insegnante, credo si debba trasferire dritto dritto dentro questi giorni della memoria. Se ci si ferma a contemplare le gallerie degli orrori, dei campi di concentramento, dei corpi divelti, degli oggetti accatastati, senza che a questa contemplazione  segua un momento di riflessione che coniughi al presente il macabro spettacolo, allora quella contemplazione finisce lì, non rinnova, non produce senso e voglia di agire per “custodire il fuoco”. L’orrore è quel che non deve più succedere, ma non basta di per sé a dire cosa vogliamo per noi e il nostro futuro.

I fascismi nacquero nel paesaggio frantumato e turbolento che seguì al 1918, durante una crisi profondissima: la prima guerra mondiale, devastante, ebbe costi sociali ed economici mai visti prima, le strutture del potere che per secoli assicurarono gli equilibri europei collassarono rapidamente, il crollo degli imperi centrali diede il via a una frammentazione territoriale tumultuosa e ad una crisi di rappresentanza, di identità, di gestione del potere, senza precedenti. Il colpo di grazia arrivò con la crisi del ’29, che riversò i suoi effetti anche sull’economia europea. Senza un centro di potere riconosciuto, davanti alle crescenti difficoltà politiche e materiali e all’apparente assenza di soluzioni possibili, assistemmo all’ascesa di regimi di estrema destra, violenti e fascisti, in quasi tutti i paesi, pochi esclusi (democrazie di lungo corso e, per altre meno nobili ragioni, la Svizzera). Senza un sistema di valori chiaro, in una situazione di difficoltà, spesso ottengono credito coloro che propongono soluzioni sbrigative, preferibilmente fondate su parole d’ordine quali “ordine” e “sicurezza”. Ovvero, che illusoriamente promettono di realizzare quel che è assente (e irrealizzabile) in quelle circostanze. La Memoria dovrebbe servirci a capire e ricordare il perché ci piace e preferiamo vivere in un Paese democratico, perché dobbiamo tenere ben presente davanti a noi le cose che per noi sono importanti; perché dobbiamo informarci, diventare competenti, per poter trovare soluzioni e agire politicamente affinché libertà e diritti si affermino in modo solido, per isolare gruppi di violenti e ignoranti che sempre assediano strade e televisioni.

E così, ecco il secondo motivo per cui vi propongo oggi il libro di Carlotto, perché sono pagine che, oltre a cartografare l’orrore, omaggiano la lotta portata avanti da tante donne argentine  per costruire un Paese migliore. Vi lascio quindi con questa pagina che credo dica meglio di me, quale deve essere l’importanza di questo giorno e del nostro essere sempre “politici”, del nostro prendere parte, del nostro essere mai indifferenti pensando che ciò che succede nel mondo non ci riguardi direttamente.

«In Argentina non c’è giustizia, c’è solo impunità, violenza perversa, corruzione. Menem blatera di miracolo economico ma ogni venti minuti un bambino muore di fame, ogni giorno trentasei muoiono per mancanza di assistenza sanitaria e le malattie della miseria si diffondono sempre più. La verità è che stanno costruendo una società malata dove la gente accetta una manciata di pesos per i propri morti e gli assassini non vanno in galera. E’ concepibile accettare soldi dalla stessa mano che ha firmato l’indulto per i criminali? In questo paese il capitalismo prima ti ammazza e poi ti risarcisce. Ma cosa se ne farà poi la gente di quel denaro? Tutto quello che comprerà puzzerà di morte. So che le mie sono parole dure ma accettare il risarcimento significa prostituirsi perché così si tradiscono i nostri figli e gli ideali per cui hanno dato la vita. Così si perde il senso della lotta collettiva perché il denaro serve solo a farti diventare individualista. Io ho iniziato a lottare per i miei figli, ma oggi lotto per i desaparecidos di tutto il mondo, per i pereseguitati, per chi occupa le terre, per gli operai e gli studenti. Io non voglio passare la vita a raccontare come li ammazzarono perché loro non mi hanno insegnato questo. Jorge e Raùl amavano la vita, il comunismo, l’utopia del hombre nuevo: solidale, comunitario, collettivo. Le madri della Linea Fundadora e le Nonne vogliono apporre delle lapidi nelle facoltà universitarie con i nomi dei desaparecidos che le frequentavano. Io ho detto che non si permettano di mettere i nomi dei miei due ragazzi: loro non sono stati sequestrati perché studiavano fisica o legge ma perché erano dei rivoluzionari. Noi non vogliamo le liste dei morti, vogliamo le liste degli assassini. Noi non dimentichiamo, né perdoniamo e non ci interessa coltivare la cultura della morte. Accettare la morte dei nostri dei nostri figli significa accettare l’impunità dei responsabili dei crimini della dittatura. Non solo. Significa anche accettare come è stata riscritta la storia della dittatura dagli scrivani della democrazia, i quali hanno riproposto quella che noi chiamiamo la teoria dei due demoni. Il primo è la guerriglia di sinistra che porta con sé il peccato originale di aver imboccato la via della violenza e di aver provocato l’intervento del secondo demonio: le forze armate. In questo modo, colpevolizzando tutti, mettendo sullo stesso piano vittime e assassini, si assolvono questi ultimi. E’ un’enorme menzogna: la scomparsa forzata di molti fu un progetto ben preciso di annientamento dell’opposizione politica e non una semplice reazione all’esistenza di formazioni armate di sinistra. Bugie! I governanti non sanno dire che bugie. Io ogni giovedì chiamo immondizia il presidente Menem e lui in tanti anni non è riuscito a dimostrare che non lo è. Noi non trattiamo con nessuno. La nostra linea è chiara. Ci hanno chiamate in tutti i modi: pazze, terroriste, comuniste. Ci odiano perché abbiamo condiviso la nostra maternità, perché viviamo in modo comunitario, perché non siamo le classiche vecchiette piegate dal dolore e dalle disillusioni. E ci odiano soprattutto perché non siamo come le altre: siamo irregolari e chiediamo alla gente di disobbedire, perché senza giustizia non può esserci democrazia.»