Il fascino del peggio

Florian Zeller e signora

Il titolo è quanto di meno accattivante si possa immaginare. La grafica, un disastro. Il prezzo basso (e sospetto). La quarta di copertina la lascio volentieri al vostro commento.
E allora – domanda banale, ma poi non così tanto – perché lo hai letto?
Perché il ragazzo, Florian Zeller, trentenne francese di belle speranze, è da molti ritenuto una delle più promettenti penne d’Europa. Avevo addirittura letto, su qualche rivista (per solito attendibile), un lungo commento in cui si paragonava il giovane francese a Houellebecq e Kundera. Se non altro, due autori che lo scriba apprezza parecchio. Così, non appena mi è capitato sottomano un suo libro l’ho acquistato con l’intento di verificare il paragone.

Be’, il tentativo di Zeller in questo romanzo è ambizioso: cerca di tenere insieme due linee di racconto. Narra lo scontro tra civiltà (Islam/occidente) e la difficoltà di sondare l’uomo (attraverso la sessualità e la spiritualità), alternando agevolmente tra saggio e romanzo con uno stile piuttosto piatto-contemporaneo (frasi brevi, tanti punti, dialoghi (iper)colloquiali). Forse un po’ incolore, sì, ma il punto non è quello.

Il problema è di contenuto, piuttosto: argomenti impegnativi che si perdono in una trama non all’altezza. Questioni di motore e di telaio o di passo e di fiato per sostenerlo.

Ma lo Zeller scrisse questo libro quando aveva appena venticinque anni e tanta strada ancora davanti per crescere (e allenarsi).

Le duecento pagine del nostro libro, così, non bastano a formulare un giudizio: ci toccherà riparlarne al secondo appello.


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