ll fallimento pilotato dei comuni italiani

«“Ho fatto cambiare il cartello affisso fuori dal mio ufficio: non più sindaco, ma curatore fallimentare”. Giorgio Dal Negro è sindaco di Negrar, una cittadina da 17mila abitanti in provincia di Verona. Dal Negro è anche presidente dell’associazione dei Comuni veneti (Anci Veneto). “Pensavo di poter amministrare bene, e invece sono nella situazione di veder fallire le mie aziende, senza poter far nulla”. Le parole del sindaco di Negrar potrebbero essere messe in bocca alla maggior parte degli oltre 8mila sindaci italiani, di destra o sinistra che siano. Perché i Comuni italiani soffrono: non hanno soldi, o non possono spenderne. Cadono sotto i colpi di una politica nazionale demagogica che elimina i tributi locali ma non ne compensa la perdita, di un progressivo accentramento delle decisioni (mascherato di falso federalismo) e di regole europee miopi e controproducenti.
Ma se i Comuni falliscono, il problema è di tutti. Nei servizi, innanzitutto. Niente soldi, niente asili nido, servizi alla persona, agli anziani, trasporti pubblici, raccolta dei rifiuti, sostegno alle famiglie, vigili urbani. Basta farsi un giro nella propria città, e fare due conti a casa, per rendersi conto di quanto i Comuni si siano impoveriti negli ultimi anni.

Il grido di dolore dei sindaci è più forte che mai. E nessuno sembra ascoltarlo».


Righe tratte da un articolo apparso sul numero di dicembre di Altraeconomia che racconta in modo molto chiaro di come la condizione dei nostri comuni – la nostra condizione – si fa via via più critica. Amare le conclusioni dell’articolo, affidate alle riflessioni di Salvatore Amura:


«Non resta che cementificare. “La vera rivoluzione è avvenuta quando gli oneri di urbanizzazione sono potuti entrare nella spesa corrente” ci dice Salvatore Amura, assessore al Bilancio del comune di Canegrate (Mi). Amura è anche vicepresidente dell’associazione “Rete nuovo municipio”. Il governo Berlusconi è il primo che permette ai Comuni di utilizzare i soldi derivanti dalla cementificazione del territorio per finanziare i propri servizi. “E così i Comuni si sono messi a far costruire sempre più case. Solo che gli oneri arrivano una tantum, ma nel frattempo i costi dei nuovi cittadini te li porti avanti sempre. Come fai a pagare? Continui a costruire. È una specie di droga: distruggi il territorio e non hai più i soldi per gestire le conseguenze della distruzione. Né per pagare gli altri servizi: la quota dei costi coperta dai cittadini (oggi al 35-40%) è destinata a salire. Inevitabilmente. E con essa, il numero di cittadini che non riuscirà a pagare”».

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