Intervista a Zygmunt Bauman (Università di Sofia)

A cura di Tanya Mangalakova (corrispondente dell’Osservatorio sui Balcani)

Il 6 giugno scorso Zygmunt Bauman è stato insignito della laurea Honoris Causa presso l’università St. Kliment di Sofia, Bulgaria. Bauman è uno dei sociologi più rinomati sul piano internazionale. Per spiegare i fenomeni legati alla globalizzazione, ha diviso il mondo in due: i nuovi nomadi globali ed i localizzati, che non hanno la possibilità di muoversi liberamente. Paradossalmente, lui che rientrerebbe nella prima categoria, è stato bloccato 10 ore presso l’aeroporto di Milano a causa di un ritardo del suo aereo. Zygmunt Bauman ha vissuto una vita molto intensa. Nato in Polonia nel 1925, a 18 anni ha abbandonato il suo Paese rifugiandosi in Unione Sovietica per evitare le persecuzioni razziali. Dopo la seconda guerra mondiale è rientrato a Varsavia ed ha intrapreso la carriera militare per poi abbandonarla iniziando quella universitaria e insegnando sociologia. Nel ’68, durante una campagna anti-sionista del regime polacco, ha abbandonato per una seconda volta la Polonia e si è trasferito prima in Israele e poi in Gran Bretagna, dove ha cominciato ad insegnare presso l’Università di Leeds.
E’ stato intervistato dalla corrispondente dalla Bulgaria dell’Osservatorio sui Balcani, Tanya Mangalakova, sopratutto tenendo conto del suo libro più famoso “Globalizzazione: le conseguenze umane”.

 

Prof. Bauman, nel suo libro “Globalizzazione: le conseguenze umane”, lei afferma che le multinazionali dipendono dall’esistenza nel mondo di forti divisioni e che sono interessate all’esistenza di stati deboli. Questi stati, sotto controllo poliziesco, rischiano di divenire meri esecutori di politiche stabilite altrove. Noi cittadini della ex-Jugoslavia abbiamo assistito alla creazione di stati piccoli e deboli che rischiano di finire in queste dinamiche. Cosa ha portato alla fine delle Jugoslavia e ritiene questa tendenza alla disgregazione non sia ancora finita?

Non sono un profeta e non ho modo di predire il futuro. Posso solo vedere cosa sta accadendo ora, posso provare ad individuare tendenze. Tra queste vi è senza dubbio quella alla frammentazione delle istituzioni politiche. Non si è più in grado di garantire l’esistenza degli elementi costitutivi di uno Stato Nazione: un sistema economico omogeneo, un controllo del territorio, una cultura nazionale che unifichi il paese. Vi è inoltre una manifesta incapacità di difendersi da possibili attacchi dall’esterno, quali essi siano, e di garantire l’ordine interno (…) il capitale fugge all’estero, dove vi sono condizioni di maggiore redditività. Lo spazio di manovra degli Stati Nazione è quindi molto limitato (…) E sono deboli le forze che si oppongono a questa tendenza. Non si può confondere politica internazionale con politica globale. La prima dipende totalmente dai singoli Stati che si ritrovano, discutono su di un determinato argomento ma poi spetta a loro sottoscrivere o meno un eventuale accordo (…) la politica globale è qualcosa di diverso e a tutt’oggi inesistente. Non esiste alcuna rappresentanza democratica globale. Sino a quando non si riuscirà ad averla non ci si muoverà dai binari sui quali già scorriamo.

Lei sta parlando di istituzioni globali. C’è forse qualcuno che si oppone a queste ultime perchè si avvantaggia del “disordine globale”?

Qui si tratta di individuare dove sia il vero potere, quello che decide sulle vite dei cittadini del mondo. Il potere è oramai extra-territoriale mentre l’azione politica è rimasta locale. Nessuno Stato è in grado di definire regole che superino i propri confini (…), siamo al paradosso di dover rispondere con soluzioni locali a problemi globali e non penso questo sia possibile (…), e quando parlo di istituzioni globali non mi riferisco a quelle oramai superate della democrazia rappresentativa, nata e sviluppatasi negli Stati Nazione. Occorre inventare qualcosa di diverso.

Queste istituzioni di cui parla, sono in qualche modo simili alla NATO o all’Unione Europea?

