Oltre il confine


Tornando dall’Emilia, scampato, per una volta indenne, a Trenitalia, ho concluso la lettura de “Oltre il confine”, un vecchio libro di Cormac McCarthy; autore che seguo volentieri e che anche in questa occasione ha saputo fermare sulle pagine qualcosa di raro.
Quella che si racconta in questo libro è una storia tipicamente sua, “sua” più di molte altre da lui scritte.
Provo a raccontarvela, ovviamente, senza pretese.


Le vicende si svolgono più o meno così: un cowboy caccia per tempo una lupa, colpevole di aver ucciso diversi capi di bestiame. Ci mette mesi, ma un giorno riesce a catturarla. Quando finalmente può compiere la sua vendetta, la risparmia e decide di riportarla “a casa”, sui monti messicani: unico luogo di provenienza possibile, per un lupo, da quelle parti. Dopo poche pagine qui c’è un primo eccezionale passaggio che McCarthy ferma con ineguagliabile nitidezza: “Le fece delle promesse e le giurò che le avrebbe mantenute. Che l’avrebbe portata tra le montagne, dove avrebbe trovato altri della sua specie. Lei lo guardò con quei suoi occhi gialli, che tradivano non disperazione, ma soltanto quell’insondabile, profonda solitudine che è l’impronta più tipica di questo mondo”.
Nelle pagine di questo libro il protagonista parla poco. I dialoghi sono minimi, essenziali.

Nel silenzio, partono verso il tramonto, verso l’orizzonte, lui a cavallo e la lupa al seguito.
Il viaggio verso il confine dura giorni e nei giorni, i due, s’accompagnano e prendono confidenza. Il loro avvicinamento ha però termine non appena raggiungono il confine messicano. I doganieri li fermano e sequestrano la lupa.
Siamo alla scena finale. Riesce a ritrovarla: la lupa è finita dentro l’arena di una sagra di paese. Legata a un palo, in mezzo alla folla inferocita, si deve difendere dall’attacco di cani da combattimento. Intorno gran chiasso, scommesse, puntate, incitamenti.
Il protagonista si fa largo tra il pubblico, scende gli spalti, si avvicina alle transenne. Guarda il macabro spettacolo. La lupa, assalita, uccide i primi cani che le si avventano addosso. Tra la folla il protagonista chiede al suo vicino se ne mancano ancora molti. “A sufficienza”, gli risponde l’altro. McCarthy non ci dice che cosa passa per la testa del protagonista. Esce, rimonta a cavallo e si dirige fuori città. Arriva alle ultime case al limitare del paese quando decide di fermarsi. Esita un attimo, ci ripensa, e decide che deve tornare. Tutto e sempre in silenzio.

Rientra che la lupa è arruffata e sanguinante in mezzo a una distesa di carogne, corpi di cani straziati. Si avvicina di nuovo alle transenne. Questa volta le scavalca lentamente. Fa due passi dentro all’arena e si approssima a quella che tutti lì dentro ritengono una bestia capace solo di morte. Fa un altro passo ancora e, d’improvviso, cala il silenzio. Totale. Fondo. Tutti gli occhi sono su di lui, nessuna parola nell’aria. Si avvicina alla lupa fissando i suoi occhi gialli. Slega la catena che la tiene al palo. Si volta. Con il suo percorre in cerchio tutti gli sguardi degli astanti. Nemmeno uno amico. Li guarda tutti negli occhi e ancora una volta dice poche parole, ma le uniche che potrebbe dire in quel momento: “E’ mia”. Silenzio…
Si apprestano a uscire, lui rimonta a cavallo e ripartono verso le montagne, lasciandosi alle spalle l’arena dove è riscoppiato nuovo e più forte baccano. Il resto lo lascio a voi.


Mi ha molto colpito questa storia. Perché al posto della lupa, io ci ho messo ogni cosa che mi è cara ed è intima, personale. Un sogno, un progetto, un segreto, un ideale, un’amicizia, un amore. Qualcosa che, come la lupa, sentiamo di dover “portare a casa”, di dover mandare in porto, di voler realizzare, di dover difendere. Un’idea, un sentimento, qualcosa di nostro. Anche nelle avversità, anche in mezzo ad una arena che vorrebbe solo vedere perire, per chissà quanti motivi, quella parte di noi. A un certo punto, è necessario il coraggio di guardare tutti quelli negli occhi e dire: “E’ mia”.
I libri son così, a volte si incollano a noi perché ci hanno rubato un attimo che magari sapevamo già, ma che nessuno ci aveva mai spiegato così chiaramente. “E’ mia”, un attimo, il coraggio e la forza di due parole. E tutti gli altri fuori.


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2 pensieri su “Oltre il confine

  1. Bel commento, Alfio. Hai messo in luce una perla che, pur essendomi piaciuto molto il libro, non ricordo di aver colto quando lo lessi. Era rimasta indistinta sul fascinoso sentiero della lettura ma, per fortuna, un lettore passato dopo l’ha vista brillare e ci ha tenuto a mostrarla. Te ne sono grato!
    roberto z.

  2. 2 anni fa trovai in libreria il volume “Tutti i racconti western” di Elmore Leonard. Fu una rivelazione: da allora cominciai ad informarmi sulla narrativa western (della quale McCarthy é uno degli ultimi autori viventi), e ad acquistare molti romanzi appartenenti a questo genere. Sono ancor oggi trovabilissimi su ebay a prezzi stracciati. Praticamente te li regalano, perché non hanno mercato. Per me, invece, non hanno prezzo.
    Se anche tu vuoi ampliare la tua conoscenza della narrativa western, ti consiglio di cercare in particolare i libri di:

    Clay Fisher
    Norman Fox
    Clair Huffaker
    Theodore V. Olsen
    Lewis B. Patten

    Spero che questo mio post ti dia degli ulteriori spunti per delle letture “non western”: http://http://wwayne.wordpress.com/2013/04/27/la-fine-di-un-era/. : )

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