Non so. Non abbiamo ancora sviluppato il concetto giusto. I parlamenti si sono ad esempio sviluppati con estrema fatica e lentamente. Lo Stato Nazione è emerso come un efficace strumento operativo in grado di bilanciare i conflitti di interessi tra diverse classi sociali, in grado di distribuire la ricchezza nazionale. Si è dimostrato capace di ben veicolare l’azione collettiva (…), ma ancora non abbiamo nulla che sia idoneo a combattere la sempre più netta divisione mondiale tra ricchi e poveri, tra Paesi forti e Paesi deboli (…) siamo in una situazione certamente difficile ma ritengo che si riuscirà a trovare una soluzione.


Secondo alcuni filosofi, oramai non si combatte più per il territorio. Ma nei Balcani siamo stati testimoni di numerosi conflitti per il territorio, per lo spazio. Ritiene che il nazionalismo sia definitivamente tramontato nei Balcani?

(…) paradossalmente se da una parte lo spazio sta perdendo importanza dall’altra acquisisce nuovi significati. Quindi meno importante ma più significante. La gente sta cercando di trovare sicurezza, minata dallo sviluppo globale, ed allora ci si arrocca in un determinato spazio geografico. La guerra in Jugoslavia è stata a mio avviso dovuta in gran parte dalla volontà di cercare la sicurezza in se stessi. Se si è tutti croati, serbi o albanesi, in qualche modo ci si illude di essere più sicuri … in Kosovo i serbi combattono gli albanesi e gli albanesi i serbi, e non ci si rende conto che in questo modo non si fa altro che approfondire le cause della propria insicurezza. In questo modo si pavimenta la strada alle forze globali, che sono il motivo principe di questa insicurezza. Nell’epoca attuale possiamo individuare due tipi di guerra: il primo è quello ben rappresentato dalle modalità d’azione della NATO in Bosnia, Kossovo, ma emerso ancor più chiaramente nella Guerra del Golfo o in Afghanistan. E’ una guerra globale, dove il territorio non ha importanza ed anzi si ha paura di rimanerci legati, paura di impelagarsi nell’onere di una gestione amministrativa del territorio. Il Pentagono non ha iniziato le attività militari in Afghanistan prima di aver chiaro un “exit scenario”, una via d’uscita, la garanzia di non dover rimanere in un luogo inospitale, essere responsabili per l’ordine pubblico, e liberi paradossalmente dal rischio di vittime da fuoco amico. Queste potrebbero essere definite le guerre “mordi e fuggi”. C’è invece un secondo tipo di guerra, fortemente legata al territorio, anche se quasi più importante del territorio è l’identità che esso porta con sè. E questo viene ad esempio raggiunto con la pulizia etnica. E non è solo una tendenza limitata alla Bosnia, Croazia, Serbia. In tutta Europa si possono individuare partiti che promettono di chiudere le porte, di cacciare gli immigrati, ecc. Naturalmente niente cambierebbe anche nel caso gli immigrati venissero cacciati, perchè sono le forze globali a causare questo disagio. Ma perlomeno si ha la sensazione di aver fatto qualcosa, di non essere stati seduti ad aspettare.

Alcuni autori tendono ad interpretare la globalizzazione con l’imporsi di una lobby ebraica. In Bulgaria questa “teoria di cospirazione” è particolarmente popolare. Cosa ne pensa?

La sicurezza è l’argomento più popolare. Una delle condizioni per percepirsi sicuri è avere chiare e semplici spiegazioni riguardo ai fenomeni che ci coinvolgono.
Quando non riusciamo a capire cosa stia succedendo, quando la situazione è complessa e richiede uno sforzo teorico non indifferente, ci si sente a disagio, insicuri. Vivere in un mondo che non si comprende è difficile. I bambini hanno un’istintiva paura del buio perché nel buio non si sa cosa potrebbe accadere. Ci sentiamo leggermente meno a disagio quando abbiamo chiare e semplici spiegazioni per tutto. E la “cospirazione ebraica” è un chiaro esempio di questo (…) a volte presa di mira è la comunità ebraica, altre le comunità di immigrati. Con alcuni paradossi: 20-30 anni fa, portoghesi e spagnoli che immigravano in Germania erano considerati una minaccia da molti tedeschi, “pericolosi” Gastarbeiter. Ora, in Portogallo ed in Spagna, si ripete la storia e molti urlano “stop agli immigrati”, dimenticando che loro stessi sono emigrati in passato per il pane.

 

 

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